Commento di Paolo Curtaz
II Settimana del Tempo Ordinario

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Chiamò a sé quelli che voleva perché stessero con lui.

Lunedì 19 Gennaio (Feria – Verde)
Lunedì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Sam 15,16-23   Sal 49   Mc 2,18-22: Lo sposo è con loro.

Martedì 20 Gennaio (Feria – Verde)
Martedì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Sam 16,1-13   Sal 88   Mc 2,23-28: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!

Mercoledì 21 Gennaio (Memoria – Rosso)
Sant’Agnese

1Sam 17,32-33.37.40-51   Sal 143   Mc 3,1-6: È lecito in giorno di sabato salvare una vita o ucciderla?

Giovedì 22 Gennaio (Feria – Verde)
Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Sam 18,6-9; 19,1-7   Sal 55   Mc 3,7-12: Gli spiriti impuri gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Venerdì 23 Gennaio (Feria – Verde)
Venerdì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Sam 24,3-21   Sal 56   Mc 3,13-19: Chiamò a sé quelli che voleva perché stessero con lui.

Sabato 24 Gennaio (Memoria – Bianco)
San Francesco di Sales

2Sam 1,1-4.11-12.17.19.23-27   Sal 79   Mc 3,20-21: I suoi dicevano: «E’ fuori di sé».

Domenica 25 Gennaio (DOMENICA – Verde)
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO o della Parola di Dio (ANNO A)
Is 8,23-9,3   Sal 26   1Cor 1,10-13.17   Mt 4,12-23: Venne a Cafàrnao perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa.


Lunedì della II settimana del Tempo Ordinario
Mc 2,18-22: Lo sposo è con loro.

Non è più il tempo del digiuno come per i discepoli del Battista: ormai lo sposo è arrivato. Gesù invita l’uditorio a cogliere la radicale differenza fra lui e Giovanni: questi è stato inviato a preparargli la strada. Perciò Giovanni vive nell’ascesi e nella penitenza, secondo il tradizionale modello del profeta biblico ma quello stile, ora, va superato, perché è il tempo della gioia e della festa. Lo sposo è con noi, non dobbiamo digiunare se non per ricordarci che egli è il per sempre presente! Anche noi rischiamo di fare come i contemporanei di Gesù: leggere l’evento nuovo del Vangelo con categorie vecchie, cercando di ricomprenderlo entro schemi predefiniti. Non è così: la novità portata da Gesù è talmente assoluta che ogni schema, ogni categoria, ogni pre-comprensione esplode sotto la potente spinta dell’annuncio. A volte anche le nostre categorie religiose, sane e sante, rischiano di ingabbiare la dinamica evangelica, di ricondurre l’inaudito di Dio entro rassicuranti confini a noi più congeniali. Accogliamo lo sposo, oggi, facciamo festa nel cuore all’inizio di questa settimana e scopriamo quali possono essere gli atteggiamenti più idonei per manifestare l’inaudito di Dio…

Martedì della II settimana del Tempo Ordinario
Mc 2,23-28: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!

Perché i tuoi discepoli fanno ciò che non è lecito di sabato? I farisei vogliono mettere in difficoltà Gesù accusandolo di non far rispettare il riposo dello shabbat. Gesù, che conosce minuziosamente la Scrittura!, cita l’episodio in cui Davide, in fuga da Saul, chiede e ottiene i pani destinati al culto. Le norme, lascia intendere Gesù, sono la forma quotidiana che assumono l’amore e la fede. Ridurre la fede alla norma è tradirla, e la norma, fatta per la libertà delle persone, diventa un idolo che uccide la libertà interiore. È un equilibrio difficile quello che siamo chiamati a trovare in noi stessi: senza diventare degli adolescenti anarchici sempre pronti a giustificare le proprie bizze, siamo chiamati a rispettare le norme che ci derivano dall’incontro con Dio con prudenza e intelligenza. Il rischio, sempre presente!, è quello di ingabbiare lo Spirito in una serie infinita di prescrizioni… recuperate. Gesù ci ha resi liberi di amare e l’amore è esigente e concreto, non teorico, certo. Ma stiamo attenti a non disseminare il sentiero che Dio ci indica di cartelli di divieto! Bene dice Gesù: la nuova Legge del Vangelo va conservata in otri nuovi.

