IV Domenica di Pasqua – Anno C
Giovanni 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
(Letture: Atti 13,14.43-52; Salmo 99; Apocalisse 7,9.14-17; Giovanni 10,27-30).
Il pastore che parla al cuore,
che conosce cosa lo abita
Ermes Ronchi
Le mie pecore ascoltano la mia voce. Prima grande sorpresa: una voce attraversa le distanze, un io si rivolge a un tu, il cielo non è vuoto.
Perché le pecore ascoltano? Perché il pastore non si impone, si propone; perché quella voce parla al cuore, e risponde alle domande più profonde di ogni vita.
Io conosco le mie pecore. Per questo la voce tocca ed è ascoltata: perché conosce cosa abita il cuore. La samaritana al pozzo aveva detto: venite, c’è uno che mi ha detto tutto di me. Bellissima definizione del Signore: Colui che dice il tutto dell’uomo, che risponde ai perché ultimi dell’esistenza.
Le mie pecore mi seguono. Seguono il pastore perché si fidano di lui, perché con lui è possibile vivere meglio, per tutti. Seguono lui, cioè vivono una vita come la sua, diventano in qualche modo pastori, e voce nei silenzi, e nelle vite degli altri datori di vita.
Il Vangelo mostra le tre caratteristiche del pastore: Io do loro la vita eterna / non andranno mai perdute / nessuno le rapirà dalla mia mano!
Io do la vita eterna, adesso, non alla fine del tempo. È salute dell’anima ascoltare, respirare queste parole: Io do loro la vita eterna! Senza condizioni, prima di qualsiasi risposta, senza paletti e confini. La vita di Dio è data, seminata in me come un seme potente, seme di fuoco nella mia terra nera. Come linfa che risale senza stancarsi, giorno e notte, e si dirama per tutti i tralci, dentro tutte le gemme. Le vicende di Galilea, la tragedia del Golgota, le parole di Cristo, che vengono come fiamma e come manna, non hanno altro scopo che questo: darci una vita piena di cose che meritano di non morire, di una qualità e consistenza capaci di attraversare l’eternità.
Il Vangelo prosegue con un raddoppio straordinario: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Poi, come se avessimo ancora dei dubbi: nessuno le può strappare dalla mano del Padre.
È il pastore della combattiva tenerezza.
Io sono un amato non strappabile dalle mani di Dio, legame non lacerabile. Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani, come bambini ci aggrappiamo forte a quella mano che non ci lascerà cadere, come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la solitudine, come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita.
Il Vangelo è una storia di mani, un amore di mani.
Mani di pastore forte contro i lupi, mani tenere impigliate nel folto della mia vita, mani che proteggono il mio lucignolo fumigante, mani sugli occhi del cieco, mani che sollevano la donna adultera a terra, mani sui piedi dei discepoli, mani inchiodate e poi ancora offerte: Tommaso, metti il dito nel foro del chiodo! Mani piagate offerte come una carezza perché io ci riposi e riprenda il fiato del coraggio.
La mano di Cristo, il pastore buono
Enzo Bianchi
Il capitolo 10 del vangelo secondo Giovanni contiene una lunga discussione tra Gesù e alcuni farisei che egli dichiara in una situazione di peccato, perché credono e dicono di vedere mentre in realtà non vedono e non operano un discernimento circa l’identità di Gesù e la qualità della sua azione (cf. Gv 9,40-41).
Con una parabola Gesù cercare di rivelare loro come egli non sia un ladro ma sia il pastore che entra ed esce attraverso la porta dell’ovile, non in incognito, il pastore che cammina davanti a pecore che lo seguono perché riconoscono la sua voce. La parabola però non viene compresa e allora Gesù fa dichiarazioni esplicite su di sé e sulla propria missione: è lui la porta dell’ovile, è lui il pastore buono che, pur di custodire le pecore, è disposto a dare la sua vita, perché ha la capacità di dare la vita per le pecore e di riceverla di nuovo dal Padre (cf. Gv 10,17). Queste parole creano divisione tra quanti lo ascoltano: alcuni lo giudicano indemoniato, altri riconoscono il suo operare carico di salvezza (cf. Gv 10,19-21). In quei giorni “ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i capi dei giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: ‘Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente’” (Gv 10,22-24). Gesù è dunque costretto a riprendere la parola per denunciare che la situazione di non fede in lui è dovuta al fatto che quegli ascoltatori non sono sue pecore (cf. Gv 10,26), non sono disposti ad accogliere le sue parole.
