XXX settimana del Tempo Ordinario
Commento di Paolo Curtaz

lectio

Lunedì 27 Ottobre (Feria – Verde)
Lunedì della XXX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Rm 8,12-17   Sal 67   Lc 13,10-17: Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?

Martedì 28 Ottobre (FESTA – Rosso)
SANTI SIMONE E GIUDA

Ef 2,19-22   Sal 18   Lc 6,12-19: Ne scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli.

Mercoledì 29 Ottobre (Feria – Verde)
Mercoledì della XXX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Rm 8,26-30   Sal 12   Lc 13,22-30: Verranno da oriente a occidente e siederanno a mensa nel regno di Dio.

Giovedì 30 Ottobre (Feria – Verde)
Giovedì della XXX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Rm 8,31-39   Sal 108   Lc 13,31-35: Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

Venerdì 31 Ottobre (Feria – Verde)
Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Rm 9,1-5   Sal 147   Lc 14,1-6: Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?

Sabato 1 Novembre (SOLENNITA’ – Bianco)
TUTTI I SANTI

Ap 7,2-4.9-14   Sal 23   1Gv 3,1-3   Mt 5,1-12: Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Domenica 2 Novembre (COMMEMORAZIONE – Viola o Nero)
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa I
)
Gb 19,1.23-27   Sal 26   Rm 5,5-11   Gv 6,37-40: Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Domenica 2 Novembre (COMMEMORAZIONE – Viola o Nero)
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa II)

Is 25,6.7-9   Sal 24   Rm 8,14-23   Mt 25,31-46: Venite benedetti del Padre mio.
Domenica 2 Novembre (COMMEMORAZIONE – Viola o Nero)
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa III)

Sap 3,1-9   Sal 41   Ap 21,1-5.6-7   Mt 5,1-12: Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa

Lunedì della XXX settimana del Tempo Ordinario
Lc 13,10-17: Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?

Si vergognano, i detentori del potere religioso, arrossiscono davanti alle loro assurde elucubrazioni, le loro sconclusionate riflessioni teologiche che presentano un Dio feroce e incomprensibile. E fanno benissimo a vergognarsi. Esulta, la folla, perché finalmente vede il vero volto di Dio. Non un Dio che contabilizza le loro colpe, che impone insopportabili pesi, che chiede senza donare. Esulta, perché Dio guarisce senza guardare al calendario, senza seguire imperscrutabili precetti. E fa benissimo ad esultare. Gesù svela il volto di un Dio che mette l’uomo al centro, non il precetto, che desidera il bene del discepolo. E Gesù insiste, argomenta con la Legge a chi si nasconde dietro la Legge perché non sa argomentare. Anche il più devoto sacerdote e il più pio fariseo portano ad abbeverare il proprio animale da soma il giorno di sabato, e perché Gesù non può “sciogliere” questa donna dal suo legame nefasto per portarla ad abbeverarsi alle acque limpide dell’amore del Padre? Che il Signore ci aiuti a non nasconderci dietro le piccinerie degli uomini per proporre sempre la sua Legge che è fatta per la vita e per l’uomo!

La festa degli Apostoli ci dà l’occasione di acquistare maggiore consapevolezza delle due imprescindibili dimensioni della Chiesa, che è corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo, e non può essere l’uno senza l’altro. E un’illusione credere di poter ricevere lo Spirito Santo senza far parte del corpo di Cristo, perché lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo e si riceve nel corpo di Cristo. La Chiesa come corpo di Cristo ha anche un aspetto visibile: per questo Gesù scelse i Dodici e sceglie nel tempo i loro successori, a formare la struttura visibile del suo corpo, quasi continuazione dell’incarnazione. Appartenendo al suo corpo, possiamo ricevere il suo Spirito ed essere intimamente uniti a lui in un solo corpo e in un solo Spirito.
La prima lettura, dalla lettera agli Efesini, esprime bene queste due dimensioni. “Siete edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù”: è l’aspetto visibile del corpo di Cristo, che è un organismo con la propria struttura. E in Cristo “la costruzione cresce ben ordinata”:
ogni membro ha la propria funzione e il proprio posto. Scrive Paolo più avanti nella stessa lettera: “E lui (Cristo) che ha stabilito alcuni come Apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori…”. Ognuno ha ricevuto la grazia “secondo la misura del dono di Cristo”. Ed ecco la seconda dimensione, invisibile: “In lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito”.
Anche nella prima lettera ai Corinzi Paolo mette in evidenza lo stesso concetto: “I vostri corpi sono membra di Cristo… Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo” (6,15.19).

