Il 4 ottobre 2025 Leone XIV ha pubblicato l’Esortazione Apostolica Dilexi te «sull’amore verso i poveri», che non riguarda «l’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione» (Dilexi te, 5). Con questo spirito abbiamo chiesto a dieci docenti dell’Università Cattolica altrettante riflessioni sulla povertà.

3 gennaio 2026
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1. Povertà e cultura: san Francesco di Nicolangelo D’Acunto«All’impegno concreto per i poveri occorre anche associare una trasformazione di mentalità che possa incidere a livello culturale» (Dilexi te, n. 11). Papa Leone XIV ci invita a riflettere sulla complessità di una parola, la povertà, apparentemente semplice, spiegandone il carattere “circostanziale”: secondo i tempi e i luoghi si può essere poveri in modi diversi. Francesco d’Assisi è povero in spirito come vogliono le Beatitudini, ma non è povero spiritualmente. Infatti il riconoscersi come un umile mendicante della salvezza che viene da Cristo lo arricchisce e gli conferisce un’eccezionale e contagiosa creatività spirituale, che ha consentito al suo messaggio di attraversare i secoli. Tutto questo non ci deve distrarre dallo sforzo per aiutare i molti che sono afflitti dalla povertà materiale, né può giustificare l’iniqua e assurda distribuzione delle ricchezze nel mondo attuale. Allora per il nuovo anno auguro a ciascuno di noi di saper riconoscere tutte le povertà che ci passano accanto e di spendersi per alleviarle.

2. Povertà e giustizia di Luciano EusebiSono molti coloro che vogliono fare giustizia. Assai meno coloro che cercano di essere giusti. Poiché, per essere giusti, occorre mettersi in discussione: muovere dalle proprie insufficienze, riconoscersi in debito. Vale a dire, ammettere di essere poveri: poveri in generosità, ascolto, compassione, impegno. Solo chi avverte lo spasimo del non sentirsi puro dinnanzi a quanto c’è d’ingiusto saprà accettare i sacrifici necessari per costruire giustizia in relazione ai fattori d’ingiustizia: rinunciando a soppesare la condotta – o l’essere stesso – dell’altro in termini negativi o positivi rispetto al proprio ritenuto bene, e a chiamare giustizia l’agire corrispettivo verso di lui. Il giusto, infatti, non è un retributore: è, piuttosto, un liberatore. Un povero il quale, conoscendosi imperfetto, è disposto a farsi carico del male, per operare in senso opposto al male. Un povero il quale ha compreso che fare giustizia non sta nel ritorcere il male, ma nell’adoperarsi al fine di rendere giusti – con riguardo a tutti i soggetti coinvolti – rapporti che non lo siano stati. Il che è presupposto della stessa giustizia sociale. Ma oggi altresì, urgentemente, per poter sperare in un futuro di pace.  

3. Povertà e relazioni internazionali di Damiano Palano
All’inizio degli anni Cinquanta, il demografo Alfred Sauvy coniò l’espressione «Terzo mondo» per riferirsi a quella porzione di umanità che – come il «Terzo Stato» durante la Rivoluzione francese – reclamava diritti e uguaglianza. Quell’espressione è poi diventata sinonimo di povertà e arretratezza, tanto da cadere progressivamente in disuso. Nel frattempo, anche la geografia della ricchezza globale è radicalmente cambiata. La globalizzazione ha infatti creato un nuovo ceto medio in gran parte dell’ex «Terzo mondo» e, contemporaneamente, ha aumentato le disuguaglianze nei Paesi occidentali, colpendo il potere d’acquisto delle fasce medio-basse. Se la povertà non è scomparsa, la sua distribuzione non coincide più dunque con la divisione che separava il mondo in due campi nettamente definiti. Ciò nondimeno, la rivoluzione comunicativa ha reso le diseguaglianze molto più visibili del passato. E ha alimentato travolgenti correnti di risentimento che, in tutto il mondo, sono state cavalcate da una nuova generazione di potenti. Trasformando la polarizzazione in un formidabile carburante politico, questi leader hanno demolito le convenzioni istituzionali. Ma hanno anche finito col logorare quel che restava delle regole della diplomazia. Lasciando il mondo di oggi, sempre più connesso ma sempre più politicamente frammentato, quasi del tutto privo di quello che, secondo Hans J. Morgenthau, rappresentava uno degli strumenti decisivi per ridurre l’intensità dei conflitti nell’arena internazionale.

