Lectio divina sul Vangelo di Marco (2)

PRIMA LECTIO
“Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1-8)
Fede e adempimento delle Scritture
1 Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. 2 Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. 3 Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, 4 si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5 Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6 Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico 7 e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».
(I testi biblici a cui facciamo riferimento sono tratti dalla Bibbia di Gerusalemme e riproducono la versione della Bibbia a cura della Conferenza Episcopale Italiana, anno 1971).
Inizio, in greco “arché”, in latino “principium”. Per Marco l’inizio del Vangelo è un termine che non ha solo valore cronologico, ma teologico. Il Vangelo, di cui egli si accinge a scrivere, non è solo l’inizio della storia di Gesù ma il principio di tutto.
Tornano le parole del prologo della prima Enciclica di Papa Benedetto Deus Caritas est: “All’inizio della vita cristiana non c’è una grande idea o una decisione etica ma un avvenimento, un incontro con Gesù Cristo”. Il “principio”, cioè il cuore, il centro, il motore della vita cristiana è il Vangelo. Ancora Papa Benedetto, commemorando i quaranta anni della Dei Verbum, diceva: “La Chiesa non vive di se stessa ma del Vangelo e dal Vangelo sempre trae orientamento per il suo cammino. È infatti la Parola di Dio che, per l’azione dello Spirito Santo, guida i credenti verso la pienezza della verità (cfr. Gv 16,13)”.
Inizio dice pure che il Vangelo non si è manifestato come una realtà totalmente preconfezionata ma ha avuto un principio, uno sviluppo, e continua a crescere sotto l’impulso dello Spirito. Inizio, poi, non è cancellazione del passato, del Vecchio Testamento, ma è sottolineatura della novità costituita da Gesù di Nazareth che compie le promesse dei profeti. Infatti Marco cita subito Isaia.
Vangelo: Non è solo la Buona Notizia annunciata da Gesù, ma è anche quella che la Chiesa vive, elabora e propone. Come Paolo dirà il mio Vangelo, così Marco propone il proprio, che è sempre l’unico Vangelo di Gesù, ma col collaudo personale di Marco. Ogni cristiano attualizza l’unico Vangelo. I santi, in modo peculiare, hanno riannunciato in modo personalissimo il Vangelo del Signore. È stato scritto che Francesco d’Assisi è una Parola nuova.
Gesù Cristo, Figlio di Dio: Marco colloca i sedici capitoli del suo Vangelo tra due professioni di fede: questa, che è dello stesso evangelista e della sua chiesa, e quella del centurione, figura del catecumeno ai piedi della croce (Mc 15,39). Per l’evangelista l’affermazione Figlio di Dio non è mai letta alla luce della gloria e della potenza ma sempre alla luce dell’impotenza e della debolezza. Questo rimane il messaggio fondamentale di Marco.
Il brano evangelico ascoltato evoca la voce, il deserto, il cammino: sono i tre ritmi che conducono il discepolo ad incontrare il suo Signore.
1. LA VOCE
Voce, non Parola. Come Giovanni il Battezzatore, ogni discepolo sa di non essere la Parola. L’unica Parola che salva è Gesù.
Importanza della voce. Troviamo sovente nelle Sacre Scritture riferimento alla voce. Anzitutto alla voce del Signore: “Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce?”(Es 5,2); “Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore tuo Dio…” (Dt 28,1); “Ma se non obbedirai alla voce del Signore tuo Dio…” (Dt 28,15). I Salmi indicano con frequenza la voce dell’orante: “Ascolta, Signore, la mia voce” (Sal 26,7). Nel Nuovo Testamento c’è un episodio particolare che dice l’importanza della voce umana per percepire il messaggio che da quella voce giunge: la visita di Maria ad Elisabetta. “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo” (Lc 1,44). Basta la voce di Maria perché il Battista danzi di gioia nel grembo di sua madre.
La voce non è solo mezzo, è già contenuto. Diverse voci nella nostra vita: la voce dell’amico, del datore di lavoro, del maestro; una voce autorevole o autoritaria… Quali voci vorrei ascoltare nelle mie giornate? Com’è la mia voce? Come sarà stata la voce del salmista, del Battista, di Maria? Non si può parlare di Vangelo con qualunque voce. Bando a tutti gli artifici. La voce del Battista o di Maria non era una recita, una finzione… È il cuore che fa germogliare quella voce. Ci sono voci promettenti, pacifiche, confortanti; ci sono voci aggressive, dure, arroganti; ci sono voci che allontanano e voci che avvicinano, voci che creano ponti e altre che costruiscono muri.
