XXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
Luca 13,22-30

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”.
Quella casa della gioia con la porta stretta
Ermes Ronchi
Signore, sono pochi quelli che si salvano? “Salvarsi”: parola che capisce solo chi sta affogando o chi si è perso, e di cui non si vede il fondo. Con la “parabola” di oggi, Gesù aggiunge un altro capitolo al suo racconto della salvezza, parla di una porta, di una casa sonante di festa, di gente accalcata che chiede di entrare.
Una casa, prima di tutto: una casa grande, grande quanto il mondo: verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. La salvezza è una casa che risuona di una confusione multicolore, dove sono approdate le navi del sud e le carovane d’oriente. Quella casa sembra quasi il nodo alle trasversali del mondo, il centro di gravità della storia, l’approdo. Così ci racconta la salvezza, come una casa piena di festa, casa fatta tavola, casa fatta liturgia di volti e di occhi lucenti attorno al profumo del pane e alle coppe del vino: “entra, siediti, è in tavola la vita!”. Per star bene, tutti noi abbiamo tutti bisogno di poche cose: un po’ pane, un po’ d’affetto, un luogo dove sentirci a casa (G. Verdi), non raminghi o esuli, non naufraghi o fuggiaschi, ma con il caldo di un fuoco, difesi da una porta che spinge un po’ più in là la notte.
Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi rimasti fuori, comincerete a bussare dicendo: Signore aprici. Abbiamo mangiato e bevuto con te, hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli vi dichiarerà: non vi conosco.
Se trasportiamo quelle immagini sul piano della nostra vita spirituale o comunitaria, quelle parole diventano: Signore, siamo noi, siamo sempre venuti in chiesa, abbiamo ascoltato tanto Vangelo e tante prediche, ci siamo confessati e comunicati, aprici! Perché non si apre quella porta, perché quel duro “non vi conosco”? Sono uomini e donne devoti e praticanti, ma hanno sbagliato qualcosa che rovina tutto: portano un elenco di molte azioni compiute per Dio, ma nessuna per i fratelli; sono atti religiosi, ma che non hanno trasformato la loro vita sulla misura di quella di Cristo. Non basta mangiare Gesù il, pane vero, occorre farsi pane, per essere riconosciuti come discepoli, come quelli che prolungano la vita di Gesù. “Non vi conosco”, voi celebrate belle liturgie, ma non celebrate la liturgia della vita. La misura è nella vita: non si può “amare Dio impunemente” (Turoldo), senza cioè pagarne il prezzo in moneta di vita donata, impegnata per il bene degli altri, almeno con un bicchiere d’acqua fresca donato…
“Non è da come uno mi parla delle cose del cielo che io capisco se ha soggiornato in Dio, ma da come parla e fa uso delle cose della terra” (S. Weil). Entra nel cielo di Dio solo chi ha addosso la terra degli uomini.
Avvenire
Non basta partecipare all’eucarestia per essere con Gesù
Enzo Bianchi
Il vangelo secondo Luca ci presenta una pagina nella quale l’evangelista ha raggruppato parole di Gesù derivanti dalla tradizione orale e dalla fonte scritta comune sia a lui sia a Matteo, che invece le ha collocate in contesti diversi (cf. Mt 7,13-14.22-23; 8,11; 19,30; 20,16; 25,10-12). In questo brano leggiamo parole di Gesù certamente dure, aspre, che esprimono esigenze radicali, severe e appaiono anche minacciose. Gesù appare qui il profeta che ammonisce, avverte, minaccia – come faceva il suo maestro Giovanni il Battezzatore –, per scuotere gli ascoltatori e porli davanti alle esigenze del Regno, nel quale si può entrare attraverso un “giudizio” che non guarderà ai comportamenti esterni, seppur religiosi, degli esseri umani, ma all’aver accettato di essere o meno conosciuti dal Signore.
Noi accogliamo queste parole come buona notizia soprattutto perché non sono l’ultima parola di Gesù e, nello stesso tempo, perché tentano di svegliarci dal torpore spirituale, dall’abitudine alla devozione, dal non impegnarci alla sua sequela. Ascoltiamo dunque questi apoftegmi di Gesù senza addolcire, come a volte siamo tentati di fare, il loro messaggio, che ci indica la via della salvezza.
Durante la sua salita a Gerusalemme, passando attraverso città e villaggi e predicando come un profeta a coloro che venivano ad ascoltarlo, Gesù si sente rivolgere questa domanda da qualcuno in mezzo alla folla: “Signore, sono pochi quelli che sono salvati?”. È una domanda che abita ancora oggi i nostri cuori: la salvezza sarà riservata a pochi giusti oppure la misericordia di Dio aprirà le porte del cielo a molti? In ogni credente vi sono domande brucianti che possono diventare dubbi che tormentano, per questo quella persona pone a Gesù tale interrogativo chiamandolo Kýrios, Signore, dunque con una certa fede-fiducia in lui.
