II Domenica del Tempo Ordinario (A)
Giovanni 1, 29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
(Letture: Isaia 49,3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1,1-3; Giovanni 1,29-34)

Un agnello inerme, ma più forte di ogni Erode
Ermes Ronchi
Giovanni vedendo Gesù venirgli incontro, dice: Ecco l’agnello di Dio. Un’immagine inattesa di Dio, una rivoluzione totale: non più il Dio che chiede sacrifici, ma Colui che sacrifica se stesso.
E sarà così per tutto il Vangelo: ed ecco un agnello invece di un leone; una chioccia (Lc 13,31-34) invece di un’aquila; un bambino come modello del Regno; una piccola gemma di fico, un pizzico di lievito, i due spiccioli di una vedova. Il Dio che a Natale non solo si è fatto come noi, ma piccolo tra noi.
Ecco l’agnello, che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore; ecco un Dio che non si impone, si propone, che non può, non vuole far paura a nessuno.
Eppure toglie il peccato del mondo. Il peccato, al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, ne sfilacciamo la bellezza. Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola: il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, chiusure, fratture, vite spente… Gesù viene come il guaritore del disamore. E lo fa non con minacce e castighi, non da una posizione di forza con ingiunzioni e comandi, ma con quella che Francesco chiama «la rivoluzione della tenerezza». Una sfida a viso aperto alla violenza e alla sua logica.
Agnello che toglie il peccato: con il verbo al tempo presente; non al futuro, come una speranza; non al passato, come un evento finito e concluso, ma adesso: ecco colui che continuamente, instancabilmente, ineluttabilmente toglie via, se solo lo accogli in te, tutte le ombre che invecchiano il cuore e fanno soffrire te e gli altri.
La salvezza è dilatazione della vita, il peccato è, all’opposto, atrofia del vivere, rimpicciolimento dell’esistenza. E non c’è più posto per nessuno nel cuore, né per i fratelli né per Dio, non per i poveri, non per i sogni di cieli nuovi e terra nuova.
Come guarigione, Gesù racconterà la parabola del Buon Samaritano, concludendola con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero, una vita più vera e bella? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere… E diventerai anche tu guaritore della vita. Lo diventerai seguendo l’agnello (Ap 14,4). Seguirlo vuol dire amare ciò che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, e toccare quelli che lui toccava, e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza. Essere solari e fiduciosi nella vita, negli uomini e in Dio. Perché la strada dell’agnello è la strada della felicità.
Ecco vi mando come agnelli… vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.
Avvenire
Testimone del Figlio
Clarisse di Sant’Agata
Ci siamo appena affacciati nel tempo ordinario della sequela del Signore Gesù e la liturgia ci fa confrontare con il profeta che ha preparato la venuta del Signore e che ci ha accompagnato durante il nostro Avvento. È ancora lui, Giovanni Battista, che ci indica oggi chi seguire.
Il vangelo di questa domenica si apre con il compimento dell’Avvento: “vedendo Gesù venire verso di lui…”, letteralmente Giovanni Battista “vede Gesù, il veniente a lui…”. Nel tempo di Avvento la liturgia ha posto innumerevoli volte sulle nostre labbra l’invocazione “vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20) e ora possiamo vedere con gli occhi della nostra fede che “viene” Gesù! Sì, Gesù viene, Lui è il Veniente perché questo è ora il suo nome per sempre: “Colui che è, che era e che viene!” (Ap 1,4.8). Dio ha approfondito il nome rivelato a Mosé nel roveto (“Io sono colui che è, che era e che sarà” Es 3,14), mostrando che è la Sua venuta la promessa di futuro contenuta nel Suo nome (“Colui che viene”).
Dio viene all’uomo, a Giovanni Battista, a tutti coloro che osano lasciarsi provocare dalla Sua parola…
La venuta di Gesù a lui, apre Giovanni Battista alla testimonianza: nel vangelo di oggi, Giovanni indica alcuni tratti essenziali del volto di Gesù, tutti compresi fra la prima la prima e l’ultima parola su di Lui: “ecco l’Agnello di Dio” (Gv 1,29) e “il Figlio di Dio” (Gv 1,34). Si tratta di una testimonianza pasquale perché è sulla croce che questi due titoli cristologici assumono tutta la loro portata. L’evangelista Giovanni infatti ci presenterà la morte di Gesù come “Agnello condotto al macello” (Is 53,7) nell’ora stessa in cui venivano uccisi gli agnelli nel tempio; inoltre troviamo la proclamazione ultima di Gesù come “Figlio di Dio” sulle labbra del centurione sotto la croce: “davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39).
La testimonianza di Giovanni Battista di questa domenica, quindi, potrebbe essere collocata di fronte al Crocifisso! E così infatti è stato rappresentato il Battista da un famoso dipinto di Grunewald: Giovanni Battista è il testimone del volto pasquale di Gesù, del Figlio di Dio innalzato sulla croce, dell’Agnello immolato (cfr. Ap 5).