2. IL CAMMINO
“Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco io mando innanzi a te il mio messaggero a prepararti la strada, il cammino…” (cfr. Mc 1,2). La figura del “cammino”, è fortemente esplicativa della vita del discepolo. Egli è, per natura, un itinerante, un pellegrino. Negli Atti degli apostoli la fede cristiana è detta “la via” (16,17). Gesù dice di sé stesso che egli è la via (Gv 14,6). Come Gesù – in modo analogo – il suo discepolo non è tanto colui che apre una via, ma che si fa via.
Gesù, via al Padre. Il Battista anticipa nel proprio vissuto quello che Gesù completerà: come Giovanni è via al Messia, così il Messia è via al Padre. Non dimentichiamo mai che il codice interpretativo fondamentale per comprendere chi è Gesù è il suo essere sempre “per il Padre”. Gesù di Nazareth è l’unico caso storico di un uomo, veramente uomo, che sia stato permanentemente unito al Padre.
Il discepolo, via a Gesù. Come Gesù è via al Padre, poiché vive per il Padre, così il cristiano è via a Gesù poiché vive per Gesù. Il discepolo non è mai approdo ma via al Signore. Anche la Chiesa non può mai essere ecclesiocentrica ma cristocentrica. Mai autoreferenziale, ma sempre riferita al Signore. La via guida, orienta e scompare quando ha compiuto il suo servizio. Percorsa la strada non ci si guarda indietro; i passi compiuti restano alle spalle e noi proseguiamo. La strada non è la meta ma ne contiene un germe. Altro è la strada che porta a Gerusalemme, a Roma sulle tombe degli apostoli, ad Assisi, a Santiago di Compostela, e altro è la strada verso l’agriturismo. Per questo il discepolo è segno poiché nel segno è già contenuto un frammento della realtà. Il cristiano è segno di speranza non solo perché la indica ma anche perché la partecipa; è segno di misericordia non solo perché la annuncia a parole ma perché la fa pregustare.
3. IL DESERTO
Il deserto, habitat del discepolo. Appare contraddittoria l’affermazione della Scrittura secondo cui Giovanni grida nel deserto. A chi? Per chi? Il deserto è simile al mare. Il deserto vive ed è immagine dell’infinito. Chi vive nel deserto abita il silenzio, la solitudine, perché si lascia visitare dal Mistero. Il deserto purifica e libera dalle maschere, dai personaggi, dai ruoli che ci appesantiscono; restituisce verità alla nostra persona. Il deserto abbatte le nostre idolatrie (danaro, potere, successo, cupidigie, narcisismi…). Il deserto ci libera dai nostri accomodamenti, dai luoghi comuni, dalla nostra sete di consensi. Ciò accade perché il deserto radica nell’essenziale, ci pone di fronte alla Verità che rende liberi e irriducibili innanzi a tutti gli inganni. Nel deserto Giovanni Battista pone le condizioni per la grazia del martirio.
Il deserto, sorgente di missionarietà. Nel deserto Giovanni matura la forza che lo renderà instancabile annunciatore del Regno, difensore della verità, distaccato servitore del Messia. Egli, che viene dal deserto, persuade i suoi ascoltatori ad entrare nel deserto del cuore, come luogo dell’incontro con sé stessi e dell’incontro con Dio. Un deserto abitato.
Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita
Le mie relazioni, l’ambiente in cui vivo, le circostanze, gli incontri non sono materiale senza forma, non sono solo fatti, sono eventi. La Parola di Dio illumina e interpreta la realtà. Rivedo in una situazione concreta recente come vita e Vangelo si sono intrecciate e illuminate a vicenda.
SECONDA LECTIO
“Tu sei mio Figlio, il prediletto,
in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,9-11)
La fede è dono e compito.
E se la nostra vocazione fosse “diventare un ponte”?
9 In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10 E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. 11 E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».
