XXXII settimana del Tempo Ordinario 
Commento di Paolo Curtaz


Commento al Vangelo del giorno 4

Lunedì 10 Novembre (Memoria – Bianco)
San Leone Magno

Sap 1,1-7   Sal 138   Lc 17,1-6: Se sette volte ritornerà a te dicendo: Sono pentito, tu gli perdonerai.

Martedì 11 Novembre (Memoria – Bianco)
San Martino di Tours

Sap 2,23-3,9   Sal 33   Lc 17,7-10: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.

Mercoledì 12 Novembre (Memoria – Rosso)
San Giosafat

Sap 6,1-11   Sal 81   Lc 17,11-19: Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.

Giovedì 13 Novembre (Feria – Verde)
Giovedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Sap 7,22-8,1   Sal 118   Lc 17,20-25: Il regno di Dio è in mezzo a voi.

Venerdì 14 Novembre (Feria – Verde)
Venerdì della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Sap 13,1-9   Sal 18   Lc 17,26-37: Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.

Sabato 15 Novembre (Feria – Verde)
Sabato della XXXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Sap 18,14-16;19,6-9   Sal 104   Lc 18,1-8: Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui.

Domenica 16 Novembre (DOMENICA – Verde)
XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C
)
Ml 3,19-20   Sal 97   2Ts 3,7-12   Lc 21,5-19: Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

La domanda che Gesù ha posto ai suoi discepoli, la pone continuamente anche a noi, per impegnarci a contemplarlo più profondamente, ad approfondire il suo mistero: “Voi chi dite che io sia?”. San Leone Magno, divenuto papa nel V secolo, affermò con fede luminosa la divinità di Cristo e la sua umanità: Cristo, Figlio del Dio vivente e figlio di Maria, uomo come noi. Non ha accettato, per esprimerci così, che si abbreviasse il mistero, né in una direzione né nell’altra, e il Concilio di Calcedonia ha cercato una formula che preserva tutta la rivelazione. Dio si è rivelato a noi nel Figlio, e il Figlio è un uomo che è vissuto in mezzo a noi, ha sofferto, è morto, è risorto. “Dio dice la lettera agli Ebrei aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti”. E parlando per mezzo dei profeti Dio aveva fatto desiderare la sua presenza: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” esclamava Isaia. E Dio è disceso, si è reso presente nel Figlio: “A noi Dio ha parlato per mezzo del Figlio”.

Lunedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,1-6: Se sette volte ritornerà a te dicendo: Sono pentito, tu gli perdonerai.

Sono tre detti che provengono direttamente dalle labbra di Gesù e che Luca inanella in un breve paragrafo. Evidentemente di Gesù: nessun apostolo sano di mentre se li sarebbe inventati. Parole forti, collegate le une alle altre. Lo scandalo, anzitutto: se non vigiliamo su noi stessi, se prendiamo la fede sottogamba corriamo il rischio di scandalizzare chi si sta avvicinando alla fede. E Dio solo sa quanto scandalo abbiamo dato negli ultimi decenni come Chiesa! Certo, per un prete che sbaglia mille continuano con fedeltà e passione evangelica la propria missione. Ma anche quell’uno è di troppo. E, aggiunge subito il Signore, lo scandalo peggiore che possiamo dare è l’assenza di perdono e di misericordia, una fede che diventa impietosa… anche con chi ha dato scandalo! Alla fine di tutto è la compassione a prevalere, a rendere credibile il nostro percorso di fede. Guai a scordarci questa grande verità! Perdonare non è facile, a partire dal perdonare noi stessi. Ecco perché abbiamo bisogno di fede, fede che non può essere uno sforzo sovrumano, ma che è accoglienza dell’opera di Dio in noi.

