Si parla di città di isole, di giovani e di tradizioni, di Nairobi e Pantelleria. Poi, una intuizione. E se la Chiesa fosse come un’isola di frontiera, una Pantelleria?

Di: don Matteo Cella
Data: 17 Dicembre 2025
Per gentile concessione di
http://www.labarcaeilmare.it
L’invito arriva in corsa: passerà da Bergamo Gianpaolo Rampini, sarà ospite degli amici di Casa Martino a Longuelo – una realtà piccola ma profetica che fa dell’accoglienza e dell’accompagnamento reciproco la sua identità. È una bella occasione per conoscere un validissimo documentarista che nel suo lavoro ha approfondito tematiche scomode ma necessarie.
Rampini, nato a Trieste nel 1965, si definisce “un videografo che ha integrato nel suo lavoro un approccio partecipativo attraverso progetti di cooperazione internazionale”. Nelle sue produzioni da freelance e nelle collaborazioni con grandi editori televisivi ha sempre messo al centro della narrazione le persone, cercando così di responsabilizzare la società civile rispetto ai loro vissuti. È quindi un cameraman, un compositore di musica, una persona impegnata sui temi dei diritti umani in stretta collaborazione con le ONG e una persona sensibile alla tematica ecologica.
Dopo la produzione di un documentario sulla vita negli slum di Nairobi ha dato vita a un gruppo di lavoro interdisciplinare per studiare la mutazione delle forme urbane nelle megalopoli del mondo: Invisible Cities. Grazie a questo progetto è nata una scuola indipendente di video-giornalismo in Kenya e di un centro di produzione video nella periferia di Nairobi.
Oggi è presidente di Resilea aps e promuove a Pantelleria il ResileaFest – un’isola per sperimentare la resilienza: un evento culturale per pensare la resilienza riflettendo sul rapporto tra territori e comunità.
«La resilienza è un atto creativo in mano alla comunità che popola un territorio e come tale va conosciuta, misurata e sviluppata per rendere più forti sia la comunità che il territorio» (Gianpaolo Rampini)
Storie dal mondo
Attorno al tavolo di Casa Martino si parla di città e di disuguaglianze: ispirato da Le Città Invisibili di Italo Calvino, Rampini ha indagato i cambiamenti dei tessuti urbani nel mondo. Città sempre più popolate a discapito delle zone rurali dove le differenze si estremizzano: centro e periferia, ricchezza e povertà, diritti e dimenticanze.
Ci sono città nel mondo dove le contraddizioni del capitalismo si manifestano in tutta la loro concretezza: vediamo insieme un video sulle discariche di rifiuti plastici in Messico nelle quali lavoratori sottopagati smistano il PET per rivenderlo in Cina dove diventerà materia prima per capi di abbigliamento.
Vediamo un secondo video sugli effetti dell’economia globalizzata: a Nairobi, in Kenya, una piantagione di caffè garantiva lavoro a molti contadini. Quando le logiche del mercato hanno fatto crollare improvvisamente il prezzo della materia prima, i raccoglitori sono piombati nella povertà senza che potessero in alcun modo difendersi.
E poi arriva il capitolo sull’ecologia: l’impegno più recente di Rampini è con Resilea aps, un ente no-profit che si è dato l’obiettivo di lavorare alla ricostruzione delle comunità “attraverso un approccio relazionale sui temi della tutela socio-ecologica e dei diritti umani”.
«Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città» (Italo Calvino, Le città invisibili).
Il mockup del futuro
Ancora un video per raccontare il progetto che ha sull’isola di Pantelleria il suo fulcro: immagini di mare cristallino, scogliere scoscese, terrazzamenti coperti di viti e ulivi, mani esperte che intrecciano rami per formare ceste, edifici rurali in pietra e un cielo azzurro che fa immaginare il fascino di quel puntino di terra nel bel mezzo del Mediterraneo.
L’obiettivo è ritrovare un equilibrio: “Abbiamo immaginato Resilea come un territorio in miniatura, per fare esperienza modelli di resilienza sociale ed ecologica. Il fulcro è una cooperativa sociale di comunità interconnessa con università, stakeholder e amministrazioni locali”.
Così si stanno attivando un frantoio per l’olio, un laboratorio per marmellate e capperi, una cantina comunitaria per la produzione di vino biologico e spazi di accoglienza per un turismo sostenibile. È stata aperta l’Accademia delle Tradizioni per recupere “pratiche antiche per una crescita sostenibile”.
Andare o restare?
Del racconto di Rampini mi colpisce particolarmente il passaggio sulle giovani generazioni. Pantelleria è un’isola abitata da poche migliaia di persone. I più giovani tendono ad andarsene: si spostano in Sicilia per l’università o cercano un lavoro lontano da qui forse avvertendo quel contesto come arretrato o insufficiente. È un fenomeno che accade in ogni regione d’Italia, particolarmente al Sud, ma che si accentua in luoghi che hanno condizioni climatiche e sociali più sfidanti.
