Abbiamo avviato la lettura del Primo Libro di Samuele e proseguiremo con il Secondo Libro di Samuele. Abbiamo a che fare con un blocco letterario piuttosto impegnativo. Siamo arrivati al cap. 12 e adesso daremo uno sguardo ai tre capitoli che seguono per arrivare alla fine del cap. 15: è un racconto di un complesso di vicende che si inseriscono nella storia del popolo di Dio tra i secoli XI e X a. C.; ma più che per la ricostruzione storiografica degli eventi il testo che leggiamo ha il valore di una riflessione profetica sul senso della storia e su come Dio si rivela nelle vicende del suo popolo che è poi storia universale; tanto è vero che nella tradizione ebraica il Primo e il Secondo Libro di Samuele, come il Libro dei Re e quello dei Giudici, sono denominati Libri profetici e non storici come siamo abituati a denominarli noi.

Siamo partiti con una situazione di crisi di identità. Il popolo dell’Alleanza è entrato nella Terra di Canaan in un contesto di evoluzione culturale che scardina le radici tradizionali di una mentalità, di un modo di stare al mondo, di lavorare; un passaggio di cultura per coloro che erano abituati all’allevamento del bestiame nelle zone steppose alla ricerca di pascoli; una civiltà agricola. E riscontriamo già un principio di organizzazione politica. Nel contesto di quella situazione di crisi di identità abbiamo avuto a che fare con i segni evidenti di un declino del sacerdozio, la struttura di mediazione nel rapporto di Alleanza tra il Signore e il suo popolo. Il racconto degli eventi concentra l’attenzione su quella novità che, sempre in maniera gratuita e dirompente, rinvia ogni cosa all’iniziativa del Signore: la parola di Dio cerca e trova ascoltatori. Questa novità è la profezia, una posizione di ascolto della Parola. Ed è in quel contesto di sterilità, come abbiamo verificato a suo tempo, che compare Samuele, il profeta, una figura determinante per quanto riguarda la svolta degli eventi che prenderanno un nuovo impulso e man mano andranno orientandosi verso soluzioni che nessuno aveva programmato e nemmeno immaginato.

Abbiamo avuto a che fare con una prima parte del racconto, fino al cap. 7, che è anche una riflessione profetica sul senso della storia e su come Dio si rivela dentro la storia di un popolo – dell’umanità intera – che vi suggerivo di intitolare “Alla presenza del Santo”: l’Arca Santa, il luogo del culto, il santuario, la crisi del sacerdozio, il riferimento alla presenza del Dio Vivente che ha fatto alleanza con il suo popolo. L’Arca Santa nel frattempo, in seguito a eventi che hanno comportato conflitti disastrosi col popolo confinante dei Filistei, è stata trasferita dal luogo in cui veniva celebrato il culto in una località di frontiera, Kiriat Iearìm e lì resterà per parecchio tempo.

In questo contesto nel quale la presenza sacramentale del Dio Vivente, il Santo, sembra essersi ritirata in una posizione di marginalità il profeta è presente, Samuele, con tutto quello che comporta la testimonianza che passa attraverso il suo ascolto della Parola, l’essere interlocutore e confidente del Dio Vivente, nell’intimità della relazione con il Signore; testimone di quell’inesauribile gratuità che scaturisce dal grembo del Santo e la sua incessante volontà d’amore.

Alla seconda parte di cui ci stiamo occupando, dal cap. 8 al cap. 15, suggerivo di dare il titolo di “fondazione della monarchia”. Si tratta di una svolta che assume un valore decisivo per quanto riguarda l’impostazione di quello che sarà lo svolgimento successivo della storia del popolo di Dio. Samuele, interpellato, è contrario, però il Signore gli dice: “hanno bisogno di un re”. Il popolo ha bisogno di un riferimento istituzionale perché non è in grado di reggere il rapporto di alleanza con il Signore nella gratuità della relazione. La monarchia fa riferimento a una figura che svolge un ruolo sacramentale in un contesto profano. È il re che garantisce l’articolazione di rapporti comunitari tra tribù all’interno dell’assemblea, raccoglie le diverse componenti spesso anche molto litigiose tra di loro, ha una rappresentanza e una dinamica operativa per quanto riguarda la relazione con gli altri popoli; una presenza istituzionale che garantisce stabilità nello spazio e nel tempo e che assume un ruolo – nel contesto in cui ci muoviamo – propriamente sacramentale, perché è il Signore che interviene tramite Samuele: “Dà loro un re”; ma il re non è propriamente un sacerdote, non è il mediatore nel senso di operatore del culto come strumento di mediazione tra il Santo e Israele; e non è nemmeno un profeta anche se ci possono essere delle commistioni tra queste diverse figure e la storia, in qualche modo, dimostrerà che ci sono sovrapposizioni; ma, di per sé, il re ha a che fare con la profanità del mondo pur essendo allo stesso tempo una figura sacramentale. È l’opera creativa di Dio, è la Sua creatività misericordiosa che interviene nella storia del suo popolo là dove la debolezza, che altrimenti non trova difesa, viene soccorsa mediante l’intervento paziente, puntuale, consolante di Dio stesso. Samuele supera le sue contrarietà e si giunge alla messa a fuoco della prima figura a cui viene imposta la consacrazione regale: Saul.