A conferma di ciò la conclusione della testimonianza del Battista (“io ho visto e ho testimoniato…”) corrisponde a ciò che l’evangelista riporta subito dopo l’evento della croce: “chi ha visto ne da testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero perché anche voi crediate” (Gv 19,35).
Giovanni Battista è testimone perché ha visto!
Ma sappiamo bene che il Battista non era sotto la croce (era morto da tempo). Che cosa ha visto allora Giovanni così da farne un testimone così preciso?
“Vedere” è fondamentale per un testimone. Infatti ogni testimonianza, anche in ambito giuridico, è possibile solo se si è visto quell’evento o quella persona sulle quali si è chiamati a dire qualcosa (si parla infatti di “testimoni oculari”). Tuttavia Giovanni è un testimone “diverso” perché è uno che allo stesso tempo “ha visto” (“ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui”, Gv 1,32 e “e io ho visto e ho testimoniato…” Gv 1,34) e “non ha visto”. Nel vangelo di oggi infatti risuona con forza un’affermazione ripetuta due volte: “io non lo conoscevo”. Nel testo greco il verbo “conoscere” è espresso con il verbo “vedere” (e questo è comprensibile perché ogni conoscenza procede dall’esperienza di aver visto e incontrato). Quindi il Battista proclama per bene due volte: “Io non lo conoscevo/vedevo” (Gv 1,31.33).
Torniamo allora alla nostra domanda iniziale: cosa ha visto/non visto Giovanni per farne il testimone per eccellenza?
Mi sembra di poter dire che la testimonianza del Battista attinge la sua forza proprio dal fatto che Gesù è “un uomo” molto diverso da come lui lo aspettava. Nel vangelo di Matteo, il Battista manderà i suoi discepoli a chiedere a Gesù: “sei tu o dobbiamo attendere un altro?” (Mt 11,3). Gesù sfugge a ogni precomprensione, è sempre altro rispetto ad ogni nostra attesa. Quel “io non lo conoscevo” costringe il Battista alla conversione, a cambiare la propria immagine di Messia per accogliere quella che Dio gli offre in Gesù. Il Battista è il profeta che invita alla conversione ma che vive lui stesso la conversione. Proprio questa conversione permette a Giovanni Battista di “vedere” altro e oltre l’apparenza di questo “uomo che è avanti” a lui. Ciò che Giovanni “vede” è la corrispondenza fra una Parola ascoltata da Dio e l’esperienza che egli ne fa. Egli vede che la Parola che aveva udito da Dio si compie in Gesù: “colui che mi ha inviato (…) mi disse: colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui…”. E “ho contemplato lo Spirito discendere (…) e rimanere su di lui” (cfr. Gv 1,33.34).
L’evangelista Giovanni non narra dell’attività di battezzatore di Giovanni, ma vi fa riferimento qui dicendo: “sono venuto a battezzare nell’acqua perché egli fosse manifestato a Israele”- E di qui accenna al battesimo che riceve Gesù dicendo che lo Spirito discende e rimane su di Lui. È vedendo questo che il Battista riconosce che Gesù è “il Figlio di Dio” (come avviene nel racconto del battesimo dei sinottici dove è la voce del Padre a proclamare Gesù Figlio: “tu sei il Figlio mio…” Mc 1,11; Mt 3,17; Lc 3,22).
La discesa permanente dello Spirito su Gesù, lo fa riconoscere come “il Figlio” proprio perché lo Spirito è il vincolo d’amore che lo lega al Padre, sempre. Ed è solo Gesù che vive una relazione filiale permanente con il Padre, in tutto quello che fa e vive, fino alla sua Pasqua, altro battesimo dove il Figlio diviene colui che dona lo Spirito (“consegnò lo spirito” Gv 19,30), diviene “spirito datore di vita”, come afferma san Paolo (“l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” 1Cor 15,45).
Questo è il senso di “è lui che battezza nello Spirito santo”. Qui Giovanni non parla dell’attività di battezzatore di Gesù e neppure del nostro battesimo cristiano in senso proprio, ma del dono dello Spirito che solo Gesù può fare all’uomo, rendendolo partecipe della Sua relazione filiale con il Padre, che è lo Spirito. E questo vincolo d’amore di cui ci rende partecipi (che fa anche di noi dei “figli nel Figlio”) è la forza mite dell’Agnello che toglie il peccato del mondo. Il Figlio è l’Agnello che toglie dal mondo il peccato portandone tutto il peso su di sé, perché l’uomo, reso figlio, non ne sia più schiacciato, ma sia libero di vivere nella libertà dei figli mossi dallo Spirito (cfr. Rm 8).