Gesù non risponde direttamente ma proclama con chiarezza ciò che è urgente per tutti coloro che lo ascoltano: “Lottate (agonízesthe) per entrare nella sala del banchetto attraverso la porta stretta, perché molti – ve lo dico – cercheranno di entrare, ma non ci ne avranno la forza”. Ciò che Gesù mette in evidenza, negando un interesse per il numero dei salvati, è la necessità, l’urgenza della lotta. Nel nostro cammino verso il Regno c’è una lotta da condurre, una lotta dura, che è “il buon combattimento della fede” (1Tm 6,12) contro un avversario, un oppositore, un potente che è Satana. Nessuna illusione: la sequela di Gesù è a caro prezzo, costa fatica e impegno, richiede di combattere con le armi spirituali, a volte fino all’agonia, alla lotta davanti alla morte, come l’ha vissuta Gesù (cf. Lc 22,44). La porta stretta non vuole impedire l’entrata, ma rivela che solo chi sa lottare, solo chi sa che la meta è il regno di Dio, potrà oltrepassarla. Occorre perciò essere equipaggiati e vigilanti per arrivare in tempo, prima che la piccola porta, ultima possibilità, sia chiusa. Perché come in ogni città, una volta calata la notte, vengono chiuse prima la grande porta, poi la porticina: allora nessuno potrà più entrare…
Gesù ammonisce dunque gli ascoltatori: “Restando fuori, comincerete a bussare, pronunciando preghiere e litanie: ‘Signore (Kýrie), aprici!’. Ma egli vi risponderà: ‘Non so di dove siete!’”. Quanti sono rimasti fuori, però, non desistono, ma continuano a pregare e a chiedere l’apertura della porta, ricordando le loro relazioni con il Signore stesso, tutte relazioni religiose. Dicono infatti: “Abbiamo mangiato e bevuto davanti a te, celebrando la tua cena, l’Eucaristia! Ti abbiamo ascoltato quando predicavi nelle nostre piazze!”. Ai loro occhi questo vissuto, ritenuto vicinanza e comunione con il Signore, dovrebbe far cambiare la sua decisione e quindi indurlo ad aprire la porta a gente che si ritiene conosciuta da lui, che pensa di vantare meriti dovuti all’appartenenza religiosa e all’assolvimento degli atti di culto, certamente necessari ma non sufficienti, se non sono accompagnati dalla concreta realizzazione della volontà del Signore.
E infatti il Signore stesso, inesorabile, dirà: “Lontano da me, perché siete stati operatori di ingiustizia! Non so di dove siete, non vi ho mai conosciuti!”. Il Signore contesta la verità di una vicinanza e di una comunione vantata da quelli che sono respinti, perché giudica che durante la vita non hanno operato la giustizia, sono stati dei malfattori, anche se formalmente ascoltavano la predicazione di Gesù ed erano ospiti alla sua tavola. In quel giorno, quando alla porta del Regno dovremo ascoltare il giudizio del Signore su di noi, ai suoi occhi non conteranno l’appartenenza alla sua comunità, la frequentazione della sua Parola e dell’Eucaristia. Questi, infatti, sono mezzi per operare il bene, la giustizia, e giungere alla carità: ma se il bene e la giustizia non sono realizzati nella vita, nel comportamento, nelle relazioni tra noi e gli altri, allora tali mezzi saranno evidenziati da Gesù come un inganno che abbiamo vissuto…
Questo è un ammonimento che noi cristiani, che ci diciamo discepoli e discepole di Gesù, non prendiamo sul serio. Purtroppo i nostri gesti liturgici, l’appartenenza alla parrocchia, la frequentazione dei pastori posti dal Signore nella sua chiesa, sovente possono diventare sicurezze false, che quasi ci impediscono di chiederci se quotidianamente siamo operatori di bene, cioè abbiamo un comportamento che nutre il bene comune, oppure operatori di male, con parole che dividono e calunniano, con sentimenti di inimicizia e di orgoglio, con comportamenti omissivi, che non fanno il bene e contraddicono la carità. Magari non commettiamo il male seminando violenza, ma basta che pensiamo al nostro comportamento omissivo, a quando non vediamo l’altro e non ci impegniamo per colui che è nel bisogno, affamato, assetato, immigrato, nudo, malato, in carcere (cf. Mt 25,31-46)… Noi crediamo di essere nell’intimità con il Signore, assidui alla sua presenza, ascoltatori della sua Parola, nutriti dai sacramenti, ma domandiamoci se a questo corrisponde ciò che il Signore chiede come impegno, urgenza, amore verso gli altri.