A questo punto dobbiamo però fare un’osservazione di grande importanza. Nelle sante Scritture pastori e pecore sono molto presenti, perché facevano parte della società pastorale-agricola in cui la Bibbia è sorta. Essere pastore significava svolgere un mestiere che aveva grande rilevanza e tutti sentivano la figura del pastore come esemplare. Noi oggi siamo lontani da quella situazione, non conosciamo né vediamo, se non raramente, pastori che conducono il gregge; e soprattutto, le pecore non ci appaiono capaci di rappresentarci. Per questi motivi, le parole di Gesù al riguardo non sono più performative come lo erano ai suoi tempi in Palestina. Di conseguenza, non mi soffermo tanto sulle immagini del pastore e delle pecore, ma vorrei approfondire i verbi utilizzati, che nelle parole di Gesù vogliono comunicarci un messaggio su di lui: su Gesù, ovvero su un uomo che ha vissuto realmente tra di noi, che era umano come noi, che ha lasciato una traccia indelebile del suo comportamento nel cuore di quelli che “sono entrati e usciti con lui”.
Innanzitutto Gesù dice che quanti lo seguono, cioè sono suoi discepoli, “ascoltano la sua voce (cf. ibid.). Questo è l’atteggiamento di chi crede: egli crede perché ha ascoltato parole affidabili. È il primo passo che l’essere umano deve compiere per entrare in una relazione: ascoltare, che è molto più del semplice sentire. Ascoltare significa innanzitutto riconoscere colui che parla dalla sua voce, dal suo timbro particolare. Ci vogliono certamente impegno e fatica, ma solo facendo discernimento tra quelli che parlano è possibile ascoltare quella voce che ci raggiunge in verità e con amore. Tutta la fede ebraico-cristiana dipende dall’ascolto – “Shema‘ Jisra’el! Ascolta, Israele!” (Dt 6,5; Mc 12,29 e par.) – e sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento “la fede nasce dall’ascolto” (fides ex auditu: Rm 10,17). Per avere fede in Gesù occorre dunque ascoltarlo, con un’arte che permetta una comunicazione profonda, la quale giorno dopo giorno crea la comunione.
La seconda azione che Gesù presenta come propria delle sue pecore si riassume nel verbo seguire: “Esse mi seguono” (Gv 10,27). Materialmente ciò significa andare dietro a lui ovunque egli vada (cf. Ap 14,4), ma seguirlo anche conformando la nostra vita alla sua, il nostro camminare al modo in cui lui ci chiede di camminare. Il pastore quasi sempre sta davanti al gregge per aprirgli la strada verso pascoli abbondanti, ma a volte sta anche in mezzo, quando le pecore riposano, e sa stare anche dietro, quando le pecore devono essere custodite perché non si perdano. Gesù assume questo comportamento verso la sua comunità, verso di noi, e ci chiede solo di ascoltarlo e di seguirlo senza precederlo e senza attardarci, rischiando di perdere il cammino e l’appartenenza alla comunità.
In questa condivisione di vita, in questo coinvolgimento tra pastore e pecore, tra Gesù e noi, ecco la possibilità della conoscenza: “Io conosco le mie pecore” (Gv 10,27). Certamente Gesù ci conosce prima che noi conosciamo lui, ci scruta anche là dove noi non sappiamo scrutarci; ma se guardiamo a lui fedelmente, se ascoltiamo e “ruminiamo” le sue parole, allora anche noi lo conosciamo. E da questa conoscenza dinamica, sempre più penetrante, ecco nascere l’amore, che si nutre soprattutto di conoscenza. Cor ad cor, presenza dell’uno accanto all’altro, possiamo quindi dire umilmente: “Io e Gesù viviamo insieme”. Gesù è “il pastore buono” (Gv 10,11.14), certo, ma anche l’amico e l’amante fedele, potremmo dire: sentendoci da lui amati, conosciuti, chiamati per nome, penetrati dal suo sguardo amante, allora possiamo decidere di amarlo a nostra volta.