Il tesoro per il quale un cristiano deve saper vendere tutto è l’amore di Dio: come san Paolo anche noi siamo certi che nulla potrà separarcene. Santa Agnese ci mostra oggi la vittoria dell’amore. Ma qual è questa vittoria? L’amore di Dio secondo san Paolo è l’amore cristiano cioè mai separato dall’amore del prossimo ed è bellissimo vederlo nei martiri. Malgrado le persecuzioni essi non sono mai venuti meno a questo amore più forte dell’odio. In modo speciale essi hanno riportato la vittoria dell’amore sull’odio non rinunciando mai ad amare i loro persecutori.
Durante il periodo in cui la guerra infuriava nel Libano io ho avuto modo di leggere una lettera di un giovane cristiano di 22 anni scritta un mese circa prima di essere ucciso. Stava preparandosi al sacerdozio e nella previsione di poter morire, scrisse ai suoi familiari: “Ho una sola cosa da chiedervi: perdonate di cuore a quelli che mi avranno ucciso; domandate con me che il mio sangue serva come riscatto per il Libano, come offerta per la pace, per l’amore che sono scomparsi nel nostro paese e nel mondo; che la mia morte insegni agli uomini la carità. ~ Signore vi consoli. Io non rimpiango questo mondo ma mi rattrista il pensiero della vostra tristezza. Pregate, pregate e amate i vostri nemici”.
È una testimonianza viva della vittoria dell’amore cristiano. Ringraziamo il Signore di farci conoscere che anche oggi i cristiani muoiono come Gesù perdonando chi li uccide; preghiamo per i cristiani che sono tuttora perseguitati e domandiamo di poter essere promotori di unità con la carità che supera ogni odi
o.

Mercoledì della II settimana del Tempo Ordinario
Mc 3,1-6: È lecito in giorno di sabato salvare una vita o ucciderla?

La fine della prima parte del vangelo di Marco è carica di drammaticità, è un epilogo pieno di tensione e di violenza. I farisei hanno lungamente osservato l’opera di questo rabbino improvvisato, hanno prima mormorato, poi obiettato, ora agiscono per fermarlo. La differenza fra il loro modo di concepire la religione e quello di Gesù è ben sintetizzata dal drammatico racconto di oggi: per i farisei al centro della fede c’è il rispetto della norma. Per Gesù, invece, in mezzo c’è l’uomo paralizzato. Dio pone al centro della sua azione il bene degli uomini, questo è lo straordinario messaggio della Parola di Dio. Alcuni uomini che pensano di parlare in nome di Dio, invece, mettono al centro lo sforzo che l’uomo fa per piacere a Dio. La differenza è incolmabile, segna una svolta, cambia la prospettiva. La norma slitta al secondo posto, prima c’è la felicità dell’uomo nella pienezza di Dio. Gesù mette al centro l’uomo che soffre, adegua la norma, sana e santa, come il rispetto del riposo sabbatico, al caso concreto. Dio è felice se l’uomo si ricorda di essere figlio e dedica una giornata al riposo e alla festa. Ma è ancora più felice se nel giorno della festa l’uomo viene restituito alla sua integrità fisica e morale!

Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario
Mc 3,7-12: Gli spiriti impuri gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Il Signore ci chiede di tenergli pronta una barca, per evitare che la folla lo schiacci. La sua fama si è diffusa e, nonostante la crescente tensione dei farisei nei suoi confronti, Gesù continua ad annunciare il Vangelo della salvezza e della liberazione. Anche oggi è così: quando sentiamo una buona notizia corriamo ad ascoltare chi ce ne parla nella speranza di farci guarire nel profondo. Noi, suoi discepoli, siamo chiamati a mettere la barca della nostra vita a disposizione del Signore. Poco importa se la userà o se resteremo in attesa: egli sa che può fare di noi ciò che vuole. il Signore ha bisogno di noi, servi inutili, anche solo per avere spazio in mezzo alla folla. Siamo collaboratori di Dio, nel nostro piccolo, il Signore ci rende discepoli e apostoli, ci usa come strumento per la sua gloria, per l’annuncio della sua salvezza. È lui che opera in noi, è lui che raggiunge i cuori attraverso la nostra disponibilità e l’amore che siamo chiamati a dare è lo stesso che abbiamo ricevuto abbondantemente incontrando il Signore. Ancora oggi milioni di uomini e donne cercano salvezza, senza sapere a chi rivolgersi. Mettiamo a disposizione del Signore la barca della nostra vita, casomai ne avesse bisogno.

Venerdì della II settimana del Tempo Ordinario
Mc 3,13-19: Chiamò a sé quelli che voleva perché stessero con lui.

Eccola qui la Chiesa, il sogno di Dio. Quella vera, quella voluta dal Signore, quella che dovrebbe diventare il modello per ogni scoperta, per ogni progetto, per ogni piano pastorale. La Chiesa non è una società perfetta, un’anchilosata organizzazione, una scalcagnata ed improbabile accozzaglia di persone emotivamente instabili. La Chiesa che Gesù sogna nasce per sua iniziativa: egli chiama a sé coloro che egli vuole. Non si fa parte della Chiesa per decisione personale ma si risponde ad un’intima chiamata che ci scuote dalle fondamenta. Gesù ci costituisce Dodici, diventiamo un’altra cosa rispetto all’insieme formato da singole personalità, si diventa un cuor solo e un’anima sola. Dodici come le tribù di Israele, Dodici come i mesi dell’anno, la pienezza del tempo. E alcune cose devono fare i discepoli: stare col Maestro, frequentarlo, pregarlo, ascoltarlo e meditare le sue parole per essere in grado di annunciare la sua Parola e cacciare la parte oscura che contagia il mondo e la vita. Tutto il resto: l’organizzazione, i ministeri, i carismi messi a disposizione gli uni degli altri, non sono che strumenti per realizzare questo sogno. Ricordiamocelo.

San Francesco di Sales ha reso amabile la Chiesa in un tempo di lotte; è un esempio di dolcezza e ha saputo mostrare che il giogo del Signore è facile da portare e il suo carico leggero, attirando così molte anime.
E un vero riposo per l’anima contemplare questo santo, leggere i suoi scritti, tale è la carità, la pazienza, l’ottimismo profondo che da essi si sprigiona. Qual è la sorgente di questa dolcezza? Essa viene da una grandissima speranza in Dio. Nella vita di san Francesco di Sales si racconta che nella sua giovinezza visse un periodo di prove terribili in cui si sentiva respinto da Dio e perdeva la speranza di salvarsi. Pregò, fu definitivamente liberato e da allora fu purificato dall’orgoglio e preparato a quella dolcezza che lo contraddistinse. Non faceva conto su di sé: aveva sentito con chiarezza quanto fosse capace di perdersi, come da solo non potesse giungere alla perfezione, all’amore, alla salvezza e questa consapevolezza lo rendeva dolce e accogliente verso tutti. Ma più ancora dell’umiltà quella prova gli insegnò la bontà del Signore, che ci ama, che effonde il suo amore nel nostro cuore.
San Francesco esultava di gioia al pensiero che tutta la legge si riassume nel comandamento dell’amore e che nell’amare non dobbiamo temere nessun eccesso. Scrisse un lungo Trattato dell’amore di Dio e anche un libro più semplice, ma delizioso: Introduzione alla vita devota. Quest’ultimo lo compose capitolo per capitolo scrivendo lettere ad una giovane donna attirata da Dio. Parlandone a santa Giovanna de Chantal che già conosceva diceva di aver scoperto un’anima che era “tutta d’oro” e che egli cercava di guidare nella vita spirituale.
Non riuscì però ad estendere il suo apostolato come avrebbe voluto. Non potè mai risiedere a Ginevra sua città episcopale, diventata roccaforte dei calvinisti che gliene proibirono l’accesso sotto pena di morte. Tentò una volta a rischio della vita ma inutilmente. Avrebbe potuto provare dispetto e amarezza di fronte a questo ostacolo insormontabile, ma la sua fiducia e il suo amore lo mantennero nella profonda pace di chi compie l’opera di Dio secondo le proprie possibilità. Anche questo è un trionfo della pazienza e della mitezza: non irrigidirsi, non amareggiarsi davanti a difficoltà che non si riesce a vincere ma continuare a vedere dovunque la grazia del Signore e a rendere amabili le sue vie.
Domandiamo al Signore che ci faccia assomigliare a questo santo nella sua pazienza, dolcezza, semplicità, fiducia, che lo resero così simile a Gesù mite e umile di cuore.

