Messa in Cena Domini5

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. Gli disse Pietro: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”. Soggiunse Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti”. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete puri”. Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,1-15)


La Chiesa primitiva celebrava la festa di Pasqua in tutta la sua pienezza solo nella Veglia pasquale fino al mattino del giorno di Pasqua. Solo con il IV secolo questa celebrazione fu gradualmente distribuita lungo i tre giorni. Triduo che ha inizio con la Messa “in Coena Domini” e trova il suo apice nella Veglia pasquale. S’inizia di giovedì sera perché secondo gli ebrei il giorno inizia già la sera precedente e così solennità e domeniche liturgicamente sono già celebrate con i Vespri del giorno prima; un secondo motivo è che nell’Ultima Cena di Gesù viene anticipato sacramentalmente il dono di sé che Egli farà in croce.

Secondo la legge e l’uso ebraico, Gesù celebra con i suoi discepoli la festa ebraica di Pasqua, in ricordo della liberazione d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Nel quadro di questo banchetto, Gesù ha istituito l’Eucaristia, sacramento di salvezza, e ha istituito il sacerdozio ministeriale. Non si è limitato a dire parole, ma ha compiuto un gesto che rivela il “significato” più vero e profondo di quanto appena celebrato: la lavanda dei piedi, ossia il servizio, l’amore. Questo gesto veniva compiuto dagli schiavi nei riguardi dei padroni e dei loro ospiti, per lavare i piedi coperti dalla polvere delle strade. Gesù dunque infrange la regola del dominare e del servire. Questa è dunque la “cifra” attraverso la quale comprendere e vivere l’Ultima Cena, obbedienti alle parole stesse di Gesù: “Fate questo in memoria di me”. Non solo un “ripetere” gesti e parole dell’Ultima Cena che sarà l’Eucaristia, ma un “fare questo” anche nel servizio, nell’amore vicendevole, a cominciare dagli ultimi. Questo è il senso pieno dell’Eucaristia.

Il Giovedì Santo diventa così come un libro aperto, come una scuola di fede e di saggezza cristiana.


Omelia di Enzo Bianchi 

Ecco, noi iniziamo a rivivere le azioni e le parole di Gesù, ascoltandole, accogliendole nel cuore e meditandole, perché solo questo possiamo fare qui e ora, insieme. Tutti intenti a bere alla fonte del mistero, perché sostenuti da quest’acqua zampillante nel nostro intimo (cf. Gv 4,14), possiamo vivere proprio vivendo nella nostra carne e nella nostra mente questo mistero. Siamo convenuti ciascuno con il proprio gravame sulle spalle e sul cuore: sì, con il nostro cuore appesantito dal peso del duro mestiere del vivere, appesantito dai nostri peccati, che altro non sono che contraddizioni all’amore, appesantito dalla consapevolezza della nostra incapacità sempre più grande di essere conseguenti a quello che abbiamo imparato e che continuiamo a conoscere da Cristo stesso.

Guardiamo la scena che il vangelo ci presenta questa sera: un uomo, Gesù, che cerca di “amare fino all’estremo, fino alla fine (eis télos: Gv 13,1)”; degli uomini che da anni stanno con lui e non lo comprendono, perché ciascuno di loro fa la propria strada; Pietro, colui che deve presiedere, che viene meno dimenticando dove è stato posto da Gesù e dimenticando il rapporto così carico di cose condivise con lui; poi “uno dei Dodici” che desidera la morte di Gesù, desidera liberarsi di lui; e gli altri non sanno neppure dove sono. Questi i protagonisti che ci stanno davanti, come uno specchio, perché noi possiamo individuarci nelle loro figure.

Gesù ha una sola parola, che ha appena detto ai giudei: “Per questo il Padre mi ama, perché io depongo la mia vita, per poi riceverla di nuovo” (Gv 10,17). Attenzione a queste parole, da non intendersi secondo tutte le assurde traduzioni esistenti, compresa la nostra liturgica: “Io depongo la mia vita hína pálin lábo autén”, cioè non “per riprenderla di nuovo” ma “per riceverla di nuovo”, per riceverla dal Padre, nella fede, senza nessuna certezza! Questa la parola-chiave per comprendere cosa Gesù fa adesso: infatti, depone le sue vesti per riceverle di nuovo, dando, attraverso la sua spogliazione, il segno di ciò che avviene; dà la vita, si spoglia, si svuota per ricevere dal Padre questa vita.

Per questo non all’inizio della cena, non nell’atrio della casa, appena entrato, ma durante la cena Gesù compie un’innovazione del rituale. Era consuetudine che all’inizio della cena, nel momento dell’accoglienza, l’ospite fosse ricevuto con l’offerta dell’acqua per la lavanda dei piedi polverosi e sporchi: l’ospite accettava l’offerta, e degli schiavi non ebrei compivano questo servizio. In ogni caso, mai – dice il midrash – un ebreo chiedeva la lavanda dei piedi a un altro ebreo, seppure schiavo, perché questo gesto di umiliazione estrema poteva essere chiesto solo a schiavi non ebrei.