E accadrà allora anche che proprio quelli “dentro” (éso), appartenenti alla comunità cristiana, alla chiesa, respinti alla porta del Regno, vedranno quelli che stavano “fuori” (éxo) ed erano lontani, non appartenenti alla comunità di Gesù, seduti alla tavola del banchetto del Regno con Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti. Lo dirà anche sant’Agostino: “In quel giorno molti che si ritenevano dentro si scopriranno fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro”. Capovolgimento della situazione e delle precedenze: i primi invitati, i primi destinatari della buona notizia appariranno gli ultimi, addirittura saranno fuori dal Regno, mentre proprio quelli che non si supponevano vicini a Dio troveranno posto al banchetto del Regno.
A me e a voi, lettori, ricordo che questo vangelo chiede a ciascuno di noi un discernimento: sono solo un uomo religioso, che si dice cristiano, che prega, che partecipa all’Eucaristia, ma in realtà ho una vita non conforme alla volontà del Signore Gesù, oppure sono uno che andando alla preghiera, nutrendomi della Parola e dell’Eucaristia come un mendicante che attinge da esse forza, tenta ogni giorno di essere un discepolo del Signore, tenta di essere coerente tra ciò che pensa, dice e vive quotidianamente, invocando come un mendicante la misericordia del Signore?
Queste parole di Gesù ci chiamano dunque alla conversione, alla consapevolezza dei nostri peccati e a non sentirci garantiti da appartenenze o gesti religiosi: se abbiamo ricevuto doni da parte di Dio, questi non sono privilegi ma piuttosto responsabilità. Per questo “i primi”, se non coerenti con la buona notizia del Vangelo, diventano gli ultimi e tra gli ultimi alcuni diventano primi, perché hanno cercato soprattutto di entrare nel Regno attraverso la porta che è Cristo (cf. Gv 10,7.9), porta sempre aperta, dalla sua venuta tra di noi fino a “oggi” (Eb 3,13), e sempre “porta di misericordia”, “porta che fa grazia”, seppur a caro prezzo.
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Essere riconosciuti
Clarisse Sant’Agata
Durante la sua salita a Gerusalemme, passando attraverso città e villaggi e predicando come un profeta a coloro che venivano ad ascoltarlo, Gesù si sente rivolgere questa domanda da qualcuno in mezzo alla folla: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. È una domanda che abita ancora oggi i nostri cuori: la salvezza sarà riservata a pochi giusti oppure la misericordia di Dio aprirà le porte del cielo a molti?
Il problema della salvezza implica che il Signore vada verso Gerusalemme, abbracci la croce per noi, per la nostra salvezza: non siamo noi che ci salviamo, ma siamo continuamente dei salvati. Il problema non è chiedere se a salvarsi sono pochi o molti, perché Cristo si dona sulla croce per la salvezza di tutti e fra le lacrime vede chi sceglie di rimanere lontano, di non accogliere questo dono, ma lottare per riuscire ad entrare per la porta del Regno che è stretta . Questa porta stretta non è tale tanto per lo spazio, ma per il tempo cioè è una porta che verrà chiusa prima o poi. Ha un tempo in cui è aperta, in cui è l’occasione di salvezza ma prima o poi “il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta”. Siamo chiamati nell’oggi della nostra vita alla vigilanza, a discernere bene come scegliere di condurre la vita secondo il Vangelo.
Gesù non risponde direttamente ma proclama con chiarezza ciò che è urgente per tutti coloro che lo ascoltano: “Sforzatevi (lottate- agonízesthe) di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. Ciò che Gesù mette in evidenza, negando un interesse per il numero dei salvati, è la necessità, l’urgenza della lotta. Nessuna illusione: la sequela di Gesù è a caro prezzo, costa fatica e impegno, richiede di combattere con le armi spirituali, a volte fino all’agonia, alla lotta davanti alla morte, come l’ha vissuta Gesù (cf. Lc 22,44). Il Salvatore è sempre solo il Signore, ma a noi è chiesto di entrare per questa porta stretta e se viviamo del Vangelo non è uguale vivere nel peccato oppure no, obbedire o non obbedire a Dio, vivere ciò in cui diciamo di credere o usare solo le parole. Le semplici cose di ogni giorno hanno un peso e sono l’occasione che ci è data per entrare al banchetto di nozze del Signore.
