Duccio - 1311

40 Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!» 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!» 42 Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». 45 Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

La guarigione del lebbroso costituisce un segno messianico. Attesta cioè che il Regno di Dio è operante in mezzo agli uomini. E porta con sé novità sconvolgenti. Ne segnaliamo tre:

La lebbra. Malattia fortemente simbolica per la deturpazione che provoca all’organismo umano, è congiunta all’impurità, è indicativa di uno stato di peccato. Ancora oggi esistono culture ove il lebbroso è, per certi aspetti, un maledetto. La lebbra è considerata nel mondo ebraico sotto l’aspetto religioso e non sotto l’aspetto medico-sanitario.

L’intoccabile toccato. Poiché maledetto, il lebbroso è messo al bando. Dice il libro del Levitico (13,46): “… se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”. La segregazione consegue all’impurità. Se il lebbroso si muoveva fuori dai confini ove era costretto, doveva camminare portando legati alle caviglie dei campanelli che, suonando, avvertissero la gente della sua prossimità affinché potessero allontanarsi. Gesù di Nazareth tocca un intoccabile. Con questo gesto egli afferma che nel Regno di Dio cadono le barriere tra puro ed impuro.

L’esortazione al silenzio. Più volte Gesù chiede di non divulgare gli eventi straordinari, i miracoli. Essi non sono “eccezioni alla regola” ma annuncio, poiché il miracolo rivela la signoria di Dio su ogni realtà Il miracolo non salva. Solo la fede salva. La ricerca del miracolo non educa alla fede. Il cristiano crede ai miracoli ma non conta su di essi per radicare la propria fede. La fede nasce dall’ascolto della Parola.

1. “LO VOGLIO, GUARISCI”

In queste parole chiare e dirette è contenuto un annuncio fondamentale. Gesù Cristo rivela che Dio non è amico della malattia, del dolore e delle segregazioni. Dio ha creato l’uomo non per la sofferenza ma per la gioia. Malattia e sofferenza sono frutto, secondo il racconto biblico, d’un disordine che è frutto del peccato e non del cuore amoroso del Signore.

È impegno di tutti i cristiani combattere la malattia e le sue cause Gesù invia i discepoli dando loro queste consegne: “Predicate il Vangelo, guarite gli infermi”. Per questo in tutti i Paesi di missione, sempre, accanto alla chiesa, sorge l’ambulatorio, l’ospedale, il dispensario. Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi ha scritto che “la promozione umana è parte integrante dell’evangelizzazione”. Promuovere l’uomo significa garantire la sua dignità. Garantire alle persone le condizioni sanitarie, igieniche, nutritive cui hanno diritto è parte dell’annuncio evangelico.

La storia della comunità cristiana attesta l’opera dei santi a favore dei sofferenti. I cristiani sono spinti, prima che da una ragione sociale, filantropica, da una obbedienza allo stile e alla parola di Gesù. I ricercatori scientifici, gli operatori sanitari, anche se nel loro lavoro non ci pensano, di fatto stanno obbedendo al Vangelo nel loro impegno per curare gli infermi. Ricordo la gioia d’una religiosa infermiera, a servizio d’una comunità per malati di Aids, nel dire che, grazie alle medicine, i suoi malati potevano ormai vivere lungamente. Conosciamo, in questo settore, la grave ingiustizia di cui sono vittima alcuni Paesi, specie in Africa, dove questa malattia è molto diffusa, ma l’alto costo dei medicinali rende impossibile la salvezza di tante vite umane.

2. LA COMPASSIONE

Il sentimento di Gesù L’emozione del Signore è espressa col verbo greco “splankisteis” che significa “avere viscere di bontà” e anche “adirarsi”. Qualche traduttore preferisce questa seconda traduzione per dire come Gesù, insieme alla compassione per il lebbroso, provi indignazione nei confronti dello stato di segregazione coatta in cui il lebbroso è costretto a vivere.

