Primo Libro di Samuele
capitoli 16-20
Il passaggio da Saul a Davide
P. Pino Stancari, sj
Stiamo leggendo il Primo Libro di Samuele e il nostro programma prevede la lettura anche del Secondo Libro di Samuele: un’unica, grande composizione che ricostruisce gli eventi di quel periodo storico e, soprattutto, ce ne dà un’interpretazione profetica; non per niente questi Libri sono considerati, nella tradizione ebraica, Libri profetici, mentre noi solitamente li denominiamo Libri storici (da Giosuè al Libro dei Re). Una storia che ci ha coinvolti in una vicenda che registra tutte le conseguenze di un clima di stanchezza e di crisi; il popolo dell’Alleanza, entrato nella Terra che è stata promessa e, finalmente, concessa in eredità, sembra andare, man mano, perdendo la coscienza della propria identità.
In questo contesto si isterilisce il filo della presenza singolare di questo popolo di Dio che ha fatto alleanza con la storia umana; tutto riparte dalla comparsa della profezia, una posizione di ascolto della Parola che trova corrispondenza nella figura di Samuele e costituisce il punto di partenza di un percorso che è disposto, nel disegno provvidenziale di Dio, come itinerario di recupero per quanto riguarda l’identità del popolo dell’Alleanza, la sua posizione nella storia, la relazione con il Dio Vivente. Si aprono prospettive nuove: il popolo in rapporto alla Terra, agli altri popoli, alle vicende di una storia che implica un diretto coinvolgimento in tutte le dimensioni del profano. La profezia e il profeta che in questo caso assume in prima persona e con diretta responsabilità la posizione di ascolto della Parola. Da qui riparte il cammino di quella generazione che sembrava destinata a registrare la scomparsa di una presenza nata, in maniera così intima e strutturale, dalla relazione d’Alleanza con il Signore.
Samuele viene generato da quella madre che era sterile; è il profeta che assume una posizione di responsabilità storica in rapporto alla vocazione e alla missione del Popolo dell’Alleanza nella storia umana. A suo tempo intitolavo i primi sette capitoli del Primo Libro di Samuele “Alla presenza del Santo” perché questa vicenda conosce tutti i limiti, le tristezze, la sterilità di una coscienza che tende a svaporare, svanire, disperdersi nella nebbia di un’identità perduta.
In quel contesto la crisi del sacerdozio è drammatica e compromette esattamente la vitalità della relazione tra il Signore e Israele. Il Santo è presente, non è latitante, dimentico del rapporto di alleanza instaurato a suo tempo; è protagonista. Ed ecco, è comparso il profeta. Nello stesso tempo il sacramento dell’Alleanza tra il Signore e Israele, l’Arca Santa, si trova temporaneamente accantonato in una località periferica, marginale di nome Kiriat-Iearìm.
Dal capitolo 8 abbiamo avuto a che fare con una seconda parte del grande racconto che ci ha portato fino alla fine del capitolo 15 alla quale davo il titolo di “Fondazione della monarchia”: una novità, una svolta laddove il profeta Samuele è implicato direttamente nel dare consacrazione carismatica alla comparsa di un nuovo modello istituzionale: la monarchia. Il popolo chiede un re ma Samuele non è d’accordo; è però “costretto” (per così dire) dal Signore a prendere sul serio quella richiesta e corrispondere ad essa. “Da’ loro un re”.
L’istituzione monarchica per Samuele non differisce da quella esistente negli altri popoli, mentre invece il popolo dell’Alleanza deve identificarsi in rapporto alla sua diretta appartenenza al Signore, l’unico re, sovrano, colui a cui il popolo appartiene e con il quale è in rapporto diretto e vitale. Il Signore deve spiegare a Samuele che ne hanno bisogno e Samuele è implicato direttamente in questa vicenda tutta interna alla rivelazione di quella provvidenziale misericordia di Dio che si manifesta laddove il popolo dell’Alleanza è alle prese con i segni inconfondibili della propria debolezza.
Quell’istituzione corrisponde a un dato di fragilità che Samuele ha registrato con meticolosa precisione e che il Signore, nella Sua visione della vicenda, ha confermato a modo Suo. È proprio in rapporto a questa debolezza che l’istituzione viene instaurata come ulteriore e sempre più feconda dimostrazione di come la misericordia di Dio, che è il Santo, è operante nella storia del popolo e dell’umanità. “É loro un re”.
