XXV Settimana del Tempo Ordinario
Commento di Paolo Curtaz

Lunedì 22 Settembre (Feria – Verde)
Lunedì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Esd 1,1-6 Sal 125 Lc 8,16-18: La lampada si pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce
Martedì 23 Settembre (Memoria – Bianco)
San Pio da Pietrelcina
Esd 6,7-8.12.14-20 Sal 121 Lc 8,19-21: Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.
Mercoledì 24 Settembre (Feria – Verde)
Mercoledì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Esd 9,5-9 Tob 13 Lc 9,1-6: Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Giovedì 25 Settembre (Feria – Verde)
Giovedì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Ag 1,1-8 Sal 149 Lc 9,7-9: Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?
Venerdì 26 Settembre (Feria – Verde)
Venerdì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Ag 1,15-2,9 Sal 42 Lc 9,18-22: Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto
Sabato 27 Settembre (Memoria – Bianco)
San Vincenzo de’ Paoli
Zc 2,5-9.14-15 Ger 31 Lc 9,43-45: Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
Domenica 28 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Am 6,1.4-7 Sal 145 1Tm 6,11-16 Lc 16,19-31: Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
Lunedì della XXV settimana del Tempo Ordinario
Lc 8,16-18: La lampada si pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.
Quando la Parola abbondantemente seminata germoglia e porta frutto, anche chi gli è attorno beneficia della sua bontà e se ne nutre. Se davvero la Parola ci abita e orienta le nostre scelte, non siamo solo noi a gioire e godere della vita nuova in Cristo ma anche chi ci sta attorno. Accade come se nella nostra vita si accendesse una luce che ci rischiara e rischiara anche l’ambiente che ci sta attorno. Ma, perché ciò accada, ci ammonisce Gesù, occorre mettere la lampada sul lampadario, in alto. Se la nostra fede, le nostre scoperte, la nostra vita interiore resta nascosta, abitualmente perché ci vergogniamo del giudizio altrui, pensiamo di non essere pronti o capaci nel difendere le novità che abbiamo scoperto, difficilmente riusciremo a portare luce. Intendiamoci: Gesù non ci chiede di girare con pesanti croci appese al collo come dei profeti apocalittici, ma di lasciare che la compassione e la tenerezza del vangelo emergano dalle nostre scelte. Una battuta incoraggiante al collega d’ufficio, un sorriso, una richiesta di scusa possono davvero rendere una bella testimonianza al vangelo.
Martedì 23 Settembre (Memoria – Bianco)
San Pio da Pietrelcina
San Pio nacque a Pietrelcina presso Benevento (Italia) nel 1887. Entrò nell’ordine dei Frati minori cappuccini e, promosso al presbiterato, esercitò con grandissima dedizione il ministero sacerdotale soprattutto nel convento di San Giovanni Rotondo in Puglia. Servì nella preghiera e nell’umiltà il popolo di Dio attraverso la direzione spirituale, la riconciliazione dei penitenti e una particolare cura per i malati e i poveri. Pienamente configurato a Cristo Crocifisso, portò a compimento il suo cammino terreno il 23 settembre 1968.
Martedì della XXV settimana del Tempo Ordinario
Lc 8,19-21: Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.
L’ascolto della Parola porta frutto in noi e illumina la nostra vita. Ma non solo: ci rende famigliari di Dio e concittadini dei santi, come direbbe san Paolo. L’ascolto della Parola e la sua messa in pratica ci permette di entrare in un gruppo, un insieme di persone che, come noi, vivono la stessa esperienza. Ed è vero: diversamente da ogni altro tipo di esperienza, la fede cristiana ci apre orizzonti nuovi condivisi da altri. Non come la passione per uno sport o un cantante ma come un’identica esperienza spirituale. Riconoscere che Gesù è Dio e diventare suoi discepoli, accomuna persone con percorsi di vita, cultura ed esperienze radicalmente diversi. Posso parlare con un cinese o un africano credente della stessa vita interiore. Entriamo a far parte di una grande famiglia, la Chiesa, che riunisce coloro che hanno deciso di seguire il Cristo vivendo il vangelo con radicalità e passione. Questa esperienza, spesso, travalica l’appartenenza famigliare: i legami di fede sono molto più profondi e autentici di quelli di sangue e molti, fra noi, hanno maggiore intimità interiore con i fratelli nella fede che con i propri parenti!