“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Quanti sono rimasti fuori non ne comprendono il motivo e continuano a pregare e a chiedere l’apertura della porta, ricordando le loro relazioni con il Signore stesso, tutte relazioni religiose, tutte le azioni che hanno vissuto e per le quali ora aspettavano una ricompensa mostrando di non avere imparato dal Maestro la gratuità dell’amore che lui predicava nelle piazze. Ai loro occhi quanto vissuto, ritenuto vicinanza e comunione con il Signore dovrebbe far cambiare la sua decisione e quindi indurlo ad aprire la porta a gente che si ritiene conosciuta da lui, che pensa di vantare meriti dovuti all’appartenenza religiosa.
“Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Il Signore contesta la verità di una vicinanza e di una comunione vantata da quelli che sono respinti, perché giudica che durante la vita non hanno operato la giustizia, sono stati dei malfattori, anche se formalmente ascoltavano la predicazione di Gesù ed erano ospiti alla sua tavola, ma il loro vivere non veniva da Lui, il Signore non ne riconosce l’origine. Questo è un ammonimento che noi cristiani, che ci diciamo discepoli e discepole di Gesù, non prendiamo sul serio. Purtroppo i nostri gesti liturgici, l’appartenenza alla parrocchia, la frequentazione dei pastori posti dal Signore nella sua chiesa, sovente possono diventare sicurezze false, che quasi ci impediscono di chiederci se quotidianamente siamo operatori di bene, cioè abbiamo un comportamento che nutre il bene comune, oppure operatori di male, con parole che dividono e calunniano, con sentimenti di inimicizia e di orgoglio, con comportamenti omissivi, che non fanno il bene. Magari non commettiamo il male seminando violenza, ma basta che pensiamo al nostro comportamento omissivo, a quando non vediamo l’altro e non ci impegniamo per colui che è nel bisogno, affamato, assetato, immigrato, nudo, malato, in carcere (cf. Mt 25,31-46)… Noi crediamo di essere nell’intimità con il Signore, assidui alla sua presenza, ascoltatori della sua Parola, nutriti dai sacramenti, ma domandiamoci se a questo corrisponde ciò che il Signore domanda come impegno, urgenza, amore verso gli altri. Solo se lo riconosciamo nei volti dei fratelli, solo se viviamo quell’amore e quella giustizia che lui ci ha testimoniato in parole e opere, solo se saremo tra gli ultimi che non hanno nulla da pretendere o da vantare, saremo a nostra volta riconosciuti dal Signore e siederemo a mensa non solo con Lui, ma anche con i fratelli che giungono da ogni confine della terra. L’unico segno di riconoscimento e di appartenenza sarà l’ aver accolto la sua salvezza, l’essersi riconosciuti bisognosi di essere salvati e in questa attesa aver continuato ad amare i fratelli nella giustizia che è la sua misericordia. C’è un tempo in cui occorreva il nostro gesto d’amore, c’è un tempo che ci chiede di stare accanto ad un fratello. Mangiamo con lui, ascoltiamo la sua parola, ma i nostri atti possono non arrivare dall’intimità con Lui. La condanna è essere allontanati da Cristo, perché l’essere con lui è il paradiso. Scriveva sant’Agostino: “In quel giorno molti che si ritenevano dentro si scopriranno fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro”. Capovolgimento della situazione e delle precedenze: i primi invitati, i primi destinatari della buona notizia appariranno gli ultimi, addirittura saranno fuori dal Regno, mentre proprio quelli che non si supponevano vicini a Dio troveranno posto al banchetto del Regno.
Oggi che occasione mi dà Cristo per stare con lui? Quale porta stretta devo varcare fidandomi di Lui? Quale amore che ha radice in Lui devo imparare e vivere la mia giornata?
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Sulla soglia
Antonio Savone
Ci è capitato senz’altro, almeno una volta nella vita, di chiederci che senso abbia vivere in un certo modo, professare una certa fede, tenere a determinati valori. Della serie: ma io, poi, in Paradiso ci andrò? Io mi salverò? Che senso avrà avuto la preghiera, la frequentazione assidua alla celebrazione?
E di solito abbiamo sempre visto la salvezza come un essere affrancati da tutto ciò che ci blocca, ci vincola, ci impedisce di correre speditamente: salvati da tutto ciò che mette a rischio di fallimento la nostra esistenza. Il problema, però, ripete il vangelo di questa domenica, non è soltanto essere “liberi da” (evitare il male, fuggire le occasioni prossime di peccato), ma diventare “liberi per” (imparare a compiere il bene). Posso anche essere affrancato da tutto ciò che mi è di ostacolo, il peccato, ma non posso passare l’esistenza a compiacermi di questo senza sentire un impulso a vivere da uomo libero. Non è sufficiente una politica dell’evitamento se questa poi non si traduce in una convinta prassi che sceglie il bene, comunque.
