P. Manuel João, comboniano
Riflessione domenicale
dalla bocca della mia balena, la sla
La nostra croce è il pulpito della Parola

Anno C – Tempo Ordinario – 19a Domenica
Luca 12,32-48: “Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore!”

In queste domeniche stiamo leggendo il capitolo XII di san Luca, un intreccio di detti, insegna­menti e brevi parabole, senza una chiara unità tra di loro. Ad alcuni di noi che l’ascolteranno in tempo di vacanza sembrerà un Vangelo fuori tempo e fuori luogo. Mentre cerchiamo un po’ di svago e distrazione, per dimenticare le preoccupazioni della vita, questa Parola ci spiazza, proponendoci tematiche troppo serie e scomodanti. Forse per questo il Signore ci dice innanzitutto: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”.

Vegliando nella notte

Il brano di questa domenica ha una tonalità di attesa apocalittica, presentando la vita cristiana come l’attesa del ritorno del Signore nella “notte”. Tre volte è ripetuto l’invito a tenersi pronti: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese”; “Tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”. L’invito di Gesù a vegliare per non essere sorpresi impreparati al suo arrivo, viene illustrato da tre brevi similitudini: l’attesa del padrone partito per le nozze, il ladro e l’amministratore della servitù.

La notte che si alterna al giorno è una metafora forte della vita. Quante volte ci pare di trovarci nell’oscurità, senza sapere dove andare, assillati dai problemi, con delle minacce che incombono sulla nostra vita… Oppure di vivere dei tempi ottenebrati dalla guerra e dall’ingiustizia, dall’incertezza sul futuro… La Parola di questa domenica ci aiuta a capire e a vivere in questa “notte”.

La notte dell’Esodo

La prima lettura (Sapienza 18,6-9) presenta questa notte come la notte dell’Esodo, quando tutto il popolo in attesa “si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli”.

La vita cristiana è un esodo, un cammino di liberazione, spesso costellato da tentazioni, dall’incertezza sulle scelte fatte, dalla nostalgia del passato… Diventa spesso una lunga notte. Avevamo immaginato una traversata più rapida e meno faticosa e di essere presto installati nella Terra Promessa. Arrivati al Sinai, Dio ci ha detto: “Voi stessi avete visto ciò che ho fatto all’Egitto e come vi ho portato su ali di aquila e vi ho condotto fino a me (Es 19,4). Pensavamo, quindi, che il peggio fosse passato. Ma il Signore ha ritenuto che non eravamo ancora pronti per entrarvi e che ci volevano “quarant’anni” di deserto per liberare il nostro cuore dalle sovrastrutture mentali e dalle abitudini che ci trattenevano in “Egitto”, nella “casa della schiavitù”. Lì erano ancora i nostri tesori. E, “dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

Ecco perché la notte del nostro esodo sarà ancora lunga. Grideremo anche noi alla sentinella del profeta Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?”. E la sentinella ci risponderà, alquanto enigmatica: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!” (21,11-12). Sta a ciascuno di noi ascoltare e interpretare questa Voce!

La notte della fede

La seconda lettura (Ebrei 11,1-19) presenta la notte del credente come notte della fede: “Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra”.

La definizione della fede che troviamo all’inizio della lettura è sorprendente: “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. Per questo la notte è l’ambito della fede. Anche se siamo figli della luce “camminiamo nella fede e non nella visione” (2Cor 5,7). Bisogna accettare e attraversare la notte della fede per imparare a “sperare contro ogni speranza” (Rm 4,18).

La fede per il credente è una scelta radicale di vita. Significa fidarsi di una promessa di Dio, come Abramo. Ci sono, infatti, due modi di pianificare la vita: secondo un nostro progetto personale o secondo una vocazione orientata da una promessa di Dio. Progetto proviene dal latino proiectum (pro-iectare, gettare qualcosa in avanti), mentre promessa proviene da promissa (pro-mittere, mandare avanti). Il progetto lo pianifico io, la promessa la fa Dio. Cosa sta orientando la mia vita: un mio progetto o una promessa di Dio?

La notte della veglia nel servizio

Nel brano del Vangelo Gesù parla tre volte di beatitudine: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli”; “E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!”; “Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così”.

Nel Vangelo di Luca, l’uso delle parole “beato” e “beati” (dal greco μακάριος – makários, cioè “felice”, “benedetto”, “fortunato”) appare in diversi contesti. Gesù venne a rivelarci la via della beatitudine. È la via che conduce al Regno, la meta di ogni uomo. Si tratta di una via che rimane tuttora nascosta e misteriosa ai più, credenti e non-credenti. Si presenta talmente controproducente da sembrare una farsa. Ma è diventata credibile perché Gesù ed altri che osarono fargli fiducia la incarnarono. Il Vangelo ha raccolto il tracciato ed è diventato la guida per le donne e gli uomini della Via, come gli Atti degli apostoli definiscono i cristiani.

La Via è unica: è Cristo, ma possiamo parlare di sentieri diversi? Forse sì. Alcuni ci sembrano più ardi di altri. Certuni non ci sentiamo di poter percorrerli. Pensiamo alla santità di certi cristiani o alla “santità” laica di certe persone che si dedicano eroicamente a sollevare la sofferenza. Irraggiungibili. Ebbene il sentiero che Gesù ci propone oggi mi sembra accessibile a tutti. Certo, è sempre da percorrere nella notte dell’esodo e della fede, ma comunque alla portata dei piccoli, dei servi. Non dobbiamo fare cose straordinarie, ma semplicemente rimanere svegli e fare quello che è il nostro dovere: servire! Un servizio umile, nascosto, forse anche banale, che non sarà pubblicizzato sui social né cercherà like, ma che viene dato per scontato: “Siamo dei semplici servi. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). Non vi sembra questa una versione della “piccola via” della piccola Teresa di Lisieux?

P. Manuel João Pereira Correia, mccj