Questa è la testimonianza di Giovanni Battista.
E’ Gesù che dobbiamo guardare: “ecco l’Agnello di Dio” (letteralmente: “vedi l’Agnello di Dio”); è seguendo Lui dovunque vada che possiamo entrare nell’esperienza di essere figli, fino alla “rivelazione dei figli di Dio” (cfr. Rm 8), fino a che saremo manifestati pienamente come figli di Dio, secondo la verità del nostro battesimo (cfr. 1Gv 4).
Brevi note sulla prima lettura
Enzo Bianchi
Isaia 49,3.5-6
Questo brano dell’Antico Testamento scelto in parallelo a quello del vangelo secondo Matteo, è un “canto”, il secondo “canto del Servo del Signore”, tra i quattro incastonati come perle nel libro di Isaia (cf. Is 42,1-7; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12). Si tratta di oracoli che sembrano formare un libretto indipendente dal resto della predicazione del profeta. In essi si intravede e viene descritto un Servo del Signore (‘ebed ’Adonaj) anonimo, la cui identità non è svelata. È stato chiamato dal Signore, quale persona rappresentativa del piccolo resto di Israele, e a lui è affidata una missione presso il popolo di Dio, riscattare e radunare gli esiliati, ma anche una missione universale, che riguarda tutte le genti, l’umanità intera. Questo servo sarà “luce delle genti” (cf. anche Is 42,6), porterà la salvezza fino all’estremità della terra e sarà riconosciuto anche dai governanti della terra (cf. Is 49,7). I discepoli di Gesù hanno interpretato questa profezia come annuncio del Servo del Signore Gesù di Nazaret.
Riconoscere e rendere testimonianza a Gesù
Enzo Bianchi
Terminato il tempo liturgico delle manifestazioni del Figlio di Dio fattosi uomo e venuto tra di noi, prima di riprendere con la lettura cursiva del vangelo secondo Matteo l’ordo liturgico ci fa sostare ancora su un’epifania di Gesù, una rivelazione a Israele tramite Giovanni il Battista (anno A), una rivelazione ai primi discepoli attraverso la chiamata (anno B), una rivelazione dell’alleanza nuziale tra lo Sposo Messia e la chiesa a Cana (anno C).
Il vangelo di questa domenica ci presenta la rivelazione che Giovanni il Battista riceve da Dio e fedelmente trasmette a quanti vanno da lui per ascoltarlo. Gesù è un discepolo di Giovanni, lo segue (opíso mou: Gv 1,27), stando al vangelo secondo Luca è un cugino nato poco dopo di lui (cf. Lc 1,36). Anche Giovanni è un dono che solo Dio poteva dare (cf. Lc 1,18-20), eppure non conosce l’identità più misteriosa e profonda di Gesù, come confessa: “Io non lo conoscevo”, in parallelo alle parole che aveva rivolto alle folle: “In mezzo a voi sta uno che non conoscete” (Gv 1,26). Solo una rivelazione da parte di Dio può fargli conoscere chi è veramente Gesù, al di là del suo essere “un veniente dietro a me” (Gv 1,26), come il Battista lo definisce.
Prima di essere un profeta, uno che parla a nome Dio, Giovanni è un ascoltatore della sua parola, esercitato a discernere l’azione di Dio, e per questo ha visto lo Spirito santo scendere dal cielo e posarsi su Gesù come colomba per rimanere su di lui. Sì, perché l’ascolto rende possibile la “visione”, l’esperienza dello Spirito santo che alza il velo, rivela e fa conoscere per grazia l’inconoscibile. Dalla non conoscenza alla conoscenza: questa è stata la dinamica della fede di Giovanni, che sempre si è posto domande su Gesù, fino a porle a Gesù stesso (cf. Mt 11,2-3; Lc 7,18-20), e sempre ha ascoltato, facendo obbedienza e rendendo testimonianza alla luce venuta nel mondo (cf. Gv 1,6-9). Due volte confessa: “Io non lo conoscevo”, eppure sa riconoscerlo. Anche la chiesa dovrebbe sempre ricordare e saper vivere questo atteggiamento di Giovanni, perché ancora oggi Gesù Cristo è presente nell’umanità che non lo conosce: come un rabdomante riconosce la presenza dell’acqua, così la chiesa deve riconoscere la presenza di Cristo nell’umanità, nelle culture, nella storia. Si tratta sempre di ascoltare la voce del Signore, di “vedere” l’umanità nel suo oggi, di discernere il Cristo sempre presente nell’umanità plasmata secondo la sua immagine di Figlio di Dio (cf. Col 1,15-17).
