Due punti luce (libertà e autocritica) insieme a tre zone d’ombra (giovani, affettività e IRC) sembrano caratterizzare le conclusioni del cammino sinodale italiano.

di Stefano Fenaroli
6 Novembre 2025
Per gentile concessione di
http://www.vinonuovo.it

Rispettare il lavoro di chi ha lavorato. È questo un principio cardine del mio “stare al mondo” e ovviamente vale anche per coloro che hanno redatto il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Lo sguardo, quindi, dev’essere innanzitutto sempre eucaristico, in altre parole: grazie! Detto questo, non significa che il testo sia del tutto impeccabile, e nessuno – credo – pretendeva che lo fosse. Vorrei provare quindi, col rispetto di fondo di cui detto, a condividere alcuni punti che mi sembrano di forte luce, altri che ritengo più zoppicanti o del tutto assenti, e una breve considerazione (maligna) per il futuro.

1.     Punti di luce

Cominciamo con due punti per me di estrema luce.

1. Il primo è un “fuori testo” e lo ritrovo nelle parole di mons. Castellucci: «recuperare nella Chiesa la concordia nelle cose essenziali, la libertà nelle cose dubbie che richiedono ulteriori riflessioni e la carità in tutte» (Presentazione). Si mettesse davvero in atto questo triplice sguardo, metà dei problemi sarebbero risolti. Resta il dubbio che questa “libertà” in realtà alla fine vada regolamentata, quando appunto le riflessioni saranno fatte. Che sia cosa buona auspicare che, pur con le riflessioni alla mano, un minimo di libertà rimanga?

2. Il secondo punto di luce è il § 4, che considero sintesi e simbolo di tutto il documento. Si tratta di un duro, amaro ma sincero e fresco sguardo critico sulla situazione attuale della chiesa in Italia. Finalmente! È proprio in quest’ottica che ho scelto il titolo per questo contributo: adesso lo sappiamo! E, aggiungo, non è poco né scontato! Come in ogni terapia, il primo passo è riconoscere di avere un problema. Ebbene, questo è un documento che a più riprese riconosce e soprattutto dà un nome chiaro ai problemi della chiesa in Italia. Si parla di «routine autoreferenziale» delle parrocchie (68), del rischio di una «chiesa maschile, se non addirittura maschilista» (71), di «forme di esercizio dell’autorità ancora monocratiche e clericali» e di una «logica ancora perdurante del clericalismo» (65). Non sono indicazioni da poco e l’averle messe nero su bianco, almeno dal mio punto di vista, gli dà una concretezza non indifferente, da cui non si potrà (spero) tornare indietro.

3. Un terzo punto che riscontro è il tema liturgico e ministeriale. Ritorna con forza la necessità di pensare o almeno riscoprire nuove liturgie, in sé anche “propedeutiche”, per così dire, al cuore eucaristico. Allo stesso tempo si rilanciano le ministerialità istituite e laicali[1].

Cito solo alcuni numeri, in cui ad esempio si parla di «laboratori liturgico-spirituali in cui educare al senso profondo della liturgia e sperimentare forme celebrative più accessibili e comprensibili» (36b), di strumenti e sussidi per approfondire la Parola (45b), si richiama l’attenzione alla cura del presiedere (46b), si suggerisce di specificare i modi in cui «affidare ai laici la guida e l’animazione di celebrazioni non eucaristiche e la predicazione» (49ab), così come di riscoprire «momenti di preghiera al di là della celebrazione eucaristica […] si valorizzi la Liturgia delle Ore» (50a). Insomma, un’attenzione interessante alla vita liturgica fuori dalla messa o, meglio, prima e in preparazione alla messa, perché questa sia davvero culmen et fons e non uno sterile monopolio.

2.     Punti oscuri o assenti

Passando ai punti meno luminosi. Vorrei indicarne tre.

1. Innanzitutto il tema giovani. Se ne parla nello specifico ai numeri 37-39, ma non solo (curiosa la pennellata giovanile assegnata all’attenzione ecologica al punto 25d, un po’ retorica forse…). In breve, si parla di Parola profetica delle nuove generazioni e di Giovani protagonisti, ma l’impressione è che ancora una volta l’idea sia quella di mettere al centro i giovani ma come “oggetto” da educare, da far crescere (condivido le perplessità sollevate da Sergio Ventura qui). Possono, sì, essere responsabili ma in «spazi per i giovani» e comunque sempre «in dialogo con le figure educative», che dunque hanno in mano il pallino della situazione. Mi domando inoltre: perché parlare di “spazi”? Creiamo delle “riserve” tipo safari dove crescere i giovani, dove dargli spazio ma “in modo controllato”? È così che si vuole “ascoltare” la loro voce profetica? Costava tanto scrivere a chiare lettere anche per i giovani quello che troviamo al punto 72e: «Venga valorizzato il contributo di parola, competenza e servizio che le persone anziane mettono a disposizione della comunità». Non ho niente contro gli anziani, sia chiaro. Ma è così difficile pensare che anche i giovani, nella comunità, possano prendere la parola e avere responsabilità utili per tutti?