Che cosa attendere dunque da Gesù Cristo? Il dono della vita per sempre (cf. Gv 10,28) e quella convinzione profonda che siamo nella sua mano e che da essa nessuno potrà mai strapparci via (cf. Gv 10,28-29). Sì, la mano di Gesù: mano che ci tocca per guarirci; mano che ci rialza se cadiamo; mano che ci attira a sé quando, come Pietro affondiamo (cf. Mt 14,31); mano che ci offre il pane di vita; mano che si presenta a noi con i segni dell’aver sofferto per darci la vita (cf. Lc 24,39; Gv 20,20.27); mano che ci benedice (cf. Lc 24,50), tesa verso di noi per accarezzarci e consolarci. Ecco quella mano del Signore che più volte è stata dipinta tesa verso l’uomo, perché ognuno di noi per camminare ha bisogno di mettere la propria mano in quella di un altro. Solo così non ci sentiamo soli e ci sentiamo non esenti da cadute o sventure, ma sempre sostenuti dal Signore, sempre in relazione con lui. Queste parole del Kýrios risorto – “Nessuno strapperà le mie pecore dalla mia mano, perché sono il dono più grande che il Padre mi ha fatto, il dono più grande di tutte le cose” – sono e restano, anche nella notte della fede, anche nelle difficoltà a camminare nella notte, ciò che ci basta per sentirci in relazione con il Signore. Se anche volessimo rompere questa relazione e se anche qualcuno o qualcosa tentasse di romperla, non potrà mai accadere di essere strappati dalla mano di Gesù Cristo. L’Apostolo Paolo, significativamente, ha gridato: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” (Rm 8,35). No, niente e nessuno, “ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,37). E la mano di Gesù Cristo risorto è la mano di Dio, perché lui e il Padre sono uno.
Ma dobbiamo dirlo: una fede così, anche se povera e fragile, scatena l’avversione e la violenza di chi non può credere in Gesù. Ecco perché, al sentire queste sue parole quei farisei, che credevano di vedere bene, raccolgono delle pietre per lapidarlo (cf. Gv 10,31). Dove c’è un’azione, un comportamento, una parola di amore, gli uomini religiosi vedono una bestemmia, un attentato al loro Dio, che vorrebbero fosse un Dio senza l’uomo, contro l’uomo! Amano infatti più la religione che l’umanità, più le idee e la loro dottrina che non l’umano, cioè i fratelli o le sorelle accanto a noi nella loro condizione di peccato, di fragilità: condizione, appunto, propria degli umani, che la mano di Dio deve salvare e rialzare.
Gesù ha detto: “Io sono il pastore buono”, “Io sono uno con il Padre”, ma nel modo in cui viveva ha anche detto, non esplicitamente ma realmente, nei fatti: “Io sono l’umanità, l’umano, perché in piena relazione con gli uomini e le donne che sono nel mondo. Sono l’uomo come Dio l’ha voluto, uno con l’umanità così come sono uno con il Padre”. Sì, i dogmi e le formulazioni teologiche possono essere un aiuto, ma se non comprendiamo la verità di Dio e dell’uomo come Gesù ce l’ha raccontata (exeghésato: Gv 1,18), allora sono un inciampo!

L’iconografia del Buon Pastore attraversa secoli di storia e diverse culture per approdare nell’immaginario del cristianesimo.
“Finalmente, dopo aver fatto questo e offerti i doni alla dea,
raggiunsero i luoghi beati
e l’ameno verde dei boschi fortunati e le beate sedi.”
(Virgilio, Eneide VI, 63-640)
Con queste parole Virgilio descrive i luoghi beati (locus amoenus) lussureggianti di verde in cui Enea trova riposo. Virgilio pone questi luoghi al centro anche di un’altra opera: le Bucoliche.
Quello che vediamo rappresentato nella prima immagine è un crioforo ovvero il portatore di un ovino sulle spalle. Le prime rappresentazioni greche di criofori sono molto antiche. La loro raffigurazione è spesso proposta in un ambiente cultuale per cui rappresentano colui che porta l’animale per il sacrificio o la stessa divinità che lo accetta. Esistono infatti anche statue dette moscoforo ovvero colui che porta un bovino sulle spalle.
