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Post-teismo e cristianesimo: una risposta
8 gennaio 2026
di: Giuseppe Savagnone
Per gentile concessione di
http://www.settimananews.it
Sollecitato dall’ultimo articolo di Paolo Gamberini su SettimanaNews, sono lieto di poter continuare un dialogo che va ben al di là di quello sterile botta-e-risposta polemico di cui purtroppo i social ci danno ogni giorno l’esempio, perché è proteso, al di là della difesa delle proprie posizioni, alla ricerca di un progresso sulla via del necessario rinnovamento della visione teologica del cristianesimo. È questa giusta esigenza che sta alla base della proposta del post-teismo. Proprio alla corretta realizzazione di tale obiettivo, non al suo rifiuto, sono volte le mie critiche.
Comincio dai due punti su cui, secondo Gamberini, avrei frainteso, nel mio articolo «Verso un neo-cristianesimo?», la sua posizione.
Incarnazione continua
Il primo riguarda la tesi che io gli attribuisco, secondo «Gesù non è il Logos incarnato, ma solo una sua manifestazione tra le tante che costellano il mondo e l’umanità». Il suo intento – egli replica – è «affermare, invece, che l’esclusività non è attributo essenziale per l’idea di incarnazione», perché «affermare che Gesù è manifestazione e rivelazione del Logos, significa che Gesù è (…) manifestazione “piena” o “suprema” del Logos. C’è una gradualità nell’incarnazione. L’incarnazione non è un evento singolo ed esclusivo, ma costituisce un divenire o processo che ha avuto inizio – possiamo dire al Big Bang – e si concluderà quando il mondo avrà completato l’accoglienza della Parola di Dio». È il senso dell’espressione, che dà il titolo all’articolo, «incarnazione continua».
Ora, alla luce di questa stessa precisazione, mi sembra chiaro che per Gamberini l’incarnazione non è un evento, unico e irripetibile, che ha segnato il corso della storia, ma una manifestazione del Logos che si ripete e si va compiendo nell’evoluzione del cosmo. La storia di Gesù è solo un episodio, sia pure il più alto, in un contesto dove la rivelazione del Logos può essere colta non solo in innumerevoli altri personaggi storici, da Buddha a Socrate a Gandhi, ma nei fenomeni della natura e nell’evoluzione dell’universo, «dal Big Bang» in poi.
Ma, se è così, francamente stento a vedere il fraintendimento che l’autore denunzia nella mia frase da lui citata, se non nella mancata sottolineatura della superiorità − ma solo di grado! − che la manifestazione avvenuta in Gesù rappresenta rispetto a tutte le altre. Resta il punto essenziale che in lui non si è realizzato, in modo unico ed irripetibile, l’irrompere del Dio trascendente nella nostra storia, ma solo una − sia pure la più alta − espressione del divino che pervade il cosmo.
La relazione tra Dio e il mondo
E proprio sulla relazione tra Dio e il mondo verte il secondo appunto che Gamberini muove alla mia lettura della sua concezione. La posta in gioco è la natura dell’atto creatore, il quale, per l’autore, affonda le sue radici nell’essenza di Dio, allo stesso modo della generazione del Logos, ma la cui libertà, secondo lui, non sarebbe per questo compromessa dalla necessità. Sarebbe così evitato il rischio del panteismo, che, rendendo il mondo necessario a Dio, lo farebbe identificare in un’unica realtà con Lui.
Ora, per Gamberini quella tra il cosmo e Dio sarebbe «una relazione essenziale. Ciò non significa “necessaria”». E qui la critica: «Savagnone in modo indebito equipara il concetto di “essenziale” a quello di “necessario”».
Ora, se è verissimo che ciò che è necessario non è per ciò stesso essenziale (la tradizione aristotelica parlava di «accidenti – estrinseci dunque rispetto all’essenza – necessari»), non è vero il reciproco, perché ciò che è essenziale a un essere gli è necessario. E se il mondo fosse essenziale a Dio, Egli non potrebbe esistere senza di esso. Che poi è quanto Gamberini diceva esplicitamente in un altro suo articolo pubblicato il 30 agosto scorso su SettimanaNews: «Dio e mondo sono i due modi con cui la sostanza divina (θεός) si definisce. Il modo “infinito” della sostanza è il Dio (ὁ θεός). Il modo “finito” della sostanza è la creatura».