Quando Giovanni “vede” Gesù venire verso di lui, confessa ad alta voce: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”. L’“ecco” iniziale indica frequentemente una rivelazione (cf. Is 7,14; 42,1, ecc.). Gesù appare innanzitutto come un agnello, titolo presente solo nella letteratura giovannea (quarto vangelo e Apocalisse), ma non come un agnello guerriero che assume la difesa del gregge trionfando sui nemici, secondo l’immaginario diffuso nell’apocalittica giudaica di quel tempo, bensì come un mite agnello che porta e toglie il peccato del mondo. Le due parole “agnello” e “peccato” non sono molto presenti nel nostro linguaggio, anche se le cantiamo in ogni liturgia eucaristica. Sono parole ricche di significato, che vanno conosciute. L’agnello è segno della mitezza, della non aggressività, dell’essere vittima piuttosto che carnefice. Agli ebrei ricordava l’agnello pasquale, segno della liberazione, e l’agnello immolato ogni giorno al tempio, per ottenere l’assoluzione e il perdono del peccato del popolo. Poteva anche ricordare il Servo del Signore descritto da Isaia e Geremia come animale innocente, perseguitato e ucciso (cf. Is 53,7; Ger 11,19). Nella letteratura giovannea “agnello di Dio” è un titolo relativo a Gesù, che nell’innocenza di chi non ha peccato, nella mitezza di chi non ha mai commesso violenza, prende su di sé e quindi toglie da noi il peso del nostro cattivo operare, l’ingiustizia di cui tutti siamo responsabili. Questa la liberazione radicale che ci ha portato Gesù, l’Agnello della Pasqua unica e definitiva, l’Agnello che ci riconcilia con Dio per sempre.
Giovanni gli rende dunque testimonianza perché questa è la sua missione. Perciò proclama la propria esperienza: “Ho contemplato lo Spirito discendere e rimanere su di lui”. Questa esperienza corrisponde a una parola ricevuta in anticipo da Dio: “L’uomo sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo”. Egli aveva solo immerso nell’acqua per preparare la venuta del Signore: anche il Signore immergerà, ma nel fuoco dello Spirito santo (cf. Mc 1,8 e par.). E la testimonianza risuona con forza: “Sì, io visto e ho rendo testimonianza che questi è il Figlio di Dio, l’Eletto di Dio”. Questa la vera conoscenza di Gesù da parte di Giovanni, conoscenza non acquisita una volta per tutte ma sempre da rinnovare, come ricordano gli altri vangeli (cf. Mt 11,2-6; Lc 7,18-23).
E ciò vale anche per noi: non dobbiamo mai pensare di avere una conoscenza, un’immagine di Gesù nostra definitivamente acquisita, ma dobbiamo sempre rinnovarla con l’assiduità al Vangelo. Altrimenti, se prevalgono le nostre proiezioni su di lui, anche Gesù può essere per noi un idolo. Non basta affermare: “Ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Gesù”, occorre che sia il Gesù che è Vangelo e il Vangelo che è Gesù! Il rischio è confessare un Gesù nostro idolo, manufatto da noi. Solo la confessione che non conosciamo pienamente Gesù ci spinge a conoscerlo invocando la sua rivelazione da parte di Dio.
Ripartire sempre di nuovo
Papa Francesco
Questa seconda domenica del Tempo Ordinario si pone in continuità con l’Epifania e con la festa del Battesmo di Gesù. Il brano evangelico (cfr Gv 1,29-34) ci parla ancora della manifestazione di Gesù. Infatti, dopo essere stato battezzato nel fiume Giordano, Egli fu consacrato dallo Spirito Santo che si posò su di Lui e venne proclamato Figlio di Dio dalla voce del Padre celeste (cfr Mt 3,16-17 e par.). L’Evangelista Giovanni, a differenza degli altri tre, non descrive l’avvenimento, ma ci propone la testimonianza di Giovanni Battista. Egli è stato il primo testimone di Cristo. Dio lo aveva chiamato e lo aveva preparato per questo.
Il Battista non può trattenere l’impellente desiderio di rendere testimonianza a Gesù e dichiara: «Io ho visto e ho testimoniato» (v. 34). Giovanni ha visto qualcosa di sconvolgente, cioè il Figlio amato di Dio solidale con i peccatori; e lo Spirito Santo gli ha fatto comprendere la novità inaudita, un vero ribaltamento. Infatti, mentre in tutte le religioni è l’uomo che offre e sacrifica qualcosa a Dio, nell’evento Gesù è Dio che offre il proprio Figlio per la salvezza dell’umanità. Giovanni manifesta il suo stupore e il suo consenso a questa novità portata da Gesù, mediante un’espressione pregnante che noi ripetiamo ogni volta nella Messa: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (v. 29).
La testimonianza di Giovanni Battista ci invita a ripartire sempre di nuovo nel nostro cammino di fede: ripartire da Gesù Cristo, Agnello pieno di misericordia che il Padre ha dato per noi. Lasciarci nuovamente sorprendere dalla scelta di Dio di stare dalla nostra parte, di farsi solidale con noi peccatori, e di salvare il mondo dal male facendosene carico totalmente.