Mercoledì della XXV settimana del Tempo Ordinario
Lc 9,1-6: Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Vi siete mai chiesti a cosa serve la Chiesa? Restiamo perplessi, a volte, davanti alla manifestazione storica della Chiesa, di certi limiti anche evidenti, di certe pesantezze che sembrano negare la novità del vangelo. La struttura, l’organizzazione, inevitabilmente, rischiano di complicare la semplicità dell’annuncio diventando ostacolo all’incontro con Dio e non trasparenza. Luca, allora, ricorda ai primi discepoli, e a noi, qual è il compito della Chiesa: annunciare il Regno e guarire gli infermi. Annunciare il Regno, non sostituirlo, non manipolarlo, non credere di averlo realizzato. Ma essere a servizio del Regno che Dio costruisce, anche nella Chiesa e attraverso la Chiesa. E guarire gli infermi: non arrabbiarsi con essi, né limitare l’accesso all’ospedale mettendo una soglia di ingresso. La bellissima e drammatica immagine dell’ospedale da campo, usata da Papa Francesco, ci orienta nella direzione giusta. Abbiamo Cristo, farmaco di immortalità, che può guarire l’anima del mondo, a noi di renderlo accessibile, accogliendo tutti coloro che chiedono aiuto. Annunciare e guarire, il il resto viene dopo.
Giovedì della XXV settimana del Tempo Ordinario
Lc 9,7-9: Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?
Possiamo cacciare tutti i profeti dalla nostra anima, e decapitarli. Possiamo cancellare dalle nostre coscienze l’impronta di Dio asfaltandola sotto metri di peccati e di stravizi. Possiamo irridere a tutto ciò che ci richiama alla santità e alla verità intorbidendo le acque, nascondendoci dietro la libertà intesa come anarchia delle emozioni. Possiamo girare pagina, trovando mille motivazioni per sentirci molto all’avanguardia sputando contro la Chiesa e i cristiani. Possiamo fare come Erode, archiviare la scomoda pratica del Battista. Ma succede, come è successo al piccolo sovrano, di essere nuovamente travolti dalla Parola infuocata del profeta che ci raggiunge in altro modo. Ora è Gesù che parla come lui, ora è il Nazareno a disturbare i sonni inquieti del dittatore. No, la profezia non può essere spenta. Possiamo uccidere i profeti, ridicolizzarli, ignorarli ma la profezia non può finire. E finché esiste qualcuno che ci indica Dio e la verità dell’essere, che non tira diritto sulle nostre mancanze, che ci ama, perciò ci pungola e ci inquieta senza giudicarci, abbiamo qualche speranza di conversione…
Venerdì della XXV settimana del Tempo Ordinario
Lc 9,18-22: Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto.
Erode si chiede chi sia questo Nazareno di cui tutti parlano. Popola le sue notti insonni, si rigira nel letto chiedendosi chi possa essere. Il fantasma del Battista lo inquieta: è morto il profeta, non la profezia. Molti altri si pongono domande riguardo all’identità di Gesù: i sacerdoti del tempio, da lontano, lo osservano sospettosi, ma senza preoccuparsi perché hanno ben altro a cui pensare. E i farisei, convinti che Gesù stia dalla loro parte. E i sadducei, infastiditi da questi popolani che diventano profeti. La folla si chiede se non sia lui il Messia, o il profeta Elia risorto o Giovanni il battezzatore. Ancora oggi molti parlano di Gesù: dopo duemila anni un libro su di lui ancora fa discutere. E Gesù chiede ai suoi discepoli e a noi: lascia stare ciò che pensano gli altri. Chi sono io per te? Cosa dici di me? Pietro osa e risponde: il Cristo di Dio. Grande gesto di Pietro: nulla in Gesù corrisponde all’idea di Messia che la gente si è fatta. E io, cosa penso di Gesù? Chi è per me il Signore? Nessuna risposta da catechismo, amici: rispondiamo con verità a questa provocazione. Lasciamo che la nostra preghiera risponda a questa domanda.
Sabato 27 Settembre (Memoria – Bianco)
San Vincenzo de’ Paoli
Vincenzo (Pony presso Dax, Francia, 1581 – Parigi, Francia, 27 settembre 1660), sacerdote, parroco si dedicò dapprima all’evangelizzazione delle popolazioni rurali, fu cappellano delle galere e apostolo della carità in mezzo ai poveri, i malati e i sofferenti. Alla sua scuola si formarono sacerdoti, religiosi e laici che furono gli animatori della Chiesa di Francia, e la sua voce si rese interprete dei diritti degli umili presso i potenti. Promosse una forma semplice e popolare di evangelizzazione. Fondò i Preti della Missione (Lazzaristi – 1625) e insieme a santa Luisa de Marillac, le Figlie della Carità (1633).