2. Un secondo aspetto lo ritrovo al punto 31, dedicato all’affettività. Ecco, qui ritroviamo preadolescenti, adolescenti, giovani e gli sposi (!) come destinatari (ovvio) di percorsi di formazione sul tema. Nulla però si dice dei ministri ordinati e dei seminaristi. Si cita il Seminario come luogo di formazione, ma direi che un riferimento esplicito al tema “ministero ordinato e sessualità, corporeità, affettività” ci stava bene. Apprezzo il richiamo all’intervento di donne nella formazione dei seminaristi (punto 71b), ma credo sia indispensabile dire a chiare lettere che c’è un problema nella gestione della sessualità da parte del clero. L’abuso non è solo psicologico o spirituale. E questo punto, inoltre, l’avrei visto bene sviluppato all’interno di un discorso molto più ampio, assente nel documento, di ripensamento generale di tutto il percorso di formazione dei seminaristi. È evidente che nel discernimento iniziale, nello svolgimento e nelle persone ordinate ci sono grossi problemi (relazionali e non solo). È un mondo, credo, da rivedere da capo a piedi.

3. Arrivo così all’ultimo punto oscuro, anzi anche questo, purtroppo (almeno per me) quasi del tutto assente: la questione IRC (anche qui si vedano le riflessioni di Sergio Ventura). Gli insegnanti di religione sono presenti poche volte, in particolare al § 53b, in cui si parla dell’insegnamento della religione cattolica come di «una prospettiva professionale e culturale». C’è dunque il timido tentativo di dire qualcosa che rinnovi l’orizzonte, ma decisamente troppo poco. Ritengo che anche qui con un po’ di coraggio – che in questi casi manca sempre (richiamo quanto detto qui) – il sinodo, proprio perché della chiesa in Italia, era un’ottima occasione per mettere sul tavolo o per lo meno auspicare anche qui la nascita di un tavolo per ripensare in toto la questione “scuola e IRC” in tutti i suoi aspetti. È un argomento a dir poco centrale in Italia. Ci sono gruppi che ci stanno lavorando e idee nuove che emergono. Niente… ha vinto forse la paura o semplicemente il compromesso per altre emergenze. “A ciascun giorno basta la sua pena”, e oggi ne abbiamo altre…

Concludo, come dicevo, con uno sguardo al futuro. La mia impressione sul documento – spero si sia capito – è positiva e le premesse ci sono tutte. Adesso però tutti questi “suggerimenti” verranno passati ai Vescovi (punto 2) che dovranno trovare il modo concreto di tradurre queste indicazioni. Ora, la figura del vescovo ritorna a più riprese nel documento e questo mi ha permesso di realizzare quanto questa figura sia davvero in sé “ingombrante”. Mi rendo conto che qui si toccano corde delicate dell’ecclesiologia cattolica, mi domando però (troppo banalmente) dove vada a finire tutta questa sinodalità se alla fine il percorso si stringe a collo di bottiglia e il testimone viene passato al solito gruppo clerico-episcopale, fatto di maschi, tendenzialmente anziani, in Italia notoriamente non così progressisti. È vero, gli ultimi due punti (75ab) auspicano chiaramente di continuare a camminare insieme, con équipe ecc. Ma, punto primo, anche questo è solo un suggerimento; punto secondo, possiamo essere così sicuri che nessuno, scrivendo questo documento, abbia effettivamente pensato: “Ma sì, fate pure voi, tanto poi tra il dire e il fare ci sono di mezzo loro, e allora si rimetteranno le cose a posto…”. Insomma la domanda è sempre quella: fidarsi? Lo so, questa è pura malignità. Ma come si suol dire: “A pensar male si fa peccato ma s’indovina”. Speriamo proprio non sia questo il caso…

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[1] Su questo punto apro una parentesi: a più riprese passa l’idea che «la corresponsabilità dei battezzati non coincide esclusivamente con l’assunzione di ministeri, istituiti o meno» (§ 72), però non è chiaro che ruolo giochino alla fine questi laici e laiche che restano «al di fuori di un riconoscimento istituzionale».