Nell’ambiente di cultura romana la raffigurazione di un pastore con un agnello sulle spalle, così come di scene genericamente pastorali, presa dall’immaginario greco, era assai diffusa e veniva riferita ad una pluralità di temi positivi, fra i quali il più significativo appare quello della filantropia (humanitas, in latino): Mercurio e l’eroe Ercole, conducevano pietosamente le anime dei defunti nell’aldilà, caricandosele sulle spalle come appunto un pastore porta un agnello. Queste immagini erano intese come personificazioni virtuose della bontà verso il genere umano. Per questo motivo la rappresentazione del pastore veniva utilizzata anche sui sarcofagi romani.

I primi cristiani senza difficoltà assumono la categoria del luogo “bucolico” e delizioso trasformandolo nel Paradiso, luogo del riposo eterno, e il buon pastore citato nei vangeli diviene il Cristo che porta il defunto nell’aldilà. Quelle stesse caratteristiche di bontà e filantropia di origine pagana vengono assunte dalla rappresentazione del Cristo Buon pastore. L’immaginario va sempre di pari passo con le idee del tempo e proprio negli scritti dei Padri della Chiesa si trovano dei riferimenti al Buon pastore che scende agli inferi per cercare la pecora smarrita (così come accadeva per Mercurio e Ercole), oppure del pastore che guida le pecore (le anime) con la sua voce (il vangelo di questa domenica). Questa immagine diverrà una delle principali raffigurazioni per i sarcofagi e le catacombe fino al primo quarto del IV secolo. Successivamente sarà meno utilizzata e sostituita da nuovi immaginari.
Questa rappresentazione, assieme a molte altre, ci testimonia che ogni fedele “incarna” ciò in cui crede nella propria cultura. I significati si mescolano e si stratificano, ne nascono di nuovi, a volte del tutto inaspettati, ma sempre capaci di parlare alla contemporaneità dei credenti.
Elia Fiore
Fede ad arte
http://www.monasterodibose.it
Seguire l’Agnello Pastore
Clarisse Sant’Agata
Se il vangelo di domenica scorsa si chiudeva con l’invito rivolto a Pietro da parte del Risorto a seguirlo (“seguimi”Gv 21,19), oggi la liturgia si concentra su Colui che ci chiama a seguirlo, sul “nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita” (Colletta). Infatti mentre il Signore affida più volte a Pietro il suo gregge (“Pasci le mie pecore” cf. Gv 21,15.16.17) facendo di lui un pastore, lo invita a farsi lui stesso “pecora”, seguendo il “Pastore grande delle pecore” (cf. 1Pt) fino a donare la sua vita come il Pastore ha fatto (“quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi” Gv 21,18). Pietro condivide la vocazione di noi tutti, la sequela del Pastore ovunque vada.
Il vangelo di oggi è molto essenziale e concentra i tratti del Pastore in pochi particolari. E’ pastore perché “conosce” le pecore che sono “sue” senza possibilità di essere “strappate dalla sua mano” e “da loro la vita eterna”. Questo è proprio del Pastore.
Non possiamo dimenticare che questi tratti del Pastore sono pasquali: Gesù è Pastore perché è Agnello, come ben ci descrive la seconda lettura. Oggi quindi non possiamo leggere il Vangelo senza Apocalisse perché un testo illumina l’altro e lo approfondisce rivelandocene risvolti nuovi e nascosti. Gesù è l’Agnello divenuto Pastore proprio perché ha “donato la sua vita per le pecore” (cf. Gv 10,11.15.28). Il nostro Pastore/Agnello può chiedere alle pecore di “ascoltare la sua voce” e “seguirlo” proprio perché Egli le “conosce” e “dona per loro la sua vita”.
“Conoscere” non indica semplicemente il sapere chi sono, ma riguarda la relazione che il Pastore ha con le pecore e le pecore hanno con lui: “conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (cf. Gv 10,14), cioè vivo in quella relazione d’amore che mi lega alle pecore rendendole mie e anche le mie pecore conoscono il mio amore per loro e ne fanno esperienza.
