
Domenico Fabio Tallarico
20 Dicembre 2025
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A scuola, parlando del Natale. Luoghi comuni, suggeriti dal mondo. Poi il desiderio che qualcosa di buono per tutti, infinito, “debba” venire per noi
Cosa vuol dire Natale? Perché ci auguriamo Buon Natale?
Ho iniziato le lezioni con queste due semplici domande. A provocarmi era stata una discussione social sul Natale in un gruppo di insegnanti di religione. Il confronto era tra chi spinge per un laicismo che si distanzia sempre più dalla fede e chi invece, sulla base di tendenze identitarie, vede nel Natale un baluardo da difendere contro tutto e da tutti. Entrambe le posizioni riconoscono nel Natale una tradizione in qualche modo da preservare, ma credo che entrambe non vadano al cuore della festa che a breve celebreremo in varie forme.
Le risposte dei miei alunni sono state le più svariate, anche loro in qualche modo condizionati del momento, dalla fede dei genitori o dalla scelta dei regali all’ultima moda.
Alla fine era tutte versioni dello stesso Natale mondano. Il Natale vero in realtà ci dona un’altra misura, è per così dire “fuori scala” rispetto a tante preoccupazioni politiche o terrene.
La natura del Natale è una misura eterna.
Per farla comprendere ai miei alunni ho detto loro di fare silenzio, di chiudere gli occhi e di pensare alle persone più importanti a cui vogliono bene.
Poi ho chiesto loro per un momento di immaginare di essere Dio e in quell’istante di poter fare qualcosa per quelle persone, infine ho chiesto loro di condividere con tutti il loro pensiero.
Si sono alzate quasi tutte le mani, “la felicità!”, “l’amore!”; un altro ha iniziato a rispondere “i miei genitori…” Ma si è interrotto singhiozzando, commosso. Quasi tutti hanno capito e hanno risposto “la vita eterna”, “toglierei la morte”, “l’amore vero!”.
Ecco, hanno capito. I ragazzi sono più semplici degli adulti ormai disincantati da tutto.
Raccontavo loro che proprio in questi giorni sono stato vicino a un conoscente che ha la moglie anziana molto ammalata. Anche lui ha delle difficoltà fisiche dovute alla vecchiaia, e accompagnandomi sul pianerottolo di casa, quasi piangendo, diceva “la vita fa schifo”.
Il problema è che non basta una ricorrenza o una tradizione a risolvere le domande delle nostre vite, piene di lacrime e alla continua ricerca di una speranza per l’eterno. Non bastano neanche le mille distrazioni che in questi giorni si presentano per far festa e dimenticare.
“Il Natale è il dono dell’eterno”, ho detto ai miei alunni. Nel momento finale della vita di ognuno, la nostra e delle persone a cui vogliamo bene, qual salto nel vuoto non è più un salto nelle tenebre, perché una piccola luce a cui aggrapparsi c’è. Quel bambino nato duemila anni fa ci porta questa speranza.
E cambia tutto. Esattamente il regalo che desideriamo per le persone che amiamo.
Perché sono importanti i regali (segno di speranza del regalo grande che Dio fa agli uomini donando suo Figlio), il presepe (la storia di quella nascita straordinaria ma anche di ogni nascita non più abbandonata alla morte), l’albero (quel sempreverde che non muore nel buio dell’inverno e della fredda terra) e le luci (speranza in quel buio della morte oscura). Ma il vero regalo è proprio quel bambino, che nonostante Erode, i romani e gli imprevisti del viaggio della vita, arriva a compiere l’unico grande desiderio di ogni uomo, che la morte non sia l’ultima parola nella vita delle persone che amiamo.
Allora facciamo festa, anche nelle tenebre del mondo che desidera la morte con la guerra, perché una speranza c’è per tutti e anche una pace tra gli uomini diventa possibile; perché anche l’uomo più forte e potente di questa terra è niente davanti alla nascita del bambino Gesù, piccolo Re dell’universo, nato per la salvezza degli uomini.