Le ragioni dell’emarginazione È un fenomeno che si manifesta allorché un determinato sistema non può trarre profitto da qualcuno dei suoi membri. Se un dispositivo non funziona a vantaggio del sistema, lo si elimina. Per natura sua il sistema tende a integrare tutti quelli che gli servono, ma elimina tutti quelli che gli creano difficoltà. Leggiamo da un commentatore: “La logica fondamentale del sistema è quella della sua autoconservazione e possibilmente del suo sviluppo. Nasce allora l’infinita schiera degli emarginati che, come il lebbroso del Vangelo, sono costretti a vivere ai margini della società: uomini che sono dei rottami e delle larve; profeti che gridano al vento; esseri che la società ha messo nella pattumiera dei rifiuti. Non è sempre conveniente uccidere un uomo fisicamente quando lo si può uccidere socialmente e moralmente” (S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Marco, EDB, p. 69).

Questi criteri guidano il sistema economico, sociale, politico. Possono anche guidare il sistema scolastico (“Insegno soltanto per gli intelligenti – diceva un docente – e non mi curo di quelli che fanno più difficoltà, perché io voglio svolgere il programma”). Anche la comunità cristiana è stata guidata da simili criteri quando ha messo al margine figure ritenute scomode, magari poi, a distanza, proclamate sante.

La nostra indignazione e la nostra compassione

Chiediamoci se siamo capaci di indignarci innanzi alle ingiustizie, le sopraffazioni, le messe al bando di tutti i tipi. E chiediamoci cos’è la compassione. Significa “patire con”, cioè sentire come l’altro sente. È l’attitudine che oggi è chiamata empatia. È facile patire con chi patisce o invece allontaniamo da noi le situazioni che potrebbero indurci alla compassione? Accade che ci difendiamo da quei contatti che potrebbero farci provare compassione? Non concludiamo subito: “perché siamo egoisti”. Esistono probabilmente anche altre motivazioni da conoscere.

La paura del dolore. Dio non ci ha creati per soffrire ed è proprio della nostra natura fuggire la sofferenza. Non scandalizziamoci del nostro disagio innanzi alla sofferenza nostra e altrui.

L’ignoranza. Sovente rifuggiamo il contatto col malato in nome di precauzioni per la nostra salute che nascono da disinformazione. Il panico innanzi ai malati di Aids è spesso causato solo da ignoranza.

La mancanza di risorse. Il contatto con la malattia non ci è naturale; chiede un certo superamento di sé facendo appello a risorse interiori. In alcuni momenti tutti noi possiamo mancarne, alcuni ne sono particolarmente privi. Succede che qualcuno stia davvero male dopo una visita a un malato in ospedale per aver visto tanta sofferenza. È necessario esercitarsi nel saper reggere. La sofferenza non è lo scopo della vita, va combattuta, ma è parte del vivere di ognuno. Educare i bambini a restare progressivamente a contatto con chi soffre. Non nascondere loro la morte. Esistono adulti che restano eterni immaturi, incapaci di far fronte alle più elementari difficoltà dell’esistenza.

L’incapacità a relazionarsi. Ci si può trovare nella condizione di non sapere come relazionarsi, che cosa dire a un malato grave. Ricevuta notizia d’una persona gravemente inferma, si può rimanere bloccati e, pur desiderandolo, si è impediti nell’andare a fargli visita.

Il rinvio ai nostri limiti. Il malato, come ogni altra persona in disagio, ci mette necessariamente a contatto con parti del nostro vissuto, con le quali noi non siamo riconciliati e che pertanto cerchiamo di sfuggire. Ad esempio, può esserci in noi disagio nei confronti della malattia perché siamo stati noi stessi malati, o qualcuno a noi molto caro lo è stato. Aver di fronte un malato ci rinvia a quello che già abbiamo sofferto. E cerchiamo di sfuggirvi. È legittimo e comprensibile.

Come educarci alla compassione

La compassione è sentimento di Gesù, profondamente umano ma non garantito dalla nostra sensibilità umana. L’ascolto della Parola di Dio, l’Eucaristia, la preghiera sono il nutrimento della nostra compassione. Va invocata, accolta, custodita.