Il Battesimo nel Giordano è per Marco – che non narra, a differenza degli altri Sinottici, l’infanzia di Gesù – la ripresentazione del mistero dell’Incarnazione, come mistero sempre in atto nella vita di Gesù, vero uomo e vero Dio. Questa dinamica ci concerne in riferimento al nostro Battesimo, ove ci è donata la virtù della fede e il suo dinamismo. Siamo credenti e lo diventiamo continuamente.
Nel Battesimo del Giordano il Padre manifesta agli uomini, per la prima volta, la divinità del Figlio. In modo ancor più splendente lo farà sul Tabor. Quel Gesù, non riconosciuto dalla folla immersa nelle acque del fiume, è veramente Figlio unigenito, prediletto, del Padre: vero uomo e vero Dio. La vita di Gesù vero uomo (affamato, assetato, solo, impaurito, angosciato) e vero Dio sempre unito al Padre, racconta, in certo modo, la nostra stessa esistenza credente di uomini abitati da tutta la pesantezza della nostra umanità e, al tempo stesso, di figli adottivi di Dio. Il Battesimo è per noi l’inizio del nostro combattimento della fede.
Rileviamo per la “lectio divina” tre passaggi:
1. Rivolto al cielo 2. Immerso nelle acque 3. Mediatore tra le due sponde
1. RIVOLTO AL CIELO
Il Vangelo di Marco dice che Gesù, uscendo dalle acque del fiume, “vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto». Il testo originale: “il cielo si squarciò, si lacerò”. L’uomo Gesù è confermato nella sua figliolanza divina, tramite i cieli aperti, lo Spirito Santo che scende su di Lui, la voce del Padre che lo indica come il prediletto. Da una parte l’uomo Gesù è proteso al Padre, dall’altra il cielo si apre: ma non è la natura umana di Gesù che ottiene quell’effetto. Il cielo lacerato, lo Spirito che scende, la voce che lo chiama “prediletto” non sono il frutto della sua tensione religiosa, ma iniziativa gratuita del Padre.
Sta qui la differenza tra il battesimo nelle acque del Giordano e il nuovo battesimo che sarà istituito da Gesù. Nel nostro battesimo, nell’acqua e nel nome delle divine Persone, è accaduto un movimento analogo a quello che avviene in Gesù dopo il battesimo di Giovanni Battista. La folla del Giordano compie un movimento penitenziale che va dal basso verso l’alto in spirito di conversione… Gesù compie questo stesso gesto, ma in Lui c’è un’assoluta novità: l’intimità col Padre, ove accade un movimento opposto, dall’alto verso il basso. Gesù è Figlio del Padre, perché generato da Lui.
Così noi siamo figli non perché lo abbiamo meritato, ma per puro dono. La vita divina ci è partecipata. Egli è il prediletto. In modo analogo ogni cristiano lo è. Nel nostro Battesimo siamo diventati figli nell’unico Figlio, Gesù. In Lui, nella sua esperienza di Figlio del Padre che è unica, diventa praticabile la nostra esperienza di creature nuove, che vivono in modo non ripetitivo il proprio discepolato. Il Padre non può che amare il Figlio, il prediletto e, in noi, ama la Sua immagine. Per opera dello Spirito Santo siamo formati a immagine del Figlio: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”(Gal 2,20). La vita cristiana non è altro che rivivere l’intima unione del Figlio col Padre per mezzo dello Spirito.
2. IMMERSO NELLE ACQUE
Il Vangelo di Marco inizia col racconto del Battesimo nel Giordano. Per Marco l’immersione nelle acque, in incognito tra la folla dei peccatori, equivale all’Incarnazione ove egli condivide in tutto tranne che nel peccato la condizione umana (prece IV). Nel Giordano Gesù si confonde tra i peccatori. Teresa di Lisieux amava ripetere: “Desidero sedere alla mensa dei peccatori”. Gesù Cristo salva perché condivide. Per Marco l’immersione di Gesù nelle acque del Giordano annuncia che il Verbo eterno si è fatto carne. Per la nostra vita meditiamo su un antico principio, così formulato da Tertulliano: “Caro cardo salutis”: la carne è il cardine della salvezza
Alcune note
Solo la nostra corporeità consente un contatto diretto con il Risorto tramite i Sacramenti. I sette segni della nostra salvezza accadono nella carne. La nostra corporeità è luogo di combattimento e di salvezza. “Gli impulsi, le passioni, gli umori e i malumori imperniati sull’egoismo, anche questa carne è il cardine della salvezza. Senza questo cardine non c’è conversione”. (K. Rahner – A. Görres, Il corpo nel piano della redenzione, Ed. Queriniana, p. 49).