La liturgia, oggi, ci invita a celebrare la festa di due apostoli di cui sappiamo ben poco: Simone e Giuda. Sono nominati alla fine della lista dei Dodici, e di loro sappiamo ben poco. Come se le loro vite, le loro esperienze fossero poco significative rispetto alla grande testimonianza data al Signore. Siamo abituati, nel nostro tempo, a dover combattere per emergere dall’anonimato. È splendido pensare a delle persone che, invece, non hanno voglia di apparire, mettendosi in secondo piano rispetto alla grandezza del messaggio che portano! Di Simone è detto che è uno zelota. Gli storici dibattono sul significato di questo termine: è possibile che fosse un credente molto zelante oppure che appartenesse al gruppo terrorista degli zeloti. Giuda è soprannominato “Taddeo” che significa “il magnanimo” cioè colui possiede una grande bontà e l’unico suo intervento, durante l’ultima cena, riguarda il fatto che Gesù si è manifestato solo agli apostoli e non agli altri e gli viene detto che così accade perché essi diventino dei testimoni. E testimoni credibili lo sono stati se noi, oggi, abbiamo ricevuto il vangelo grazie a uomini e donne come Simone e Giuda!

Martedì della XXX settimana del Tempo Ordinario
Lc 13,18-21: Il granello crebbe e divenne un albero.

Un seme di senape, un po’ di lievito da mettere nella farina, ecco cos’è il Regno. Poca cosa, minuzia, un’apparenza insignificante. Ma il granello di senape, piccolo da sembrare polvere, diventa un grande albero. E poco lievito fa lievitare la farina che diventa pane in abbondanza. Quante volte ci lamentiamo di essere poca cosa nella società. Certo: in teoria viviamo in un paese cristiano, zeppo di simboli religiosi, di valori evangelici. Ma poi, guardando con disincanto, ci rendiamo conto che non è sempre così, che, spesso, dietro l’abitudine e l’apparenza c’è ben poca cosa… E allora vai con le geremiadi, con i parroci che si lamentano della poca risposta della gente del quartiere (e hanno ragione, poveri!, funzionari strattonati da tutte le parti, chiamati a fare tutto e, se avanza tempo, a parlare di Gesù!), dei catechisti che piangono perché i bambini arrivano senza alcun riferimento di fede (altrimenti perché verrebbero?), dei devoti che accusano la Chiesa di aver perso la fede… Il problema non è che ci siano pochi cristiani ma che noi siamo poco cristiani. Non c’è bisogno della folla per evangelizzare, l’importante è che il lievito faccia lievitare la pasta!

Mercoledì della XXX settimana del Tempo Ordinario
Lc 13,22-30: Verranno da oriente a occidente e siederanno a mensa nel regno di Dio.

Della salvezza non c’è garanzia, né certezza. Meglio così. Al tempo di Gesù i farisei erano convinti di meritarsi la salvezza come premio perché il credere coincideva col fare, con l’osservare i precetti fin nelle più piccole minuzie. Gesù, grazie al cielo, smonta questa presunzione e ricorda a tutti che non basta sentirsi giusti per esserlo davvero. E che, a dirla tutta, il modo di intendere la giustizia da parte di Dio è piuttosto diverso rispetto al nostro, soprattutto da quello dei sé dicenti devoti i quali, talvolta, confondono il moralismo con la morale. Tant’è: tutto sembrerebbe chiaro ma ci sono ancora dei simpaticoni che si appellano a qualche devozione per affermare con assoluta convinzione che è sufficiente osservare una serie di pratiche per avere certezza della salvezza. Santa pazienza! Non scherziamo con queste cose, vigiliamo su noi stessi, non prendiamo scorciatoie né diventiamo i furbetti del cristianesimo. È una cosa seria la salvezza, impegna tutte le nostre forze per tutta la nostra vita e fino all’ultimo non sappiamo se saremo diventati capaci di avere un cuore sufficientemente pronto per accogliere la pienezza dell’amore di Dio. Vegliamo, allora.