Sabato della II settimana del Tempo Ordinario
Mc 3,20-21: I suoi dicevano: «E’ fuori di sé».

È matto Gesù, siamo sinceri. Fuori come un balcone, pazzo da legare. Non si risparmia, dedica tutto il suo tempo all’annuncio del Regno. Si dimentica di mangiare in un tempo in cui mangiare era privilegio di pochi. È matto, fuori di testa perché contraddice il nostro modo di vivere, di intendere la religione, di vedere noi stessi. Tutti pensano, in fondo, che la vita sia una battaglia giocata all’ultimo sangue per emergere, per affermarsi, per essere qualcuno, costi quel che costi. Gli altri, al massimo, possono essere utilizzati, servire, aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi. Gesù, invece, mette gli altri nel mezzo, le loro priorità al centro delle proprie scelte. Proclama “beati” coloro che donano la loro vita per gli altri. Tutti pensano che le persone religiose influenti e capaci, come Gesù, dovrebbero fare del loro carisma l’occasione per farsi servire, per manipolare le persone, per nascondersi dietro una patina di santità. Gesù, invece, fa diventare servo il Maestro, proponendo se stesso come modello di mitezza e di umiltà. Se decidete di seguire questo folle, amici lettori, non spaventatevi se qualcuno, prima o poi, avrà da ridire sulle vostre scelte poco condivise…

Con la Lettera apostolica in forma di Motu proprio “Aperuit illis”, Papa Francesco ha stabilito che “la III Domenica del Tempo ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio”.
L’evangelista Matteo, riprendendo un’immagine del libro di Isaia, ci dice quello che è Gesù per noi: la luce. Nella nostra vita, vediamo spesso tenebre, resistenze, difficoltà, compiti non risolti che si accumulano davanti a noi come un’enorme montagna, problemi con i figli, o gli amici, con la solitudine, il lavoro non gradito…
È tra tutte queste esperienze penose che ci raggiunge la buona parola: non vedete solo le tenebre, guardate anche la luce con cui Dio rischiara la vostra vita. Egli ha mandato Gesù per condividere con voi le vostre pene. Voi potete contare su di lui che è al vostro fianco, luce nell’oscurità.
Non siamo noi che diamo alla nostra vita il suo senso ultimo. È lui. Non è né il nostro lavoro, né il nostro sapere, né il nostro successo. È lui, e la luce che ci distribuisce. Perché il valore della nostra vita non si basa su quello che facciamo, né sulla considerazione o l’influenza che acquistiamo. Essa prende tutto il suo valore perché Dio ci guarda, si volta verso di noi, senza condizioni, e qualsiasi sia il nostro merito. La sua luce penetra nelle nostre tenebre più profonde, anche là dove ci sentiamo radicalmente rimessi in causa, essa penetra nel nostro errore. Possiamo fidarci proprio quando sentiamo i limiti della nostra vita, quando questa ci pesa e il suo senso sembra sfuggirci. Il popolo immenso nelle tenebre ha visto una luce luminosa; una luce è apparsa a coloro che erano nel buio regno della morte!

