
“Il bue conosce il suo proprietario…ma il mio popolo non comprende” (Is 1,3)
Il bue e il male
di: Domenico Marrone
5 gennaio 2026
Per gentile concessione di
http://www.settimananews.it
In questo silenzio di paglia e di stelle, qui dove il respiro si fa nebbia calda in una notte fredda, io ti guardo, Piccolo Bimbo. Tu sei fragile come un vitello appena nato, ma in Te brilla la stessa luce che un tempo i miei padri scorgevano nelle costellazioni che portano il mio nome. Mi chiamano bue, un tempo bove, e dicono che io sia stato l’artefice del salto di civiltà dell’umanità.
Ti guardo, Bambino, e il mio respiro caldo appanna l’aria povera di questa stalla. Non ho parole raffinate, io, che ho imparato il linguaggio della terra, del passo lento, del solco che si apre solo se accetti di tornare indietro, di fermarti, di voltare l’aratro. Eppure, davanti a te, sento che anche il silenzio diventa discorso.
Ti guardo, Bambino, e il mio respiro lento si mescola al tuo sonno. La paglia scricchiola sotto il mio peso, io che peso davvero, io che non galleggio nell’aria delle idee ma affondo nella terra. Sono il bue, e so che la verità non è mai leggera: è grave, nel senso antico della parola, capace di attrarre, di trattenere, di dare direzione.
Io sono il bue. Sono forza senza clamore, potenza addomesticata, energia che ha rinunciato alla violenza per diventare servizio. Porto il giogo, non perché ami la sottomissione, ma perché so che esiste un legame che non umilia: un legame che orienta, che dà misura, che impedisce alla forza di diventare distruzione. Da millenni accompagno l’uomo, e so che ogni civiltà nasce non dall’urlo, ma dalla pazienza.
Tu, invece, sei più fragile di me. Eppure, in questo paradosso, sento la verità che il mondo fatica a sopportare: la verità che non si impone, che non occupa, che non conquista. La verità che chiede solo di essere accolta. Io, che ho trainato aratri, carri, perfino armi, riconosco qui una forza diversa: una forza che non ha bisogno di trascinare nessuno, perché invita.
Io, che sono simbolo di forza pacifica e sottomissione paziente, oggi mi sento un relitto di un mondo che ha perso il suo “verso”. Un tempo, il mio passo misurava la terra: lo iugero era lo spazio che io e il mio compagno potevamo arare in un giorno, e il solco che tracciavo, il versus, dava il ritmo alla vita e, più tardi, persino alla poesia. Ma ora, la società che hai scelto di abitare sembra aver dimenticato la “giusta misura”.
Vedi, io sono il “bue fondatore”, colui che tracciava il confine sacro, il limes che separa il dentro dal fuori, il sacro dal profano. Ma oggi quel confine è stato cancellato. Tutto è diventato uno “stato di eccezione” permanente, dove la vita umana è nuda, priva di quella protezione che il rito e il sacro garantivano. Gli uomini hanno profanato ogni cosa, ma non per renderla libera, bensì per consegnarla a un consumo senza fine. Hanno smarrito il rito, Piccolo mio, e senza rito l’uomo è un animale senza casa, un nomade che vaga in un deserto di oggetti.
Si credono liberi perché non hanno padroni visibili, ma sono caduti in una trappola più sottile. Vivono nella “società della stanchezza”. Guardo gli uomini di oggi — li vedo anche se non sono qui — e mi sembrano stanchi di correre senza sapere dove. Hanno spezzato i gioghi, sì, ma insieme hanno spezzato anche le direzioni. Hanno confuso la libertà con l’assenza di legami e ora vagano leggeri come cose che non pesano più nulla. Consumano, scorrono, passano oltre. Tutto è rapido, intercambiabile, provvisorio. Persino le promesse hanno una data di scadenza.
Io sono stanco per il lavoro nei campi, per la fatica fisica che dà frutti veri, ma la loro è una stanchezza dell’anima. Si sono trasformati in “animali da prestazione”, carnefici e vittime di se stessi. Non hanno bisogno di un padrone che li frusti; si frustano da soli in nome della produttività, della visibilità, dell’efficienza. Vivono in una “società della trasparenza” che è diventata un inferno dell’Uguale, dove non c’è più spazio per l’Ombra, per il Mistero che Tu rappresenti in questa stalla buia. Hanno perso la capacità di contemplare, di stare fermi davanti a Te come faccio io, perché il loro sguardo è divorato dall’iper-informazione che nulla dice al cuore.
Vivono in una continua esposizione, sempre visibili, sempre connessi, eppure incapaci di abitare davvero se stessi. Nessuno li opprime apertamente, e tuttavia sono stremati: come se un comando invisibile dicesse loro di essere sempre di più, sempre meglio, sempre altrove.