Giovedì della XXX settimana del Tempo Ordinario
Lc 13,31-35: Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

Erode vuole far uccidere Gesù. Ti pareva! Non gli è bastato togliere di mezzo il Battista, ora è uno dei seguaci del Battista, il Nazareno, che lo tormenta. Sempre i potenti risolvono i problemi in questo modo: togliendo di mezzo chi li provoca, allora come oggi. Sono cambiati i metodi, ma l’arroganza è la stessa. La risposta di Gesù è sibillina: non sarà Erode a decidere l’ora della sua morte. Erode, una volpe (animale negativo in Israele che non indica la furbizia come per noi oggi), non è che una piccola pedina nel grande progetto di Dio. Così accade nella logica divina: coloro che si credono potenti e che pensano di avere il controllo della situazione sono, in realtà, dei piccoli uomini che oggi ricordiamo solo perché hanno avuto a che fare con un oscuro asceta e un falegname che si fece profeta. Davanti a tanta ostilità il cuore di Gesù sanguina: addolorato Gesù riconosce che il suo messaggio subisce violenza e l’odio nei suoi confronti si sta facendo insostenibile. Gesù avrebbe preferito un altro epilogo, non certo ciò che sta per accadergli. Ma in certe occasioni l’unico modo per manifestare la verità delle cose in cui si crede è quello di andare fino in fondo alle proprie decisioni…


Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario
Lc 14,1-6: Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?

Di nuovo il vangelo ci parla di un miracolo che mette in discussione l’interpretazione severa e zelante degli ultras della fede: la guarigione di un idropico nel giorno di sabato, come qualche giorno fa abbiamo letto della guarigione della donna curva, mette in crisi la rigida disciplina del sabato. Nato come il giorno del riposo (gli schiavi non riposano mai!), giorno che ricorda all’ebreo e all’uomo che è fatto per la festa, che lo riporta all’origine, che ne esalta l’immensa dignità, il riposo sabbatico era diventato, attraverso una fitta rete di casistiche esasperanti, una vera e propria trappola per chi voleva vivere una vita normale. Gesù contrappone l’interpretazione rigida del riposo sabbatico allo sguardo amorevole della guarigione dell’idropico. La legge, come capirà a proprie spese lo zelantissimo san Paolo, rischia di diventare inumana se non è a servizio dell’uomo, così come Dio l’ha voluta. Perciò Gesù supera la legge, non per fare l’anarchico, ma per riportarla alla sua origine: la legge è donata all’uomo perché esso recuperi dignità e vita. I farisei, paradossalmente, pensano che l’osservanza faccia piacere a Dio e “meriti” una salvezza che, invece, è donata gratuitamente!


Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore.
I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze.
Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro.
È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.

Iniziamo il mese di novembre, come tutti gli anni, con la splendida e luminosa festa di tutti santi: l’occasione per ricordarci della nostra origine e del nostro destino. Dietro la fragilità della nostra piccola vita si nasconde un potenziale santo!
Eccoli, i santi. Una miriade di uomini e donne di tutti i secoli che hanno seguito il Cristo fino in fondo, che hanno saputo consumarsi nell’amore al vangelo, che lasciano tracce di luce dietro di loro, senza volerlo, senza nemmeno saperlo. Eccoli, i santi: quelli conosciuti che finiscono sui calendari e che veneriamo nelle chiese e i tanti altri conosciuti solo da Dio, coloro che nessuno celebra e che, pure, rendono luminoso, giovane e attraente il volto della sposa. Eccoli i santi: persone normali che hanno preso terribilmente sul serio la sequela, che hanno realizzato, ognuno nella propria epoca e nella propria condizione, la stupefacente presenza di Dio. Eccoli al cospetto di Dio che vegliano su di noi e per noi tifano, ora che sono nell’assoluta pienezza, ora che hanno incontrato la pienezza. E questa giornata diventa immensa festa per loro e per noi, perché vediamo riflesso in essi ciò che siamo in profondità e che possiamo diventare, se solo lasciamo spazio allo Spirito! Eccoci, noi e i santi, famigliari di Dio, anticipatori di un mondo altro, nuovo, in cui Dio è tutto in tutti. E, guardandoli, sentiamo in noi stessi la struggente nostalgia di Dio.
(Paolo Curtaz)

