Liturgia

Vangelo della Settimana

IV settimana di Pasqua
Commento di Paolo Curtaz

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Buon Pastore

Lunedì 12 Maggio (Feria – Bianco)
Lunedì della IV settimana di Pasqua (Anni B-C)
At 11,1-18   Sal 41 e 42   Gv 10,1-10: Io sono la porta delle pecore.

Martedì 13 Maggio (Feria – Bianco)
Martedì della IV settimana di Pasqua
At 11,19-26   Sal 86   Gv 10,22-30: Io e il Padre siamo una cosa sola.

Mercoledì 14 Maggio (FESTA – Rosso)
SAN MATTIA
At 1,15-17.20-26   Sal 112   Gv 15,9-17: Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici.

Giovedì 15 Maggio (Feria – Bianco)
Giovedì della IV settimana di Pasqua
At 13,13-25   Sal 88   Gv 13,16-20: Chi accoglie colui che manderò, accoglie me.

Venerdì 16 Maggio (Feria – Bianco)
Venerdì della IV settimana di Pasqua
At 13,26-33   Sal 2   Gv 14,1-6: Io sono la via, la verità e la vita.

Sabato 17 Maggio (Feria – Bianco)
Sabato della IV settimana di Pasqua
At 13,44-52   Sal 97   Gv 14,7-14: Chi ha visto me, ha visto il Padre.

Domenica 18 Maggio (DOMENICA – Bianco)
V DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)
At 14,21-27   Sal 144   Ap 21,1-5   Gv 13,31-35: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri

Sto a cuore al Signore Gesù. Tanto. E mi conosce come io conosco lui. Anzi: mi conosce meglio di quanto io stesso possa conoscermi. Ai mercenari non importa chi sono: importa cosa faccio, quanto produco, quanto consumo, quanto sono utile. Divento merce di scambio: per gli affetti, per i denari, per il tornaconto di coloro a cui sono utile. Valgo se servo a qualcuno, quindi di me conoscono solo un aspetto che, spesso mi mortifica, mi schiaccia, mi intrappola in un ruolo. Non così per Gesù, il pastore bello che chiama le pecore per nome. Ogni capello del mio capo è contato, ogni mio fiato conosciuto, ogni mio passo osservato. Non controllato, non spiato come, anche in passato, si diceva, con quell’immagine orribile di un occhio che scruta da un triangolo, come se Dio fosse un inquietante spione pronto a cogliermi in fallo. Gesù mi conosce perché mi ama e mi conduce. Con questa straordinaria certezza iniziamo la nostra settimana, affrontiamo le nostre fatiche. Possiamo compiere qualunque cosa poiché siamo amati.

Lunedì della IV settimana di Pasqua (anno A)
Gv 10,11-18: Il buon pastore dà la vita per le pecore.

Gesù parla per immagini e oggi riprendiamo la figura del pastore delle pecore che ieri, dolorosamente, ci ha spinto a riflettere sul sacerdozio nella Chiesa e a pregare perché il Signore doni alla sua Chiesa pastori secondo il suo cuore. Leggendo l’inizio del brano di Giovanni mi piace sottolineare un particolare che chi vive in campagna conosce bene: fra gli animali e chi li accudisce si crea un rapporto di affetto e di complicità, di intesa. Le pecore (ma anche i cani, le mucche, i cavalli…) riconoscono bene il proprio padrone, ne seguono la voce, si avvicinano quando compare all’orizzonte. E Gesù conferma: è la voce che aiuta le pecore a riconoscere il padrone del gregge, a distinguerlo dai mercenari, dagli stipendiati che non si assumono certo dei rischi per le pecore! Come riusciamo a riconoscere la presenza del Signore nella nostra vita? Proprio dalla sua voce, dalla Parola che meditiamo quotidianamente e che è diventata il faro della nostra vita, la bussola per le nostre scelte. Meditare e conoscere la Parola ci permette di riconoscere il Signore nelle cose che facciamo, nelle scelte da compiere, senza farci deviare dalle seduzioni dei mercenari.

Martedì della IV settimana di Pasqua
Gv 10,22-30: Io e il Padre siamo una cosa sola.

Perché i Giudei non riescono ad accogliere il fatto che Gesù è il Cristo di Dio? È Gesù stesso a specificarlo: non vogliono far parte delle pecore, non ascoltano la sua voce. La fede non è una scelta fatta davanti a due contendenti, analizzate tutte le possibilità, ma la scelta fiduciosa di seguire il Maestro. La fede ha a che fare con la fiducia, col fidarsi, non con il calcolo delle probabilità. Alcuni Giudei non credono perché cercano delle prove, perché vogliono essere certi della loro scelta. Ma una scelta, per quanto ragionevole, porta sempre in sé un margine di rischio, altrimenti non sarebbe una scelta! In questo anno della fede siamo invitati a riprendere in mano le nostre convinzioni che ci derivano dall’avere seguito il Signore: affascinati dalle sue parole, dalla sua visione del mondo e di Dio, ci siamo messi alla sua sequela, ascoltando la sua voce. E, facendolo, abbiamo sperimentato qualcosa di straordinario: siamo nelle mani di Dio e nulla ci può strappare dalla sua mano. Dio ama ogni uomo, certo, ma accogliere questo amore, farlo nostro, ci permette di sperimentare l’infinita tenerezza di Dio.