La compassione nasce anche dal conservare uno sguardo vero, e non riduttivo, verso colui soffre. Non ridurre mai il malato al suo solo bisogno. Il malato è una persona, che è malata, ma è anzitutto una persona. Solo guardandolo così nasce in noi la compassione, il saper patire con lui. Facilmente colui che soffre è emarginato, anche da coloro che lo amano, entro i soli confini della sua malattia, dimenticando chi è veramente, con la sua dignità, i suoi affetti, sensibilità, indole, professione, cultura… Non riduciamoci mai a conversare col malato soltanto della sua malattia ma di tutto ciò che lo ha sempre interessato.

La compassione si acquisisce tramite l’esercizio di gesti, parole e sguardi compassionevoli. Si è molto aiutati in questo dall’appartenenza ad una comunità compassionevole, ove giovani e adulti si aiutino reciprocamente nell’acquisire questa virtù umana ed evangelica.

3. “STESE LA MANO, LO TOCCÒ”

Il duplice gesto ha il sapore d’una liturgia. Gesù tocca l’intoccabile, l’impuro e lo rende puro. E lo invia poi, guarito, ai sacerdoti “a testimonianza per loro”, poiché essi sono i custodi della legge che separa il puro dall’impuro, il sacro dal profano, il giusto dal peccatore. Con Gesù cade il muro di separazione (cfr. Ef 2,14), poiché Dio si è fatto, in Gesù, solidale con tutti. Dall’atteggiamento di Gesù siamo indotti ad apprendere:

La prima guarigione è l’incontro. Stendere la mano verso qualcuno, toccarlo, significa riconoscerlo come persona, nella sua concreta condizione, nella sua lebbra. E già tale gesto è terapia e, in certa misura, guarigione. È importante stringere la mano a un infermo, accarezzarlo, mostrargli la nostra vicinanza anche corporea: significa condividere con lui, quasi un desiderio di prendere su di noi il suo male. Non glielo togliamo, ma lo aiutiamo a portarlo.

Non lasciamo solo chi soffre. La vicinanza di Gesù al malato, e la sua indignazione per la segregazione cui era obbligato, sono indicative d’uno stile da assumere verso chi soffre: non lasciarlo solo. Chi è malato, chi è anziano, non produce più, non ha voce e facilmente è dimenticato. Lo dicono spesso quanti sono costretti all’immobilità: “In casa sono tutti gentili, ma sono sempre tanto occupati; non possono aver tempo per me”. Riscoprire l’opera di misericordia visitare gli infermi, sapendo che il malato è depositario d’una particolare presenza del Signore.

Il lebbroso guarito diventa apostolo. “Cominciò a proclamare e a divulgare il fatto”. C’è qui una segnala­zione preziosa, valida per ogni tempo e luogo. Il Vangelo è proclamato da chi non conta, da chi è escluso: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato” (1Cor 1,28a). Scrive un autore: “Il Vangelo ci viene sempre testimoniato dai poveri. Noi stessi saremo in grado di testimoniarlo quando saremo in quella stessa condizione, come individui e come comunità. È infatti la croce di Cristo la nostra salvezza”. (S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Marco, EDB, p. 69. ) Un cristiano ricco, sicuro di sé, sembra inadatto ad annunciare il Vangelo. Così una Chiesa che si creda vincente, assisa tra i grandi, non pare idonea a proclamare la gioiosa notizia della salvezza portata da Gesù, l’amico di tutti peccatori e di tutti i poveri.

Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita

Credere non significa non piangere. Non mi scandalizzo di avere paura di confrontarmi con la sofferenza mia e degli altri. Come il lebbroso anche io ho bisogno di essere toccata e guarita; mi metto davanti al Signore e riconosco le mie malattie e le mie ferite…

1 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2 e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. 3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» 8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio, e va’ a casa tua». 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

La pagina ascoltata è parte di un complesso di cinque dibattiti – conflitti che insorgono attorno all’operato di Gesù. Possono essere considerati all’interno delle discussioni delle scuole rabbiniche oppure indicativi di questioni che la comunità cristiana, entro la quale l’evangelista Marco scrive, stava affrontando.

