La chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, che avverrà il 6 gennaio 2026, segnerà ufficialmente la conclusione dell’Anno Santo.

In questi giorni si danno i numeri dei pellegrini, ma io rendo grazie anche per chi a Roma non si è visto. E ci ricorda che il cantiere della speranza chiede anche cose che non siamo stati capaci di fare…

di Giorgio Bernardelli
31 dicembre 2025
Per gentile concessione di
http://www.vinonuovo.it

Stando qui in San Pietro ormai da tanti anni, credevo di averle viste proprio tutte. Ma in questo 2025 mi sono dovuta ricredere. Gli storici gongolano nel dirci che un conclave nell’Anno Santo è stato un evento in qualche modo unico. Ma a me – Porta santa che ogni 25 anni (e ultimamente anche un po’ più spesso) vengo spalancata per annunciare a tutti la misericordia – questo tempo che si chiude piace piuttosto raccontarlo così: è stato il Giubileo in cui il primo ad attraversarmi è stato un papa anziano dal cuore grande seduto su una sedia a rotelle; mentre il suo successore che tra qualche giorno mi chiuderà, è un uomo più giovane che con passo deciso si è messo sulle sue orme dopo aver camminato come missionario sulle strade del mondo. Non è l’immagine più bella della speranza che questi dodici mesi si proponevano di annunciare?

Là fuori in questi giorni si danno i numeri: si citano i milioni di pellegrini che mi hanno attraversata. Io sorrido: “Vi piace vincere facile…”. Nel tempo dell’overtourism globale, sarebbe stato ben strano se proprio Roma quest’anno non avesse stampato il proprio record. Certo, i “nostri” avevano la croce e il percorso riservato; le altre volte non eravamo mai riusciti a curare così bene tanti dettagli. E il calendario fitto fitto di giornate, ciascuna con il “suo” Giubileo, non vogliamo ricordarlo?

Va bene, abbiamo dimostrato che nonostante i suoi tanti problemi la “macchina” di Santa Romana Chiesa esiste ancora. Mi sembra, però, un po’ poco per intonare il mio Te Deum. Anche perché – con buona pace dei mitici giovani di Tor Vergata – io nei gruppi dall’Italia ho visto passare soprattutto gente coi capelli bianchi. Come, del resto, mi raccontano ogni settimana le mie sorelle porte delle vostre parrocchie.

Ci sono, però, altre ragioni migliori per cui io oggi canto il mio Te Deum, lodando Dio per questo Anno della speranza. Lo ringrazio per tutti quelli che ha portato fino a qui. Tutti. Anche quelli che ci sono finiti proprio per caso o per semplice curiosità: in fondo non è proprio questa la famosa “Chiesa in uscita” di cui parlava Francesco? Un popolo che senza fare troppe domande sa accogliere tutti, provando a trasmettere il gusto di camminare insieme.

Ti lodo per chi nel Giubileo ha fatto fino in fondo l’esperienza dell’incontro con la misericordia di Dio, l’unica cosa che conta davvero (da 700 anni a questa parte) in un Anno Santo. Che siano pochi o tanti, dal loro cuore perdonato è partita comunque la scintilla che può cambiare il mondo.

Ma ti lodo anche per i tanti che non solo non si sono proprio visti, ma del nostro Anno Santo non si sono nemmeno accorti. Sono la stragrande maggioranza dell’umanità. Io però, pur stando qui, lo so che anche loro una speranza nella vita la cercano. E allora ci ricordano che un Giubileo su un tema così impegnativo non si esaurisce in dodici mesi di pellegrinaggi. Ha bisogno di cantieri ben più ambiziosi rispetto a quelli per gestire chi va e chi viene da Roma.

A dire il vero il piano papa Francesco lo aveva messo giù preciso per iscritto, quando nella sua bolla di indizione Spes non confundit aveva chiesto anche alle nazioni della Terra gesti molto concreti: sforzi seri per mettere fine alle guerre, interventi sulla questione del debito dei Paesi poveri, gesti di clemenza nei confronti dei detenuti, risposte alla perdita del desiderio di trasmettere la vita, che sta alla base dell’inverno demografico. Su questo dobbiamo essere franchi: il Giubileo ha prodotto ben poco; molto meno di quanto si era riusciti a ottenere nel Duemila. E non ci può essere speranza senza una dimensione anche politica.

Ma il Te Deum ci insegna che non dobbiamo fermarci al bicchiere mezzo vuoto. È la preghiera di chi guarda sempre avanti. E allora chiudo i miei battenti, sì.  Ma se dopo il 6 gennaio vi fermerete ancora qui davanti alla Porta Santa della basilica di San Pietro, non troverete un muro bianco, ma sedici formelle che raccontano la storia dell’uomo e del suo incontro con Dio. Perché è lì, nella vita di ogni giorno, con le sue fatiche e le sue contraddizioni, che il Risorto ha fatto entrare la speranza. E la tiene viva in mezzo a noi.