I santi sono gli uomini delle Beatitudini. Queste parole sono il cuore del Vangelo, il racconto di come passava nel mondo l’uomo Gesù, e per questo sono il volto alto e puro di ogni uomo, le nuove ipotesi di umanità. Sono il desiderio prepotente di un tutt’altro modo di essere uomini, il sogno di un mondo fatto di pace, di sincerità, di giustizia, di cuori limpidi.
Al cuore del Vangelo c’è per nove volte la parola beati, c’è un Dio che si prende cura della gioia dell’uomo, tracciandogli i sentieri. Come al solito, inattesi, controcorrente. E restiamo senza fiato, di fronte alla tenerezza e allo splendore di queste parole.
Le Beatitudini riassumono la bella notizia, l’annuncio gioioso che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità.
Quando vengono proclamate sanno ancora affascinarci, poi usciamo di chiesa e ci accorgiamo che per abitare la terra, questo mondo aggressivo e duro, ci siamo scelti il manifesto più difficile, incredibile, stravolgente e contromano che l’uomo possa pensare.
La prima dice: beati voi poveri. E ci saremmo aspettati: perché ci sarà un capovolgimento, perché diventerete ricchi.
No. Il progetto di Dio è più profondo e vasto. Beati voi poveri, perché vostro è il Regno, già adesso, non nell’altra vita! Beati, perché c’è più Dio in voi, più libertà, più futuro.
Beati perché custodite la speranza di tutti. In questo mondo dove si fronteggiano lo spreco e la miseria, un esercito silenzioso di uomini e donne preparano un futuro buono: costruiscono pace, nel lavoro, in famiglia, nelle istituzioni; sono ostinati nel proporsi la giustizia, onesti anche nelle piccole cose, non conoscono doppiezza. Gli uomini delle Beatitudini, ignoti al mondo, quelli che non andranno sui giornali, sono invece i segreti legislatori della storia.
La seconda è la Beatitudine più paradossale: beati quelli che sono nel pianto. In piedi, in cammino, rialzatevi voi che mangiate un pane di lacrime, dice il salmo. Dio è dalla parte di chi piange ma non dalla parte del dolore! Un angelo misterioso annuncia a chiunque piange: il Signore è con te. Dio non ama il dolore, è con te nel riflesso più profondo delle tue lacrime, per moltiplicare il coraggio, per fasciare il cuore ferito, nella tempesta è al tuo fianco, forza della tua forza.
La parola chiave delle Beatitudini è felicità. Sant’Agostino, che redige un’opera intera sulla vita beata, scrive: abbiamo parlato della felicità, e non conosco valore che maggiormente si possa ritenere dono di Dio. Dio non solo è amore, non solo misericordia, Dio è anche felicità. Felicità è uno dei nomi di Dio.
(Ermes Ronchi)


Domenica 2 Novembre – COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI

La pietas verso i morti risale agli albori dell’umanità. In epoca cristiana, fin dall’epoca delle catacombe l’arte funeraria nutriva la speranza dei fedeli. A Roma, con toccante semplicità, i cristiani erano soliti rappresentare sulla parete del loculo in cui era deposto un loro congiunto la figura di Lazzaro. Quasi a significare: Come Gesù ha pianto per l’amico Lazzaro e lo ha fatto ritornare in vita, così farà anche per questo suo discepolo! La commemorazione liturgica di tutti i fedeli defunti, invece, prende forma nel IX secolo in ambiente monastico. La speranza cristiana trova fondamento nella Bibbia, nella invincibile bontà e misericordia di Dio. «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!», esclama Giobbe nel mezzo della sua tormentata vicenda. Non è dunque la dissoluzione nella polvere il destino finale dell’uomo, bensì, attraversata la tenebra della morte, la visione di Dio. Il tema è ripreso con potenza espressiva dall’apostolo Paolo che colloca la morte-resurrezione di Gesù in una successione non disgiungibile. I discepoli sono chiamati alla medesima esperienza, anzi tutta la loro esistenza reca le stigmate del mistero pasquale, è guidata dallo Spirito del Risorto. Per questo i fedeli pregano per i loro cari defunti e confidano nella loro intercessione. Nutrono infine la speranza di raggiungerli in cielo per unirsi gli eletti nella lode della gloria di Dio. (www.santiebeati.it)