4. Povertà e sviluppo di Simona BerettaCon la sua nascita, Gesù «si fa piccolo, si spoglia della sua maestà infinita rendendosi nostro prossimo nei piccoli e nei poveri» (Leone XIV, Lettera Apostolica In unitate fidei nel 1700° anniversario del Concilio di Nicea, 7). Questo mistero sconvolgente, sempre nuovo, ci interroga. Cosa significa incontrare i poveri come persone? Come studiare la povertà, come contrastarla, come promuovere lo sviluppo di ciascuno e di tutti, fino al disegno delle politiche?
L’unico sguardo adeguato è quello dell’amore, della predilezione, della carità. «L’esercizio della carità… (è) il nucleo incandescente della missione ecclesiale», «il criterio del vero culto», scrive Leone XIV (Dilexi te, 15 e 42).
L’amore ha una «dimensione intima e privata, [ma] anche quella visibile e pubblica» (Papa Leone XIV, Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico, Palazzo Presidenziale, Ankara, 27 novembre 2025). «Aldilà di piani e programmi, ci sono donne e uomini concreti… Bisogna consentire loro di essere degni attori del loro stesso destino» (Papa Francesco, Incontro con i membri dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, New York, 25 settembre 2015): persone che, accompagnate con amore nelle difficoltà, intraprendono il percorso dello sviluppo e vedono riaffermata la loro dignità.

5. Povertà e cibo di Vincenzo TabaglioForse, se siamo ancora a parlare di povertà, è perché si tratta di un fenomeno difficile da risolvere, composto di tanti aspetti interconnessi: sostentamento materiale, emarginazione sociale, povertà morale e culturale, fragilità personale o sociale, mancanza di libertà o diritti (Dilexi te, 9). O, forse, è perché è tormentato da una profezia: «i poveri infatti li avete sempre con voi» (Mt 26,11). Limitandoci alla sua relazione con fame e malnutrizione, vuol dire ragionare di agricoltura e chiedersi il perché sia così arduo produrre cibo sufficiente, sicuro, sostenibile per tutti. Eppure, sarebbe stato facile: «Di’ che queste pietre diventino pane». (Mt 4,3).
La povertà, soprattutto nei Paesi a basso reddito, si manifesta nella mancanza di cibo appropriato, di lavoro, di dignità: è tanto un problema materiale, quanto un’urgenza morale (“Chi ha fame, ha fame subito!”, diceva d. Vittorione). Ma, dopo «i piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze» (Evangelii gaudium, 202), occorre «risolvere le cause strutturali della povertà» (Dilexi te, 94).
La sfida posta da Dilexi te è duplice: promuovere sistemi agro-alimentari equi e far sì che ogni uomo guardi al povero come ad un fratello. Non basta nutrire il corpo: bisogna sostenere comunità, promuovere giustizia e coltivare speranza. In questo orizzonte, la fede si traduce in impegno vivo: spezzare il “pane” condividendo risorse, conoscenze e responsabilità.
Betlemme, “casa del pane”, ci insegna che il pane è dono da condividere. Gesù stesso dirà: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35). «Non si tratta di una missione riservata solo ad alcuni» (Evangelii gaudium, 188): «Va’ e anche tu fa’ così». (Lc 10,37). Allora, si svela il senso intimo della dimenticata usanza contadina, che prescriveva di levarsi il cappello davanti al povero, non per rispetto umano, ma per averci riconosciuto la presenza di Dio.

6. Povertà e salute di Walter RicciardiLa relazione tra povertà e salute è oggi uno dei nodi centrali della giustizia sociale. Le disuguaglianze economiche non producono solo esclusione, ma incidono direttamente sulla possibilità di curarsi, di prevenire le malattie, di vivere bene. Dove mancano reddito, istruzione, stabilità lavorativa, aumentano i rischi sanitari: si rinuncia alle cure, si vivono condizioni abitative nocive, si soffre di stress cronico che diventa malattia. La povertà è quindi un determinante negativo sulla salute, prima ancora che un problema sociale.
Papa Francesco, con parole chiare, ricordava che «la salute non è un bene di consumo, ma un diritto umano universale» (Discorso ai “Medici con l’Africa-CUAMM”, 7 maggio 2016). Insisteva sul fatto che la cura non può essere subordinata al profitto o alla logica dell’efficienza, perché “gli scartati” pagano sempre il prezzo più alto. Anche Papa Leone chiede sistemi sanitari capaci di includere, di accogliere chi non ce la fa, di mettere al centro la dignità. Non si tratta solo di assistenza, ma di un modello di società che non abbandoni il fragile, che prevenga l’ingiustizia prima ancora delle malattie. La salute va considerata come un bene comune e tutelarla significa garantire umanità e per questo ci deve essere una responsabilità collettiva, non carità occasionale.

