Il libro di Stefano Fenaroli su una prospettiva teologica che avanza

Sulla “deep incarnation”
di Gilberto  Borghi
8 Gennaio 2026
Per gentile concessione di:
http://www.vinonuovo.it

L’Incarnazione è oggi ritornata ad essere un luogo teologico da ripensare, perché la Chiesa si trova a testimoniare questo mistero in un mondo che non condivide più il quadro cosmologico, antropologico e metafisico in cui esso fu originariamente formulato, e che pone nuove domande sul rapporto tra Cristo, il cosmo e la salvezza. Ciò sta dando origine a diverse reinterpretazioni e narrazioni dell’incarnazione, che non sempre sono in grado di parlare effettivamente all’uomo di oggi, o rispettare sufficientemente il cuore della fede che Cristo ci ha consegnato.

Vorrei iniziare la rassegna di alcune di queste interpretazioni dalla presentazione di uno splendido volume, “La teologia della Deep Incarnation” di Stefano Fenaroli, uscito nel 2024, per Queriniana, che nel 2025 ha ricevuto il premio Frosini, che segnala ogni due anni l’opera teologica che maggiormente mostra la capacità di cogliere e interpretare i segni dei tempi alla luce del vangelo.

Un testo solido, fondato biblicamente e nella tradizione, che cerca di mostrare quale sia, al momento, il mosaico di questa linea teologica, centrata sull’idea che nell’incarnazione Dio si è fatto carne in Cristo, in modo così completo da assumere non solo la storia di Gesù, ma anche le condizioni materiali dell’esistenza della creazione stessa. L’idea è quella di immaginare tre livelli di profondità dell’incarnazione: in senso stretto si dà nell’evento puntuale e storico della vita di Gesù cristo; in senso ampio si dà nella condivisione, da parte di Cristo della profondità e ampiezza delle dimensioni socio-biologiche del creato; in senso esteso si dà nel Suo compatire la sofferenza e la morte non solo del peccato, ma anche del male presente nella storia e nel mondo, in vista delle loro redenzione.

L’intento di questa prospettiva sarebbe duplice: da un lato dare una fondazione più solida alla sensibilità ecologica del mondo credente per intercettare questo aspetto tipico della nostra cultura attuale; in secondo luogo far uscire l’incarnazione dalle secche della restrizione del suo significato, legato solo alla necessità di redimere l’uomo dal peccato.

Fenaroli si muove attorno a tre assi principali. Intanto l’analisi di una fondazione biblica di questa prospettiva, attraverso la riconsiderazione dei termini “carne” e “corpo di Cristo”. Il primo non indica solo con la “ciccia” del corpo di Gesù, ma anche la “matrice malleabile della materialità”, forse potremmo dire oggi, l’energia che costituisce il creato; il secondo, nella scia paolina del corpo risorto e mistico, indica non solo la fisicità di Gesù, ma anche il fondamento inclusivo di ogni presenza di Dio nel mondo.

Il secondo asse è dato dall’analisi dell’uso dei Padri, del termine Logos, che mostra come Egli sia visto, fin dai primi secoli, come protagonista della creazione, in cui l’incarnazione diventa la pienezza della stessa, non necessitata dal peccato, ma pensata già da sempre dentro all’unica economia di amore di Dio. Una prospettiva teologica non nuova (si veda Duns Scoto o Bonaventura), ma che viene riattivata in un senso molto più esteso di quanto riconosciuto prima.

Il terzo asse, forse quello più accattivante, indica una direzione teologica possibile nel riscrivere la presenza di Dio nella creazione, trovando una nuova possibilità nel rapporto di compatibilità o meno tra la libertà dell’uomo e quella di Dio. Qui Fenaroli mostra bene come la “deep incarnation” permetta di passare attraverso le strettoie di un duplice rischio. Da un lato l’idea di una compatibilità tra uomo e Dio fondata sulla presenza diffusa di Dio nel mondo, inteso come uno spirito indefinito e trans religioso, dimenticandosi la differenza ontologica tra noi e lui. Dall’altro l’idea di una incompatibilità di fondo, tra Dio e l’uomo, che si risolve solo se Dio si “kenotizza”, cioè si trattiene dal suo strapotere e apre uno spazio all’uomo, che finisce per non riconoscere che Dio è amore personale invece cbe potenza impersonale trascendente.

La soluzione della “deep Incarnation” sta dalla parte della compatibilità, ma si radica nel riconoscere che nell’evento Cristo, Dio si mostra come relazione personale di amore con tutte le creature e in esse la sua traccia amorevole abbraccia ogni esistenza, umana e pre umana, per permettere a tutto ciò che esiste di accedere alla pienezza della comunione con sé. Questo spiega il senso della formula della deep incarantion, più volte ricordata da Fenaroli, che è “in, con e sotto”, a dire che la kenosi con cui Cristo si incarna, in realtà nasce dalla pienezza dell’amore che non si ritrae, non si annulla, ma mostra la sua forza nel consentire alla creazione di esistere liberamente perché abitata, condivisa e sostenuta da un amore libero e liberante.

Oltre alla chiarezza di questa presentazione, il testo di Fenaroli ha anche un altro merito, di essere non ideologico. L’autore segnala bene come il mosaico di questa linea teologica sia nato dal teologo danese Gregersen, che nel 2001 per primo ha aperto questa prospettiva, e oggi sia costituito da più autori, che hanno ciascuno intrapreso una propria linea di riflessione specifica. Ma, pur schierandosi a favore della deep incarnation, Fenaroli mostra anche le osservazioni critiche fatte a questa teologia, che ne mettono in luce gli aspetti più problematici, rispetto ad una sua assunzione in ambito cattolico.

Ad esempio la poca luce messa sulla descrizione precisa del rapporto effettivo tra la carne-persona di Gesù e il Logos divino. Non si può, infatti, evitare di ridire l’unione ipostatica in termini oggi compressibili, cercando di non cadere nelle nuove forme di derive che dal docetismo del I sec. al monofisismo del V sec. hanno abitato la riflessione dei padri. Oppure l’articolazione del rapporto tra l’eternità immobile di Dio e la temporalità della creazione, non ancora sufficientemente elaborata da questi autori. Anche qui, infatti sia l’esclusione reciproca di questi due termini, sia la loro unificazione necessaria, non sono sufficienti a ridire, diversamente da prima, il rapporto tra Dio e il tempo, per essere oggi ascoltabili. E poi ancora la difficoltà di ricollegare a questa prospettiva una rilettura della Trinità intesa come dinamica di amore interpersonale, che è solo accennata in alcuni di loro e non compiutamente tematizzata.

Su questa linea è possibile rintracciare nel testo, anche se Fenaroli non lo fa, una sorta di progressiva distanza o vicinanza di questi autori dall’esposizione, ancora maggioritaria oggi, del dato del depositum fidei. A partire da Edwards e la Deane-Drummond, sicuramente molto vicini a questo dato, passando per Southgate e lo stesso Gregersen, già meno vicini, per finire con la Johnson, che forse è quella, al momento, più lontana. Insomma, una prospettiva ancora in fieri, che deve maturare, ma che potrebbe dare risultati interessanti, soprattutto se saprà dare risposte alle critiche che già le vengono avanzate.