Una è la categoria – vangelo alla mano – che deve temere qualcosa da Dio, quella di chi si ritiene giusto, chi si sente arrivato, chi sente di dover essere annoverato tra i consiglieri dell’Eterno, chi crede di dover meritare il plauso per essere stato nella vita in un certo modo, chi ha vissuto cercando di ottenere punti.
Il vangelo riserva sempre delle sorprese. E la fine ne riserva ancora di più. C’è qualcuno – afferma Gesù – che alla fine può operare una rimonta da lasciar sbalorditi chi per anni si è allenato regolarmente. Accade nello sport, accade nella vita, accade nella fede. Ci si può allenare per anni, infatti, dando per scontato l’esito e, quindi, quasi sedendosi e crogiolandosi, andando avanti più per inerzia che per passione, più per dovere che per amore. C’è chi, invece, toccato dalla grazia, tenta l’ultimo colpo per un sussulto del cuore, ritrovandosi una energia insperata.
Tutto sta nell’essere trovati idonei ad attraversare una porta che Gesù definisce stretta per oltrepassare la quale è necessario uno sforzo. C’è il rischio, infatti, che quella porta possa essere chiusa addirittura con somma sorpresa di tanti che pure vantavano un diritto di primogenitura: dopotutto abbiamo mangiato e bevuto con lui. Lo dirà Gesù un giorno a quei Giudei che credevano di avere il futuro assicurato perché “figli di Abramo”. La garanzia, infatti, non te la dà la tua origine (Abramo, in questo caso) ma il compiere ciò che Abramo fece: fidarsi di Dio.
“Allontanatevi da me, voi operatori di ingiustizia”. A salvarci, infatti, non è anzitutto una intensa vita di preghiera, soltanto, ma la capacità di intessere relazioni vere improntate a misericordia e carità.
Che cos’è che può diventare ostacolo al passaggio di quella porta che Gesù definisce come unica per avere accesso alla vita in pienezza? Il gonfiore della nostra superbia e del nostro orgoglio, l’incapacità ad avere il giusto sentire di sé. L’unico codice che permette l’accesso attraverso quella porta è l’umiltà.
C’è un criterio per essere riconosciuto da lui? Sì, c’è: la possibilità, per lui, di riconoscersi in me. Sarò riconosciuto da lui, se in me saranno presenti “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. La vita cristiana non è anzitutto un insieme di cose da fare ma permettere che i sentimenti di Gesù Cristo scorrano in me.
La vita dell’uomo è tutta un attraversamento di soglie, pensiamo soltanto i passaggi da un’età all’altra, o alle porte che attraversiamo dal mattino alla sera per passare dagli impegni agli affetti. Qual è lo spirito con cui attraversiamo queste soglie?
Saremo riconosciuti al passaggio della porta stretta se saremo stati capaci di aprire la porta del nostro cuore al Signore che continuamente bussa per essere accolto.
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Attenti a non fare tardi
Fernando Armellini
“Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherai a destra e a sinistra” (Is 54,2-3). È l’invito che il profeta rivolge a Gerusalemme racchiusa dentro una stretta cerchia di mura. Il tempo del gretto nazionalismo è finito; nuovi, sconfinati orizzonti si spalancano: la città deve prepararsi ad accogliere tutti i popoli che accorreranno a lei perché tutti, non solo Israele, sono eredi delle benedizioni promesse ad Abramo.
L’immagine usata dal profeta è deliziosa, ci fa contemplare, quasi visivamente, l’umanità intera in cammino verso il monte sul quale è situata Gerusalemme. Lì il Signore ha preparato “il banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25,6).
Con un’altra immagine della città, l’autore dell’Apocalisse descrive, nelle ultime pagine del suo libro, la lieta conclusione della travagliata storia dell’umanità. Gerusalemme è “cinta da un grande e alto muro, con dodici porte. Ad oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte” (Ap 21,12-13). L’immagine è diversa, ma il messaggio è il medesimo: da qualunque parte arrivi, ogni uomo si troverà di fronte le porte della città spalancate pronte per accoglierlo.
Ma il cammino verso il banchetto del regno di Dio non è una comoda passeggiata. La via che vi conduce è stretta e la porta – dice Gesù – è angusta e difficile da trovare. Questa affermazione non contraddice il messaggio ottimistico e gioioso dei profeti che annunciano la salvezza universale. Mette in guardia dall’illusione di essere sulla strada giusta, quando ci si sta invece perdendo lungo sentieri che allontanano dalla meta.