Martino (Pannonia c. 316 – Candes, Francia, 397), rivelò, ancora soldato e catecumeno, la sua carità evangelica dando metà del mantello a un povero assiderato dal freddo. Dopo il Battesimo si mise sotto la guida di sant’Ilario (339) e fondò a Ligugè, presso Poitiers, un monastero (360), il primo in Occidente.
Ordinato sacerdote e vescovo di Tours (372), si fece apostolo delle popolazioni rurali con l’aiuto dei monaci del grande monastero di Marmoutiers (Tours). Unì alla comunicazione del Vangelo un’incessante opera di elevazione sociale dei contadini e dei pastori. La sua figura ha fondamentale rilievo nella storia della Chiesa in Gallia, sotto l’aspetto pastorale, liturgico e monastico. Santo molto popolare, è il primo confessore non martire ad essere venerato con rito liturgico. La sua «deposizione» l’11 novembre è ricordata dal martirologio geronimiano (sec. VI).

Martedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,7-10: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.

Abbiamo scoperto la bellezza del Dio di Gesù, abbiamo aderito alla sua proposta, abbiamo accolto la Parola e l’abbiamo lasciata fiorire in noi stessi, cambiando la nostra vita, illuminandola. Giorno per giorno, mese per mese, anno per anno, fidandoci del Signore abbiamo aperto il nostro cuore allo stupore. Ora sappiamo, ora conosciamo, ora tutto è più chiaro. Gioiamo nel lavorare nella vigna del Signore, siamo colmi di stupore nell’incontrare altri uomini e donne che come noi si sono fidati del Nazareno. Sì, noi crediamo, con forza, con determinazione, con fatica. E cerchiamo di leggere il mondo da una prospettiva altra. Alta. Forse siamo anche impegnati in qualche servizio ecclesiale, dal più modesto al più impegnativo, forse abbiamo anche delle responsabilità nelle comunità. Proprio a noi, proprio a chi ha maggiori incarichi il Signore ricorda una verità disarmante: è lui che agisce, non noi. Il mondo è già salvo, non dobbiamo salvarlo noi. Perciò siamo gioiosamente servi inutili. Perciò veri. Perciò liberi. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, dobbiamo solo diventare trasparenza affinché, attraverso i nostri gesti, la gente veda il volto di Dio.

San Giosafat, nato a Wolodymyr in Volynia (Ucraina) nel 1580 c. da genitori ortodossi, aderì alla Chiesa Rutena unita a Roma. Accolto nell’Ordine monastico Basiliano (1604), fu poi arcivescovo di Polozk (1617). Nella sua missione operò incessantemente per la promozione religiosa e sociale dei popoli e per l’unità dei cristiani incontrando l’ostilità dei potenti. Per questo morì martire (Vitebsk, Bielorussia, 12 novembre 1623).

Mercoledì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,11-19: Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.

Sono solo lebbrosi, non samaritani o ebrei. Il dolore ci rende uguali, elimina le differenze, la disperazione cuce rapporti impensabili. E urlano, chiedono salvezza, chiedono di essere riammessi nel mondo dei vivi. Gesù li ascolta ma chiede di andare dai sacerdoti del tempio: la guarigione è in un percorso, è progressiva, non è mai tutta di colpo. Ci vogliono degli anni per convertirsi, degli anni per diventare veramente discepoli. E si mettono in strada. Trovatisi guariti ecco che le differenze ritornano: i nove ebrei vanno al tempio ma il samaritano non ha un tempio, il suo è stato raso al suolo un secolo prima, proprio dagli ebrei. Allora si rivolge al Tempio. E il Tempio, Gesù, la presenza di Dio, lo accoglie e commenta amareggiato: dieci sono stati sanati, uno solo è stato salvato. Non è vero che basta la salute!, non è vero che la salute è tutto. C’è di più: la salvezza. La salvezza di sapersi amati, di essere nel cuore di Dio, di essere donati al mondo. L’ingratitudine è più difficile da guarire della lebbra: ringraziamo il Signore per la salvezza che ci ha strappato dall’isolamento e dalla disperazione e ci ha resi liberi.

Giovedì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,20-25: Il regno di Dio è in mezzo a voi.

