Anno A – Tempo Ordinario – 2a domenica
Giovanni 1,29-34: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

Dopo l’Epifania e il Battesimo del Signore, si continua ancora sotto il segno delle “rivelazioni” su Gesù. Qualche versetto prima del brano del Vangelo odierno, Giovanni Battista diceva: “In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete” (Giovanni 1,26). E lui stesso confessa due volte: “Io non lo conoscevo”. Purtroppo, noi invece crediamo di sapere tutto su di Lui. E forse non lo conosciamo affatto. Spesso la nostra conoscenza della persona di Gesù è statica, ferma da anni, forse da una tappa della nostra iniziazione cristiana. Come se uno potesse indossare per sempre l’abito della prima comunione o della cresima!

Una nuova “epifania”: Ecco l’agnello di Dio!

La vita cristiana è un andare di epifania in epifania, di gloria in gloria, trasformati dai misteri che contempliamo. Perché i misteri hanno un potere su di noi: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2 Corinzi 3,18).

Oggi Giovanni ci rivela qualcosa di inedito che né lui né noi conoscevamo. Il Battista addita Gesù come “l’agnello di Dio”. Cosa vuole dire questa espressione? Siamo abituati a ripeterla durante l’Eucaristia, prima della comunione. Se ci pensiamo bene, però, questo titolo può risultare alquanto insolito e perfino sconcertante. Infatti, fa parte di un’altra mentalità religiosa e culturale, che ricorreva al sacrificio di animali nel rapporto con la divinità.

La parola agnello/agnelli ricorre spesso nella Bibbia. La troviamo circa 150 volte nell’Antico Testamento (la stragrande maggioranza nei libri del Levitico e dei Numeri) e una quarantina di volte nel Nuovo Testamento (nella versione italiana della Bibbia curata dalla CEI, edizione 2008).

Potremmo fare tre constatazioni. La prima è che l’agnello viene associato quasi sempre al sacrificio. È l’animale ritenuto puro, innocente, mite e, pertanto, quello preferito per il sacrificio offerto a Dio. Una seconda è che nel NT esso appare quasi esclusivamente in Giovanni: nel Vangelo (3 volte) e soprattutto nell’Apocalisse (35 volte). Una terza è che nel NT si riferisce quasi sempre al sacrificio di Cristo: “Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia” (1 Pietro 1,18-19).

L’affermazione di Giovanni “Ecco l’agnello di Dio” evoca nella mente dei suoi ascoltatori, in primo luogo, l’agnello pasquale, oppure l’agnello che era sacrificato ogni giorno, mattino e sera, nel Tempio di Gerusalemme. Ma la ricchezza di questo titolo va ben oltre. Per esempio, possiamo trovarci un’allusione al misterioso “Servo di Jahvè” (di cui si parla oggi nella prima lettura): “Era come agnello condotto al macello… mentre egli portava il peccato di molti” (Isaia 53,7.12). Tanto più che in aramaico, la lingua del Battista, il vocabolo, “talya”, significa sia “servo” che “agnello”.
Nel mettere questo titolo messianico eccezionale sulle labbra del Battista, quasi certamente l’evangelista Giovanni aveva in mente il ricco e complesso sfondo biblico, ma soprattutto l’agnello pasquale (cf. Giovanni 19,36).

Ecco l’agnello di Dio” rappresenta un’immagine rivoluzionaria di Dio, che non chiede sacrifici, ma che sacrifica se stesso. Papa Francesco la chiamava “la rivoluzione della tenerezza”.

L’agnello di Dio è colui che toglie “il peccato del mondo” (al singolare), il peccato radicale del mondo, quello di tutti gli umani di tutti i tempi. Non solo quelli individuali, ma pure la matrice del male sottostante ad ogni ingiustizia, la corruzione della storia, la degenerazione delle culture, la degradazione dei rapporti tra le persone e i popoli, la contaminazione e lo sfruttamento della natura… L’agnello di Dio ha caricato su di sé tutto il peso del male del mondo.

Va precisato però che la “giustizia” di Dio non richiede il sacrificio del Figlio, come potrebbero far pensare alcune letture tradizionali. Gesù non è la vittima richiesta per “soddisfare la giustizia” di Dio. La teologia del sacrificio è chiaramente presente negli autori del NT. Si tratta, tuttavia, di una rilettura della morte di Gesù in croce alla luce della tradizione biblica e della cultura religiosa del tempo. A pensarci bene, sarebbe inaccettabile: come potrebbe un padre richiedere la morte del figlio per perdonare?

Il sacrificio di Gesù è quello della sua estrema solidarietà: “Egli pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Filippesi 2,6-8).

L’Agnello immolato e il Leone di Giuda

Il Messia viene simbolicamente paragonato a due figure contrapposte: l’agnello e il leone. Come per sottolineare le dimensioni della mitezza e della forza del Messia. Li troviamo entrambi i titoli nel libro dell’Apocalisse. Cristo viene rappresentato prevalentemente come l’agnello, nominato 34 volte. “Un agnello, in piedi, come immolato [cioè che porta i segni, le stigmate della passione]; aveva sette corna [simbolo di potenza] e sette occhi [onniscienza]” (Apocalisse 5,6).

Ma l’agnello, prima di entrare in scena, viene presentato come il leone di Giuda: “Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli»” (5,5).

Sono queste due dimensioni anche della vita e della testimonianza cristiana: da una parte, la docilità, la dolcezza, la fragilità e la capacità di sopportazione dell’agnello; dall’altra, la forza, l’eroismo, la nobiltà e il coraggio del leone. Coniugare i due aspetti non è sempre facile. Purtroppo, tante volte quando dovremmo essere miti ci comportiamo da leoni, dominatori e aggressivi; e quando dovremmo essere dei leoni ci comportiamo da agnelli, timorosi e codardi!

Ecco, eccomi!

Concludo accennando brevemente all’aspetto della vocazione alla testimonianza che emerge fortemente dalle letture: “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”, dice il Signore al suo Servo (Isaia 49,6). Paolo si presenta alla comunità di Corinto come colui che è stato “chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio”. E Giovanni afferma solennemente: “E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.

E noi? Credo che ogni volta che nella celebrazione eucaristica Giovanni Battista addita il Cristo dicendo: “Ecco l’agnello di Dio”, noi dovremmo fare nostra la risposta del Salmista: “Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà!” (Salmo 39).

P. Manuel João Pereira Correia, mccj



P. Manuel João, comboniano
Riflessione domenicale
dalla bocca della mia balena, la sla
La nostra croce è il pulpito della Parola