Abbiamo bisogno della speranza e della gioia che ci provengono dalla festa dei santi per affrontare il ricordo doloroso delle persone che abbiamo amato e che non sono più. La morte è l’unica certezza della nostra vita e bussa alla nostra porta non in maniera teorica ma quando perdiamo qualcuno che ci sta a cuore. Dare senso alla nostra morte significa, in qualche modo, dare senso anche alla nostra vita. Oggi preghiamo per tutti i defunti, li affidiamo al risorto e rispolveriamo la nostra fede nella resurrezione. Noi crediamo che, nel momento della nostra morte, la nostra anima raggiunga direttamente Dio per essere accolta nell’eternità oppure, se ancora qualcosa deve capire e cambiare, per un tempo supplementare di conversione. Ma anche, nel drammatico rispetto della nostra libertà, Dio accetta il nostro rifiuto di avere a che fare con lui. Alla fine dei tempi la nostra anima raggiungerà il nostro corpo, che conserviamo e rispettiamo in luoghi chiamati ‘cimiteri’, cioè ‘dormitori’ che oggi riempiamo di segni di vita come la luce e i fiori. La preghiera che oggi facciamo per i nostri defunti li incoraggia nel loro cammino verso la pienezza.
(Paolo Curtaz)


Fino a quando il Signore Gesù verrà nella gloria, e distrutta la morte gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando Dio.
Tutti però comunichiamo nella stessa carità di Dio. L’unione quindi di coloro che sono in cammino con i fratelli morti non è minimamente spezzata, anzi è conservata dalla comunione dei beni spirituali (cfr Conc. Vat. II, Costituzione dommatica sulla Chiesa, «Lumen gentium», 49).
La Chiesa fin dai primi tempi ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro i suoi suffragi (ibidem, 50). Nei riti funebri la Chiesa celebra con fede il mistero pasquale, nella certezza che quanti sono diventati con il Battesimo membri del Cristo crocifisso e risorto, attraverso la morte, passano con lui alla vita senza fine. (Cfr Rito delle esequie, 1).
Si iniziò a celebrare la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, anche a Roma, dal sec. XIV.

“Non vogliamo, fratelli, che ignoriate la condizione di quelli che dormono nel Signore, affinché non siate tristi come quelli che non hanno speranza” (l Ts 4,13). Così l’apostolo Paolo scrive alla comunità cristiana di Tessalonica. Con questa memoria liturgica oggi la Chiesa vuole sostenere la nostra speranza. Non è a caso che la festa di Tutti i Santi sia così strettamente unita alla memoria dei nostri cari che ci hanno preceduto. Per certi versi direi che è la stessa festa che continua. Se pensiamo a coloro che sono morti, particolarmente a quelli che sono più cari al nostro cuore, non possiamo non sentire la tristezza della separazione. Tuttavia l’apostolo Paolo ci invita a non dimenticare il futuro che è riservato ai figli di Dio. “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli… E se siamo figli, siamo anche eredi”, scrive Paolo ai Romani. Aggiunge: “Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,15.18).
Oggi, la santa liturgia schiude ai nostri occhi uno spiraglio di questa “gloria futura”. Per noi è futura; per i nostri cari è svelata. Essi abitano su quel monte alto ove il Signore ha preparato un banchetto per tutti i popoli. Il velo “che copre la faccia” e che fa ripiegare su se stessi è stato definitivamente strappato; i loro occhi contemplano il volto di Dio, nessuno più versa lacrime di tristezza, semmai sono di commozione senza fine. La liturgia ci dona oggi questa visione, perché sappiamo dove essi sono e dove noi andremo. La morte ci separa, è vero, e ne sentiamo tutta la tristezza; eppure non ci allontana gli uni dagli altri, non rompe i vincoli di amore che abbiamo legato sulla terra, non ci fa uscire dalla famiglia di Dio alla quale siamo stati chiamati.
È quanto il Signore Gesù ci dice nel brano evangelico che abbiamo ascoltato (Mt 25,31-46). Sì, l’unica cosa che conta nella vita è l’amore: l’unica cosa che resta di tutto quel che abbiamo detto e fatto, pensato e programmato, è l’amore. L’amore è sempre grande: sebbene si manifesti in gesti piccoli come un bicchiere d’acqua, un pezzo di pane, una visita, una parola di conforto, una mano che stringe. L’amore è grande perché è sempre una scintilla di Dio che infuoca e salva la terra. Quell’abside d’oro, care sorelle e fratelli. ove vivono i santi e i nostri cari, quel mosaico infuocato possiamo costruirlo già da ora con le piccole tessere dell’amore per tutti e particolarmente per i poveri. Beati noi, se seguiremo poveramente ma decisamente il Vangelo. Ci sentiremo dire al termine dei nostri giorni: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25,34). Allora la nostra gioia sarà piena.
(Vincenzo Paglia)