La nostra corporeità è anche memoria delle nostre povertà. Ci aiuta a evitare deliri di onnipotenza: “Fame e sete, necessità e desideri ci ricordano ad ogni istante che non siamo Dio. La soggezione alle forze fisiche, il freddo e il caldo, il peso e l’urto, i bacilli, le vespe, il dolore e la malattia, la nascita e la morte, ci provano che siamo dei sottomessi e dei dipendenti. Per quanto nobili ci stimiamo, il corpo ci indica l’ultima fila della platea e l’angolo dei mendicanti” (Ivi, p. 50).
La corporeità comporta valori impediti agli angeli. Il vissuto virtuoso d’un uomo passa attraverso un affrontamento che il puro spirito non conosce: pazienza, fedeltà, fermezza, dolcezza, castità, povertà, obbedienza sono possibili soltanto nella vulnerabilità del corporeo. Il corpo è un maestro da ascoltare. È mediatore tra noi e gli altri – come potremmo vederci, conoscerci, parlarci se non fossimo un corpo? – tra noi e il mondo, tra noi e Dio, ma ancor più il nostro corpo è mediatore con noi stessi: ci dice lo stress, l’ansia, la gioia, il dolore e il piacere. È fondamentale per il discepolo di Gesù ascoltare il proprio corpo. S. Ignazio di Loyola, maestro di formazione globale della persona, insiste nell’esercizio della ricerca di Dio in tutte le cose, attraverso la “meditazione sui cinque sensi”.
3. MEDIATORE TRA DIVERSE SPONDE
Il mistero dell’Incarnazione costituisce Gesù unico mediatore tra l’uomo e il Padre e tra gli uomini. Anche il nostro Battesimo, e quindi la nostra esistenza cristiana, contiene entrambe queste istanze.
Essere un ponte. Gesù è il vero pontefice. Pontem faciens. È anche la vocazione cristiana, in particolare la consacrazione secolare. Erri de Luca, dopo aver assistito alla distruzione del famoso ponte di Mostar – simbolo della serena coabitazione tra cristiani e mussulmani in Bosnia – ha scritto che il ponte è la più bella struttura architettonica.
Il ponte unisce, congiunge e crea la comunicazione tra sponde e realtà diverse. Gesù è il ponte tra Dio e l’uomo, come tra uomo e uomo, tra razze, culture e religioni. Egli abbatte il muro di separazione. Nella politica dei “muri” (Palestina e USA) la secolarità consacrata costruisce ponti.
Essere “ponte” tra tutte le diversità. Ponte tra gli uomini e Dio e viceversa, ponte in famiglia, nel mondo del lavoro, della vita sociale, politica, culturale, ecclesiale.
È difficile farci ponte. Per almeno tre ragioni.
Il ponte è fondato e saldo su entrambe le arcate, quella della fede in Dio e della fede nell’uomo, quella della reciprocità tra tutti i diversi, che esige una non facile capacità di ascolto, empatia e dialogo, senza parzialità.
Il ponte esiste per camminarvi sopra, avanti e indietro. Farci ponte significa pagare di persona, autorizzare l’altro a servirsi di noi, senza pretendere un grazie.
Il ponte è discreto, quasi anonimo; sovente non ci si accorge, specie in auto, di viaggiarvi sopra. Il ponte sta lì. Solo perché vi si passi sopra. I nostri protagonismi non ci permettono di essere ponte. Se uno vuol apparire a tutti i livelli (sociale, politico, ecclesiale) non consente comunicazione tra gli altri, non serve la comunione. Solo il chicco di grano che cadendo per terra muore dà la vita (cfr. Gv 12,24). Queste possono essere alcune difficoltà ad essere ponte. Eppure la vocazione secolare è quella di essere ponte.
Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita
Condividiamo con tutti la pesantezza della nostra umanità e, al tempo stesso, la sua bellezza, cioè la realtà di figli adottivi del Padre. Le fragilità e i limiti che sto riconoscendo in questo tempo della mia vita, mi possono aprire a vivere relazioni liberanti, profonde, vere, …
TERZA LECTIO
“Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,14-20)
Fede e conversione. Il Regno e i primi discepoli.
14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: 15 «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». 16 Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17 Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». 18 E subito, lasciate le reti, lo seguirono. 19 Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. 20 Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.
Introduzione.
Spieghiamo l’espressione “Regno di Dio”, che è centrale nel racconto di Marco. Gesù di Nazareth è l’avvenimento, atteso e nuovo, in cui si compiono le promesse di Dio. In Gesù gli uomini sono chiamati a prendere parte alla vita divina. Il Regno di Dio è la persona stessa di Gesù, nel quale si rivela il mistero invisibile del Padre e nel quale tutti gli uomini sono chiamati alla divinizzazione.
La venuta del Regno in ogni uomo accade, secondo l’evangelista Marco, tramite tre passaggi: 1. Convertirsi credendo al Vangelo 2. Seguire Gesù 3. Diventare pescatori di uomini
1. “CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO”
Cosa significa conversione. In occasione della GMG del 2000, a Roma, è stato donato a tutti i giovani il Vangelo di Marco in varie lingue. Il brano del Vangelo ascoltato in questa lectio è così tradotto: “Il tempo della salvezza è venuto: il Regno di Dio è vicino. Cambiate vita e credete in questo lieto messaggio”.
L’espressione cambiate vita è solitamente interpretata nel senso di diventare più buoni. La conversione sarebbe un mutamento di costumi. Le parole greche usate dalla Bibbia per indicare la conversione sono due: “metànoia” e “epistrofé”, il cui significato, nelle lingue moderne, è cambiamento di mente, cambiamento di strada. In altri termini, questi due vocaboli affermano la necessità di cambiare l’impostazione della propria vita, di mutarne l’asse portante. Non si tratta perciò solo di assumere costumi, comportamenti nuovi, vale a dire un mutamento nella condotta morale, ma di dare interiormente un nuovo orientamento alla propria esistenza.
La conversione riguarda anzitutto la nostra fede. Il Vangelo infatti dice convertitevi e credete al Vangelo. Quella e non è una specie di aggiunta, ma la spiegazione del contenuto della conversione: convertitevi, cambiate vita, cioè credete al Vangelo. Scrive W. Kasper: “Conversione è la formulazione negativa di ciò che Gesù dice positivamente con il termine credere” (Walter Kasper, Introduzione alla fede, Ed. Queriniana, p. 61).
Credere significa:
Riconoscere l’assoluta priorità del Signore nella nostra esistenza, la sua affidabilità. La persona di fede non è chi si ingegna nel fare cose buone, ma chi apre il proprio cuore in totale disponibilità al Signore. Il credente si converte perché risponde all’avvenimento che si è manifestato in Gesù come gioiosa notizia. Convertirsi è cambiare perché si tratta di consegnarsi a questo avvenimento che capovolge il proprio modo di pensare e agire.
Accogliere il Regno di Dio in sé. La fede è il modo preciso, personalizzato col quale il Regno di Dio abita, avvolge, occupa la persona. Fede e Regno di Dio sono i due versanti di un’unica realtà. Il Regno di Dio è in me se mi consegno, con una resa incondizionata, al Signore. Egli diventa il mio baricentro.
Entrare in un dinamismo faticoso, poiché per nessuno è facile sottrarsi alle istanze del proprio io, dell’immagine, degli appoggi sicuri ai quali la maggior parte degli uomini affida la propria esistenza. Per questo la fede è progressiva.
Esercitare al massimo tutte le proprie facoltà, non abdicare alla propria intelligenza, volontà, libertà, fantasia, creatività, ma porre tutte le risorse della persona al servizio della propria maturità di fede e quindi del Regno di Dio. La vita dei veri discepoli di Gesù testimonia che la persona umana, chiamata alla fede, è chiamata alla pienezza della propria umanità. Questo è un aspetto essenziale della consacrazione secolare nel mondo.
2. “SEGUITEMI”
Precisiamo alcuni contenuti di questa espressione.