Ecco le cinque dispute: 1. Il perdono dei peccati (Mc 2,7) 2. Accogliere nella comunità i peccatori, stare a mensa con loro, Levi – Matteo (Mc 2,16) 3. Il digiuno (Mc 2,19) 4. Cogliere spighe in giorno di sabato (Mc 2,23) 5. Guarire in giorno di sabato (Mc 3,4)

Questi conflitti provocano gli interlocutori di Gesù in modo crescente, da una reazione solo interiore a un proposito esplicito di ucciderlo.

1. L’INFERMO

Gesù si rivolge a lui con due espressioni imperative: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, “Alzati e cammina”. Alcune osservazioni.

Il nodo dell’episodio è il perdono dei peccati. Da diversi punti di vista:

  • dell’interessato: sorpresa, non se l’aspettava;
  • degli scribi: lo scandalo per la bestemmia;
  • della folla: l’esultanza.

Poniamoci anzitutto dalla parte del paralitico. Si aspettava ben altro, come chiunque di noi. Non intendeva scomodare l’onnipotenza divina alla quale soltanto – è cosa nota – compete il perdono dei peccati. Gli bastava un piccolo prodigio compiuto da questo guaritore di cui tutti parlavano.

Una parola sul peccato. L’evangelista non intende dire che quest’uomo, il paralitico, sia particolarmente peccatore, ma che è in condizione di peccato come ogni uomo. In greco, peccato si dice amartìa. Il vocabolo ebraico equivalente significa fallire il bersaglio, smarrire la via. Forse ha una radice beduina: in marcia nel deserto alcuni abbandonano la carovana, si perdono, rischiando di morire. Ma Dio, nella sua bontà, li riacciuffa e li ricolloca nella carovana della salvezza. Il peccato è un uscire dalla carovana.

Il paralitico ha altre preoccupazioni che riguardano il suo corpo, non la sua anima. Gesù non le disprezza affatto; Egli sa quanto poco sia vivibile la vita dentro un corpo immobile, paralizzato. Il bisogno della guarigione è serio e legittimo. Ma Gesù sa anche che in quell’uomo, come in ogni uomo, c’è un altro bisogno, forse inconsapevole: quello di rientrare nella carovana, di essere salvato, di restituire un significato alla propria vita.

Il primo gesto d’amore di Gesù consiste nel mettere il paralitico a contatto con un bisogno che lo abita, ma del quale lui non ha forse coscienza. Lo mette a contatto col suo peccato, non suscitando in lui un senso di colpa, ma annunciandogli che il suo peccato, qualunque esso sia, è già perdonato.

Quando gli dirà che è anche guarito nel corpo, si rivolgerà a lui con questo verbo “Alzati”, che ha un forte significato simbolico. È come se gli avesse detto: “Risvegliati, rinasci, risorgi”. L’intento dell’evangelista è di affermare che quanto avviene sotto lo sguardo di tutti (il paralitico si alza, prende il suo lettuccio e se ne va in presenza di tutti) è segno visibile di quanto invisibilmente è realmente accaduto in quell’uomo.

L’incoscienza del peccato. Nella Bibbia la vicenda del vitello d’oro dice che nel credente è sempre in agguato un processo riduttivo. Noi spegniamo le nostre attese, spesso senza accorgercene. Con facilità non sappiamo più cos’è il peccato. È soltanto la Parola di Dio che, suscitando in noi il senso della fede, suscita anche il senso del peccato. Come il contatto col pulito, con l’ordine, ci fa capire cos’è lo sporco e il disordine, così è solo il contatto col bene, con la santità, che ci fa capire cos’è il male. Non a partire dalla nostra introspezione ma a partire da una presenza luminosa noi ci accorgiamo della tenebra in cui siamo caduti. È sempre rischioso per l’uomo prendere coscienza dei propri peccati, se manca in lui la consapevolezza del perdono a portata di mano. È quello che fa Gesù col paralitico.