Se mancano i giovani nessuno custodisce le pratiche di coabitazione tra uomo e ambiente che in quel territorio hanno assunto forme molto particolari. Sono soprattutto i forti venti ad aver costretto i contadini nei secoli a ideare tecniche di coltivazione uniche: terrazzamenti per evitare l’erosione, muretti a secco per difendere le coltivazioni, una cura per l’ulivo che lo fa crescere in orizzontale – l’ulivo strisciante di Pantelleria – e altro ancora. Non è raro che a custodire il territorio restino persone molto anziane che non sanno a chi consegnare l’esperienza raccolta dalle generazioni precedenti e arricchita da una vita di impegno e sacrificio.
Resilea ha tentato di colmare la distanza tra le generazioni: ha ideato progetti formativi in collaborazione con le scuole locali affinché gli adolescenti potessero toccare con mano la ricchezza del territorio e intravedere prospettive di sviluppo. La serra didattica e la cura di un terreno sono stati solo l’inizio di un percorso alla scoperta delle potenzialità del luogo, spesso svalutato. Una proposta all’insegna del “toccare con mano per cogliere il valore” arricchita delle narrazioni che diventano prodotti multimediali progettati e realizzati dai più giovani. Attraverso la produzione di video e contenuti digitali i ragazzi possono condividere con il mondo intero le loro scoperte. Tradizione e tecnologia a servizio di un futuro possibile.
Chiesa-isola
A questo punto della serata, iniziata per parlare di città – ecologia – progetti sociali – non ho potuto che pensare alla condizione della nostra chiesa: una Pantelleria esistenziale.
La storia della fede, della spiritualità e delle tradizioni è stata la ricerca di un equilibrio virtuoso tra il Vangelo e la storia dell’uomo: con molta concretezza e profezia si sono generate esperienze, costruite strutture, avviate buone prassi comunitarie. Oggi rischia di essere un patrimonio per i nostalgici o custodito solo da una generazione che non sa a chi offrirlo, con il rischio di perderne il valore. Cosa ne facciamo delle cappelle e delle cattedrali se nessuno dentro ci prega? A cosa servono gli oratori se i ragazzi sono tutti altrove? Come si continuano le opere di carità se il volontariato si va spegnendo? A cosa possono servire biblioteche piene di titoli religiosi o anni di studio di filosofi e teologi se l’orizzonte del sapere è totalmente altro? La rassegnazione o il risentimento sono a portata di mano.
Ricucire la frattura tra la chiesa-Pantelleria e il mondo è in qualche modo possibile? Tentare di offrire delle possibilità per non migrare altrove, possibilmente molto lontano, si riesce a immaginare? Avviare prassi di resilienza per adattare il vissuto cristiano al tempo che attraversiamo è snaturare il messaggio o compire l’atto più autenticamente evangelico?
«Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (Papa Francesco)
I capperi e il Vangelo
L’esempio dell’isola tra Sicilia e Tunisia non parla solo di capperi, arance e zibibbo ma di una sperimentazione fondata su tre pilastri: consentire di fare esperienza, pensarsi come nodi di una rete, valorizzare la narrazione.
Mi chiedo: se ad una Chiesa che vuole solo insegnare o che pretende di progettare tutto a tavolino – catechismo alla mano – sostituissimo uno spazio laboratoriale, grezzo – precario e concertato, nel quale a tutti è concesso di “toccare con mano” l’esperienza evangelica, non sarebbe tutto più interessante?
Investire meno sulla (presunta) perfezione di liturgie e ritualità per dare libertà di espressione, accettando anche le voci dissonanti, l’espressione dei dubbi e delle domande, non aiuterebbe a mettere in circolo i pensieri?
Se la sapienza degli antichi non fosse un tesoro da collocare in un museo ma una narrazione da condividere e indagare, senza la preoccupazione di difenderla ad ogni costo, e con l’intento di consegnarla perché possa vivere di vita propria, non avrebbe qualche chance in più?
Se anziché la difesa del territorio parrocchiale inteso come immutabile ci dedicassimo a forme di “turismo sostenibile” nel quale si possa verificare la bontà dell’esperienza di fede non si scoprirebbe il valore della rete nella quale la forza non è dei singoli nodi ma del loro collegamento?
E se alle parole del vocabolario teologico affiancassimo gli slang della Gen Z senza scandalo, accettandone la commistione e comprendendo la pregnanza di quel linguaggio, non permetteremmo di togliere la polvere dalle teche del museo cristiano per restituire l’unica cosa che la fede rivendica ovvero di essere vissuta?
La paura di perdere il passato è il maggior ostacolo al futuro. Resilienza è anche rischio, azzardo, sperimentazione. È offrire possibilità e dare fiducia, mostrare la bellezza fragile delle cose vere. È concentrarsi sul cuore delle esperienze e consentire che le forme siano mutevoli. È avere speranza. La Chiesa ne ha?