Gesù precede, sta davanti, indica la strada. Lo dicono bene l’originale greco e il latino. Essere discepoli credenti significa tenere lo sguardo del cuore fisso su un altro e non distoglierlo mai. Il Maestro è Lui, e solo Lui. Tutte le presenze educative, gli accompagnamenti, gli amici della nostra vita, non possono che riportarci a Lui. Una volta di più comprendiamo che una Chiesa discepola è Cristocentrica e non Ecclesiocentrica.
Si tratta di seguire la Sua persona, non un’immagine che di Lui ci siamo fatti. Seguire Lui significa affidarci a un’avventura rischiosa. Egli, per l’evangelista Marco, è anzitutto il Crocifisso. Vedremo come di fronte a Lui inchiodato alla croce presenta il vero credente, il centurione pagano: “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39).
È Lui che chiama, non siamo noi che decidiamo. I rabbini contemporanei di Gesù si comportavano diversamente. Non cercavano discepoli – ancor più non li cercavano in queste circostanze, mentre gettavano le reti in mare – ma i giovani ebrei si candidavano presentandosi al rabbino da loro scelto. Con Gesù si è scelti, e scelti mentre si conduce la più ordinaria esistenza. Non si danno autocandidature.
Seguirlo ha anche un carattere di urgenza. “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”. La sequela è attuazione d’un tempo compiuto. La chiamata non può essere trascurata o rinviata.
Seguire comporta un lasciare per entrare in una nuova realtà. Il punto non è semplicemente lasciare le reti, le barche e la famiglia, ma tutto ciò di cui queste realtà possono essere simbolo. Si tratta di lasciare il sicuro per l’insicuro, la stabilità per l’itineranza. Soprattutto seguire Gesù di Nazareth vuol dire lasciare tutte le immagini di Dio che ci portiamo dentro e che sovente nascono dai nostri bisogni o dalle nostre paure, per conoscere in Gesù il volto vero e nuovo del suo e nostro Dio.
Seguire non è imparare. Mentre i comuni rabbini trasmettono una dottrina ai loro discepoli perché la insegnino ad altri, con Gesù non è cosi. Non è in primo piano una dottrina da imparare e poi da insegnare, ma una persona con la quale rimanere, per entrare con Lui in un progetto nuovo di esistenza. Seguire Gesù significa diventare intimi a Lui e testimoniare questa nostra intimità tramite la nostra vita.
3. “VI FARÒ DIVENTARE PESCATORI DI UOMINI”
L’espressione in prima persona “vi farò diventare…” indica che non solo il Signore chiama a seguirlo, ma è ancora Lui che opera durante la sequela per raggiungerne l’obiettivo: vi farò diventare. Si diventa missionari perché Lui ci rende tali.
Il verbo “vi farò diventare” contiene l’idea d’una certa opera personalizzata e diretta, come quella dell’artigiano che dalla creta fa uscire un vaso o dal legno fa emergere col suo scalpello un volto. C’è un’idea di cura, di accudimento. Quasi un dire: “Ci penserò io a cambiarvi. Non preoccupatevi. A voi è chiesto di consegnarvi a me e collaborare con me, al resto provvedo io”.
L’espressione usata da Gesù contiene anche un’idea di progressività. Quel diventare indica un percorso lento, paziente: non ci si improvvisa né discepoli né apostoli.
La metafora del pescatore è dedotta dal mestiere dei quattro chiamati: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Questo fatto ci consente una riflessione sul metodo di Gesù circa le chiamate che Egli rivolge. La chiamata è indubbiamente sua e consiste nel seguirlo, rimanendo con Lui, per lasciarsi da Lui plasmare e diventare apostoli. Ma Egli ci plasma e ci fa diventare apostoli tenendo conto della nostra persona (indole, attitudini, storia). Se Gesù avesse chiamato dei guardiani di greggi forse avrebbe detto “Vi farò diventare guardiani o pastori di uomini”.
Ogni forma di vita cristiana si manifesta con una propria modalità apostolica. Non c’è un solo modo di essere apostoli, né esiste una sola modalità della Chiesa per essere presente nel mondo. Il laico, il religioso, il prete hanno modi diversi di essere apostoli. La Missionaria della Regalità di Cristo vive in un modo peculiare la sua consacrazione e la sua missione. L’evangelizzazione esige sempre inculturazione e questa è una dimensione essenziale della consacrazione secolare nel mondo. La terra, la società, l’ambiente, ove i cristiani vivono e operano, domandano uno stile differenziato di presenza e di missionarietà secolari, nella fedeltà al tempo e allo spazio. Il destinatario dell’Evangelo non è un optional aggiuntivo ma è parte essenziale dell’annuncio.
