UNA VOCE DI SPERANZA
Don Angelo Casati 

Ci sono giorni – e questo è uno di quelli – in cui, o si cancella il mondo – ma questa festa non è fatta per cancellare il mondo – o si fa fatica a parlare. Ma, prima ancora che a parlare, a racimolare pensieri, perché le immagini sono altre.

Forse a molti di noi sarà venuto spontaneo pensare come questa dell’Assunta fosse un tempo una festa serena nel cuore dell’estate. Ma forse non fu sempre, così. Certo oggi non è così. Ci è stato chiesto di farne una giornata di preghiera per i cristiani perseguitati. Ecco dove spingono i pensieri. Vorrei sommessamente aggiungere: non solo i cristiani, perché perseguitati da questa follia non sono solo i cristiani, ma anche gli yazidi, gli stessi islamici e tante altre minoranze religiose. C’è un filo rosso che li stringe soffocandoli, quello della volontà di sterminio di ogni religione altra, di ogni fede altra. E noi oggi siamo qui a pregare e a invocare – è bello che per i cristiani sia così – la difesa non solo di noi stessi, ma della libertà religiosa di tutti, della vita spirituale di chiunque, del diritto di chiunque di scegliere una via, la sua via senza offesa, anzi nel rispetto più profondo, della fede o della non fede dell’altro, della vita spirituale di tutti.

E lo facciamo nel giorno in cui la liturgia ci parla di una donna umile – svestiamola delle vesti che non ha mai vestito, pensiamola con i suoi abiti veri, umile donna, potremmo dire mai notata, una delle donne del villaggio, dove andava ad attingere acqua al pozzo come tutte -.

La liturgia ci racconta del suo salire i cieli in modi a noi sconosciuti. Non so se anche voi ha colpito il fatto che la liturgia oggi, non potendo indugiare con i suoi occhi sul suo salire i cieli, avvolto di mistero, ci abbia raccontato, di Maria, il suo salire i monti di Giuda, verso la casa della cugina Elisabetta, per esserle di aiuto. “La raggiunse in fretta” dice il vangelo di Luca. Il suo grembo era appena rigonfio, per via di una voce di angelo, rigonfio forse – erano i primi giorni! – più nel pensiero che nell’arco dolce del corpo.

Aveva sposato la piccolezza, la sua e quella degli altri. E l’averla sposata ebbe come ultimo approdo il salire i cieli o, forse meglio, un Dio che ti porta in alto. Lo fa lui, opera sua: assunta, al passivo! Nel viaggio che di più non si può: “Grandi cose” cantò sull’uscio della cugina anziana d’anni “grandi cose ha fatto per me l’onnipotente”. Una voce di speranza, in uno spaccato della storia del mondo che oggi l’affresco del libro dell’Apocalisse ci presentava con le sue luci ma anche con le sue ombre inquietanti.

Leggevamo la pagina del libro e ci sembrava di leggere vicende purtroppo dei nostri giorni. Il libro ci ricordava lo scontro nella storia tra il popolo degli umili e il popolo degli arroganti, insediato al centro del potere: il drago dalle sette teste sembra onnipotente. Che cosa possono la donna inerme e il suo piccolo bambino, che cosa possono gli umili della storia nei confronti delle trame astute devastanti dei potenti, dei prepotenti di questo mondo? Non sembrano forse destinati ad essere divorati? L’Apocalisse, che svela il senso ultimo delle cose, che svela le cose meno vistose ma più vere, ci invita, e sembra un paradosso, a non lasciarci sedurre da quanto a prima vista appare. Sembra vincente l’arroganza, la prepotenza, il denaro. Sembrano vincere i violenti. Dio esalta gli umili. Che non sono, badate bene, i remissivi, i paurosi, i pavidi. Non appare tale Maria nel suo canto. Gli umili hanno una loro forza, che non è quella delle istituzioni, non è quella delle leggi, e tanto meno quella delle armi, ma quella dello Spirito.

Lasciatemi dire: vanno difesi gli umili, vanno custoditi come il vero tesoro della terra, per questo dobbiamo prendere le loro difese: sono loro a segnare la strada per una umanità degna di questo nome, lontana dalla disumanità, sono loro la speranza della terra.

Guai se alla violenza rispondessimo con la stessa logica della violenza. Proprio in questi giorni inviati di quotidiani, incrociando popolazioni a rischio di sterminio, esprimevano nel loro servizi lo stupore per l’assenza in loro, nei loro occhi, di un minimo sentimento di violenza.

E in questo, lasciatemi dire, le donne – Maria era una donna – insegnano. E io vorrei ricordare, per debito, due di loro in tempi a noi più vicini. Due figure.

Vorrei innanzitutto ricordare le parole, di una intensità incredibile, di Etty Hillesum, giovane ragazza morta a soli 29 anni, nel novembre dell’anno 1943, nel campo di sterminio di Auschwitz. In una pagina del suo diario, scrive: “Se in un’epoca come questa non si crolla per la tristezza, o non ci si indurisce e si diviene cinici, o non si tende alla rassegnazione – e tutto questo per proteggere se stessi – allora si diventa sempre più teneri e dolci, e sciolti, comprensivi e affettuosi” (Etty Hillesum a Julius Spier, luglio 1942).

Altra donna, Adalgisa. Racconta di lei una mia cara amica, Gabriella Caramore, che scrive: “Qualche mese fa mi è stato raccontato un episodio. Siamo negli ultimi terribili giorni della Seconda guerra mondiale. In un paese della provincia di Parma. Un gruppo di camicie nere uccide spietatamente, davanti agli occhi della madre, un giovane che probabilmente fa parte di una formazione partigiana. Non passa molto tempo, la situazione si rovescia. I partigiani arrivano a catturare l’autore di quell’orribile assassinio, lo portano davanti alla madre che ne era stata l’impietrita testimone, come per offrirlo alla sua vendetta. Decida lei come pareggiare i conti. Il paese è in subbuglio, tutti pensano che finalmente sarà fatta giustizia. Ma Adalgisa Corradini, questo è il nome della donna, è già colma del suo dolore. Un’altra morte non arriverebbe a placarlo. Neppure la morte di chi le ha tolto il figlio. Adalgisa si fa strada fra la folla che assedia l’autore del delitto. Guarda negli occhi l’assassino di suo figlio. “Ce l’hai una madre a casa che ti aspetta? Se ce l’hai, torna da lei”. I partigiani restano sbigottiti, ma nessuno osa contrariare il comportamento fermo di Adalgisa e il suo singolare verdetto. Forse è solo così che si può cambiare strada, con un gesto imprevedibile, per certi versi illogico, che non mira a pareggiare i conti, ma spezza la catena delle vendette. Questo episodio mi è venuto in mente nelle settimane passate, assistendo al cieco crescendo di orrore (…) Solo gesti come quello di Adalgisa – difficili e rari! – potrebbero interrompere le sequenze di morte e di guerra, tenendo accese scintille di umanità”.

Maria di Nazareth, Etty Hillesum, Adalgisa Corradini, donne. Donne che tengono accese scintille di umanità. Nei nostri occhi.

Don Angelo Casati