Il Regno di Dio è in mezzo a noi dice il Signore, è impastato col nostro mondo, ne fa parte integrante, ne è intimamente connesso. Ne fa parte, non è altro, non è qualcosa di diverso. Molti, ci ammonisce il Signore, pensano di incontrarlo altrove, negli eventi eclatanti, correndo dietro a miracoli e alle apparizioni. Non è così. È il nostro sguardo che lo deve riconoscere, è il nostro cuore che è chiamato ad accorgersene. Quante volte pensiamo che la presenza di Dio coincida con qualcosa di fantastico, con qualche evento che scuota e stupisca. Povera la fede che ha bisogno di miracoli per poter crescere! Povera la fede che ha bisogno di conferme per poter andare avanti! Siamo chiamati a cambiare il nostro sguardo per riconoscere il Regno che si realizza in mezzo a noi. Nelle nostre parrocchie, nelle nostre liturgie, nelle nostre iniziative di carità, nella nostra profezia realizziamo il Regno, non altrove. Che bello sapere che la mia comunità è un anticipo e una realizzazione parziale del Regno che è già e non ancora! Che bello iniziare la giornata col desiderio e l’impegno di riconoscere il Regno già presente in mezzo a noi!

Venerdì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,26-37: Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà.

Verrai, Signore. Verrai alla fine dei tempi, nella pienezza, quando nessuno ci penserà più. Quando penseremo che il tuo ritorno è ormai impossibile, una pia leggenda, una cosa che si dice ma cui nessuno crede, una di quelle cose della fede legate al passato, all’entusiasmo dei primi discepoli ma che, realisticamente, non accadrà mai. Verrai e allora saremo spiazzati, non capiremo, non saremo pronti, come non siamo mai pronti agli eventi improvvisi, alle sorprese inattese, alle cose grandi e piene di luce. Vieni, Signore, nel cuore di ognuno, chiedi ospitalità, chiedi di essere accolto, chiedi di osare, di credere. Vieni, ma siamo troppi occupati, troppo presi, troppo tutto. Vediamo passare Noé accanto a noi senza riconoscerlo e Lot, chiamato dall’angelo ad uscire dalle tante Sodoma e Gomorra in cui abitiamo. Li vediamo, ma non sappiamo più riconoscerli, non sappiamo più leggere i sorrisi accennati dei profeti, non sappiamo più interpretare le immense solitudini che essi riempiono. Prendici, Signore. Prendici, non lasciarci a vagare nella pochezza delle nostre vite. Prendici con te, rendici discepoli da ora e per sempre.

Sabato della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 18,1-8: Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui.

Il Signore troverà ancora la fede quando tornerà sulla terra? Non dice: troverà le parrocchie, i dicasteri e la curia romana, la cultura cattolica, le chiese, i campanili… Troverà la fede? Il dramma del nostro tempo, l’opera urgente di conversione che siamo chiamati a compiere è il recupero della fede ormai diventata stanca abitudine, innocua e vaga appartenenza. La fede che brucia, che forgia i santi, che spinge i martiri a donare il proprio sangue langue nelle nostre comunità. La fede di sapere che Dio è giusto, è un padre che ascolta e accoglie, non un despota annoiato che non sa che farsene di noi. La fede di chi vede un mondo altro nascosto nelle pieghe di questo vecchio mondo dolente. La fede di chi sa che ogni gesto compiuto nel nome del Signore risorto ci trasforma la vita concreta. Il Regno avanza, ne siamo avvinti, ne facciamo parte, lo costruiamo nella quotidianità in ufficio, a casa, a scuola. Siamo noi a rendere possibile la fede. Teniamo duro, allora, come la vedova cocciuta della parabola. Perché possiamo con verità dire al Signore: sì, quando tornerai ci sarà ancora la fede in te, Maestro, la mia, quella della mia comunità.