Giungeranno tutti, sì, ma… non conviene arrivare alla fine del banchetto.
Prima Lettura (Is 66,18-21)
Noi stiamo bene con chi la pensa come noi, con chi approva le nostre abitudini, si adegua ai nostri usi, osserva le nostre leggi.
Gli stranieri ci fanno paura perché escono dai nostri schemi. Nella tribù africana in mezzo alla quale sono vissuto, per esempio, ho udito un’espressione curiosa. Quando vedono insieme un nero ed un bianco dicono: “mutxú ni mukunya”, cioè ecco là un uomo e un bianco. Uno è sicuramente un uomo perché conosce e rispetta le tradizioni, l’altro… è un bianco.
Anche gli israeliti erano convinti di essere gli unici “uomini”. Si consideravano giusti, fedeli a Dio e avevano stabilito leggi severe per impedire i rapporti, le amicizie, i matrimoni con stranieri che non conoscevano il Signore e servivano gli idoli (Dt 7,1-8).
Gli avvenimenti della storia si sono incaricati di sgretolare progressivamente questi preconcetti. Durante l’esilio a Babilonia gli israeliti hanno cominciato a riflettere e sono stati costretti ad ammettere che, se erano stati così duramente provati da Dio, voleva dire che non erano poi tanto giusti.
In esilio hanno conosciuto personalmente i tanto vituperati stranieri e, quale non è stata la sorpresa: erano molto diversi da quanto immaginavano! Gente buona, simpatica, generosa, ospitale. Conducevano una vita familiare non meno esemplare della loro e avevano una morale molto elevata. Insomma… c’erano fra i pagani persone migliori degli stessi israeliti.
È in questo periodo che fa capolino l’idea che il Signore non sia solo il Dio d’Israele, ma di tutti i popoli e che egli ami tutti, senza distinzioni di razza o tribù. Si comincia a parlare di un regno futuro di felicità e di pace e lo si paragona ad un grande banchetto in cui vengono serviti vini eccellenti e raffinati, cibi succulenti e carni tenere. Questa festa non sarà riservata agli israeliti, la sala verrà aperta a tutti i popoli (Is 25,6).
La lettura di oggi riporta il messaggio di un profeta vissuto in questo tempo di rinnovamento di idee. Inizia con le parole di Dio: io farò cadere tutte le barriere che dividono i popoli, verrò a radunare le nazioni di tutte le lingue (v.18). Poi annuncia qualcosa di inaudito: gli stranieri saranno tanto devoti al mio nome che io li sceglierò, a preferenza degli stessi israeliti, e li invierò come missionari, per portare la mia salvezza alle genti di tutto il mondo (v.19).
Infine – ecco la promessa più scandalosa! – anche fra i pagani il Signore si sceglierà sacerdoti e leviti (v.21).
Seconda Lettura (Eb 12,5-7.11-13)
Abbiamo notato nelle passate domeniche che i destinatari di questa lettera erano cristiani afflitti che non riuscivano a trovare una spiegazione e a dare un senso alle loro tribolazioni. Per offrire loro un po’ di luce l’autore si rifà a un esempio di pedagogia spicciola.
Se un insegnante ha fra gli alunni anche il proprio figlio, non gli accorda alcun privilegio, pretende che si impegni come tutti gli altri. Se nota che qualcuno è pigro e indolente lo richiama. Ma se è suo figlio a comportarsi in modo scorretto, il rimprovero, la correzione e anche il castigo sono più severi perché lo ama di più. Ecco la ragione per cui Dio sottopone i credenti a tante prove: per renderli migliori (vv.5-7). Le prove sono il segno che egli non li considera estranei, ma figli. Certo, sul momento, non sono contenti della durezza del padre, ma, una volta cresciuti, lo ringrazieranno per l’educazione ricevuta (vv.11-12).
Vangelo (Lc 13,22-30)
Nel Vangelo di Matteo troviamo spesso sulla bocca di Gesù parole dure nei confronti dei malvagi: parla di fuoco della Geenna, minaccia di separare le pecore dai capri e, per ben sei volte, annuncia ai peccatori che li attendono pianto e stridore di denti.
Luca presenta un Gesù più comprensivo, indulgente e sempre pronto a schierarsi dalla parte dei poveri, dei disperati, di chi ha avuto una vita difficile. Lo presenta sempre così… tranne che nel brano di oggi dove, stranamente, compaiono minacce e condanne. C’è una porta stretta attraverso la quale è quasi impossibile passare: viene addirittura chiusa e chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. I ritardatari sono respinti in malo modo: è troppo tardi! – grida il padrone – Via di qui! Lontano da me! Non vi conosco! Ci sarà pianto e stridore di denti!.
