La vera sfida per il pensiero non è forse quella di riuscire a stare dentro la pretesa cristiana, a confrontarsi con essa cercando di rimanere alla sua altezza?

di Stefano Fenaroli
16 Dicembre 2025
Per gentile concessione di
http://www.vinonuovo.it

Potrebbe essere questo il primo caso (almeno esplicitamente confessato) di recensione di un libro senza prima averlo letto. È ovvio, infatti, che l’argomento “Gesù e/o Cristo” rimanda direttamente al corposo volume (768 pagine!) da poco dato alle stampe da Vito Mancuso. L’intenzione di leggerlo, in effetti, ci sarebbe – anche solo per curiosità, per la fama del teologo e per interesse personale. Ciò non toglie che il cuore dell’argomento sia noto a priori. E non solo per quelle prime recensioni (post-lettura stavolta) che già stanno circolando, ma perché facilmente Mancuso si colloca in quel pensiero molto di moda che s’impegna a distinguere Gesù (storico) da Cristo (della fede), col fine di avvicinare il primo a una maggiore sensibilità umana e di “ridimensionare” il secondo, alla fine simbolo di una sconsiderata pretesa cristiana di verità, che viene dispoticamente identificata in un singolo essere umano ritenuto Figlio di Dio.

1. Oltre l’alternativa

Per quanto le argomentazioni e i percorsi storici a tal proposito siano sempre (o quasi) istruttivi, spiace dover riconoscere come l’alternativa portata avanti sia in nuce infondata, anzi effettivamente falsa. In altre parole, non esiste un Gesù della storia che non sia il Cristo e non esiste un Cristo che non sia il Gesù della storia. Contrariamente a quanto sostenuto da più parti (e sicuramente da Mancuso), la fede in Cristo non è “qualcosa” (una sorta di sovrastruttura dogmatica, direbbe Marx) che si sovrappone a un certo punto in maniera impropria alla figura di un ipotetico Gesù “solo” storico. Al contrario parlare del Cristo, del Figlio di Dio è l’unico modo che i primi cristiani hanno riconosciuto come adeguato per dire in maniera chiara e distinta la verità dell’esistenza conclusa di quel Gesù che avevano conosciuto. “Uno che ha vissuto così non poteva che essere Figlio di Dio”. Al di fuori di questa verità, la storia di Gesù resta incomprensibile nella sua originalità e singolarità.

E viceversa, non esiste alcun Gesù storico che non sia stato tramandato e testimoniato come il Cristo. Tutto ciò che sappiamo e “abbiamo” su Gesù sono testimonianze di fede, ovvero narrazioni, detti, tradizioni, storie trasmesse a partire da e in vista di un cammino di fede. Una citazione per tutte: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31). E questa non è la posizione di Giovanni perché scritto più “tardi”, ma è già l’idea di Paolo, di Marco, di Matteo e di tutti gli scritti che ci sono pervenuti e di coloro che li hanno scritti (a prescindere dalle specifiche categorie usate: Messia, Cristo, Figlio dell’uomo…).

2. La vera “spina nella carne”

La storia di Gesù merita di essere tramandata perché è la storia del Figlio di Dio e la verità del Figlio di Dio è l’unica chiave di lettura possibile per cogliere ciò che c’è davvero in gioco nell’esistenza storica di Gesù. Questo doppio collegamento è in sé insuperabile e qualsiasi tentativo di scioglierlo si rivela in sé tendenzioso, ovvero svolto a partire da un pregiudizio nei confronti non tanto dell’oggetto in sé (Gesù), quanto dell’esperienza umana che vi sta alla base: la fede è in grado di conoscere la verità. È questa la “spina nella carne”, direbbe Paolo, di chi sostiene questo dilemma. Ma perché questa domanda sarebbe così scomoda?

Dire che la fede è in grado di conoscere la verità significa affermare che la presenza di un legame (di fede o più in generale di affetto) non ostacola il poter riconoscere la verità che ci si rivela, anzi, il più delle volte proprio questo legame dischiude l’effettiva capacità di vedere ciò che davvero c’è in gioco. Se così non fosse, dovremmo forse dire, ad esempio, che una madre non sarebbe in grado di raccontare la storia della propria figlia solo perché la ama troppo? L’idea alla base di questa convinzione – ed è la medesima che vorrebbe separare Gesù dal Cristo – è che la verità è un dato storico, piatto, oggettivo, raggiungibile solo a prescindere dal proprio punto di vista (tanto più se coinvolto). Al contrario, la concezione cristiana afferma con forza come proprio il cammino di fede, il coinvolgimento di colui o colei che crede è indispensabile per dire e riconoscere la verità di ciò che c’è in gioco nell’evento che ci appare e che ha nome “Gesù”. Diversamente, come detto, non avremmo dei vangeli e delle lettere ma una cronaca, degli atti o un resoconto storico.

3. La vera sfida

A questo primo punto, tuttavia, desidero aggiungerne un secondo. L’impegno, infatti, messo in atto da teologi come Mancuso e altri è finalizzato ad avvicinare il tema del religioso a un vasto pubblico, riscoprendone per così dire la rilevanza “semplicemente” umana. Proprio per questo è necessario (a loro dire) contenere o, meglio, rivedere la pretesa cristiana, troppo ingombrante e “incredibile” per poter accomunare. Ebbene, la mia impressione invece è che tutto questo sia fin troppo facile (e forse non servivano neanche più di 700 pagine per farlo). La vera sfida del pensiero non è immergersi nel grigiore anonimo di un vago sentore religioso che dovrebbe essere in grado di “venire incontro” alle esigenze di convivenza (o semplicemente sopravvivenza) dell’umanità. La vera sfida per il pensiero, piuttosto, è quella di riuscire a stare dentro la pretesa cristiana, a confrontarsi con essa cercando di rimanere alla sua altezza; dargli credito (qualcuno direbbe “come se” fosse vero) e provare a vedere come cambiano i concetti in gioco, le dinamiche umane talvolta date per scontate (amore, male, libertà, Dio, giustizia, mondo, relazione…).

Il Natale è prossimo e certo non è fuori luogo una riflessione su “chi è Gesù”. A maggior ragione, però, questa riflessione “vale la candela” se ci accorgiamo di come in essa ne vada non solo di un argomento tra gli altri della fede cristiana, non solo del cuore della fede cristiana ma del cuore del nostro stesso essere umani, del nostro modo di guardare e abitare il mondo, di conoscere, di relazionarci con gli altri. Un confronto serio, aperto e sincero con “il caso Gesù” porta con sé un’interrogazione seria, aperta e sincera con la propria vita (a prescindere da quale sarà la risposta finale, se mai ce ne sarà una). Ed è proprio per questo, forse, che molti preferiscono percorrere la via della separazione, della “riduzione di pretese”, della “reinvenzione” cristiana. Strada più facile, forse, ma perché di fatto non ha la forza di stare “dentro” alla realtà che le si presenta; una strada dunque che alla fine si dimostra solo più superficiale, quand’anche dovesse occupare un libro di quasi 800 pagine.