2. I QUATTRO BARELLIERI

Di questi uomini non conosciamo né il nome né il volto. La casa ove si trova Gesù è piena di gente, non c’è “più posto neanche davanti alla porta”, dice il testo. Scrive un autore: “La casa palestinese si compone normalmente d’una sola stanza, con sopra un tetto piano fatto d’un traliccio di rami poggiante su traverse di legno e ricoperto d’uno strato di fango secco che dev’essere risistemato ogni anno prima della stagione delle piogge. È dubbio che si possa fare un buco nel tetto se la casa è piena di gente” (E. Schweizer, Commento al Vangelo di Marco, Ed. Paideia, pp. 66-67).

L’iniziativa di questi uomini è probabilmente simbolica, per esprimere la loro generosità e intraprendenza. Marco chiama fede questa loro audacia e costanza

È fede in qualcuno? Fede generica in Dio? Nel maestroguaritore, Gesù di Nazareth? Oppure è soltanto la fede di chi non si arrende, non si dà per vinto, non accetta che la malattia, la paralisi, sia l’ultima parola pronunciata su un uomo? Anche attorno a noi, vivendo nel mondo e condividendo le condizioni più ordinarie di vita, possiamo riconoscere uomini e donne animati da questo tipo di “fede”, perché impegnati a estrarre il meglio dalla vita, o persone senza “fede” perché spente, rassegnate, che hanno tirato i remi in barca.

Ci sono persone, tra i giovani come tra gli adulti, che non si rassegnano a dire che non c’è più nulla da fare e spendono la loro esistenza perché qualcosa cambi nel mondo. Altri invece, sono paralizzati nel cuore, abitati da una mortificante sfiducia, incapaci di qualunque sogno e ancor meno di un gesto d’amore.

Il movimento, l’iniziativa, lo slancio dei quattro barellieri è tutto il contrario della paralisi dell’uomo che portano sulle spalle. Forse proprio perché sono così appassionati alla vita non sopportano che essa sia bloccata in qualcuno. E questo è già germe di fede. Possiamo anche chiederci se Gesù non riconosca se stesso in questi quattro uomini che si stanno prodigando per un altro. Non possono quei quattro rinviarci al buon samaritano, o al buon pastore, o al buon vignaiuolo, tutte immagini create da Gesù per parlare della cura di Dio per l’uomo?

La fede è loro: “vista la loro fede”. Non si fa cenno a nessuna attitudine dell’infermo verso Gesù. Diremmo che lui non ha nessun merito: lo hanno portato. Non solo perché lo hanno caricato sulle spalle, ma perché lo hanno portato col loro ardore, con la loro fede. Più volte nei Vangeli, innanzi a un infermo, sono annotate le parole di Gesù: “la tua fede ti ha salvato”. Qui sembra proprio che il paralitico sia totalmente passivo. Operano i barellieri e Gesù: “Uomo, sei perdonato per la fede di quelli che ti portano”.

Due osservazioni:

La fede è creatività; incalza la fantasia perché inventi. Sovente non riusciamo a pensare e a intraprendere nuovi percorsi perché la nostra fede è debole, vacillante. La fede che inventa, si fa operosa, intraprendente, si concretizza in gesti d’amore.

La fede è supplenza: come la preghiera di Abramo ha intenerito il cuore di Dio che voleva distruggere la città peccatrice, così tutti i veri credenti suppliscono alla mancanza di fede di molti. Scrive un autore: “Il mondo è aggrappato ai santi, la città è salva per pochi giusti”. Esiste un magnetismo del bene. La persona buona irradia attorno a sé un campo magnetico di luce, di grazia, di misericordia. Spesso noi siamo stupiti delle buone ispirazioni che germogliano in noi, della speranza che non ci abbandona nonostante la prova e forse ci chiediamo da dove ci venga tutto questo. È il campo magnetico del bene di persone che, come i quattro barellieri, non hanno né nome né volto. È il mistero della comunione dei santi. Notiamo ancora che la supplenza dei santi dura finché è necessaria e vien meno quando noi possiamo provvedere a noi stessi. È ammirabile nel Vangelo ascoltato la discrezione dei quattro barellieri, i quali scompaiono tra la folla non appena il loro servizio è terminato. Non c’è una parola nè un plauso per loro. Chi serve lo fa in silenzio, in modo gratuito.