Abbiamo avuto modo di conoscere il primo re, Saul, una figura a cui dobbiamo attribuire dei titoli di merito che nessuno può negargli, ma che è espressione di un drammatico fallimento; Saul con le sue grandezze ma anche le sue contraddizioni, è alle prese con la gestione di un potere per il quale non è preparato; i fraintendimenti circa la missione che gli è stata affidata, prigioniero oltretutto dei suoi limiti personali di ordine emotivo, affettivo e psichico. C’è una nota patologica nel vissuto di Saul come nel suo linguaggio religioso condizionato da ombre cupe superstiziose. Saul è un fallimento che già viene contestato.
È il Signore che interviene, tramite il profeta Samuele, in maniera drastica e, per quanto abbiamo appreso, irreparabile se non fosse vero che quella stessa istituzione monarchica, che attraverso Saul ha dimostrato il proprio volto fallimentare, è confermata nel suo valore sacramentale: è un segno rivelativo della misericordia di Dio che non ha rinunciato alla sua dichiarazione d’intenti; il Signore deve spiegare a Samuele che hanno bisogno di un re perché sono deboli e perché la misericordia di Dio è presente e operante laddove la debolezza umana è così evidente. È proprio la figura della persona umana che precipita nell’abisso del proprio fallimento ed è quella stessa persona che viene valorizzata come sacramento della misericordia di Dio.
Da Saul ora dobbiamo giungere all’incontro e alla conoscenza di un altro personaggio, Davide. Sono grandi figure quelle che man mano stiamo passando in rassegna nelle pagine di questo Libro: Samuele, Saul, Davide ma, attorno a loro, tanti altri personaggi; abbiamo fatto conoscenza con Giònata, figlio di Saul e ne abbiamo ricevuto un’impressione in certo modo affascinante. Si tratta di registrare, nel passaggio dal cap. 15 al cap. 16, la diretta, intrinseca connessione che congiunge i due personaggi che, pur così diversi, sono inseparabili nel contesto di una vicenda storica che, per come è possibile per noi ricostruire, ci costringe a considerare come emerge la figura di Davide accanto a Saul; Saul è un pioniere senza modelli (anche per questo meriterebbe molte scusanti per il fallimento che ne è seguito). Davide emerge, cresce e si forma all’ombra di Saul, attraverso la sua testimonianza e anche attraverso il suo fallimento.
Il racconto insiste sul legame indissolubile che intercorre fra i due personaggi. Sono i due volti della figura messianica: Saul il volto del re fallito; Davide il volto del re atteso, desiderato che finalmente corrisponde al cuore di Dio. Alla fine del capitolo 15 Samuele piange a dirotto perché per quanto lo riguarda, con il disastro che ha registrato nell’esperienza pur generosa, ma certamente fallimentare di Saul, la storia del popolo deve fare i conti con un disastro ulteriore che si aggiunge a quelli già registrati (l’Arca Santa si trova a Kiriat-Iearìm; il sacerdozio è allo sbando; il re a cui ha dedicato l’impegno esplicito e risoluto della sua missione in qualità di profeta è meritevole di un rimprovero drastico da parte del Signore). Samuele piange: è l’estrema espressione della testimonianza di una missione profetica; ci sono situazioni nelle quali i profeti possono – e debbono – soltanto piangere.
In quel contesto, il Santo è all’opera e non ha rinnegato la sua dichiarazione iniziale per quanto riguarda l’istituzione monarchica nella storia della salvezza. È vero che c’è da registrare il fallimento a conferma di come l’istituzione monarchica è, in tutto e per tutto, corrispondente alla debolezza del popolo che, nel rapporto di alleanza con il Signore, non sta al passo, non regge il peso delle responsabilità che gli sono state affidate; ma è anche vero che la misericordia del Signore ha provvidenzialmente predisposto, attraverso l’istituzione della monarchia, l’attuazione di una volontà gratuita nella sua iniziativa e nell’attuazione di essa, mirata a promuovere la vita del popolo, a fare della storia umana nella sua universalità una storia di salvezza. C’è di mezzo l’intenzione del Dio Vivente di dimostrare come la persona umana (la figura del re) sia abilitata a esercitare un ruolo, un compito, una missione sacramentale.
Ecco come la misericordia di Dio conferma la propria intenzione di introdurre nella storia degli uomini, come sacramento della sua volontà di salvezza, la persona umana che assume, in tutto il suo valore redentivo, pedagogico, la funzione regale. Nel contesto di un fallimento il re di cui Dio si compiace; quella presenza nella storia umana della figura che è chiamata a corrispondere alla gratuita volontà d’amore che da sempre è custodita nel segreto di Dio. Sono le grandi figure della storia della salvezza che poi sono le figure di riferimento nella vocazione battesimale di quanti, come noi, hanno ricevuto il sigillo sacramentale. Il sacerdote è figura di mediazione; il profeta è l’ascolto della Parola; il re è quella figura personale che, nel suo cuore umano, è segno sacramentale di quanto è custodito nell’intimo del cuore di Dio.