Il libro-manifesto dell’economista e teologo Gaël Giraud sui rischi della preponderanza del potere privato

La Stampa – Tuttolibri – 20 dicembre 2025
di Enzo Bianchi
Per gentile concessione dell’autore
Il Blog di Enzo Bianchi
Omnia sunt communia, “tutto è comune”, “tutto appartiene a tutti”. Questa affermazione, che risale ai padri della chiesa, è stata la bandiera della rivoluzione di Thomas Müntzer (1489-1525), la “rivoluzione dei contadini”. Dal ’68 in poi la vediamo come scritta sui muri dai manifestanti che protestano, com’è accaduto nel 2015 a Milano, in occasione dell’inaugurazione di Expo. Troviamo questa affermazione nella costituzione Gaudium et spes del concilio Vaticano II: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità”. Il testo ricorda poi la sentenza degli antichi padri: “Dai da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso”.
Ora, il cibo, che ci dà la vita e senza il quale moriamo, è la prima realtà che va necessariamente condivisa. Oggi siamo consapevoli dell’ingiustizia regnante, dell’assoluta mancanza di equità nella distribuzione delle risorse del pianeta. Sappiamo che il 20% della popolazione possiede l’86% della ricchezza mondiale. La diseguaglianza planetaria, a partire dall’ingiusta ripartizione del cibo, dovrebbe farci provare vergogna. L’abisso sempre più profondo che separa i poveri dai ricchi dovrebbe inquietarci, perché una tale situazione può solo preparare una rivolta dei poveri, una guerra dai nuovi connotati, ma sempre guerra, tra i privilegiati e i bisognosi che ricevono sempre meno aiuti e sono sempre più abbandonati a se stessi, alla miseria, all’ignoranza, alle regressioni tribali che generano violenza tra gli stessi poveri. I ricchi oggi diventano più ricchi e i poveri più poveri, cresce il numero delle persone obese nel ricco occidente, mentre gli abitanti dell’emisfero sud, dell’Africa, continuano a morire di fame o di malnutrizione. Purtroppo negli ultimi decenni si sono imposti e regnano “dogmi economici” che favoriscono i ricchi e aumentano l’ingiustizia nella società. L’idolo della crescita economica che deve essere inarrestabile ascesa; il consumo, anch’esso pensato sempre in crescita per la soddisfazione della ricerca di felicità; la concezione della naturalità della diseguaglianza, che sarebbe vantaggiosa per tutti: questi sono diventati dogmi poco contraddetti e invece sempre capaci di rendere idolatre e alienate le masse.
Per denunciare questo scandalo papa Francesco coniò un neologismo: nella sua enciclica Laudato si” troviamo descritta con toni forti la “inequità planetaria” che “non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare a un’etica delle relazioni internazionali”. Inequità che si situa ancor più in profondità rispetto alla “ingiustizia” e che non ha il connotato puntuale della “iniquità”: è quella strisciante e onnipresente negazione della “equità”, quella quotidiana contraddizione alla eguaglianza di ogni essere umano. Per questo, scrive ancora papa Francesco, “oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”.
L’intuizione secondo la quale un vero approccio ecologico integrale non può separare la cura della terra dalla cura dei più vulnerabili, ascoltando sia “il grido della terra” che “il grido dei poveri” è il nucleo incandescente del saggio di Gaël Giraud Costruire un mondo comune, E Dio non benedisse la proprietà privata, edito congiuntamente da Libreria Editrice Vaticana e Piemme. Vero e proprio libro-manifesto nel quale Giraud congiunge le sue due anime di economista e teologo. Gaël Giraud è infatti un economista, ex trader, sacerdote gesuita e teologo. È noto in Francia per il suo impegno per una riforma radicale del sistema economico di fronte alla crisi ecologica. Attualmente dirige il Programma di giustizia ambientale presso la Georgetown University ed è presidente onorario dell’Institut Rousseau , un think tank economico-politico di Parigi.
È dal particolare punto di osservazione della teologia politica che Giraud pone domande radicali: come possiamo affrontare le straordinarie sfide poste dalle crisi causate dalla distruzione del nostro habitat planetario? Dovremmo rivedere il concetto stesso di proprietà privata? Mettere in discussione la sovranità degli Stati nazionali? Come possiamo costruire insieme le istituzioni internazionali che ci consentano di prenderci cura dei nostri beni comuni globali, che includono il clima, ma anche la biodiversità, la salute, le culture e persino la democrazia? Per rispondere a questi interrogativi l’autore intreccia abilmente diverse discipline quali riflessione biblica, insegnamenti cristiani, teoria politica, analisi economica, il diritto internazionale. Costruire un mondo comune è un libro impressionante che ha l’ambizione di sviluppare una prospettiva teologica sui beni comuni che riesca ad aprire l’orizzonte di una risposta collettiva alla crisi ecologica a livello di gestione delle risorse (materiali e simboliche), tenendo conto della lunga storia del diritto occidentale e della sua dimensione teologica.
Il gesuita-economista critica la preponderanza del potere privato e della proprietà privata facendo appello a un nuovo equilibrio, radicando il suo pensiero nel concetto biblico di “messa in comune” di “condivisione”, rendendolo il fondamento per affrontare la “policrisi ecologica” che minaccia l’abitabilità della terra. L’assolutizzazione della proprietà privata è una tentazione costante: “Condividere le nostre risorse in comune: ecco il vero cammino sapienziale verso cui la crisi ecologica ci invita e per il quale l’esperienza della fede cristiana è una risposta spirituale fondamentale. La proprietà privata deve essere allora abolita? No, naturalmente. Semplicemente relativizzata, in modo che certe risorse non possano essere privatizzate”.
La messa in comune è per Giraud la forma più alta della proprietà e allora non stupisce che la prefazione al volume sia autorevolmente firmata da Carlo Petrini che con l’autore condivide la visione di fondo: “la proprietà privata è parte di quei meccanismi che, senza rendercene conto, hanno portato l’intera umanità sull’orlo del baratro”.
Gaël Giraud ricorda con forza quanto oggi sia urgente che gli umani riscoprano la communitas la quale, sola, può aiutare i tentativi di equa redistribuzione delle ricchezze del pianeta; è urgente ritrovare l’idea di bene comune, per la felicità della convivenza; è urgente che si esercitino alla convivialità, per ritrovare i legami sociali, la possibilità di instaurare una fiducia reciproca che si traduce in responsabilità l’uno verso l’altro. Diceva Giovanni Crisostomo: “Il mio e il tuo, queste fredde parole, introdussero nel mondo infinite guerre … I poveri non invidiavano i ricchi perché non c’erano poveri, essendo tutte le cose comuni”.