I discepoli ammirano l’architettura del tempio. Gli occhi di Gesù si spingono più in là: egli vede la distruzione di Gerusalemme, i cataclismi naturali, i segni dal cielo, le persecuzioni della Chiesa e l’apparizione di falsi profeti. Sono manifestazioni della decomposizione del vecchio mondo segnato dal peccato e dalle doglie del parto di nuovi cieli e di una terra nuova. In tutte le pressioni e le estorsioni esercitate sulla Chiesa, noi non dovremmo vedere qualche cupa tragedia, perché esse purificano la nostra fede e confortano la nostra speranza. Esse sono altrettante occasioni per testimoniare Cristo. Altrimenti il mondo non conoscerebbe il suo Vangelo né la forza del suo amore. Ma un pericolo più grande incombe su di noi: si tratta dei falsi profeti che si fanno passare per Cristo o che parlano in suo nome. Approfittando delle inquietudini e dei rivolgimenti causati dalla storia, i falsi profeti guadagnano alle loro ideologie, alle loro idee pseudo-scientifiche sul mondo e alle loro pseudo-religioni. La vera venuta di Cristo sarà invece così evidente che nessuno ne dubiterà. Gesù incoraggia i suoi discepoli di ogni tempo a rimanere al suo fianco sino alla fine. Egli trasformerà tutte le infelicità, tutti i fallimenti e persino la morte del martire in risurrezione gloriosa e in adorazione.

Mi fido. Mi affido.

Siamo alla fine dei tempi, che scoperta.
Dal tempo della resurrezione siamo alla fine dei tempi.
Nel senso che attendiamo la conclusione di questa scena, ma senza botti e catastrofi, piuttosto come la visione dell’innamorato che finalmente incontra la sua amata adorna come una sposa (Ap 21,1-11). E che ammira cieli nuovi e terra nuova.
Perché questo accadrà. Questo accade in questo tempo per chi, come noi, ha imparato a non farsi travolgere dal quotidiano ed alza lo sguardo.
In questa penultima domenica dell’anno liturgico Luca parla alla sua e alla nostra comunità degli ultimi tempi. Quelli che sono già iniziati.
Non parla della fine ma del fine. Non della clamorosa implosione del mondo ma del senso della storia.
A capirla e saperla leggere. Alla fine dell’anno parliamo del fine della realtà. Del senso di quello che (ci) sta accadendo. Luca sta evangelizzando una comunità perseguitata, impressionata dalla distruzione di Gerusalemme e del tempio, impaurita, dall’ondata di odio scatenata da Nerone.
Siamo perduti?, si chiedono i suoi parrocchiani. È la fine?
Non ve lo chiedete mai? Io sì.
Me lo chiedo dopo la paura del Covid, dopo quella sui vaccini. Me lo chiedo davanti agli scenari di guerra, non solo l’Ucraina. Me lo chiedo davanti ad una crisi energetica dove tutti, ormai, siamo interdipendenti. Me lo vedo girando sui social, me lo chiedo davanti all’impoverimento di linguaggio, di pensiero, che sta svuotando il nostro Occidente.
E se Dio si fosse sbagliato? E se la vita fosse davvero un coacervo inestricabile di luce e di tenebre che mastica e tritura ogni emozione e ogni sogno? E se Dio – tenero! – avesse esagerato con l’idea della libertà degli uomini e del fatto che l’uomo può farcela da solo? Che peso hanno le nostre piccole comunità, travolte dalla rabbia, dalla violenza, dal vittimismo di un mondo sempre più contrapposto?
È la fine? Dobbiamo arrenderci?