7. Povertà relazionale di Raffaella IafrateLa povertà relazionale nasce quando la naturale fragilità dei legami non viene riconosciuta né accolta, trasformandosi in solitudine, chiusura e incapacità di chiedere aiuto. Ogni persona e ogni famiglia può attraversare momenti critici che espongono a questo rischio: crisi, perdite, malattie, transizioni inattese. In queste situazioni, la sofferenza può diventare terreno fertile per incomprensioni e distanza, irrigidendo le relazioni. Eppure la fragilità può diventare una risorsa, la condizione che permette l’incontro autentico con l’altro: quando accolta, genera legame; quando negata, sfocia in povertà relazionale. Se infatti il riconoscimento dell’umana fragilità ci apre al limite, ricorda il nostro bisogno degli altri, apre alla compassione e invita alla vicinanza e alla cura reciproca, la povertà relazionale, al contrario, svuota di significato questa cura e alimenta la percezione di essere soli nelle proprie fatiche. Per questo è essenziale riconoscere la vulnerabilità propria e altrui, affinché le crepe non diventino aridità, ma possano trasformarsi in passaggi generativi, spazi in cui l’acqua delle relazioni può tornare a scorrere.

8. Impoverimento culturale e lettura: rischi e opportunità di Daniela TraficanteL’abitudine alla lettura su dispositivi digitali ha favorito la tendenza a scorrere rapidamente il testo, saltandone alcune parti, per cogliere il più velocemente possibile i dati essenziali a comprenderne sommariamente il contenuto. Questi processi portano a una maggiore approssimazione nella comprensione dei testi e, conseguentemente, a un impoverimento degli strumenti per una interpretazione coerente della realtà. Per contrastare tale impoverimento può essere utile promuovere la lettura profonda (deep reading), nella quale si esprime l’attitudine a porre attenzione ai dettagli, soffermandosi il tempo necessario per entrare nella logica del testo e per metterne in relazione il contenuto con altre fonti di informazione. È pertanto auspicabile che la lettura profonda venga opportunamente valorizzata nei processi educativi, essendo uno strumento essenziale per acquisire e costruire la conoscenza che «libera, dà dignità e avvicina alla verità» (Dilexi te, 68).

9. Povertà delle parole di Giovanni GobberPer fare circa il 90% dei nostri discorsi basta un vocabolario fondamentale di circa 2000 parole, con alcune essenziali regole per combinarle in modo accettabile. Siamo poveri di parole. Tuttavia, non è detto che si tratti di parole povere: pure i “pitocchi” in spirito dispongono di vocaboli semplici, scarni, per nulla ricercati, ma che dicono molto. Altra è la forma, altro è il senso. A ben vedere, può bastare una parola per evocare una tradizione, una storia, un luogo, una trama di relazioni tra persone, una ragione che sorregge il quotidiano affannarsi per raggiungere la sera. Peraltro, alle persone gettate nel mondo contemporaneo è sottratto il tempo per meditare ed è loro reso inconcepibile il bisogno di sperare in un bene oltre l’utile materiale. Ampiamente disponibili restano allora le parole di plastica, vuote di senso, ripetute per distrazione, per abitudine o per noia. Più la loro forma è sgraziata, trascurata, più elevato pare il loro valore di scambio; sembra che la bellezza disturbi, forse perché rinvia alla verità e a quello che siamo.

10. Bene comune di Paolo GomarascaC’è qualcosa di francamente aggressivo in Dilexi te. Qualcosa di simile alla sensazione che Karl Barth legge nel finale della Lettera ai Romani: quando ci sembra di aver capito tutto, di aver guadagnato la consapevolezza della fede, proprio in quel punto di narcisismo spirituale, che in fondo ci sembra persino un po’ giustificabile, Paolo ci toglie la terra sotto i piedi con quel «Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (Rm 15,1). Barth chiama questo rovesciamento “la grande perturbazione”, come a dire che lo spazio risicato del comando evangelico è solo uno, la crisi. Dilexi te scava in questo margine, già politico, un solco che fa male, perché attacca il cinismo degli indifferenti, quel modo di incatenare il bene comune al giogo del “particulare”; ma sconvolge anche la generosità che cerca premio e gloria nell’esibirsi. L’unica forza legittima è lavorare con i poveri per riparare le ingiustizie. Il resto è vezzo borghese per le serate di beneficenza.

A cura della redazione