Nella festa dell’apostolo Mattia riascoltiamo il «comandamento nuovo» (Giovanni 13,34), ultimo e definitivo, dato da Gesù nell’ultima cena. Qui lo ridice: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Non riamare Lui, ma amare gli altri: così Cristo vuole essere riamato. D’altronde, chi non ama il fratello, la sorella che vede, come può dire di amare Cristo che non vede? «Potresti dirmi che non hai visto Dio, ma non potrai dirmi che non hai mai visto gli uomini. Affermi di amare Cristo? Osserva il suo comandamento e ama il fratello: se non ami il fratello, come puoi amare uno di cui disprezzi il comandamento?» (sant’Agostino).
Quello di Gesù è stato un amore fatto di azioni concrete e ripetute: si è reso prossimo a ogni uomo e donna che aveva di fronte, con misericordia; ha ascoltato e ha parlato; ha cercato di correggere gli errori dovuti all’egoismo e alle immagini distorte di Dio, ma poi ha dovuto arrendersi alla violenza di chi non accettava la sua novità… Questo e molto altro, sempre gratuitamente.
Insomma, Gesù ha fatto obbedienza a chi aveva di fronte, accettandone i limiti; si è liberamente sottomesso, senza mai fare violenza, ma anche senza mai cedere alla falsità, all’ipocrisia: si è comportato come un uomo libero. Tutto ciò è così espresso dal nostro brano: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici». Ecco il ritratto di Gesù e di ogni suo amico.

Oggi prega con noi Mattia, considerato apostolo anche se, come sentiremo nel racconto degli Atti, è entrato nel gruppo dei Dodici dopo la resurrezione, per sostituire l’apostolo Giuda.
Mattia, l’apostolo di recupero. Ci racconta Luca negli Atti degli apostoli che gli undici decisero di sostituire Giuda. Una scelta semplice, quasi romantica: restare in dodici, così come Gesù aveva scelto, dodici come le tribù di Israele, dodici come le dodici colonne sui cui poggia la Gerusalemme celeste. E tirano a sorte e la sorte cade su Mattia. Mattia, apostolo di riserva, che, come alcuni altri discepoli, ha vissuto l’intera esperienza del Maestro, dal Giordano al Golgota e che diventa – improvvisamente ed inaspettatamente – apostolo, uno dei dodici. Ormai è la Chiesa che sceglie, gli apostoli percepiscono il proprio ruolo come un ruolo nuovo, diverso, capace di prendere delle decisioni nel nome del Maestro e Signore. Anche noi, ciascuno, è chiamato di Dio attraverso l’opera della comunità, della Chiesa. Certo magari non veniamo tirati a sorte, ma ciascuno riveste un ruolo, adempie ad una vocazione specifica. Se abbiamo l’impressione di avere vissuto una vita in panchina, di non avere mai avuto l’occasione di manifestare le nostre capacità, la nostra bravura, se gli eventi della vita ci hanno impedito di fiorire, di realizzarci, non temiamo, abbiamo un patrono, Mattia, l’apostolo in panchina. Sia lui a incoraggiarci nel cammino della vita e della fede. È il Signore che ci ha scelto e ci ha costituiti per portare frutto, per dare testimonianza all’amore del Padre.
Mattia, apostolo di riserva, sei stato chiamato in maniera inattesa. Donaci un cuore sempre pronto a partire, un cuore sempre libero di alzasi per seguire il Maestro.

Mercoledì della IV settimana di Pasqua
Gv 12,44-50: Io sono venuto nel mondo come luce.

È luce, il Signore. Le sue parole illuminano le nostre scelte, rischiarano le nostre tenebre. La fede, come più volte abbiamo detto, è la luce che illumina la nostra stanza interiore. è come se vivessimo in un luogo oscuro: impariamo a muoverci, col passare degli anni, a riconoscere gli oggetti che ci stanno attorno, ad avere una vita “normale”. Poi, d’improvviso, qualcuno apre gli scuri e la luce del sole entra nella nostra stanza. Gli oggetti sono gli stessi, la nostra vita è la stessa, ma ora tutto ha un aspetto diverso: ciò che in precedenza non riuscivamo a capire è chiaro, e nulla più ci fa paura. La fede diventa misura dell’essere e dell’agire. Accogliere le parole del Signore, fidarsi di lui, significa fare questa bruciante esperienza di novità che cambia il nostro modo di vedere le cose. La stessa Parola, però, discrimina e giudica. Chi si ostina a non lasciare entrare la luce si condanna a vivere nell’oscurità. La tenebra, quindi, non è “punizione” divina ma conseguenza della nostra libera scelta. Lasciamo che la Parola, oggi e sempre, illumini e riscaldi la nostra vita, motivi e orienti le nostre scelte quotidiane.