Per questo esige ascolto, conoscenza, condivisione. Altro è la missionarietà sul posto di lavoro, altro è quella in famiglia. La missione che la Chiesa vive oggi in Algeria è ben diversa da quella che vive in Polonia, in Africa, in Pakistan o in America Latina. La missionarietà di S. Teresa di Gesù Bambino, claustrata a Lisieux, è diversa da quella di S. Francesco Saverio, apostolo in Estremo Oriente. Come quella della Beata Teresa di Calcutta, tra i poveri del’India, è diversa da quella dei Beati Piergiorgio Frassati e Ozanam, apostoli in università, nelle opere sociali e tra i poveri d’Europa. La missionarietà di Armida Barelli e di Giorgio La Pira è anche diversa da quella di Madeleine Delbrêl.
Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita
Se manca lo stupore qualcosa nella nostra vita si è spento. Riconosco oggi persone ed esperienze che mi aprono allo stupore del Vangelo, alla sua novità…
QUARTA LECTIO
“Entrato di sabato nella sinagoga si mise ad insegnare”
(Mc 1,21-28)
Fede e autorevolezza della Parola
21 Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. 22 Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. 23 Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: 24 «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il Santo di Dio». 25 E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». 26 E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27 Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». 28 La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.
La pagina di Marco ci pone innanzi alla persona di Gesù di Nazareth, maestro autorevole e guaritore.
1. INSEGNA
“… di sabato, entrato nella sinagoga, si mise ad insegnare”
Lo shabbat, il sabato, è il giorno del Signore. Al versetto 32 di questo primo capitolo di Marco si legge che “dopo il tramonto del sole gli portarono tutti i malati e gli indemoniati”. Dopo il “tramonto”, cioè quando il giorno del Signore, giorno del riposo, è finito.
Gesù assume nei confronti del sabato un atteggiamento non rigido: permette ai discepoli di raccogliere le spighe di grano in giorno di sabato (Mc 2,23) e guarisce un uomo dalla mano paralizzata (Mc 3,2). E dice: “Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato. Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato” (Mc. 2, 27-28).
Ma Gesù non è nemico del sabato; gli restituisce il suo vero significato. Anzi lo osserva e si attiene alle vere regole sabbatiche. Come ogni pio ebreo va alla sinagoga (come un cattolico osservante partecipa all’Eucaristia domenicale..) e, com’è nel diritto d’ogni ebreo adulto, egli commenta la Scrittura, offrendo all’assemblea un suo commento. Ricordiamo che i primi cristiani, ebrei convertiti, osservavano il sabato e “il giorno dopo il sabato” celebravano la memoria della Pasqua del Signore.
Tra i credenti ebrei è diritto d’ogni fedele adulto commentare le Scritture, non per un mandato speciale esterno, ma in ragione della propria fede espressa col fatto stesso di frequentare la sinagoga. La fede non può essere tenuta per noi stessi ma, come fa Gesù nella sinagoga così noi, all’interno delle nostre comunità, siamo per vocazione degli annunciatori: catechisti, insegnanti di religione, animatori d’un gruppo. Anche nel nostro vivere ordinario, non possiamo non annunciare ad altri, con la nostra vita, Colui che abbiamo incontrato.
“Erano stupiti del suo insegnamento”
Il verbo greco usato da Marco, exples-santo, dice che per lo stupore erano scossi di gioia. Lo stupore è una delle esperienze fondamentali della vita. Il vocabolo francese per dire stupore è étonnement. All’interno di questo vocabolo ce n’è un altro, tonnère, che vuol dite “tuono”. Lo stupore è uno scossone, un tuono. Se manca lo stupore qualcosa si è spento.
Non conosciamo il contenuto dell’insegnamento di Gesù. Ne vediamo soltanto l’effetto nello stupore dell’uditorio. Accade anche oggi che i volti degli ascoltatori dicano la qualità dell’annuncio. Volti annoiati o volti luminosi? La mia vita cristiana conosce lo stupore? So che cosa lo fa germogliare e che cosa lo spegne? Ci sono persone ed esperienze che mi restituiscono lo stupore del Vangelo? La mia comunità è luogo ove si riaccende lo stupore della fede in Gesù?