Impariamo da Giovanni Battista a non presumere di conoscere già Gesù, di sapere già tutto di Lui (cfr v. 31). Non è così. Fermiamoci sul Vangelo, magari anche contemplando un’icona di Cristo, un “Volto santo”. Contempliamo con gli occhi e più ancora col cuore; e lasciamoci istruire dallo Spirito Santo, che dentro ci dice: È Lui! È il Figlio di Dio fattosi agnello, immolato per amore. Lui, Lui solo ha portato, Lui solo ha sofferto, ha espiato il peccato di ognuno di noi, il peccato del mondo, e anche i miei peccati. Tutti. Li ha portati tutti su di sé e li ha tolti da noi, perché noi fossimo finalmente liberi, non più schiavi del male. Sì, ancora poveri peccatori siamo, ma non schiavi, no, non schiavi: figli, figli di Dio!
La Vergine Maria ci ottenga la forza di rendere testimonianza al suo Figlio Gesù; di annunciarlo con gioia con una vita liberata dal male e una parola piena di fede meravigliata e riconoscente.
Angelus 19/01/2020
Dio, colui che chiama
Fernando Armellini
Non c’è pagina della Scrittura in cui non compaia in qualche modo il tema della vocazione. “In principio” Dio chiama le creature all’esistenza (Sap 11,25), chiama l’uomo alla vita e quando Adamo si allontana da lui gli chiede: “Dove sei?” (Gn 3,9). Chiama un popolo e lo predilige fra tutti i popoli della terra (Dt 10,14-15); chiama Abramo, Mosè, i profeti e affida loro una missione da portare a compimento, un piano di salvezza da realizzare. Chiama per nome anche le stelle del firmamento ed esse rispondono: “Eccoci!” e gioiscono e brillano di gioia per colui che le ha create (Bar 3,34-35). Comprendere queste vocazioni equivale a scoprire il progetto che Dio ha su ognuna delle sue creature e su ogni uomo. Nessuno e nulla è inutile: ogni persona, ogni essere ha una funzione, un compito da svolgere.
“Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” – dichiara il Signore per bocca di Osea (Os 11,1) e Matteo (Mt 2,15) applica questa profezia a Gesù. Sì, anch’egli ha una vocazione: ripartire dalla terra di schiavitù, ripercorrere le tappe dell’esodo, superarne le tentazioni e giungere con tutto il popolo alla libertà.
E la nostra vocazione?
“Dio ci ha chiamati con una vocazione santa ” (2 Tm 1,9), ci ha chiamati “mediante il nostro vangelo, all’acquisizione della gloria del Signore nostro Gesù Cristo” (2 Ts 2,14).
I cammini che conducono a questa meta sono diversi per ciascuno di noi: c’è il cammino di chi è sposato e quello di chi è celibe, c’è il percorso dei sani e dei malati, dei vedovi, dei separati, dei fidanzati… Ciò che importa è ascoltare e scoprire dove Dio vuole condurre ognuno e “camminare in modo degno della vocazione che è stata assegnata” (Ef 4,1). “Angelo del Signore” è chiunque si affianca al fratello e lo aiuta a discernere e a proseguire lungo la via tracciata per lui da Dio.
Prima Lettura (Is 49,3.5-6)
3 Il Signore mi ha detto: “Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria”.
5 Il Signore
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele,
– poiché ero stato stimato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –
6 mi disse: “ È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti di Israele.
Ma io ti renderò luce delle nazioni
perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”.
Abbiamo già incontrato nella festa del Battesimo di Gesù il “Servo del Signore” del quale si parla nella lettura. Oggi è egli stesso che racconta la sua vocazione.
Come altri grandi personaggi dell’antico e del nuovo Testamento (Geremia: Ger 1,5; il Battista: Lc 1,15; Paolo: Gal 1,15), anch’egli è scelto da Dio fin dal grembo materno ed è inviato a compiere una grande missione.
Difficile stabilire se il profeta si riferisse a un personaggio storico reale (Geremia? Mosè?) o se, per “Servo del Signore”, intendesse la collettività d’Israele. Il primo versetto della lettura di oggi sembra favorire questa seconda interpretazione (v. 3), ma quello successivo pare contraddirla: Israele sarebbe inviato dal Signore… a riunire Israele (v. 5).
L’identificazione più coerente e rispettosa del testo è, probabilmente, quella di chi lo considera una personificazione del “resto fedele d’Israele”. Sarebbe, cioè, l’immagine delle persone pie che, in mezzo a un popolo che si è allontanato dal suo Dio, hanno saputo resistere alle lusinghe del paganesimo.