Chi si è lasciato coinvolgere e affascinare dai temi cari a Luca – la gioia, la festa, l’ottimismo, la clemenza di Dio – rimane allibito. Mai si sarebbe aspettato da Gesù un comportamento simile. Colui che amava i pubblicani e i peccatori e che accettava volentieri i loro inviti a cena, adesso sbatte la porta in faccia ai suoi amici. Il Gesù inflessibile di questa parabola non sembra più lo stesso che suggeriva di invitare al banchetto “storpi, zoppi e ciechi” (Lc 14,13) dai quali non possiamo attenderci né la puntualità né che trovino subito la porta d’entrata. Non assomiglia al medico venuto per curare i malati, né al pastore che si intenerisce di fronte alla pecorella smarrita, né all’amico che si alza di notte a dare il pane. Ha sentimenti diversi da quelli del padre del figlio prodigo. È strano anche il suo consiglio “sforzatevi di entrare per la porta stretta!”: sembra un invito a preoccuparsi solo per la propria salvezza.
Chi, sgomitando riesce ad accaparrarsi un posto nella sala del banchetto, pare si disinteressi di chi è rimasto fuori.
Non è difficile intuire cosa ha spinto Luca ad inserire nel Vangelo queste parole dure. Nelle sue comunità si sono infiltrati il lassismo, la stanchezza, la presunzione di essere a posto con Dio, la supponenza, la convinzione che bastino i buoni propositi e che la salvezza possa essere ottenuta a buon mercato.
Luca si rende conto che su molti cristiani incombe il rischio di rimanere esclusi dal Regno e si sente in dovere di smentire il falso ottimismo che si è diffuso. Impiega immagini legate alla sua cultura, ambiente ed epoca. Dobbiamo tenere presente questo fatto altrimenti possiamo travisarne il senso e considerarle informazioni su ciò che accadrà alla fine del mondo. I particolari sono drammatici, il linguaggio è impressionante, ma così si esprimevano i predicatori di quel tempo quando volevano scuotere gli ascoltatori.
Vediamo di cogliere il reale significato di quanto viene detto.
Un giorno un uomo si lascia sfuggire una domanda: “Sono pochi quelli che si salvano?” (v.23). Alcuni rabbini insegnavano che tutto il popolo d’Israele avrebbe preso parte al banchetto del regno. Ma altri sostenevano: no, sono più numerosi quelli che si perdono rispetto a quelli che si salvano, come un fiume è maggiore di una goccia d’acqua. L’opinione più diffusa era: “Questo secolo l’Altissimo l’ha creato per una moltitudine, ma il futuro per un piccolo numero. Molti sono creati, pochi però saranno salvati”.
Gesù non prende posizione sull’argomento: la domanda è posta male e in questo caso la risposta, qualunque essa sia, è scorretta e fuorviante. Se risponde sì, crea false sicurezze, se risponde no provoca scoraggiamento. Allora si rifiuta di fare il visionario apocalittico; non è venuto per svelare numeri e date segrete, come farneticano alcuni sognatori del giorno d’oggi. Preferisce cambiare discorso. Non entra in speculazioni sulla fine del mondo e sulla salvezza eterna, gli preme chiarire come si entra nel regno di Dio, cioè, come si diviene e come ci si mantiene oggi suoi discepoli.
La prima condizione è: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta perché molti cercheranno di entrarvi, ma non vi riusciranno” (v.24).
Stupisce il fatto che qualcuno non riesca ad entrare. Chiaramente non gli manca la buona volontà, ma sbaglia il modo. Il riferimento è al fariseo che conduce una vita impeccabile ed esemplare, digiuna due volte per settimana, non è ladro né adultero, eppure non entra.
Per passare attraverso una porta stretta – lo sappiamo – c’è un solo modo: contorcersi, contrarsi, insomma… farsi piccoli. Chi è grande e grosso non passa; può tentare in tutti i modi, per dritto o per traverso, non ce la farà! Ecco cosa preme far capire a Gesù: non si può essere discepoli se non si rinuncia ad essere grandi, se non ci si fa piccoli e servi di tutti.
Eccolo l’errore del fariseo: la presunzione, la fiducia riposta nella propria santità, nelle proprie opere buone. Egli non risparmia energie, fa di tutto per piacere a Dio – lo riconosce anche Paolo (Rm 10,3) – ma è troppo grande.
Piccolo è chi sa di non meritare nulla, chi, guardando a se stesso, si sente fragile e perduto, chi non può che appellarsi alla misericordia di Dio, solo costui riesce a passare.
