
di Pablo d’Ors
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News>VP Plus+10.05.2025
Per gentile concessione della
Rivista Vita e Pensiero
Il lavoro spirituale consiste, soprattutto, nel saper guardare, nel saper coltivare uno sguardo contemplativo. Questo sguardo deve rivolgersi in due direzioni: verso l’esterno e verso l’interno. Se guardiamo all’esterno, percepiremo necessariamente il limite. E, se il nostro sguardo si fermerà lì, questo rafforzerà pian piano l’idea del nostro essere limitati.
Se guardiamo dentro di noi, al contrario, soprattutto se il nostro sguardo è ben focalizzato e persistente, scopriremo l’illimitato. Questa percezione non sarà vaga o generica, ma incontestabile, posto che l’infinito – questo è il punto centrale – dimora nel nostro essere più profondo, e non in un qualcosa di esterno che possiamo soltanto guardare. Quindi, a seconda di dove guardiamo e, soprattutto, di come guardiamo, cammineremo verso l’ignoranza o verso la saggezza.
Proporsi di coltivare giorno per giorno, e, possibilmente, ogni momento, la propria visione, richiede un doppio esercizio, come ho appena detto. Da un lato, non lasciarsi rapire dalla seduzione incantatrice dell’esterno, che non deve essere mai sottovalutato o relativizzato. Dall’altro lato, ridirezionare l’attenzione verso l’interno. È questo il vero esercizio spirituale e, a seconda della nostra costanza e impegno, ci illumineremo oppure ci adombreremo. Per dirlo usando una parola della filosofia indù, da questo dipende generare o liberarsi dal karma. Cresciamo o decresciamo in base a ciò a cui prestiamo attenzione, non ci sono alternative. Se solo ce ne accorgessimo!
Insisto su questo punto perché agire con una frivolezza spaventosa è la norma, ottundendoci con stimoli esterni e fuggendo incautamente dal silenzio. Sprechiamo le nostre vite intrattenendoci con cose insignificanti il cui unico intento è compiacere il corpo o aumentare l’ego, la cui principale caratteristica è, appunto, la voracità e l’ansia.
Senza dubbio la coscienza (Dio stesso, si potrebbe dire), sebbene sotto forma di embrione, batte instancabilmente dentro di noi. Affinché nasca, bisogna che sia osservata, che ce ne si prenda cura. Di modo che l’illuminazione sia una sorta di gestazione. Sì, la vita si illumina nella misura in cui permettiamo che nasca la coscienza.
Se cambiamo direzione al nostro sguardo, prendendo l’abitudine di orientarlo verso l’interno – verso il mondo della “non forma” – ci accorgeremo non solo di ciò che stiamo vedendo, ma anche di qualcosa di molto più decisivo: semplicemente ci accorgeremo che vediamo, che siamo connessi.
Insieme agli occhi, bisogna educare la bocca. In aggiunta alla visione, c’è l’ascolto: un altro capitolo – complementare – nell’educazione all’interiorità.
La prima cosa che dobbiamo dire al riguardo è che tutto il lavoro spirituale richiede una capacità di astenersi da ogni parola vana. Non parliamo per parlare. Non parliamo senza pensare. Non rivolgiamoci continuamente verso l’esterno – attraverso le parole – incapaci di contenerci. Tutto quello che otteniamo con le parole non lo custodiamo nel cuore. Lo dividiamo col mondo, sì, però sarebbe stato meglio averlo custodito un poco di più per poter offrire in seguito qualcosa di migliore, di più sostanzioso. Ogni liberazione emozionale richiede, pertanto, un lavoro spirituale di privazione, un’occasione perduta. La maggior parte dei nostri discorsi – questo è il mio giudizio – sono superficiali e, di conseguenza, completamente inutili e addirittura pericolosi.
Se i nostri sensi, soprattutto con gli occhi e la bocca, controllano la propria sfrenata estroversione, se si orientano verso l’interno, in pochi giorni avremo la prova di come si acquieta la mente e di come si pacifica il cuore. È praticamente automatico, è infallibile. E questo crea la sensazione di tornare a casa.