Sabato della XXV settimana del Tempo Ordinario
Lc 9,43-45: Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
Tutto sembra andare bene, talmente bene che nessuno si immagina anche solo lontanamente cosa potrebbe succedere. Gli apostoli hanno appena osato riconoscere in Gesù il Messia, e, credetemi, è stato un bel salto da fare: il Nazareno non assomiglia neanche lontanamente al Messia guerriero e battagliero che tutti si aspettavano. Ora che il passo è stato fatto, ora che la folla lo applaude e lo segue, ora che le cose sembrano andare per il verso giusto, ecco che il Signore li intristisce parlando per enigmi. Cosa significa il fatto che egli sarà consegnato nelle mani degli uomini? Gesù sa che il suo percorso potrebbe interrompersi, anche bruscamente. La folla, certo, lo applaude. Ora. Ma davanti alla reazione di chi non ammette l’ingerenza di quel falegname diventato profeta, davanti alla rinata classe sacerdotale, al movimento dei farisei, ai conservatori sadducei, le cose prenderanno un’altra piega. Non sappiamo cosa ci riserva il futuro, forse anche a noi succederà di essere consegnati agli uomini, cioè di subire scelte non nostre. Perciò ora, con fede, vogliamo consegnarci nelle mani di Dio.
Domenica 28 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Lc 16,19-31: Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.
Abissi
Ci siamo scoperti agapetoi, amati. O forse ci stiamo scoprendo amati.
Non facile, con tutto il caos che abita le nostre vite, le nostre menti, le nostre emozioni. Ma possibile: il cristianesimo è esattamente, un percorso alla ricerca di Dio sulle orme di Gesù.
E, con fatica, da stagisti vogliamo imparare ad amare. A non essere il centro dell’Universo, storditi e affamati di like o spenti sotto il macigno del vittimismo. Vogliamo (vorremmo) diventare liberi seguendo la verità che è Cristo. Per non essere spazzati via, travolti dal nulla, anche se pieno. Per non inseguire l’illusione che la fama, la ricchezza, il consenso, riempiano il cuore.
Come il racconto stordente e aspro del vangelo di oggi.
NN
Il ricco della parabola non ha un nome, è definito da ciò che mangia, da ciò che possiede, dal suo palazzo, dalle sue vesti. Il racconto lo dipinge con tre pennellate: è ricco, veste di porpora e bisso, banchetta lautamente tutti i giorni.
Sapere cosa mettere sotto i denti, giorno per giorno, per arrivare al giorno successivo, era il problema principale. Raramente la gente mangiava fino a saziarsi.
Il ricco, invece, festeggia tutti i santi giorni. È lui la misura del calendario. Lui decide che è festa. Ogni giorno per lui è festivo, e organizza un lauto banchetto.
Questa cosa ha talmente colpito l’immaginazione delle prime, affamate comunità cristiane che il banchetto, epulæ in latino, è diventato il carattere distintivo del ricco: epulone, cioè banchettatore, vorace, mangiatore, gaudente.
È tragicamente sazio, si compiace del fatto che è il Signore della sua vita. Non viene descritto come una persona malvagia, non è un brigante, è solo solo. Al centro di tutto.
È ricco: una condizione rara, allora come oggi. Ma il testo non si sofferma sulla sua condotta morale: non si dice se sia un credente o meno, né se sia una persona corretta, se abbia fatto i denari col malaffare. Forse sale al tempio qualche volta durante l’anno, versa una lauta offerta facendosi ammirare e ricevendo le lodi dei sacerdoti di turno. Veste di porpora e di bisso, che è un lino egiziano pregiato.
La porpora è una tintura che si otteneva grazie a dei molluschi che vivono nel mar Rosso e nell’oceano indiano. Ne servono migliaia per tingere la stoffa e l’uso della preziosissima porpora era inizialmente riservato agli imperatori, ai sacerdoti e, solo in età imperiale, ai ricchi per sfoggiare le loro possibilità economiche. Il ricco, banchettando, ostenta tutta la sua opulenza.
È imperatore del suo mondo. Come a volte accade anche a noi.
Invece
Invece un mendicante di nome Lazzaro, era gettato alla sua porta.