Siamo a Babilonia nel VI secolo a.C.. Da decenni gli israeliti si trovano, umiliati e avviliti, in terra straniera. Hanno ormai abbandonato tutti i loro sogni di grandezza e, quando ripensano al loro glorioso passato, provano soltanto disagio e sconforto. “Cantateci i canti di Sion” – chiedono coloro che li hanno deportati (Sal 137,3). Ma come intonare l’inno di vittoria, eseguito dai loro padri sulle rive del mar Rosso, ora che sono schiavi e lontani dalla loro patria?
In questa situazione, umanamente senza speranza, il piccolo resto, l’Israele-fedele è chiamato dal Signore, che gli affida un duplice compito: riunire tutti i figli del suo popolo dispersi fra le nazioni per riportarli nella terra dei loro padri (v. 5) e divenire luce e segno di salvezza fino alle estremità della terra (v. 6).
La scelta di questo Servo è contraria ad ogni logica umana. L’impresa cui è chiamato può essere portata a compimento solo da qualcuno che disponga di doti e di mezzi eccezionali. Invece è proprio attraverso questo servo debole che il Signore ha deciso di manifestare “la sua gloria” (v. 3). Egli lo apprezza e gli dona la sua forza (v. 5).
Non sappiamo a quale personaggio storico si sia ispirato il profeta nel tratteggiare la figura del “Servo del Signore”. Ciò che è certo è che i primi cristiani hanno visto i suoi lineamenti perfettamente riprodotti in Gesù. Come il “Servo”, Gesù ha svolto la sua missione cominciando a riunire “le pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,6) e ha voluto che la sua luce splendesse anzitutto in Galilea: nel “paese di Zabulon e di Neftali, il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (Mt 4,15-16). Poi, come quella del “Servo del Signore” (Is 49,4), anche l’attività di Gesù in favore d’Israele si è conclusa con un fallimento, con una morte ignominiosa, ma Dio è intervenuto e ha mutato in trionfo l’apparente sconfitta. Dopo la Pasqua, la missione di Cristo si è estesa – come quella del “Servo” – al mondo intero: “Andate dunque – ha ordinato ai discepoli – e ammaestrate tutte le nazioni, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 27,19-20).
Seconda Lettura (1 Cor 1,1-3)
1 Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, 2 alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: 3 grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
La prima Lettera ai corinti – dalla quale sarà tratta la seconda lettura delle prossime sei domeniche – è stata scritta da Paolo per risolvere alcuni gravi problemi sorti in quella comunità: anarchia e disordini durante le celebrazioni eucaristiche, dissensi e gelosie, poca chiarezza su alcune questioni morali, confusione di idee riguardo alla risurrezione dei morti… Oggi ci viene proposta l’introduzione di questa lettera. In essa vengono indicati i mittenti (Paolo e il fratello Sòstene) e i destinatari (la chiesa di Dio che è in Corinto) e viene rivolto ai fedeli l’augurio di grazia e di pace. Tre versetti soltanto, ma in essi sono accennati temi teologici che vale la pena mettere in rilievo.
Anzitutto Paolo si presenta come apostolo per vocazione.
Apostolo è colui che è inviato a predicare il vangelo là dove nessuno lo ha ancora annunciato, è chi getta il seme da cui nasce, germoglia e cresce fino a raggiungere il pieno sviluppo la comunità. Più avanti nella sua lettera, Paolo impiegherà proprio questa immagine: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere” (1Cor 3,6).
Prima di entrare nel merito dei problemi che intende affrontare (cosa che farà in termini molto severi), sente il bisogno di richiamare e giustificare la propria autorità.
A differenza dei rabbini e dei maestri del suo tempo, non si appella agli studi che ha fatto, né alla sapienza, né all’esperienza che ha accumulato lungo gli anni. Si richiama alla sua vocazione, alla chiamata personale che ha ricevuto da Dio.
Ecco qui, di nuovo, il tema della vocazione che abbiamo trovato nella prima lettura; anche Paolo è stato scelto e gli è stato affidato un compito: essere apostolo. Ricorda questa vocazione per disporre i corinti ad accogliere le sue parole, le sue esortazioni, le sue decisioni: non espone le proprie dottrine, ma parla in nome di Dio che lo ha inviato.
Oltre a Paolo, il v. 1 cita Sòstene. Chi è costui? Gli Atti degli apostoli menzionano un certo Sòstene, capo della sinagoga di Corinto. Costui, assieme ad altri giudei, un giorno aveva trascinato Paolo in tribunale perché fosse condannato per bestemmia. Di fronte al proconsole Gallione che, tra l’incredulo e il divertito, assisteva a una discussione per lui di ben scarsa importanza, il dibattito teologico era divenuto sempre più acceso e si era tramutato in rissa. Ad avere la peggio era stato proprio Sòstene che – non si sa bene per quale ragione – era stato malmenato dai suoi stessi correligionari (At 16,12-17). Se si tratta della stessa persona si può concludere che le botte ricevute… sono servite a farlo rinsavire.