E poi c’è il deserto delle loro città. Non sono più civitas, comunità di anime legate da un destino, ma solo urbs, un agglomerato tecnico, un incrocio di flussi dove l’altro è solo un ostacolo o un mezzo. Io ho visto nascere le città.
Ho tracciato solchi che sono diventati confini, mura, alfabeti. Persino le lettere portano ancora la mia testa rovesciata, memoria di un’origine dimenticata.
Gli uomini di oggi, invece, abitano spazi senza fondazione: luoghi che non chiedono fedeltà, che non domandano cura. Tutto è reversibile, smontabile, come un mobile che non deve durare una vita, ma una stagione. E così anche l’anima diventa componibile, sostituibile, sempre pronta a essere rimontata secondo la moda del momento.
Hanno smarrito il “pensiero interrogante”. Non si chiedono più “perché?”, ma solo “come?”. La loro tecnica è diventata l’unico dio, un dio che non promette salvezza, ma solo velocità. Hanno paura dell’attesa, hanno paura del silenzio in cui io mastico il fieno e Tu riposi.
Piccolo Re, io sono un bue e “non so di lettera”, ma sento che questa umanità è malata di un’assenza di “dimora”. Cercano la salvezza nel nuovo, nell’ultimo grido della tecnica, ignorando che la vera rivoluzione è qui, nella Tua fragilità che non produce nulla, ma che è tutto.
Mentre il mio calore ti protegge, prego che l’uomo ritorni a sentire il peso dolce del limite, la bellezza del rito e il coraggio di essere, ogni tanto, “inoperoso”, per poter finalmente tornare a vedere la luce che brilla nell’oscurità di questa notte. Per poter finalmente tornare a essere uomo, e non solo un ingranaggio stanco di una macchina che non sa dove andare.
Vedi, Piccolo, l’uomo moderno vive in quella che i sapienti chiamano “modernità liquida”. Tutto scorre, niente ha più un solco profondo dove mettere radici. È una società che ha sostituito il sacrificio sacro — l’ecatombe, l’offerta di cento buoi per comunicare con il divino — con una “cultura della banalità”. Si corre senza sapere dove, come se non esistesse più un “bue fondatore” a tracciare il confine sacro delle città. L’uomo di oggi è un “nomade della banalità”, che si muove in una vita senza giogo, ma non per questo libera.
Io porto il giogo sul collo con mitezza; per il tuo popolo, questo legno era il legame con la Legge, e Tu stesso dirai che il Tuo giogo è dolce e dona ristoro. Ma il mondo là fuori rifiuta ogni giogo, ogni legame, ogni impegno che pesi sulle spalle. Cercano una libertà che è solo assenza di peso, e finiscono per perdersi nel vuoto. Hanno dimenticato che “senza buoi la greppia è vuota”: non c’è abbondanza, non c’è raccolto, non c’è vita senza la fatica condivisa, senza quel lavoro faticoso e da carico che io ho accettato per millenni per assicurare il pane ai loro figli.
Mi hanno tolto la mascolinità per rendermi mansueto, un “prodotto dell’uomo” destinato al lavoro o al banchetto finale del bollito misto. Accetto questo mio destino di sacrificio, perché so che anche Tu sei qui per offrirti.
Mi hanno tolto la mascolinità per rendermi mansueto, un “prodotto dell’uomo” destinato al lavoro o al banchetto finale del bollito misto11. Mi hanno privato della potenza generatrice per trasformarmi in un ingranaggio docile, pensando che la forza, se non è sottomissione, debba per forza essere furia.
Eppure, Piccolo mio, in questo corpo amputato io scopro una verità che gli uomini non osano guardare: che si può essere maschi senza essere padroni, che si può essere forza senza essere violenza. Mi hanno reso bue perché temevano il toro, ma io ho scelto di essere cuore.
Rifiuto quel modello di mascolinità che si fa patriarcato, che crede di dover schiacciare per esistere, che vede nel possesso l’unica forma di relazione e nel sopruso di genere l’unico modo per affermare sé stesso. La mia forza oggi non serve a recintare, a dominare o a ferire il femminile della terra; serve a proteggere la Tua fragilità.
Accetto questo mio destino di sacrificio, non come una sconfitta, ma come un’offerta, perché so che anche Tu sei qui per offrirti. Tu ci insegni che la vera sovranità non nasce dal comando che umilia, ma dalla cura che eleva. In questa stalla, il mio corpo mutilato diventa il primo altare di una forza nuova: una mascolinità mite, che non ha bisogno di eserciti o di vittime per dirsi potente, ma che si realizza nel farsi dimora, nel farsi calore, nel farsi pace.