“Conoscere” descrive sempre l’esperienza concreta di una relazione coinvolgente e personale. Non per nulla questo verbo indica nella Scrittura il rapporto sponsale fra un uomo e la sua donna: “Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino…” (cf. Gen 4,1; 4,17; 4,25…). Il nostro Pastore quindi ci “conosce”, cioè ci ama. Per questo la voce di Colui che ci conosce è una voce inconfondibile! E le pecore “ascoltano la sua voce e lo seguono”.
Gesù è il Pastore che “conosce coloro che ha scelto” (cf. Gv 13,18) come dirà a Pietro subito aver lavato i piedi ai suoi discepoli. Li conosce “come il Padre conosce lui e lui conosce il Padre” (cf. Gv 10,15). Gesù instaura con i suoi la medesima relazione d’amore che ha con il Padre! E li chiama ad entrare in quella stessa relazione d’amore che fa di Lui e del Padre una cosa sola: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,25-26).
Si tratta di una conoscenza che crea indistruttibili legami di comunione che niente può sciogliere (“…nessuno le strapperà dalla mia mano!” Gv 10,28). “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? (…) né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (cf. Rm 8,35.38-39). Neppure la morte (la Sua!) interrompe il legame d’amore che ci lega al nostro Pastore! Anzi, anche dopo essere passato attraverso la sua passione e morte, il Pastore continua a chiamare i suoi a seguirlo (come fa con Pietro al termine del vangelo: “seguimi!” Gv 21,19).
E i suoi lo riconoscono proprio dalla sua voce che li chiama per nome (come accade a Maria Maddalena che riconosce il Risorto al suono della sua voce: “Maria!” Gv 20,16). Solo ora, dopo la Pasqua del Pastore/Agnello, i suoi possono conoscerLo e seguirLo! Sembra quasi che la Pasqua permetta ai suoi di conoscere in modo nuovo la voce del Pastore/Agnello.
Infatti, durante la vita pubblica di Gesù notiamo nei discepoli una sequela segnata da entusiasmi e incomprensioni, come accade ad esempio a Pietro che arriva persino a presumere di poter dare la vita per Gesù, mettendosi davanti al Pastore invece di seguirlo (cf. Gv 13,7.36-38)! Ma ora che il Pastore ha dato la sua vita per le sue pecore, la sua voce è è inconfondibile ed unica.
La sua Parola quotidiana ci invita ancora e sempre a seguire Lui, l’unico Pastore vero della nostra vita. E se ora il Pastore ci chiama a seguirlo, è per conoscere l’amore “fino alla fine” che la Sua pasqua ci ha rivelato: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi” (Gv 15,9). Per questo la vita cristiana non è altro che sequela del Pastore/Agnello, dovunque egli vada (cf. Ap 14,4).
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Avremo sempre bisogno di qualcuno che ci tenga la mano
Gaetano Piccolo
Il desiderio di essere trovati
Siamo pecore che a volte si perdono. Sarà stata la curiosità o a volte la monotonia, ma a tutti è capitato di allontanarsi dal gregge. Abbiamo cercato altri pascoli o semplicemente cercavamo un po’ di solitudine.
Ma, come le pecore, anche noi cerchiamo sempre un ovile a cui ritornare, cerchiamo un pastore che si prenda cura delle nostre ferite e calmi le nostre paure.
Non è solo un desiderio, non è solo un’aspirazione, un sogno che può appartenerci oppure no, cercare qualcuno che si prenda cura di noi è un bisogno che chiede necessariamente di essere realizzato. Siamo nati ancora fragili e la nostra vita non sarebbe mai sbocciata se qualcuno non si fosse preso cura di noi.
Gesù è il Pastore
Attraverso l’immagine del Pastore, Gesù dice che solo lui colma in pienezza il nostro bisogno di cura. È come se il senso della sua vita fosse esattamente quello di mettersi sulle spalle la pecora smarrita: non a caso, nelle prime rappresentazioni di Cristo, quelle delle catacombe, quando i primi cristiani cominciavano a cercare immagini per rappresentare il Dio in cui credevano, l’hanno subito dipinto come il pastore bello che ha sempre una pecora sulle spalle:
«Come un pastore egli fa pascolare il gregge
e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul seno
e conduce pian piano le pecore madri». Isaia 40,11
La diffidenza a essere curati
Non è scontato riconoscere in noi il bisogno di essere curati. La nostra cultura ci spinge ad affermare la nostra autonomia, l’indipendenza e l’autosufficienza. L’uomo postmoderno non ammette vuoti, è pienamente immerso nell’illusione di poter rispondere sempre autonomamente alle proprie mancanze.