Giovedì della IV settimana di Pasqua
Gv 13,16-20: Chi accoglie colui che manderò, accoglie me.

Gesù è il rivelatore del Padre, perché lui e il Padre sono una cosa sola. Dopo la lavanda dei piedi, che nel vangelo di Giovanni sostituisce l’ultima cena, Gesù cerca ancora, inutilmente, di preparare i suoi a ciò che sta per accadere e che essi neppure lontanamente immaginano. Gesù è “Io sono”, e per dimostrarlo non propone più grandi segni, non chiama a testimone la Scrittura o la profezia del Battista, non più. Ora Gesù pone come segni della rivelazione della sua identità due fatti: il servizio umile che ha appena reso ai propri discepoli, lavando loro i piedi, e il tradimento di Giuda che sta per avvenire. Due segni sconcertanti, imbarazzanti, che quasi negano la grandezza di Dio e che, invece, se letti bene, ne svelano l’inaudita profondità. Il nostro Dio è il Dio che serve gli uomini, che si umilia, che si consegna, che dona la propria vita per amore a persone che non capiscono il valore di questo dono infinito. Quanto è distante questo volto di Dio da quello piccino che portiamo nel cuore! Paolo, avvinto dallo Spirito, inizia il suo viaggio missionario ad Antiochia, la sua prima comunità, dove, rileggendo la sua esperienza, giunge a confessare la fede nel Gesù crocefisso e risorto.

Venerdì della IV settimana di Pasqua
Gv 14,1-6: Io sono la via, la verità e la vita.

Gesù rasserena i suoi discepoli e noi. Non siamo lasciati soli, abbandonati al nostro destino, siamo nel cuore di Dio che vuole che dimoriamo con lui anche dopo la nostra morte. L’eternità è già cominciata per ognuno, ma è solo dopo il nostro percorso che potremo fiorire. Gesù, allora, ci chiede di dimorare nella pace, di avere fiducia, di seguire la via. Quale via? È Tommaso che lo chiede, proprio quel Tommaso che abbiamo raffigurato come incredulo e che nei vangeli, invece, dimostra molte volte di essere un grande credente. Gesù afferma di essere lui la via, la verità, la vita. La via, la strada che conduce a Dio e a noi stessi. Imitando il Signore, ascoltando le sue parole, mettendoci alla luce della sua presenza facciamo esperienza di Dio ma, anche, alla sua luce scopriamo la nostra identità profonda. La verità: in questi tempi in cui tutto è opinione e nulla è certo (eccetto il fatto che nulla è certo!), i discepoli continuano ad affermare che esiste una verità oggettiva e questa verità non è un insieme di dottrine da imparare ma un volto, quello del Signore Gesù. La vita: la fede ci permette di scoprire la vita vera che non è solo l’esistere ma l’amare…

Sabato della IV settimana di Pasqua
Gv 14,7-14: Chi ha visto me, ha visto il Padre.

Come biasimare il povero Filippo? A volte Gesù supera davvero il limite, spinge davvero troppo l’acceleratore! Per un ebreo era già una rivoluzione quasi impossibile cambiare la propria idea su Dio. Ma i Dodici l’avevano fatto, avevano lentamente convertito il proprio cuore al volto di Dio così come Gesù, durante i tre anni di predicazione, l’aveva raccontato. Ora, alla fine della storia di Gesù, il desiderio di vedere il Padre, il Dio di Gesù, è forte e crescente. Ma Gesù compie un ulteriore salto in avanti: chi ha visto lui ha visto il Padre. Quindi, afferma il Maestro, non solo egli è venuto a parlare in maniera innovativa di Dio, non è solo un grande profeta, un uomo spirituale con una grande intimità con Dio. Non è solo col Padre ma del Padre, perché lui e il Padre sono una cosa sola. Ci vorrà ancora del tempo e molto Spirito Santo per capire l’enormità di questa affermazione, per definire l’identità di Gesù, ma la direzione è tracciata. Solo dopo la resurrezione i discepoli capiranno che Gesù è la presenza stessa di Dio, che è più del Messia, è il figlio stesso di Dio. Guardando Gesù noi già intravediamo il volto del Padre.

da http://www.lachiesa.it