Ma ciò che non capisco è la “fame da bue” degli umani, quella bulimia di consumare tutto senza mai saziarsi di senso. Hanno trasformato il cibo in una tecnica, la vita in una serie di transazioni rapide, dimenticando il tempo della crescita, il tempo lento del pascolo e dell’aratura.
Piccolo Re, guarda come sono diventati fragili nel loro essere “onniscienti” digitali. Io non so di lettere, come dice il proverbio, ma conosco la terra. Loro hanno la lettera A, che una volta era la mia testa stilizzata (l’Aleph), ma hanno scordato il corpo, la fatica, il sudore che quella lettera portava con sé. Vivono in una realtà che non ha più odore di stalla, ma solo il freddo dei vetri e delle luci artificiali.
Ti guardo, Bambino, e penso a quanto sia diventato difficile, per loro, fermarsi a pensare. Non a calcolare, non a produrre, non a reagire: a pensare davvero. A sostare in quel dialogo interiore che rende responsabili di ciò che si fa. Hanno delegato il giudizio a procedure, a sistemi, a flussi impersonali. Così nessuno si sente colpevole, ma tutti contribuiscono a un mondo che ferisce. Non c’è odio, spesso, ma indifferenza. Non c’è malvagità, ma vuoto.
Io so che il male più pericoloso non ruggisce. Cammina a testa bassa, come me, ma senza coscienza. Esegue, ripete, obbedisce a logiche che non interroga. È per questo che resto qui, davanti a te: perché tu sei l’interruzione. Sei l’evento che chiede: “Perché?” Sei il limite posto all’automatismo, il volto che rende impossibile dire: “Non sapevo”.
Tu nasci in una mangiatoia, luogo di nutrimento. Non in un palazzo, non in un tempio trionfale. È come se dicessi agli uomini che hanno fame di senso: non vi darò un’idea, ma un corpo. Non un sistema, ma una presenza. Io, che sono stato sacrificio e strumento, capisco: con te finisce la logica di un dio che chiede sangue per placarsi. Qui è Dio che si consegna, che si fa vulnerabile, che rovescia ogni economia dello scambio.
E allora vorrei dire loro, agli uomini di oggi: non abbiate paura del giogo buono. Non abbiate paura dei legami che chiedono tempo, delle parole che pesano, delle scelte che durano. Avete confuso la leggerezza con la libertà, ma la leggerezza senza radici diventa dispersione. Io sono pesante, sì, ma proprio per questo posso tracciare strade.
Imparate di nuovo la lentezza. Non quella dell’inerzia, ma quella della fedeltà. Imparate a tornare indietro per andare avanti, come fa l’aratro quando arriva al termine del campo. Imparate che non tutto deve essere mostrato, misurato, valutato. Ci sono cose che crescono solo nel nascondimento, come questo Bambino che ora dorme.
Io resto qui, a scaldare con il fiato una verità che il mondo trova scandalosa: che la salvezza non è accelerazione, ma conversione del ritmo. Che il futuro non nasce dall’ansia di prestazione, ma dalla capacità di prendersi cura. Che la storia non cambia con un colpo di forza, ma con un atto di mitezza.
Tu dormi, Bambino, e nel tuo sonno silenzioso metti in crisi imperi, algoritmi, ideologie stanche. Io, bue antico, lo so: ho visto molti dèi cadere. Ma chi nasce così, nel bisogno e nell’amore, resta. E insegna ancora agli uomini — se vorranno ascoltare — che solo chi accetta di portare un giogo può imparare davvero a camminare.
Ho visto nascere e crollare poteri. Ho trainato carri di pace e carri di guerra. Ho sentito sulle spalle il legno che portava grano e quello che portava armi. Per questo riconosco subito la menzogna della forza quando si traveste da salvezza. La forza che urla, che schiaccia, che invade, non costruisce: occupa. Non fonda città, le devasta. Non apre solchi, scava fosse.
Gli uomini di oggi parlano ancora il linguaggio della violenza, anche quando lo rivestono di parole nuove. Cambiano i nomi, non la logica. Chiamano “necessità” ciò che è dominio, “sicurezza” ciò che è paura organizzata, “ordine” ciò che è repressione. I tiranni non sono scomparsi: hanno imparato a mimetizzarsi. Non sempre portano uniformi; a volte indossano giacche eleganti, sorrisi mediatici, statistiche rassicuranti. Ma il loro potere si riconosce sempre dallo stesso segno: hanno bisogno di nemici per esistere.