Da Nietzsche in poi, il gregge è diventato per noi il simbolo della mancanza di libertà e di autonomia del pensiero. E proprio perché rifiutiamo di riconoscere in noi il bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi, finiamo con il rifiutare anche l’idea di un Dio che si fa pastore.
I Giudei stessi sono infastiditi da questa immagine proposta da Gesù e, davanti a questa rappresentazione di Dio, prendono le distanze (Gv 10,31: «Di nuovo i Giudei raccolsero pietre per lapidarlo»): paradossalmente preferiamo un Dio che ci chiede sacrifici e sforzi per essere degni di lui, piuttosto che un Dio che viene a cercarci quando ci siamo persi. Preferiamo un Dio che ci mette alla prova come in un’eterna gara piuttosto che un Dio che si prende cura delle nostre ferite. Siamo molto più inclini a verificare quanto siamo bravi, piuttosto che a vedere quanto siamo feriti!
Una voce familiare
L’unico modo per non perdersi è ascoltare la voce del Pastore: come in qualunque relazione, solo con il tempo si impara a riconoscere la voce dell’altro. La voce è il segno della presenza, rende presente l’altro anche quando non c’è: quando qualcuno ci chiama, ma non riusciamo a vederlo, ne riconosciamo la presenza attraverso la voce. La Parola di Dio è la voce attraverso cui Dio ci raggiunge, la Parola di Dio è la voce del pastore che raduna il gregge.
Nella nostra vita si mescolano molte voci, spesso sono voci di mercenari a cui non interessa il nostro bene, ma solo il loro guadagno. Più diventiamo familiari con la voce del Pastore, tanto più facilmente saremo capaci di riconoscerla, anche quando ci saremo persi, anche quando saremo lontani, anche quando starà ormai calando la notte.
I lupi rapaci
A differenza del mercenario, il pastore non fugge: è probabile che questa immagine sia emersa in un tempo di persecuzione della comunità cristiana. Ma i lupi che rapiscono e disperdono sono una realtà di ogni tempo. I lupi arrivano sempre, inevitabilmente, nella nostra vita. Possiamo anche credere di non essere inermi come pecore, ma se non ci fosse un pastore che si prende cura di noi, non potremmo che essere sbranati dai lupi.
Una porta da cui si può uscire
Nella vita ci si può perdere, perché in quell’ovile che è la vita c’è sempre una porta: continuamente siamo messi davanti a situazioni in cui scegliere se vogliamo restare o se vogliamo andarcene. Forse non sempre è così evidente dov’è la vita e dov’è la morte. Ecco perché nel racconto di Gesù il Pastore stesso diventa la Porta: «io sono la porta delle pecore» Gv 10,7.
La porta è l’immagine della libertà: non siamo mai prigionieri di Dio. E anche questo ci spaventa: a volte avremmo preferito un Dio che ci avesse tenuti al sicuro dentro una torre senza porte e senza finestre. Ma il Dio di Gesù è il pastore di un ovile la cui porta è sempre aperta: la responsabilità di scegliere la vita è sempre nelle nostre mani. Ma seppure ci perdessimo, possiamo essere certi che il Pastore sta già venendo a cercarci.
Buon Pastore e Agnello immolato: modelli di Missione
Romeo Ballan, mccj
La quarta di Pasqua è detta, tradizionalmente, la Domenica del Buon Pastore, dato il brano del Vangelo, che è sempre tratto dal capitolo X di Giovanni, nel quale Gesù si presenta come il vero pastore del popolo. Per l’evangelista Luca, Gesù è il buon pastore che va alla ricerca della pecora smarrita, se la carica in spalla, fa festa con gli amici… (Lc 15,4-7): è un pastore dal cuore misericordioso. Questa immagine carica di tenerezza si completa con quella di Giovanni, che presenta un pastore attento ed energico nel difendere le pecore dai banditi e dagli animali feroci, deciso a lottare fino a dare la vita per il gregge.