Dopo il ricordo dei santi, la Chiesa invita oggi a rivolgere l’attenzione ai nostri defunti, quelli a noi più cari, e il pensiero si volge al mistero della morte.
La liturgia della Parola di oggi è dominata dalle beatitudini, che sono una premessa e insieme un compito che ci è affidato. Le beatitudini ci indicano chi sono i destinatari privilegiati del Regno e ci mostrano la via da percorrere per camminare verso questo Regno. La povertà di spirito è la prima e fondamentale disposizione per essere discepoli di Gesù. Povero è colui che si trova nel bisogno e implora aiuto. Ma questa povertà, nel Vangelo di Matteo, ha un senso profondamente religioso: è un’attitudine dell’uomo che si offre all’amicizia di Dio. Il povero che apre a Dio il suo animo afflitto, che è spinto a lui dalla sete della giustizia – nel salmo responsoriale abbiamo più volte ripetuto: «L’anima mia ha sete del Dio vivente» – come compimento della sua volontà e in lui pone la sua confidenza anche nelle persecuzioni, è un uomo mite, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace. I poveri in spirito sono coloro che sono pronti ad accettare in tutto la volontà di Dio, consci della propria miseria, fiduciosi nella benevolenza paterna di Dio e protesi verso i beni promessi dal Signore.
Gesù non ha soltanto proclamato le beatitudini, ma, innanzitutto e soprattutto, le ha vissute. L’apostolo Paolo scrive: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (cf 2Cor 8, 9); ed ancora: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (cf Fil 2, 6-8). Dalla povertà discendono la mitezza, la misericordia, la fame e sete di giustizia, la limpidezza dei fanciulli, dei piccoli. Gesù è il primo povero di spirito, il mite e umile di cuore, il pacificatore per eccellenza, avendo abbattuto ogni muro di divisione; è il perseguitato fino ad essere appeso al patibolo. Ogni cristiano deve guardare verso Gesù, il Crocifisso, e imparare la povertà, l’impegno per la giustizia, l’amore per la pace, la passione per la causa del vangelo. Le beatitudini non sono tanto un codice morale o ascetico di comportamento, ma costituiscono la sequela libera e generosa del Signore Gesù.
Nella seconda lettura il brano dell’Apocalisse ci conduce alla visione delle realtà ultime. La Chiesa diventa definitivamente, la città santa, la nuova Gerusalemme, la sposa, e noi saremo per sempre suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. Questa visione ci richiama all’amore sponsale col Signore, ma ci ricorda che, se siamo suo popolo, l’amore sarà perfetto anche fra noi. Tutto è passeggero, relativo, ma l’amore non cessa, non tramonta, dura per sempre perché chi ama dimora in Dio e Dio in lui. Per ora il nostro amore è imperfetto e incostante. Per ora le lacrime solcano i nostri volti, siamo nel lamento e nell’affanno, facciamo esperienza della morte e siamo nell’attesa che si compia la parola di Colui che siede sul trono: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (cf Ap 21, 5).
La Commemorazione di tutti i fedeli defunti, dunque, ci deve far comprendere che la morte, in senso cristiano, non è la fine di tutto ma l’incontro con il Dio della vita. Amen.
(Lucio D’Abbraccio)


Sabato della XXX settimana del Tempo Ordinario
Luca 14,1.7-11: Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

Se siamo troppo pieni di noi stessi non c’è posto per Dio! Questo Gesù insegna all’attonito fariseo che lo ha coraggiosamente invitato, e a noi. È vero: se ci sentiamo particolarmente speciali e migliori degli altri rischiamo di occupare tutto lo spazio a disposizione… ma anche chi vive nella continua svalutazione di sé, in fondo, occupa tutto lo spazio con una visione negativa. Possiamo essere pieni del nostro ego spirituale, il più difficile da estirpare! Gesù ci suggerisce di crescere nell’umiltà, di vivere con la consapevolezza del limite, senza diventare il gigante dei nostri sogni o il nano delle nostre paure. L’umiltà è un dono e una conquista, un equilibrio che si raggiunge nella consapevolezza e con grande senso dell’ironia. Attenti bene, però: molti pensano di non valere nulla, di essere delle brutte persone e, pensandolo, credono di essere umili… Ma quella non è umiltà, è depressione! L’umiltà è un atteggiamento che richiama la parola che la identifica: l’humus . L’umiltà è una terra feconda che fa crescere gli alberi. Terra: segno di concretezza, senza esagerare, senza scoraggiarsi. Feconda: la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre qualità porta molti frutti!

Materiale ripreso da:
http://www.lachiesa.it