Chi non assume la disposizione interiore del piccolo, qualunque pratica religiosa esegua – preghiere, catechesi, prediche, devozioni, persino miracoli (Mt 7,22) – non entra nel regno di Dio.
Gesù continua il suo discorso, sviluppa il suo invito a lottare per aver parte al banchetto mediante una parabola che introduce un’altra esigenza: è necessario affrettarsi, non c’è tempo da perdere (vv.25-30).
Un signore offre gratuitamente un banchetto al quale chiunque può prendere parte, basta – come abbiamo visto – essere sufficientemente piccoli e non presentarsi con pretese. Ma attenzione: ad un certo punto la porta viene sbarrata.
Il padrone è chiaramente Dio che, come ha promesso per bocca dei profeti (Is 25,6-8; 55,1-2; 65,13-14), organizza il banchetto del regno.
La scena ora si sdoppia. Abbiamo un primo gruppo di persone che, rimaste fuori, pretendono di entrare gridando le proprie ragioni. Dicono: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze” (v.26). Ma il padrone non apre e li caccia chiamandoli: “Operatori d’iniquità” (v.27).
Chi sono costoro? Vediamo di identificarli: hanno conosciuto bene Gesù, lo hanno ascoltato, con lui hanno mangiato il pane. Non sono dunque dei pagani, sono membri della comunità cristiana. Sono coloro che hanno il loro nome scritto nei registri dei battesimi, che hanno letto il Vangelo e hanno partecipato al banchetto eucaristico. Ritengono di avere le carte in regola per entrare alla festa, vengono invece allontanati perché la conoscenza della proposta evangelica non basta, è necessario aderirvi. Chi non fa per tempo questa scelta rimane un operatore d’iniquità.
La severa condanna è rivolta ai cristiani tiepidi che si accontentano di un’appartenenza esteriore alla comunità, celebrano liturgie vuote che si riducono a riti esteriori che non trasformano la vita.
Questa condanna non va intesa come un rifiuto definitivo, non è un’esclusione eterna dalla salvezza. Una simile interpretazione è superficiale e pericolosa perché contraddice il messaggio evangelico.
Le parole di Gesù si riferiscono al presente, all’appartenenza qui e oggi al regno di Dio. Sono un pressante invito a riconsiderare, con urgenza, la propria vita spirituale perché molti coltivano l’illusione di essere discepoli, ma non lo sono affatto. Costoro, se non se ne rendono subito conto, finiranno in pianto (quando si accorgeranno di aver fallito) e stridor di denti (segno della rabbia di chi capisce, troppo tardi, di aver sbagliato).
Veniamo ora al secondo gruppo, quello composto da chi è dentro. Seduti a mensa ci sono i patriarchi: Abramo, Isacco, Giacobbe, poi tutti i profeti, infine una moltitudine immensa, venuta da Oriente e da Occidente, da settentrione e da mezzogiorno. Non si dice che tutti costoro hanno conosciuto Gesù e hanno camminato al suo fianco, forse molti non sanno nemmeno che è esistito. Ciò che è sicuro è che, se sono riusciti ad entrare, significa che sono passati per la porta stretta, gli altri vengono lasciati fuori (vv.28-30).
Torniamo indietro di qualche pagina. Al capitolo 9 del Vangelo di Luca si dice che un giorno, fra i discepoli, sorse una discussione per sapere chi fosse il più grande. Gesù allora, preso un bambino, se lo mise vicino e disse: “Chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande” (Lc 9,46-48). Non può aver parte al banchetto del regno chi non si sforza di farsi piccolo.
Gesù non ha voluto spaventare con la minaccia dell’inferno. La sua condanna è rivolta contro la vita tiepida, incoerente, ipocrita che oggi conducono tanti che si reputano suoi discepoli. Eppure, anche di fronte alle sue parole inquietanti, ci sono cristiani che non si lasciano sfiorare dal dubbio che un giorno egli possa dire loro: “Non vi conosco!”.
Luca – forse un po’ a malincuore, perché non è nel suo stile – ha introdotto questo testo nel suo Vangelo, ma, a differenza di Matteo che conclude in modo cupo e minaccioso: “i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 8,12), egli chiude la parabola con la scena della festa e del banchetto e con il detto significativo: “Ecco ci sono ultimi che saranno primi e ci sono primi che saranno ultimi” (v.30).
Alla fine quindi tutti verranno accolti, anche se – purtroppo per loro – gli ultimi avranno perso l’opportunità di godere dall’inizio delle gioie del banchetto del regno di Dio.
Per gentile concessione di
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