Dal regime di al-Bashir ai giorni nostri le mosse e gli obiettivi dei principali movimenti che fiancheggiano l’esercito
I movimenti radicali non si limitano al supporto militare: influenzano le strategie di Port Sudan, ostacolano i negoziati di pace e puntano a una restaurazione ideologica che minaccia di trasformare il futuro assetto dello stato. Un’analisi delle sigle, dei leader e delle milizie che reclamano un ruolo politico nel dopo-guerra

Il comandante delle Forze armate sudanesi (SAF) Abdel Fattah al-Burhan
30 Dicembre 2025
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Per gentile concessione di
NIGRIZIA, gennaio 2026
La galassia dei gruppi islamisti operanti in Sudan è complessa. Le loro posizioni nel tormentato scenario del paese non sono univoche, ma il loro riferimento è in ogni caso l’esercito nazionale (SAF) e dunque le politiche del governo di Port Sudan, sia che si tratti di appoggiarle che di contestarle. L’altro contendente nel conflitto che devasta il paese da quasi tre anni, le Forze di supporto rapido (RSF), è visto in ogni caso come il nemico da battere ad ogni costo.
La Sudan Founding Alleance, conosciuta anche come Tasees o Tasis, il governo parallelo promosso dalle RSF, si basa infatti, almeno ufficialmente, sull’idea di uno stato laico: “uno stato secolare, democratico decentralizzato basato sulla libertà, l’eguaglianza e la giustizia, senza pregiudizio alcuno verso nessuna identità culturale, etnica, religiosa o regionale”, si legge nella sua Carta programmatica.
Certo, tra una Carta programmatica ed eventuali politiche e pratiche di governo si snoda un percorso lungo e tortuoso. Ma, almeno sulla carta, la Tasees si prefigge l’esatto contrario di quello che si propongono i movimenti islamisti.
Radici lontane
Il legame tra l’esercito nazionale e i gruppi islamisti ha le radici nei rapporti con il regime del NCP (National Congress Party), partito nato dal NIF (National Islamic Front) orientato ideologicamente ai dettami del movimento dei Fratelli Musulmani lo stesso che, nell’area, influenza il governo della Turchia e del Qatar e che gode delle simpatie dell’attuale presidente somalo. L’ideologia del NIF ha guidato l’azione politica e di governo del NCP e del presidente Omar al-Bashir, che aveva portato al potere con un colpo di stato militare nel 1989.
Al-Bashir fu deposto nell’aprile del 2019 dai generali ancora al comando in Sudan, primo fra tutti il facente funzione di presidente, Abdel Fattah al-Burhan. La deposizione di al-Bashir è stata considerata fin da subito da diversi osservatori come un colpo di stato di palazzo, con lo scopo di impedire il processo di democratizzazione preteso dal movimento popolare che aveva mobilitato il paese.
Un gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare niente”, risultato sempre più evidente con la resistenza ai provvedimenti decisi dal governo di transizione a guida civile, quello in cui era primo ministro Abdalla Hamdok, e finito nel colpo di stato militare dell’ottobre 2021.
Liberi tutti
Allo scoppio del conflitto, nell’aprile del 2023, un segnale inequivocabile fu il “liberi tutti”, mascherato da evasione, per gli alti papaveri del regime dell’NCP (alcuni, tra cui lo stesso al-Bashir, ricercati dalla Corte penale internazionale per crimini commessi durante il conflitto in Darfur) che erano in carcere per provvedimenti decisi dal governo di transizione.
L’ex presidente stesso fu preso in consegna dall’esercito e messo al sicuro in un ospedale militare dove con ogni probabilità ancora si trova, ufficialmente per motivi di salute.
Ahmed Haroun
Degli altri, quello che si è mosso in modo più evidente è Ahmed Haroun, tra i ricercati dalla Corte dell’Aia e ultimo presidente del NCP. Rifugiatosi nel Sudan orientale – culla dell’islamismo sudanese e sede provvisoria del governo trasferitosi da Khartoum a Port Sudan – ha contribuito alla mobilitazione di migliaia di uomini che hanno formato gruppi armati che hanno combattuto e combattono a fianco dell’esercito nazionale.