Destinataria della lettera è – come abbiamo già rilevato – “la chiesa di Dio che sta in Corinto” (v. 2). È la “comunità”, il “gruppo di cristiani” di quella città. Chiesa significa: “gente convocata”, “gente chiamata” da Dio. È ancora il tema della vocazione che ritorna: se i corinti sono divenuti credenti, è perché Dio li ha “chiamati”, li ha “scelti”.
I cristiani di Corinto sono santi convocati (v. 2). “Santo” significa “separato”, posto da parte, riservato a Dio. I corinti sono santi perché diversi dai pagani. Non vivono in un ghetto, lontani dagli altri – questo sarebbe contrario al vangelo che li vuole “sale della terra” (Mt 5,13) e “lievito” che fa fermentare la farina (Mt 13,33) – sono separati perché conducono una vita guidata da princìpi diversi da quelli dei pagani. Paolo richiama questa santità per introdurre i richiami severi contro i comportamenti immorali di alcuni membri di quella comunità.
Infine va sottolineata l’insistenza dell’Apostolo sull’unità che deve regnare fra i credenti in Cristo. I corinti non possono dimenticare che la loro comunità è parte della chiesa universale. La definizione che viene data di questa chiesa è suggestiva: sono tutti coloro che, in ogni luogo, invocano il nome del Signore Gesù Cristo (v. 2).
Si comprenderà più avanti (già dalla lettura della prossima domenica) la ragione di questo richiamo: sta preparando un intervento duro contro le divisioni e i dissapori che si sono manifestati nella comunità.
Vangelo (Gv 1,29-34)
29 Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! 30 Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. 31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele”.
32 Giovanni rese testimonianza dicendo: “Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui.
33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo.
34 E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”.
I tre vangeli sinottici iniziano il racconto della vita pubblica di Gesù ricordando il suo battesimo. Giovanni ignora questo episodio, tuttavia dedica un ampio spazio al Battista. Lo inquadra, fin dai primi versetti, in una prospettiva originale: più che come precursore, lo presenta come “l’uomo mandato da Dio a rendere testimonianza alla luce” (Gv 1,6-8). La sua vita e la sua predicazione suscitano interrogativi, attese e speranze nel popolo, circola addirittura la voce che sia lui il messia. Una delegazione di sacerdoti e leviti va al di là del Giordano per interrogarlo, per avere delucidazioni sulla sua identità e sulla sua opera. Egli risponde: “Io non sono il Cristo… Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo” (Gv 1,19-28).
È in questo contesto che si inserisce il nostro brano.
Entra in scena il protagonista – Gesù – da poco evocato dal Battista nel dibattito che ha avuto con gli inviati dei giudei. Al vederlo venire verso di lui esclama: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (v. 29).
È un’affermazione che – come vedremo – è densa di significati e di evocazioni bibliche.
Il Battista mostra di avere intuito l’identità, da tutti ancora ignorata, di Gesù. Com’è giunto a scoprirla e perché lo definisce con un’immagine tanto singolare? Mai nell’AT una persona è stata chiamata “agnello di Dio”. L’espressione segna il punto di arrivo del suo lungo e certamente faticoso cammino spirituale; è partito, infatti, dall’ignoranza più completa: “Io non lo conoscevo” – ripete per due volte (vv. 31.33).
Chiunque voglia giungere “alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (Fil 3,8) deve cominciare a prendere coscienza della propria ignoranza.
È strana – dicevamo – l’immagine dell’agnello di Dio. Il Battista ne aveva a disposizione altre: pastore, re, giudice severo. Quest’ultima l’ha anche impiegata: “Viene uno più forte di me… Ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile” (Lc 3,16-17). Ma – nella sua mente – nessuna riassumeva la sua scoperta dell’identità di Gesù meglio di quella dell’agnello di Dio.
Educato probabilmente fra i monaci esseni di Qumran, aveva assimilato la spiritualità del suo popolo, ne conosceva la storia e aveva dimestichezza con le Scritture. Pio israelita, sapeva che i suoi ascoltatori, sentendolo accennare all’agnello, avrebbero immediatamente intuito l’allusione all’agnello pasquale il cui sangue, posto sugli stipiti delle case, in Egitto aveva risparmiato i loro padri dall’eccidio dell’angelo sterminatore. Il Battista ha intravisto il destino di Gesù: un giorno sarebbe stato immolato, come agnello, e il suo sangue avrebbe tolto alle forze del male la capacità di nuocere; il suo sacrificio avrebbe liberato l’uomo dal peccato e dalla morte. Notando che Gesù è stato condannato a mezzogiorno della vigilia di pasqua (Gv 19,14), l’evangelista Giovanni ha certamente voluto richiamare questo stesso simbolismo. Era infatti quella l’ora in cui, nel tempio, i sacerdoti cominciavano a immolare gli agnelli.