Il Buon Pastore è la prima immagine usata dai cristiani, fin dal III secolo, nelle catacombe, per rappresentare Gesù Cristo, molti secoli prima del crocifisso. La ragione di tale antichità è nella ricchezza biblica dell’immagine del pastore (cfr. Esodo, Ezechiele, Salmi…), con il quale Gesù si è identificato e che San Giovanni (cap. X) ha riletto in chiave messianica. Abbondano infatti le espressioni che indicano la vita e le relazioni tra lui e le pecore: entrare-uscire, conoscere, chiamare-ascoltare, aprire, condurre, camminare-seguire, perdere-rapire, dare la vita… Fino all’identificazione piena di Gesù con il buon pastore che dà la propria vita per le pecore (v. 11.28). Il testo greco usa un sinonimo: il pastore bello (v. 11.14), cioè buono, perfetto, che unisce in sé la perfezione estetica ed etica. È il pastore per eccellenza!
Gesù ci rassicura ostinatamente che la sua iniziativa di salvare le pecore avrà successo: “non andranno perdute e nessuno le strapperà dalla mia mano… e nessuno può strapparle dalla mano del Padre” (v. 28-29). Tale sicurezza non si fonda sulla bontà e fedeltà delle pecore, ma sull’amore gratuito di Cristo, che è più forte delle miserie umane. Egli non rinuncia a nessuna pecora, anche se queste si sono allontanate o non lo conoscono: tutte devono entrare per la porta che è Lui stesso (v. 7), perché Egli è l’unica porta, l’unico salvatore. Egli offre la sua vita per tutti: ha anche altre pecore da attirare, fino a formare un solo gregge con un solo pastore (v. 16). La missione della Chiesa si muove su questi parametri di universalità: vita offerta per tutti, vita in abbondanza, prospettiva dell’unico gregge… Anche se il gregge è numeroso, nessuno è in più, nessuno si perde nell’anonimato, anzi i rapporti sono personali: il pastore conosce le sue pecore, le chiama una per una, per nome (v. 3) e queste lo ascoltano e lo seguono (v. 27).
Per Giovanni, la bella notizia della Pasqua è duplice: Cristo è il Buon Pastore dal cuore trafitto, dal quale emana la vita per “una moltitudine immensa” e variegata, che nessuno può contare (II lettura); ed è anche l’Agnello immolato, nel cui sangue tutti trovano purificazione e conforto nella grande tribolazione (v. 14). Nella sua contemplazione, Giovanni, il veggente di Patmos (Ap 1,9), arriva alla identificazione tra l’Agnello e il Pastore, che guida “alle fonti delle acque della vita” (v. 17). La vita senza fame, né sete, né lacrime (v. 16-17) sarà un giorno realtà; per ora resta come una promessa all’orizzonte, una parola sicura che avrà il suo compimento. Agnello e Pastore sono due simboli correlativi, che si completano. Gesù è Buon Pastore, perché è l’Agnello immolato per dar vita al popolo; è Pastore buono, perché prima è Agnello mite, servo disponibile. Questa identificazione ha una validità inesauribile anche per noi oggi. Tutti noi siamo un po’ pastori e un po’ pecore; saremo tanto più pastori buoni quanto più saremo agnelli miti e servi disponibili per la vita del gregge.
Gesù è pastore e agnello, perché ha avuto misericordia, si è preso cura del gregge; la qualità della nostra vita si misura sulla nostra capacità di prenderci cura degli altri. Il cristiano è chiamato ad amare e a servire chi è nel bisogno; ed annunciare il Vangelo di Gesù, pur in mezzo a opposizioni e resistenze, con la consapevolezza che ha sempre sostenuto Paolo (I lettura) di essere chiamato a diventare luce per le genti, sino all’estremità della terra (v. 47). Sulla scia di Paolo e contemplando il Buon Pastore, si capisce l’appello della Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. La vocazione di speciale consacrazione (sacerdozio, vita consacrata, vita missionaria, servizi laicali…) si rafforza nell’esperienza personale di sentirsi amato e chiamato da Qualcuno. Sentirti nel cuore di Dio ti fa sentire vivo, ti dà sicurezza, ti fa sentire figlio e fratello, fa di te un apostolo. Ti apre il cuore al mondo intero.