Negli ultimi anni le parole e i gesti, forse la persona di Francesco, sono stati spesso lo schermo per giustificare le proprie resistenze a ciò che lo Spirito sta indicando con forza alle Chiese. E ora?

di Sergio Ventura
9 Gennaio 2026
Per gentile concessione di:
http://www.vinonuovo.it
I tre giorni appena passati (6, 7 e 8 gennaio) dovevano essere, secondo molti nella Chiesa, i giorni del giudizio universale. Chiusura del Giubileo indetto da Papa Francesco. Convocazione del primo Concistoro (straordinario) di Leone XIV. Per molti, non solo simbolicamente, si sarebbe dovuta chiudere la parentesi dell’anomalo pontificato di Francesco, per varare la nave di Leone XIV – o almeno correggere la rotta della nave ora guidata dal nuovo vescovo di Roma.
Senonché, la nave della Chiesa non è proprietà – esclusiva o partecipata – del Papa, bensì eventualmente di Cristo. In ogni caso, il Papa non ne è l’unica guida: Evangelii Gaudium 31 ci ricorda che financo il popolo di Dio può incarnare tale guida, in alcune occasioni, davanti ai vescovi stessi. Di certo, poi, direzione e andamento sono dati dal vento dello Spirito. E così è avvenuto che, mentre secondo i soliti molti si preannunciava un Concistoro che avrebbe discusso – e forse preso qualche decisione importante – sulla liturgia (ossia sull’annoso – e falso – problema del rapporto tra rito postconciliare e rito tridentino), ecco che la decisione preliminare dei cardinali riuniti in Concistoro ha individuato come temi prioritari da discutere la missione nell’ottica di Evangelii gaudium e la sinodalità.
Volendo provocare un po’ si potrebbe commentare: «Cari cardinali, avete voluto più democrazia rispetto al C9 di Francesco? Eccovi serviti…»: liturgia e curia (nell’ottica di Praedicate Evangelium) sono per ora ritenute questioni non prioritarie. D’altronde, lo stesso Leone XIV nell’udienza generale del 7 mattina aveva annunciato un po’ a sorpresa che il nuovo ciclo di Catechesi – il suo vero e proprio primo ciclo di catechesi – sarebbe stato sulla «profezia e attualità» dei documenti del Concilio Vaticano II, grazie al quale «”la Chiesa si fa colloquio” (Ecclesiam suam, 67), impegnandosi a cercare la verità attraverso la via dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà». Non è un caso, quindi, che sin dall’inizio del suo pontificato Leone XIV avesse chiarito che del Concilio Vaticano II Papa Francesco «ha richiamato e attualizzato magistralmente i contenuti nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium» (Discorso al collegio cardinalizio, 10.5.25).
D’altronde, poteva sorprendersi solo chi non avesse ascoltato il vescovo di Roma durante l’omelia della messa di chiusura del Giubileo (6.1.26): attenzione prioritaria per la «ricerca spirituale» dei nostri contemporanei, maturazione della capacità di cogliere nel segreto dei loro cuori i «segni dei tempi», verifica sincera della «vitalità» delle nostre comunità. Perciò non può stupire neanche il fatto che le modalità stesse di lavoro del Concistoro siano state “terribilmente” sinodali (Discorso in apertura del Concistoro Straordinario, 7.1.2026): preghiera, lettura biblica, silenzio, meditazione iniziale del cardinale Radcliffe, gruppi suddivisi in tavoli, interventi brevi, ascolto reciproco, discernimento comune, relazioni finali (con precedenza per i gruppi di cardinali che non risiedono abitualmente a Roma). E facilmente prevedibile era anche l’annuncio che questo Concistoro sarebbe stato in realtà il primo di una lunga serie – per ora annuale e quasi ponte con l’assemblea ecclesiale (confermata) del 2028.
Insomma, mi sembra un deciso rilancio di quello che lo Spirito ha suggerito alle Chiese in questi anni: 1) una tensione ad uscire, ma non nel senso di una generica (e troppo nota) estroversione, bensì secondo le modalità chiarite in Evangelii gaudium e (qui) riprese da Leone XIV, ossia non solo per testimoniare/annunciare il Risorto e la Sua verità ma anche per cercarLo e cercarla insieme, dialogando con tutte e tutti; 2) una modalità pienamente sinodale di vivere ecclesialmente, ossia una pastorale impastata di ascolto universale, discernimento dialogico e decisioni condivise.
A questo punto, se qualcuno avesse ancora bisogno delle consuete “indicazioni” per sapere “cosa fare”, la risposta non potrebbe che essere la seguente: nel primo caso, rimandarlo ad Evangelii Gaudium (e, ad abundantiam, ai grandi testi del Vaticano II); nel secondo caso, al Documento di sintesi della seconda assemblea sinodale sulla sinodalità (peraltro, già magistero, seppur da contestualizzare) e, secondo le indicazioni (qui) del cardinal Grech, al servizio e al sostegno che le equipe diocesane (e i piani pastorali annuali) dovrebbero offrire alla attuazione diocesana locale (2025-2028) del cammino sinodale universale.
Su questo siamo in attesa di quanto vorranno decidere le singole diocesi italiane (esemplare per ora sembra essere Milano) e la Chiesa italiana nel suo insieme (ferma alla creazione di un gruppo di vescovi che dovrebbe indicare come e cosa attuare del cammino sinodale italiano). Nel frattempo, ci sentiamo di poter offrire un piccolo contributo anche noi, soprattutto sul prosieguo della “messa a terra” di una sinodalità non da tutti amata e tantomeno digerita.
Durante il primo briefing sul Concistoro Matteo Bruni ha risposto, a chi chiedeva dei due temi meno votati dai cardinali, che la sapienza di quest’ultimi avrebbe fatto in modo di ricomprenderli nella riflessione sui due temi maggioritari. Mi è quindi venuto in mente che in questo 2026 potremmo seguire i tempi liturgici fondamentali, le giornate mondiali ed ecclesiali particolari e le varie settimane di preghiera, approfondendo innanzitutto quanto suggerito dal Documento di sintesi sulla sinodalità (eventualmente alla luce di Evangelii gaudium e dei documenti conciliari).
Questo potrebbe costituire anche un momento per verificare e controllare se le Chiese locali vogliono veramente mettere in pratica quanto emerso dal percorso sinodale (universale e italiano) degli ultimi anni e quanto è rimasto un po’ in disparte del Concilio Vaticano II (e di Evangelii gaudium) negli ultimi decenni. Ora non c’è più la scusa di Papa Francesco: del suo carattere, del suo magistero esegetico e teologico, della sua modalità di governare. Ora ce lo chiede Leone XIV. Qui si parrà la nobilitate di molta parte della Chiesa. Nella speranza di non dover attendere che muoia, oltre alla generazione conciliare (come ha ricordato il 7 mattina Leone XIV), anche la generazione post- (e, a volte, anti-) conciliare. Secondo Thomas Khun, le rivoluzioni scientifiche richiedono strutturalmente questo secondo passaggio. Ma già la Bibbia aveva raccontato che solo la generazione dei figli entrò nella terra promessa. Speriamo che a noi venga concessa la grazia di vedere questa aurora senza essere troppo invecchiati…