3. L’ACCUSA E L’ESULTANZA

L’accusa

La reazione degli scribi è giustificata. Nel loro cuore prendono giuste distanze dalle parole di Gesù. Poiché soltanto Dio può perdonare i peccati, neanche il Messia lo avrebbe potuto fare. Qui c’è uno che si arroga il potere di Dio, il potere più forte, quello che “rimette”, cioè allontana ed annulla il peccato dell’uomo. Gesù bestemmia. Gesù si rivolge agli scribi e chiede loro: “«Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua.» Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti…”.

Lo svolgersi dei fatti sembra dire il desiderio di Gesù di evangelizzare gli scribi. La loro riserva interiore e l’accusa di bestemmia erano giustificate. Hanno diritto di sapere che qui sta accadendo un evento nuovo, imprevisto. E Gesù, soprattutto per loro, sembra guarire la paralisi del corpo a conferma della guarigione operata nella paralisi dell’anima.

L’esultanza

Il testo italiano traduce l’originale greco meraviglia e gioia, che coinvolge, espressa con quelle parole: “Non abbiamo mai visto nulla di simile”. Una traduzione più fedele dovrebbe dire che impazzivano di gioia. Il sollevarsi del paralitico guarito è così descritto dal testo latino: “surrexit ille. Et abiit coram omnibus”.

Quel surrexit non può che rinviarci alla risurrezione di Gesù, sorgente della vita nuova di cui l’uomo sanato usufruisce. Egli anticipa la Pasqua del Signore, alla quale il Vangelo di Marco sempre mira, e nella quale ognuno troverà salvezza. Quel surrexit del corpo è anche profezia della risurrezione dei nostri corpi che nell’eskaton diventeranno gloriosi.

Ma è anche importante quel coram omnibus, davanti a tutti. In questa pagina c’è una grande coralità: la folla dentro e fuori la casa, i barellieri, gli scribi e poi ancora la folla esultante. Agli occhi di tutti l’infermo è restituito alla propria autonomia: “prese il suo lettuccio e se ne andò”. Il peccato è una patologia che ripiega l’uomo su di sé. Il perdono lo restituisce alla sua capacità di relazione con Dio e con gli uomini.

Dice il testo che la meraviglia e la gioia coinvolgono tutti. Anche gli scribi? Probabilmente sì. Non c’è motivo per ritenere che si siano rifiutati di arrendersi agli eventi straordinari accaduti. L’evangelista ci consente di pensarlo. Perché non credere, nella nostra vita, nella Chiesa oggi, che persone le quali, con onestà, in base alle loro informazioni, hanno espresso un severo e legittimo giudizio, non siano capaci di cambiare avviso? In questa luce la presenza dolce e autorevole di Gesù, nel Vangelo ascoltato, è fonte di luce per tutti: per il paralitico, perdonato e guarito, per la folla, testimone esultante, per i quattro barellieri appassionatamente impegnati perché quel corpo guarisca, per gli scribi, custodi della legge, che detestano la bestemmia perché vogliono la salvezza eterna dell’uomo e lodano Dio con i più poveri, quando l’impossibile si avvera. Per questa ragione il titolo di questa meditazione era comunione dei santi, di tutti i santi, anche di quelli ai quali noi non faremmo credito.

Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita

Riconosco che nella mia vita, come per il paralitico, ci sono dei “barellieri” che mi hanno portato e mi portano a Gesù. A volte sono capace di farmi carico dei fratelli e delle sorelle, forse anche quelle della mia comunità, per portarli al Signore…

http://www.ism-regalita.it/Testi/Vino_nuovo.pdf