Abbiamo letto tre racconti che descrivono come la figura emerge e come gli viene attribuita quella responsabilità sacramentale che è propria di colui che è consacrato per il servizio del popolo nel rapporto con il mondo. È un’immagine ancora informe, grezza che, man mano, nel corso della storia della salvezza, andrà precisandosi, perché questa figura umana in un contesto profano, nelle vicende della vita pubblica, nel rapporto con gli altri popoli e con l’organizzazione interna, è figura sacramentale che sarà interpretata nel suo itinerario interiore; il processo di conversione caratterizza il personaggio a cui viene attribuito il titolo di re il quale, però, opera su un popolo che ancora non ha acquisito una precisa e rigorosa definizione riguardante il suo servizio e la sua identità profonda.

Le pagine che dobbiamo leggere, sia nel Primo che nel Secondo Libro di Samuele, ci aiuteranno proprio a decifrare questo itinerario di conversione che conferisce a una persona umana un valore sacramentale dell’iniziativa della misericordia di Dio che si prende cura della debolezza del suo popolo. Leggeremo le pagine che vanno dal cap. 13 al cap. 15. Abbiamo a che fare con una serie di tre racconti che mettono in scena le imprese di Saul che è stato “unto”, consacrato re. Sappiamo bene che questo personaggio va incontro a un clamoroso fallimento; questo non è un modo per giudicare Saul, ma certamente la figura a cui per la prima volta viene attribuito il titolo di re nella storia della salvezza è espressione di un doloroso, drammatico disastro. Non possiamo ridurre in alcun modo quell’itinerario di conversione a qualche fenomeno devozionale, qualche buona intenzione, qualche proposito generoso… e poi Dio provvederà. Quell’itinerario di conversione comporta la rivelazione di come l’opera di Dio si compie nel vissuto di una persona che da creatura, che in questo mondo condivide tutte le debolezze della nostra realtà umana, è chiamata a svolgere un ruolo di “segno”, un ruolo sacramentale.

Le pagine che leggiamo vanno verso la figura di Davide che assumerà un rilievo dominante. Ma non si arriva a Davide senza passare attraverso Saul e quando avremo a che fare con Davide avremo tante cose da imparare circa questa instaurazione della regalità come valore sacramentale, che è rivelazione dell’opera di Dio nel vissuto di un essere umano. Là dove questa opera di Dio è attiva nei confronti di una creatura abbiamo a che fare non con un personaggio isolato in un contesto anacoretico, ma con il re che è in grado di svolgere responsabilità di valore pubblico, di fondamentale rilevanza per l’edificazione comunitaria, per la gestione nelle vicende interne e le relazioni con il mondo esterno.

Le cose che sto dicendo sono forse un po’ grezze, perché noi tutti siamo abituati a collocare nel nostro mondo catechetico e nel nostro linguaggio pastorale le tre figure “sacerdote, profeta e re”. Certamente queste figure sono presenti, ma come esattamente si muovano nel contesto della storia della salvezza non sempre è del tutto chiaro. Abbiamo avuto a che fare con il sacerdozio e con la profezia – e ne avremo ancora – ma la figura che emerge, dal cap. 8 a seguire, è la figura del re in quanto sacramento di quell’opera di Dio che converte il cuore umano e, convertendolo, abilita quella persona (il sovrano è unico tra una moltitudine, ma riguarda ogni essere umano) ad assumere una responsabilità di valore comunitario e, addirittura, di valore civile, politico.

Dal cap. 13 al cap. 15 leggiamo tre racconti: le imprese di Saul e già vi annunciavo i suoi fallimenti. Nessuno ha insegnato a Saul il mestiere di re e questo rende il personaggio comprensibile nei suoi guasti, difficoltà, errori, fraintendimenti, inesperienza circa il discernimento. Saul è un pioniere; Davide imparerà il suo mestiere alla scuola di Saul. Il fallimento di Saul non è fine a se stesso, ma interno a una storia che cresce proprio per quanto riguarda i criteri di quella conversione interiore che conferisce a una persona umana una dignità regale e, quindi, una responsabilità che investe la storia di un popolo e la storia dell’umanità intera.