Quando un ricercatore spirituale dice che sta tornando a casa, la casa alla quale si riferisce è la sua interiorità. Lì risiede quello a cui davvero aneliamo. Bisogna ripeterlo molte volte, anche se ci sembra difficile credere che dentro di noi ci sia tutto, senza separazione, senza sofferenza. Per questo, attenzione alle parole: la forza ci abbandona attraverso la bocca. La bocca è una fonte di esteriorizzazione e, pertanto, di perdita di interiorità.
Ciò a cui ho appena fatto riferimento si chiama, nel cristianesimo, come anche in altre tradizioni teiste, “cuore” (sebbene potremmo anche chiamarlo “anima”, forse con più precisione). Chi è stato qui, anche se solo per pochi secondi, sa che non c’è niente di più bello di questo. La bellezza del cuore, il suo splendore, sovrasta qualsiasi cosa.
In primo luogo, perché qui, nel cuore, tutto esiste senza eccezione, di modo che non c’è niente che possa mancarci.
Ma anche perché qui si vede come tutto sia correlato, e si capisce che niente può essere rimosso senza che ne risenta il tutto. La realtà è un ologramma, dicono adesso i fisici quantistici. Ebbene, questo è ciò che capisce chi sta nel suo cuore.
Non ci sono desideri lì e, pertanto, si gode di un riposo infinito, inimmaginabile. Non c’è solitudine lì e, pertanto, non c’è bisogno di lasciarsi distrarre da alcuna attività. È uno spazio puramente contemplativo e gioioso, nel quale non esiste il tempo.
Il cuore al quale mi riferisco è uno stato in cui la mente non può entrare: la coscienza rimane in uno stato di gradito stupore. Non desideri niente, possiedi una pienezza dalla quale non ti separi nemmeno per un istante. O stai lì o non stai lì, non esistono stadi intermedi.
E se questo non bastasse, nel cuore puoi trovare i tuoi cari e scoprire quanto tutti gli esseri sono amati. Lì ci sono i tuoi genitori e i tuoi figli, i tuoi maestri e i tuoi discepoli; persino Dio, che sostiene e incoraggia tutto per mezzo del suo Amore, dal momento che tutto quello che vedi e di cui fai parte non è altro che Amore.
Vivi lì, per quello, nella pura devozione. Sei solo devozione. Non esiste fessura attraverso la quale possa colare nient’altro che questo entusiasmo meraviglioso.
Se arrivi lì, sei arrivato: vivi nello spirito, ti sei svegliato dal sogno della materia. Non sei un corpo o una persona; sei ciò che sei sempre stato: semplicemente e pienamente luce. Ci sediamo a meditare perché sappiamo, con maggiore o minore certezza, che questo spazio del cuore esiste, che questo è ciò che siamo in ultima istanza e che abbiamo bisogno di trovarlo o di tornare a esso. Per questo, meditare è sempre la cosa migliore che possiamo fare, la più necessaria, il migliore atto di servizio, la forma più nobile ed efficiente di donare agli altri.
Non ci sediamo a meditare per ottenere qualcosa, ma per essere quello che siamo. Non per risolvere i nostri problemi, ma per scoprire che non ne abbiamo. Nessun problema appare come tale se meditiamo davvero. Tutte le cose esterne si dissolvono quando entriamo nello spazio dell’interiorità, da dove l’esterno mostra la sua natura metaforica o inquietante.
Meditando smascheriamo la fallacia dell’egocentrismo e promuoviamo il proposito dell’umanità, che non è altro che l’evoluzione della coscienza. Meditare suppone per questo un atto di rinuncia al personale e un atto di dedizione a una causa superiore, dove la persona raggiunge la ragione della sua esistenza e il suo vero potenziale.
(traduzione di Chiara Ascoli)
Pablo d’Ors
Pablo d’Ors (1963) nasce a Madrid da una famiglia di artisti e scrittori. Discepolo del monaco e teologo Elmar Salmann, è sacerdote cattolico dal 1991. Cercando il silenzio ha raggiunto a piedi in pellegrinaggio Santiago de Compostela, ha attraversato il deserto del Sahara, ha soggiornato sul monte Athos. Nel 2014 ha fondato l’associazione Amici del Deserto, con cui condivide l’avventura della meditazione. Nello stesso anno papa Francesco lo ha nominato consultore del Pontificio Consiglio della Cultura. Tra i suoi libri, “Biografia del silenzio”, “Entusiasmo” e “Biografia della luce”.