Dove non posso non vedere l’eco di un grande e profondo filone di pensiero che ha distinto l’Uno (Plotino) o la Sostanza divina (Spinoza) dalle loro manifestazioni particolari e molteplici che costituiscono il mondo, sempre però rivendicando la loro indissolubile, reciproca appartenenza. L’Uno e i molti del grande filosofo ellenista, la Sostanza e i suoi «modi», di cui, sulla sua scia, parla, molti secoli dopo, il pensatore ebreo, si pongono come aspetti diversi di un’unica realtà, non come esseri dotati una propria intrinseca autonomia. Perciò si parla di «monismo». E non a caso Gamberini definisce la sua visione «Monismo relativo».
Non sono invece «moniste» le filosofie che ammettono una differenza incolmabile tra relativo e Assoluto, come sono quelle che parlano di una creazione libera del mondo da parte di Dio. E tra queste c’è quella di Tommaso d’Aquino secondo cui, come Gamberini correttamente evidenzia, la trascendenza divina è così radicale da escludere che il rapporto con la creatura cambi qualcosa nell’essere di Dio.
E Gamberini sembra riconoscere la validità della concezione tommasiana secondo cui «la relazione reale è quella della creatura con Dio, mentre quella di Dio con la creatura è logica» (fino a dire che «la risposta di Tommaso è necessaria perché la fede sia ragionevole»). Salvo poi a concludere – con quello che a me pare un salto logico – che «la creazione non va considerata come qualcosa di inessenziale per Dio» e che «l’essere di Dio (x) non è senza la Sua relazione al creato (x + y)». Che è esattamente l’opposto di quello che Tommaso voleva sottolineare.
Una esigenza da approfondire
Resta l’esigenza da cui Gamberini parte – e che è assolutamente condivisibile – di approfondire l’intuizione di Teilhard de Chardin quando «immaginava una cristologia che integrasse la scienza e l’evoluzione, collegando Cristo non solo alla Trinità, ma anche al cosmo in evoluzione, vedendo così la creazione come il corpo mistico di Cristo». Senza però cadere nell’estremo di sostenere, come fa l’autore, «l’identità tra il Verbo increato e il creato assunto».
È possibile? Io penso di sì e ritengo che anche le posizioni di Gamberini, pur nella loro unilateralità, possano costituire un contributo importante in questo percorso di ricerca, inevitabilmente esposto a incertezze e passi falsi, ma su cui oggi non possiamo fare a meno di procedere se vogliamo ampliare i nostri orizzonti e renderli più accessibili agli uomini e alle donne del nostro tempo.
Senza dimenticare, però, che l’obiettivo è quello di rinnovare la formulazione del messaggio cristiano, non di elaborare un nuovo teorema metafisico. Che ne sarebbe − nella visione di Gamberini, per cui «Dio e mondo sono i due modi con cui la sostanza divina (θεός) si definisce» − dell’assoluta trascendenza del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che l’annuncio evangelico non vuole rinnegare ma far conoscere meglio? E potremmo ancora pregare quel «Padre che è nei cieli», a cui si rivolge il «Padre nostro»? A dispetto di tutte le nostre elaborazioni concettuali, è chiaro che Gesù, stando ai vangeli, non era post-teista.
Ma anche l’interpretazione della sua figura non corrisponde al cuore della rivelazione cristiana, secondo cui egli è l’unico Salvatore e «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). E questa è proprio l’«esclusività» che Gamberini, come abbiamo visto prima, esplicitamente nega. Pieno rispetto per il suo sforzo di rilettura della tradizione cristiana, ma resta da chiedersi perché chiamarlo ancora cristianesimo.