Esagerato
Incontro due tipi di cristiani nel mio magnifico pellegrinaggio della speranza in giro per l’Italia. Quelli che imperterriti guardano alle belle pietre del tempio e ai doni votivi, dicendo che in fondo le cose non vanno poi così male e bisogna tenere duro rispetto ai “nemici della Chiesa” e quelli che, invece, vedono il tempo presente come la fine del cristianesimo, e vivono con disagio e cupezza la profonda crisi che sembra avere colpito le nostre comunità europee, povere di fede e di speranza.
È una questione di sguardi e di segni dei tempi.i.
Per decenni ci siamo lamentati che eravamo una minoranza. Solo perché il pluralismo si stava diffondendo. E tutti a fare le finte vittime, a rimpiangere ipotetici tempo d’oro. Idioti.
Ora stiamo vedendo che davvero siamo diventati una minoranza.
Le chiese ci sono ancora e le feste e i simboli.
Manca la fede. Manca il fuoco. Manca la passione. Il cristianesimo, in Italia, sta diventando un pacco ben confezionato. Ma vuoto.
Allora si grida al mondo nemico e crudele. Si vagheggia di ritorni al passato, come se fosse possibile, come se fosse utile.
Forse dovremmo, semplicemente, fidarci di Dio. E credere, finalmente.
Il Signore fa nuove tutte le cose, non ce ne accorgiamo?

Alzate lo sguardo
Nessuna catastrofe, dice Gesù, state sereni.
Non sono questi i segni della fine, come qualche predicatore insiste nel dire. Non sono questi i segnali di un mondo che precipita nel caos.
E, sorridendo, il Maestro ci dice: cambia il tuo sguardo. Cambia te stesso. Cambia il mondo. Guarda alle cose positive, al tanto amore che l’umanità, nonostante tutto, riesce a produrre, allo stupore che suscita il Creato e che tutto ridimensiona, al Regno che avanza nei cuori, timido, discreto, pacifico, disarmato. Guarda a te stesso, fratello mio, a quanto il Signore è riuscito a compiere in tutti gli anni della tua vita, nonostante tutto.
A tutto l’amore che hai donato e ricevuto, nonostante tutto.
Guarda a te e all’opera splendida di Dio, alla sua manifestazione solare, al bene e al bello che ha creato in te. Guarda e non ti scoraggiare.
Di più: la fatica può essere l’occasione di crescere, di credere.
La fede si affina nella prova, diventa più trasparente, il tuo sguardo si rende più trasparente, diventi testimone di Dio quando ti giudicano, diventi santo davvero (Non quelli zuccherosi della nostra malata devozione!) e non te ne accorgi, ti scopri credente.
Se il mondo ci critica e ci giudica, se ci attacca, non mettiamoci sulle difensive, non ragioniamo con la logica di questo mondo: affidiamoci allo Spirito.
Quando il mondo parla troppo della Chiesa, la Chiesa deve parlare maggiormente di Cristo!
E del suo magnifico Dio. Un Dio che sa. Che conosce. Che conta i capelli del tuo capo.
Ancora non ti fidi?

Mannaggia

Lo dico ufficialmente e pubblicamente: a me questa cosa non piace affatto.
Preferisco crogiolarmi nelle mie vere o presunte disgrazie, preferisco lamentarmi di tutto e di tutti, vivere nella rabbia cronica.
Preferisco cento volte lamentarmi del mondo brutto sporco e cattivo, dei nemici della Chiesa, ed eventualmente costruirmi una piccola setta cattolica molto devota in cui ci troviamo bene (Almeno all’inizio poi, è statistico, facciamo come il mondo cattivo!).
Preferisco fare a modo mio, accipicchia!
Mi affatica l’idea di dover cambiare me stesso. E il mio sguardo. E il mio cuore.
Ma se proprio devo fare come vuoi tu, Signore, allora libera il mio cuore dal peso del peccato, dall’incoerenza profonda, dalla tendenza all’autolesionismo che mi contraddistingue e rendimi libero, in attesa del tuo Regno.
Fammi scoprire amato, agapetoi, dammi la forza di amare, me stesso e gli altri. Con libertà e verità.
Alla fine, Signore, aiutami tu a non pensare che sia la fine.
Ma a trovare il fine di tutto questo.
Il mondo non sta precipitando nel caos ma fra le tue braccia per un abbraccio infinito e definitivo d’amore.
Forse convertirmi, credere, infine. Bruciare d’amore.
Prenderti sul serio.
Aiutami, non capisco, davvero. Ma mi fido. Mi affido.