Così, letteralmente, scrive Luca per sottolineare il contrasto, lo stridore, la totale opposizione: invece.
Lazzaro è privo di tutto, non ha casa, non ha vestito, non ha salute. È gettato alla porta del ricco, è coperto di piaghe, di ulcere, è passivo, non riesce nemmeno ad allontanare i cani che gli si avvicinano per leccargli le ferite. Gesto di compassione o anticamera della morte, scegliete voi.
Possiede solo due cose.
Possiede il desiderio di sfamarsi di ciò che cadeva dalla tavola del ricco.
L’ultima cosa che resta di lui, annichilito come persona, una “cosa” gettata (bàllo scrive Luca) è il desiderio. Ha molto desiderato. Desidera. È ciò che resta di noi, quando tutto il resto scompare.
Tace, Lazzaro. Desidera ma non dice. Forse non ha nemmeno più la forza di parlare. Forse non osa. Forse vuole solo lasciarsi andare. Desidera cibarsi delle briciole cadute dalla tavola del ricco.
Possiede un nome. È l’unico personaggio in tutte le parabole, di tutte!, che ha un nome. Il nome, in Israele, indica l’identità profonda, ciò che sei dentro, nella tua anima, nella tua essenza, ciò che Dio rivela a te stesso e che sei chiamato a scoprire. Si chiama Lazzaro. Dio aiuta.
Funerali
Lazzaro è il primo a morire, bella forza. E la morte, per lui, è stata una liberazione. Nessun funerale, immaginiamo. Gettato in una fossa comune.
A quel punto diventa affare di Dio che manda un corteo di angeli a prelevarlo per portarlo direttamente nell’abbraccio di Abramo. Abramo! Lazzaro passa direttamente al vertice di tutti i giusti, ha scalato in un solo colpo la scala gerarchica.
Al tempo di Gesù i rabbini dibattevano: si pensava che la parola di Abramo potesse liberare un ebreo anche dalle fiamme dello Sheol. No, sembra ribattere Gesù, non basta essere ebreo. Bisogna essere vigile. E solidale.
Muore anche il ricco e, semplicemente, viene sepolto.
Nessuna processione angelica per lui, nessun abbraccio. Solo la comune esperienza della terra che copre il suo corpo e inizia a decomporlo. Mentre la sua anima scende anch’essa nello Sheol, nell’Ade, scrive Luca in greco, la lingua dei vangeli. Il luogo dove si pensava, al tempo di Gesù, finissero i morti.
Finisce fra i tormenti, fra le fiamme. Brucia come una scoria.
Vede Abramo, sì, ma da lontano. Un’enorme distanza li separa. Un abisso che lui, il ricco, ha scavato.
Dialoghi
Nello Sheol ci si vede, secondo la dottrina del giudaismo. Il ricco vede il povero Lazzaro, ancora silente, ma abbracciato.
Abbracciato teneramente. Ottiene l’attenzione dal padre di Israele, da Abramo, il primo fra i cercatori di Dio. Nessuno lo aveva abbracciato, in vita. Ora Abramo se lo tiene vicino.
Il ricco è tormentato dalla sete, osa parlare al padre Abramo. Chiede di poter avere una sola goccia d’acqua da parte di Lazzaro, tanta è la sua arsura, o di avvisare i famigliari. No, non è possibile, dice Abramo. Fra noi e voi c’è un abisso.
Il ricco non è condannato perché ha oppresso il povero. Ma perché lo ha ignorato. Empietà e durezza di cuore vengono puniti, pietà e rassegnazione, compensati.
Esiste una parola-chiave nel racconto. Efficace e drammatica. Abisso. Un abisso separa Abramo, Lazzaro e il ricco. Un abisso invalicabile, che non permette comunicazione, passaggio, salvezza. Un abisso che il ricco ha scavato, giorno dopo giorno, con la sua indifferenza. Abramo quasi si scusa, in imbarazzo. Potrebbe anche aiutarlo, inviargli Lazzaro con un po’ d’acqua. Ma l’abisso impedisce ogni azione.
Siamo
Dio è fuoco.
Se siamo carta moneta, incontrandolo bruceremo.
Se siamo oro, incontrandolo ci fonderemo in lui.
Se siamo cera, ci accenderemo.
Non costruiamo abissi di indifferenza, in questa vita. Non diventiamo imperatori della nostra vita o ci destiniamo ad un’eterna solitudine.
Perché anche Dio fa quel che può.