Oggi vediamo Gesù che passa e dice una parola che, secondo Monsignor Lari, potrebbe riassumere tutto il Vangelo: la parola più determinante per la vita della Chiesa, ma anche per la vita di ognuno di noi. Qual è questa parola? “Tu vieni e seguimi”. Qui vediamo Gesù che chiama i primi discepoli. Che erano già discepoli del Battista, ma appena questi lo indica loro, essi abbandonano il Battista per seguire Gesù.

  • Temo Colui che passa…

Fermiamoci un po’ su questo fatto di Gesù che passa. Già sant’Agostino diceva “temo il Signore che passa”. Per quale motivo temeva? Ma per il semplice motivo che uno che passa non è uno che è fermo: se non cogli al volo il suo passaggio, poi sarà passato. Questo brano della chiamata ce l’abbiamo anche in Giovanni che racconta nei particolari l’avvenimento che aveva vissuto in prima persona. Vedendo Gesù che passava, Giovanni e Andrea lo seguirono, ma quando Egli domandò loro “Chi cercate”? sembra che rispondessero ciocca per brocca e chiesero: “Dove abiti?” Facciamoci anche noi questa domanda: chi cerchiamo? Si cerca tutto, anzi la stessa nostra vita è una continua ricerca. Si cercano abiti nuovi, monete vecchie, perle rare, pezzi d’antiquariato ecc. ecc. Quindi, tutta la vita è una ricerca. Ma quando abbiamo trovato le monete vecchie e gli abiti nuovi all’ultima moda, la ricerca finisce lì.

  • Qual è la ricerca che non finisce mai?

Mentre c’è una ricerca che non finisce mai, anzi appena si è trovato l’oggetto di questa ricerca, lo si ricerca sempre di più. Sapete qual è questa ricerca? E’ la ricerca di Dio. Più lo si trova e più aumenta il desiderio di cercarlo. Ma occorre sentire il bisogno di Lui. Com’è la nostra ricerca al riguardo? E’ una ricerca a intermittenza, che si accende e si spegne come le lucine del presepio? O è una ricerca stabile, continua e perseverante? Come si fa a cercare Dio? Guardiamo gli apostoli: ad Andrea e Giovanni l’ha indicato un altro, il Battista. Ma spesso è Gesù stesso che chiama direttamente al suo seguito. Tu che leggi in chi ti riconosci? Quando Dio è passato nella tua vita? Quando l’hai incontrato? Chi te l’ha indicato? Dove l’hai incontrato? E’ molto importante fare memoria di questi avvenimenti. Giovanni ricorda addirittura l’ora: erano le quattro del pomeriggio. In che giorno scoccarono le quattro del pomeriggio per te? Ti riconosci in Giovanni?

  • “Ho solo questo sguardo…”

Ti riconosci in Andrea? Questi dopo aver visto Gesù va a comunicarlo al fratello Simone che poi divenne Pietro. E volete sapere qual è l’ambiente più difficile da evangelizzare? E’ proprio la famiglia. E’ molto difficile parlare della propria esperienza di fede coi familiari, a parte rare eccezioni. Ma l’importante non è parlarne, è viverla la fede, perché è vivendola che la si incarna e la si trasmette.
Allora chiediamoci: quando abbiamo sentito lo sguardo del Signore posarsi su di noi? Gesù ci guarda e per chi lo accoglie il suo sguardo sarà una beatitudine, ma per chi lo rifiuta, alla fine della vita, sarà quello stesso sguardo che diventerà insostenibile, all’ora suprema del trapasso. Allora chi lo ha sempre rifiutato Gli dirà: “Ma non guardarmi con quello sguardo” e l’unica risposta che Gesù gli darà -come diceva Padre Serafino Tognetti- sapete qual è? “Ma io ho solo questo sguardo, non ne ho un altro”. Attenti dunque ad accogliere lo sguardo di Gesù, perché nessuno vi potrà sfuggire all’ultima ora, ma allora quello sguardo sarà insostenibile per l’anima che l’ha sempre rifiutato. Mentre sarà di una dolcezza inesprimibile per chi lo ha amato fin da quaggiù.