2. CON AUTORITÀ
“Ammaestrava come uno che ha autorità, e non come gli scribi”
Il vocabolo greco per dire autorità è exousia, che significa “potere, potestà”. In latino autorità viene dal verbo augere, far crescere. L’autorità è genitoriale, feconda, promozionale.
Alcune qualità dell’autorità di Gesù secondo Marco:
Personale. Non è libresca, come era invece quella degli scribi, i quali ripetono parole d’altri. Anche la Parola di Dio, se è soltanto ripetuta, non assimilata, non è autorevole. Non si tratta mai di ribadire il già detto ma di far sgorgare dalla Parola l’intima linfa che la percorre, tramite il nostro travaglio personale. La personalizzazione dell’insegnamento di Gesù è unica poiché Egli non dice parole ma Egli stesso è la Parola.
Sintonica. Ci sono parole che raggiungono una nostra attesa nascosta e la ridestano. Parole che non osavamo neanche sperare ma che, all’udirle, riconosciamo come nostre. Si tratta di misteriose affinità elettive tra Gesù, icona perfetta del Padre, e noi, piccole icone divine.
Propositiva. Gesù non impone, ma propone. È discreto. La sua è una vera autorità di servizio e non di potere. Egli sta tra di noi come colui che serve; Egli sta alla porta e bussa. In Gesù si percepisce la forza della verità e non la verità della forza.
Liberatrice. Gesù libera l’uomo dal male che lo affligge, restituendolo alla propria dignità. È il significato dell’invocazione “liberaci dal male”.
Sacramentale. Questo aspetto dell’autorità di Gesù è forse sintesi di tutti gli altri. Egli è autorevole perché la sua parola umana è segno e strumento della sua natura divina. Anche il cristiano è tanto più autorevole quanto più egli scompare affinché emerga l’Altro al quale è unito.
Esistono nella mia vita persone in cui riconosco una autorità che mi rinvia all’unica autorità del Signore?
3. GUARISCE
“Nella loro sinagoga si trovava un uomo posseduto da uno spirito immondo…”
L’uomo “posseduto” può essere simbolo d’ogni uomo abitato da patologie. Scrive un commentatore: “Posseduto da spirito immondo, ovvero sofferente di disturbi psichici o afflitto da mali che si manifestavano in modo bizzarro, violento, anomalo, e per questo attribuiti a spiriti maligni…” (Dal commento della comunità di Bose, in Rivista del Clero). Qualunque sia il genere di patologia, quest’uomo che frequenta la sinagoga, luogo santo, coltiva una forte componente religiosa. Conosce Gesù e lo confessa in modo preciso e ortodosso: “Tu sei il Santo di Dio”.
Questo episodio, come altri nel Vangelo, ci pone a contatto con la nostra condizione di uomini feriti e frantumati, impotenti innanzi al desiderio di unità e pace con noi stessi, cogli altri, con Dio. È Gesù che ci libera da queste catene e ci consente di portare a compimento il desiderio che ci abita.
“Taci, esci da quell’uomo”.
Ed è immediatamente obbedito. La Parola di Cristo è efficace, trasformante. Questa stessa parola è pronunciata dal Signore su ciascuno di noi. La folla esulta di meraviglia per quanto vede ma non fa una professione di fede. Il demone invece riconosce e confessa chi è Gesù, il Santo di Dio. Per l’evangelista Marco il demone è “teologo”, riconosce il Signore.
È una “teologia negativa” poiché acutamente vede la presenza di Dio e la combatte, o vi si sottomette suo malgrado. A questa lettura “ideologica” di Gesù si oppone, per l’evangelista Marco, la reazione entusiasta della folla, che non compie ancora un atto di fede in Gesù ma, con la sua disponibilità, vi si sta incamminando.
Dalla vita al Vangelo, dal Vangelo alla vita
Essere Missionari si alimenta di una conversione continua al Vangelo lungo le diverse età della vita. Rileggo passi di conversione concreti nelle esperienze quotidiane di condivisione che stanno segnando il mio cammino oggi…