C’è una seconda allusione nelle parole del Battista.
Chi ha presente le profezie contenute nel libro di Isaia – e ogni israelita le conosceva molto bene – non può non percepire il richiamo alla fine ignominiosa del Servo del Signore del quale abbiamo sentito parlare anche nella prima lettura di oggi. Ecco come il profeta descrive il suo incamminarsi verso la morte: “Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori… è stato annoverato fra gli empi, mentre invece portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53,7.12).
In questo testo, l’immagine dell’agnello è collegata alla distruzione del peccato.
Gesù – intendeva dire il Battista – si farà carico di tutte le debolezze, di tutte le miserie, di tutte le iniquità degli uomini e, con la sua mitezza, con il dono della sua vita, le annienterà. Non eliminerà il male concedendo una specie di amnistia, un condono, una sanatoria; lo vincerà introducendo nel mondo un dinamismo nuovo, una forza irresistibile – il suo Spirito – che porterà gli uomini al bene e alla vita.
Il Battista ha in mente un terzo richiamo biblico: l’agnello è associato anche al sacrificio di Abramo.
Isacco, mentre cammina a fianco del padre verso il monte di Moria, chiede: “Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. Abramo risponde: “Dio stesso provvederà l’agnello” (Gn 22,7-8).
“Eccolo l’agnello di Dio!” – risponde ora il Battista – è Gesù, donato da Dio al mondo perché sia sacrificato in sostituzione dell’uomo peccatore meritevole di castigo.
Anche i dettagli del racconto della Genesi (Gn 22,1-18) sono ben noti e il Battista intende applicarli a Gesù. Come Isacco, egli è il figlio unico, il benamato, colui che porta la legna dirigendosi al luogo del sacrificio. A lui si adattano anche i particolari aggiunti dai rabbini. Isacco – dicevano questi – si era offerto spontaneamente; invece di fuggire, si era consegnato al padre per essere legato sull’altare. Anche Gesù ha donato liberamente la sua vita per amore.
A questo punto viene da chiedersi se davvero il Battista avesse presenti tutti questi richiami biblici quando, per due volte, rivolto a Gesù, ha dichiarato: “Ecco l’agnello di Dio” (Gv 1,29.36).
Lui forse no, ma certamente li aveva presenti l’evangelista Giovanni che intendeva offrire una catechesi ai cristiani delle sue comunità e a noi.
Nella seconda parte del brano (vv. 32-34) viene presentata la testimonianza del Battista: egli riconosce come “Figlio di Dio” colui sul quale ha visto scendere e rimanere lo Spirito. Il riferimento è alla scena del battesimo narrata dai sinottici (Mc 1,9-11). Giovanni introduce però un particolare significativo: lo Spirito non solo è visto discendere su Gesù, ma rimanere in lui.
Nell’AT si parla spesso dello spirito di Dio che prende possesso degli uomini conferendo loro forza, determinazione, coraggio, tanto da renderli irresistibili. Si parla di una sua discesa sui profeti che vengono abilitati a parlare in nome di Dio; ma la caratteristica di questo spirito è la sua provvisorietà: permane in queste persone privilegiate fino a quando hanno portato a termine la loro missione, poi le lascia ed esse ritornano normali, svanisce ogni loro abilità, intelligenza, sapienza, forza superiore. In Gesù invece lo Spirito rimane in modo duraturo, stabile. La stabilità nella Bibbia è attribuita soltanto a Dio: solo lui è “il vivente che rimane in eterno” (Dn 6,27); solo la sua parola “rimane in eterno” (1 Pt 1,25).
Attraverso Gesù lo Spirito è entrato nel mondo. Nessuna forza avversa lo potrà mai scacciare o vincere e da lui sarà effuso su ogni uomo. È il battesimo “in Spirito Santo” annunciato dal Battista (v. 33). Uniti intimamente a Cristo, come tralci a una vite rigogliosa e piena di linfa, i credenti porteranno frutti abbondanti (Gv 15,5), dimoreranno in Dio e Dio in loro (1 Gv 4,16), riceveranno la stabilità nel bene che è propria di Dio, perché, mentre “il mondo passa con la sua concupiscenza, chi fa la volontà di Dio rimane saldo in eterno” (1 Gv 2,17).
È questo il messaggio di speranza e di gioia che, attraverso il Battista, Giovanni, fin dalla prima pagina del suo vangelo, vuole annunciare ai discepoli. Nonostante l’evidente strapotere del male nel mondo, ciò che attende l’umanità è la comunione di vita “col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo”. Queste cose – dice Giovanni – le scrivo “perché la nostra gioia sia perfetta” (1 Gv 1,3-4).
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