Oggi vediamo la potenza di Dio in san Paolo, divenuto da persecutore Apostolo che ha accolto la fede in Cristo e l’ha diffusa, con una fecondità apostolica straordinaria, che non è ancora cessata.
Ma poiché siamo ancora nella settimana dell’unità, riflettiamo su alcuni aspetti della conversione di Paolo che si possono mettere in relazione con l’unità.
San Paolo si preoccupava al massimo dell’unità del popolo di Dio. Fu proprio questo il motivo che lo spingeva a perseguitare i cristiani: egli non tollerava neppure il pensiero che degli uomini del suo popolo si staccassero dalla tradizione antica, lui che era stato educato, come egli stesso dice, alla esatta osservanza della Legge dei Padri ed era pieno di zelo per Dio. Ai Giudei che lo ascoltano dopo il suo arresto egli paragona appunto il suo zelo al loro: “… pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi”.
E dunque possibile essere pieni di zelo per Dio, ma in modo sbagliato. San Paolo stesso lo dice nella lettera ai Romani: “Essi hanno molto zelo, ma non è uno zelo secondo Dio”, è uno zelo per Dio, ma concepito secondo gli uomini (cfr. Rm 10,2).
Ora, mentre Paolo, pieno di zelo per Dio, usava tutti i mezzi e in particolare quelli violenti per mantenere l’unità del popolo di Dio, Dio lo ha completamente “convertito”, rivolgendogli quelle parole che rivelano chiaramente quale sia la vera unità. “Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti”. Nelle tre narrazioni della conversione di Paolo molti dettagli cambiano: alcuni vengono aggiunti, altri scompaiono, ma queste parole si trovano sempre, perché sono veramente centrali. Paolo evidentemente non aveva coscienza di perseguitare Gesù, caricando di catene i cristiani, ma il Signore in questo momento gli rivela l’unità profonda esistente fra lui e i suoi discepoli: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti”. Forse proprio allora Paolo ebbe la prima rivelazione del corpo di Cristo, del quale ha parlato poi nelle sue lettere. Tutti siamo membra di Cristo per la fede in lui: in questo consiste la nostra unità.
Gesù stesso fonda la sua Chiesa visibile. “Che devo fare, Signore” chiede Paolo, e il Signore non gli risponde direttamente: “Prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia”. Lo manda dunque alla Chiesa, non vuole per il suo Apostolo una conversione individualistica, senza alcun rapporto con gli altri discepoli. Egli deve inserirsi nella Chiesa, Corpo di Cristo, al quale deve aderire per vivere nella vera fede.

Paolo è l’unico santo di cui festeggiamo la conversione. Perché la conversione di Paolo è diventata il modello di ogni conversione, il percorso di ogni discepolato.
Fa spavento leggere la storia di Saulo. Perché è lontana dagli stereotipi che abbiamo nel cuore. È un persecutore della causa cristiana ma non è un arrogante, un violento. È un uomo di cultura, uno che è nato e che è cresciuto in una città multietnica, una metropoli del passato. Saulo si è confrontato con il mondo ellenistico e quello romano ed ha approfondito le sue radici ebraiche. Da dove gli deriva, allora, tutto quell’astio? Dallo zelo religioso! Saulo è convinto di combattere i cristiani in nome di Dio! Di combattere Dio in nome di Dio… Lo zelo è cieco, anche quello religioso. E l’unico modo di salvare Saulo è scaraventarlo in terra, farlo cadere, farlo precipitare. A volte la conversione passa proprio attraverso una caduta, un problema, un fallimento. Gesù gli fa lo sgambetto e Saulo, infine, si ravvede, inizia a riflettere. Si rialza cieco perché la cecità è la condizione della sua anima! E nella cecità dovrà restare fino ad incontrare il pauroso Anania. Sempre la Parola passa attraverso le mani inadatte di qualche cristiano non all’altezza della situazione. E da Anania Paolo riceve il battesimo e la luce. Possiamo esserci convertiti con un evento improvviso, oppure la nostra conversione dura da decenni: oggi facciamone memoria.

da http://www.lachiesa.it