L’attualità di Tommaso d’Aquino si manifesta nella sua lettura del desiderio e della volontà umani. Dio si offre, ma senza violare la nostra libertà

Franco Corbisiero, “Via Crucis” (foto dalla pagina Facebook di F. Corbisiero

Angelo Campodonico
Pubblicato 5 Gennaio 2026
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Mi è capitato di mostrare in recenti convegni che cosa un autore apparentemente così lontano da noi come Tommaso d’Aquino, di cui sono ricorsi nel 2025 ottocento anni dalla nascita, possa suggerire ancora nella vita concreta di un uomo di oggi, rispondendo ad istanze presenti nella mentalità comune. Mi sono soffermato, soprattutto, su tre aspetti.

In primo luogo, sul desiderio di felicità e di compimento. Oggi potremmo parlare anche di domanda di senso della vita. Il sociologo Helmut Rosa afferma che “la promessa eudemonistica dell’accelerazione moderna si fonda (…) sull’idea (inespressa) che l’accelerazione del ‘ritmo di vita’ sia la nostra risposta (ossia la risposta della modernità) al problema della finitezza e della morte. È superfluo dire che purtroppo la promessa alla fine non viene mantenuta” (Accelerazione e alienazione, Einaudi 2021).

La prospettiva di Tommaso è una risposta a questo rischio di delusione: “Il desiderio delle ricchezze è infinito in modo diverso da come è infinito il desiderio del sommo bene. Infatti quanto più perfettamente si possiede il sommo bene, tanto più si ama e si disprezzano le altre cose. Infatti, più si possiede una cosa e più si conosce. Perciò in Sir., 24, 29 si dice: ‘Chi mangia di me avrà ancora fame’. Invece, nel desiderio delle ricchezze e di qualsiasi bene temporale accade il contrario. Infatti, quando ormai si possiedono, non sono più apprezzate e se ne desiderano delle altre, secondo come si allude in Gv. 4, 13 quando il Signore dice: ‘Chi beve di quest’acqua’, che simboleggia i beni temporali, ‘avrà ancora sete’. E ciò perché se ne conosce di più l’insufficienza non appena li si possiede. E quindi questo fatto dimostra la loro imperfezione e che il sommo bene non risiede in essi” (ST. I-II, 2, 1 ad 3).


L’incontro con Dio in quanto pienezza di essere e di bene potrebbe infondere stabilità all’esistenza, liberandoci dall’ansia provocata dall’accelerazione del ritmo di vita. Neppure l’indagine scientifica, pur affascinante e valida in se stessa basta, secondo Tommaso, perché rimanda ad un ordine più comprensivo e, in ultima analisi, a Dio.

Ma se oggi si può anche desiderare e auspicare l’incontro con Dio, più difficile è riuscire a pensare Dio adeguatamente entro una diffusa prospettiva sul reale tendenzialmente orizzontalista e omologante. Tommaso, tuttavia, ci permette di concepire Dio come pienezza d’essere, quindi trascendente, che fonda la bontà e autonomia del creato: “Sottrarre perfezione alla realtà creata significa sottrarla alla divina natura”

In secondo luogo, la felicità è fatta di incontri imprevisti. Oggi, per esempio, si viaggia molto sperando segretamente di farne. Non a caso, Happening deriva da to happen (accadere) da cui happiness (felicità). Talvolta, tuttavia, accade che si finisca per ottenere qualcosa di radicalmente diverso da ciò che si cercava nella vita personale e nella storia umana (eterogenesi dei fini). Viene da chiedersi: se Dio c’è, possibile che non c’entri con le cose che ci accadono, con quelle che dal nostro (ristretto) punto di vista vanno bene o con quelle che vanno storte?

Tommaso ha una concezione della Provvidenza divina che si colloca tra gli opposti dell’occasionalismo (un Dio che interviene in ogni occasione) e del deismo (un Dio che non interviene per nulla sul mondo una volta creato).

Questo Dio si colloca “al di là dell’ordine della necessità e della contingenza” (S.T. Bonino, Dieu alpha et omega. Création et providence, Parole et Silence 2022). Egli può anche intervenire nel mondo da lui creato (e perfino sulla libertà dell’uomo), ma discretamente, senza fargli violenza: “Ciò che è mosso da altri subisce una costrizione, se è mosso contro la propria inclinazione: ma se è mosso da chi gli conferisce la sua stessa inclinazione, non si può dire che viene costretto; così i corpi gravi non subiscono costrizione quando dalla causa che li produce sono mossi verso il basso. In modo analogo, quando Dio muove la volontà, non la costringe: perché è lui stesso che le conferisce la sua inclinazione naturale” (ST. I, 105, 4 ad 1). Questo è il significato della Grazia divina che si manifesta anche attraverso gli incontri apparentemente fortuiti.

Infine s’impone un accenno al tema del piacere come possibile criterio di verifica del cammino di maturazione umana. Osserva Tommaso: “Dal momento (…) che ‘nessuno’, come dice il Filosofo, ‘può rimanere a lungo con la tristezza, senza un piacere’, è necessario che dalla tristezza nascano queste due cose: primo, l’abbandono di ciò che contrista; secondo, il passaggio ad altre cose in cui si prova piacere. Così il Filosofo nota che coloro i quali non sono in grado di gustare i piaceri spirituali, sono portati ai piaceri materiali” (ST. II-II, 35, 4 ad 2).

Del piacere non si può fare a lungo a meno, ci avverte realisticamente Tommaso sulla scia del pagano Aristotele. Quindi la sua etica può anche essere letta come un’etica della conversione dei piaceri e della loro gerarchizzazione nella prospettiva di una unificazione della persona che infonda senso alla vita. Anche questo è un aspetto che lo avvicina a noi estetizzanti uomini del XXI secolo.