Io, che sono animale di giogo, so distinguere il legame dalla catena. Il giogo orienta, la catena immobilizza. Il giogo distribuisce il peso, la catena lo concentra fino a spezzare. Le tirannie moderne amano le catene invisibili: dipendenze, ricatti, paure diffuse, bombardamenti di immagini che anestetizzano la coscienza. Non serve più colpire tutti: basta abituarli. Basta renderli spettatori della violenza, finché non la sentono più come scandalo ma come rumore di fondo.
Tu, invece, Bambino, non imponi nulla. Non mandi eserciti, non tracci confini con il sangue. Nasci senza difese, e proprio così smascheri ogni pretesa di onnipotenza. La tua fragilità è una condanna per i potenti di questo mondo: perché dimostra che si può esistere senza schiacciare, governare senza terrorizzare, essere re senza eserciti.
Io ho visto gli uomini glorificare la guerra. Ho visto altari innalzati alla violenza, bandiere diventare idoli, morti trasformati in numeri. Ogni guerra promette ordine e lascia macerie. Ogni sopruso dice di essere temporaneo e diventa sistema. E sempre, sempre, a pagare sono i corpi: corpi giovani mandati a uccidere e a morire, corpi civili strappati alle case, corpi poveri schiacciati da decisioni prese lontano.
Eppure continuano a credere che la storia avanzi così: con l’urto, con l’annientamento dell’altro. Non hanno imparato che la violenza è sterile. Io, animale di fecondità, lo so: nulla nasce da un campo bombardato. La terra violata non dà frutto, come il cuore violato non genera futuro. La guerra è la negazione radicale di ogni agricoltura dell’umano.
Io sono mite, e la mia mitezza non è debolezza. È forza che ha scelto di non distruggere. È potenza che si è lasciata educare dal limite. Ho muscoli capaci di spezzare, ma li uso per sostenere. Ho energia che potrebbe travolgere, ma la consegno al ritmo lento del lavoro. La mitezza è questo: non l’assenza di forza, ma il suo governo.
Gli uomini potenti di oggi temono la mitezza più di ogni altra cosa.
Perché la mitezza smaschera la loro nudità. Mostra che la violenza è spesso l’ultima risorsa di chi non sa più convincere, di chi non sa più pensare, di chi non sa più ascoltare. Chi governa con la paura confessa la propria impotenza morale.
Tu, Bambino, sei la più radicale critica a ogni tirannia. Non pronunci discorsi, non lanci proclami, ma la tua semplice presenza dice: “Non è necessario uccidere per salvare. Non è inevitabile opprimere per governare. Non è vero che l’uomo è condannato alla guerra”. È questo che il mondo fatica ad accettare: che la violenza non è un destino, ma una scelta. E che esiste sempre un’alternativa, anche quando costa.
Io vorrei dirlo agli uomini di oggi: guardate dove vi ha portato il culto della forza. Avete arsenali pieni e cuori vuoti. Avete tecnologie capaci di annientare il pianeta e una povertà crescente di senso. Avete moltiplicato i confini e ridotto l’orizzonte. Vivete in una pace armata che è solo una guerra rimandata.
Imparate dalla stalla, non dal palazzo. Imparate dal respiro caldo che scalda, non dal fuoco che brucia. Imparate da me, che porto il giogo senza perdere la dignità. Perché esiste un modo di stare nel mondo che non passa dalla sopraffazione. Un modo di esercitare autorità che non ha bisogno di umiliare. Un modo di essere forti che non lascia dietro di sé orfani, rovine, rancori.
Io resto qui, sentinella silenziosa accanto a te. E nel contrasto tra la mia mole e la tua fragilità si rivela una verità che giudica la storia: la violenza è rumorosa ma sterile, la mitezza è silenziosa ma generativa. Le tirannie passano, i loro nomi cambiano, i loro simboli crollano. Ma ciò che nasce dall’amore, ciò che si affida alla mitezza, resta.
Dormi, Bambino. Il mondo continuerà a fare guerra, ancora per molto. Ma stanotte, in questa stalla, è già stato detto tutto: che il futuro non appartiene ai violenti, ma a chi, come me, accetta di essere forza al servizio della vita.
Piccolo Bimbo, torno a posare il mio fiato su di Te, mentre il silenzio della grotta si fa carico di pensieri pesanti come il giogo che porto. Mentre ti scaldo con il mio fiato, io prego che l’umanità non dimentichi del tutto il mio silenzio, la mia pazienza, e quella forza pacifica che un tempo rendeva ricchi gli uomini non di denaro, ma di vita vera. E ora, guardando oltre questa mangiatoia, vedo un mondo che ha smarrito persino la capacità di fermarsi a guardare.
Il bue si inginocchia nella paglia, il fiato che si condensa nell’aria fredda. Accanto a lui, l’asino riposa. Davanti, il Bambino.