- Paolo Gamberini 10 gennaio 2026
Ringrazio Giuseppe Savagnone per l’introduzione alla sua risposta, condividendone lo spirito. Affermare che il mondo è essenziale a Dio non significa che il mondo è necessario a Dio, per cui senza il mondo Dio non sarebbe. Significa, invece, che la relazione di Dio al mondo appartiene all’essenza divina in quanto creatrice. Se il termine creatività indica quell’“agire senza del quale nulla è”, affermare che in Dio essenza ed agire sono la stessa cosa, ne segue che la creazione non va considerata come qualcosa di inessenziale per Dio. Essere creativo significa che Dio (x) pone (+) il mondo (y) ed essendo questa posizione creatrice, ne segue che il mondo “senza” questa relazione creatrice non è (y = 0). Questo è possibile, solamente se l’essenza di Dio (x) è (=) la sua relazione al mondo (x + y). In definitiva, x = x + y.La relazione di Dio – invece – non è “necessaria”. La necessità è un concetto relazionale. Una cosa (x) è necessaria sempre e solo in relazione ad un’altra (y). Negando l’una si nega anche l’altra, per cui il risultato è nulla (x – y = 0). La conseguenza di tale relazione necessaria è l’assoluta identità dei due termini (x = y). Questo non accade quando affermo che la relazione tra Dio e mondo è essenziale, poiché in questo caso la divinità è creatrice ed essendo tale il suo agire è tale senza del quale nulla è. Pertanto, “ponendo” il mondo (x + y), Dio rivela la sua essenza senza dipendere dal mondo (x = x + y).Per quanto riguarda l’unicità di Gesù Cristo. Ripeto quanto già affermato. Dire che Gesù di Nazareth è la realizzazione definitiva e compiuta dell’irrompere del Dio trascendente nella nostra storia significa “includere” anche ciascuno di noi e tutte le altre creature, ciascuna secondo la sua capacità di ricezione. Per questo parlo di “gradualità”. Si può affermare che l’evento di Gesù Cristo è “unico” nel senso che è il più alto evento pensabile. Tuttavia è possibile che altri possano “partecipare” della sua pienezza, tenendo presente che il Cristo cosmico sarà il Soggetto finale in cui “Dio sarà tutto in tutti”. Come afferma Rahner (Corso fondamentale, 265) “la promessa irrevocabile fatta a tutti gli esseri umani [è] giunta a compimento in un individuo”. “Tale insuperabile autocomunicazione di Dio a tutti gli esseri umani è storicamente tangibile ed è giunta a se stessa in modo irrevocabile”. Tale autocomunicazione in un individuo compita (Gesù di Nazareth) si compirà “CORPORALMENTE” in quell’evento che la tradizione chiama PAROUSIA, il compimento non solo individuale ma collettivo. “Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio” (Ap 21,3).Rispondi - Giovanni Salmeri 10 gennaio 2026
Grazie a Paolo Gamberini e a Giuseppe Savagnone per l’interessante e importante confronto. Mettendo tra parentesi il tema specifico, credo che ci sia un punto generale sul quale riflettere. È davvero necessario, e in che senso, un «rinnovamento della visione teologica del cristianesimo»? Su questo mi pare che i due interlocutori abbiano una certa consonanza. Io concorderei in una forma molto sfumata e differenziata, soprattutto se l’obiettivo è quello di scrivere una teologia più accessibile al mondo attuale. Certamente l’abbandono delle forme visibili di appartenenza alla comunità cristiana è stato in Occidente enorme negli ultimi decenni. Ma molto difficilmente ciò può essere imputato ad un’insoddisfazione nei confronti della teologia: penso che sia nulla la percentuale di coloro che hanno abbandonato il cristianesimo in quanto insoddisfatti della teologia di Tommaso d’Aquino, e nulla la percentuale di coloro che hanno abbandonato il cristianesimo in quanto insoddisfatti della teologia di Pierre Teilhard de Chardin. Piuttosto, per la stragrande maggioranza non hanno mai saputo nulla né dell’una né dell’altra, anche quando il resto della loro cultura li metteva perfettamente in grado di comprendere e apprezzare l’una e l’altra. Ad un primo sguardo, direi dunque che non è la teologia che ha fallito, perché semplicemente non ha potuto negli ultimi decenni giocare nessun ruolo (a meno che si voglia ipotizzare, il che pure ha una certa verosomiglianza, che hanno avuto una resposabilità le teologie che hanno teorizzato l’inutilità della conoscenza!). In questa situazione, dire senza ulteriori qualifiche che «serve un rinnovamento» rischia di far pensare la teologia un po’ come un’impresa commerciale che ogni anno deve fornire la sua linea di prodotti nuovi. Detto questo, ovviamente la teologia è sempre stato lo sforzo di comprendere e di ridire il credo cristiano in un certo contesto storico, e di affrontare le domande nuove che sorgevano, quindi una teologia che ripete alcune sue forme passate non è teologia, e anche la secolarizzazione contemporanea (che è molto diversa da quella che avveniva o si immaginava negli anni 60) è una domanda a cui rispondere. Però ciò è molto diverso dal supporre che lo svuotamento attuale delle Chiese avvenga a causa di Tommaso d’Aquino o di Teilhard de Chardin.