Secondo un documento visto da Reuters, sarebbero alcune migliaia gli uomini direttamente legati all’NCP che sarebbero operativi in unità speciali dell’esercito e delle forze di intelligence. Haroun, inoltre, si sarebbe preso il merito di aver addestrato e armato decine di migliaia di semplici cittadini, sul modello delle Popular Defence Forces (PDF – Forze di difesa popolare) attive nei primi anni del regime di al-Bashir. Questi civili avrebbero fatto nascere milizie locali che avrebbero contribuito in maniera significativa alla tenuta prima e alla controffensiva poi delle SAF.
Forte di questo contributo, Haroun ha recentemente dichiarato che l’NCP punta a ritornare al governo a guerra finita, condividendo il potere con l’esercito.
Influenza islamista
Secondo fonti interne alle SAF sentite da Reuters, l’influenza e il supporto islamista nell’esercito – in termini di uomini, armi e fondi – sarebbe così forte che al-Burhan avrebbe il suo bel da fare nel bilanciarlo, anche per tenere aperti canali diplomatici e negoziali.
Un’analisi dell’influenza islamista sulla politica estera di al-Burhan, e in particolare sui negoziati per la ricerca di una soluzione al conflitto, si trova in un contributo di Omar el Garrai, direttore del centro per la riforma del curricolo scolastico nel governo di transizione guidato da Abdalla Hamdok.
Il documento è stato pubblicato dal Sudan Tribune con il titolo “Muslim Brotherhood, al-Burhan and the legacy of deception” (Fratellanza musulmana, al Burhan e l’eredità dell’inganno). Con riferimento a tutte le volte in cui le posizioni sudanesi attorno ai tavoli negoziali non sono state fatte in buona fede e sono poi state riviste alla luce di pressioni interne, ad opera delle forze islamiste.
La Brigata al-Baraa Ibn Malik
Tra i gruppi armati islamisti cresciuti nel Sudan orientale il più importante è probabilmente il al-Baraa Ibn Malik Brigade, che prende il nome da un famoso eroe del periodo dell’espansione dell’islam. Secondo stime credibili sarebbe forte di almeno 20mila armati e sarebbe stato in prima linea nella battaglia per la riconquista di Khartoum, tanto che un suo comandante è stato fotografato davanti al palazzo presidenziale appena strappato alle RSF. Per crimini commessi nel suo operato, i suoi comandanti sono stati recentemente sanzionati dall’ONU e dagli Stati Uniti.
La Brigata al-Baraa Ibn Malik si collocherebbe nel contesto ideologico dell’islamismo salafita e sarebbe formata da esponenti del ceto medio e delle élite sudanesi che hanno sostenuto il regime islamista del NCP e hanno goduto dei tanti privilegi a loro accordati.
Sarebbero pronti e interessati a trasformarsi in movimento e partito politico alla fine del conflitto, probabilmente in competizione con l’NCP, che invece si rifà ad un’ideologia islamista diversa, quella della Fratellanza Musulmana.
Certo, la brigata non sembra interessata a confluire nell’esercito. Anzi, sta opponendo una forte e minacciosa resistenza a provvedimenti delle SAF che hanno lo scopo di ridimensionarne l’indipendenza. I suoi leader hanno addirittura chiesto il licenziamento del capo di stato maggiore delle SAF.
Hizb al-Tahrir: il sogno del califfato
In forte contrasto con le autorità di Port Sudan è anche il braccio sudanese di Hizb al-Tahrir (partito della liberazione) un movimento islamista radicale panarabo, pure in crescita nel Sudan orientale, che sostiene la creazione di un califfato nella regione di cui il Sudan sarebbe solo un’unità costitutiva. Discorsi ed obiettivi non troppo lontani da quelli dichiarati dall’ISIS, che, per ora, si sono limitati alla mobilitazione politica.
Il movimento, con un seguito per ora limitato, nei mesi scorsi ha organizzato una serie di manifestazioni in diversi centri urbani del Sudan orientale alla fine della preghiera del venerdì. Obiettivo: protestare per le trattative di pace attualmente in campo che, a parere dei suoi leader, farebbero gli interessi americani e sauditi, piuttosto che quelli sudanesi.
Interessante notare che le manifestazioni non sono state limitate dalle autorità competenti che hanno invece contrastato duramente quelle organizzate per ricordare l’inizio della rivoluzione democratica, il 19 dicembre.