Ma ormai la cena volge alla fine, ed è in essa, come per darle un’evidenza forte e imponente, che Gesù fa quel rito. Ma lo fa al contrario, in un rito di inversione, nella piena consapevolezza di ciò che egli doveva fare come ultimo gesto per i suoi discepoli: Gesù doveva mostrare loro fino dove è possibile amare, “fino all’estremo”, fino al dono della vita. Secondo i vangeli sinottici Gesù ha mostrato questo amore dando pane e vino come suo corpo e suo sangue ai discepoli (cf. Mc 14,22-25 e par.); secondo Giovanni, che pure conosce l’istituzione eucaristica, è meglio tralasciare l’eucaristia e raccontare la lavanda. I due segni dicono la stessa cosa, raccontano la stessa verità e, infatti, sono seguiti da due comandi, gli unici due dati da Gesù riguardo a un’azione significativa:

“Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1Cor 11,24);
“Dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

Due gesti relativi al corpo:
corpo di Gesù dato;
corpo del discepolo servito da Gesù.

In entrambe le azioni di Gesù vi è un corpo che si dona ai discepoli. Così avviene un rito di inversione:
il maestro diventa il discepolo,
il Signore diventa lo schiavo,
colui che presiede diventa colui che serve.

E per fare questo, significativamente Gesù si spoglia delle sue vesti (tà himátia), non solo del mantello. Lo spoglieranno delle sue vesti sulla croce (cf. Gv 19,23-24), ma qui è lui a spogliarsi delle sue vesti. Ecco l’azione, il preambolo necessario al gesto dello schiavo, al servizio: lo spogliarsi. Deporre le vesti, spogliarsi è dare se stesso nella propria nudità all’altro, e questo avverrà al Golgota, ma ora è chiaramente un gesto di spogliazione, di impoverimento di se stesso, un disarmarsi. È un’azione straordinaria, che non obbedisce ai due poli tanto attrattivi per noi uomini: la paura e l’arroganza. Noi oscilliamo sempre tra queste due tentazioni: la paura, che è sempre e radicalmente paura degli altri, e l’arroganza, che è la violenza più quotidiana verso gli altri. Normalmente sono queste le nostre armature, e le indossiamo bene perché non pensiamo che siano offensive, ma solo difensive. Così manchiamo di stile, dello stile di Gesù, che è umiltà e mitezza: “Venite a me, … imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,28-29).

Gesù, denudato come uno schiavo, inginocchiato ai piedi dei suoi, sa bene che quel gesto gli era stato fatto da due donne: una peccatrice, prostituta secondo Luca (cf. Lc 7,36-50), e una donna discepola, Maria di Betania (cf. Gv 12,1-8). Gli avevano lavato e profumato i piedi, in un eccesso d’amore, durante una cena. Gesù sembra aver imparato da loro la lezione, e allora rifà il gesto, chiedendo però che questo gesto “uno lo faccia all’altro”, “una lo faccia all’altra” (cf. Gv 13,14), chiedendo che sia un gesto di reciprocità. Quella sera lo fece lui solo per darne – dice il vangelo – “un hypódeigma, un esempio, perché come (kathós) ha fatto lui, così facciamo anche noi, reciprocamente” (cf. Gv 13,15). Quella sera Gesù non ha fatto come ultima azione un miracolo, ma un’azione che ciascuno può fare: bastano un catino, un po’ d’acqua, un asciugamano. Possiamo fare questa azione sempre e dovunque: deporre la vita, disarmarsi, non incutere paura né avere paura, non essere arroganti e avere verso l’altro l’atteggiamento di chi gli lava i piedi… L’amore cristiano si riduce a questo: non è fatto di grandi sentimenti, non si nutre di eros o di passione, ma è un lavoro su di sé prima di essere un lavoro verso l’altro. Io lavo i piedi a te, se, pur vedendo il tuo peccato, so non vederlo e non tenerne conto; io lavo i piedi a te, se non mi lascio tentare dall’arroganza, che non è sempre orgoglio, ma è un guardare a me, magari al mio io minimo, ma pensandolo superiore a quello degli altri.

Cari fratelli e sorelle, fin dal IV secolo la chiesa ha voluto che chi presiede – papa, vescovo, abate – lavi i piedi ai suoi fratelli. Papa Francesco ha innovato, andandoli a lavare ai più poveri e disgraziati, nelle carceri e negli ospedali. Occorrerà forse che anche noi abbiamo l’audacia di cambiare questo rito e di riportarlo al comando di Gesù, quello di lavarci i piedi gli uni gli altri? La comunità dovrà pensarci e maturare fino a decidere… Ma comunque si svolga questo rito, secondo il comando di Gesù la lavanda deve avvenire reciprocamente; così come dovrebbe avvenire nella vita quotidiana, dove non è solo chi presiede a lavare i piedi ai fratelli, ma dove questi dovrebbero lavarsi i piedi gli uni gli altri. Lavare i piedi è un’azione scandalosa: ha scandalizzato Simone il fariseo (cf. Lc 7,39), ha scandalizzato Giuda (cf. Gv 12,4-6), scandalizza Pietro nel nostro brano (cf. Gv 13,6.8). Ma Gesù ha detto a Pietro che, se non si fosse fatto lavare i piedi, lui, Gesù, non sarebbe stato la sua porzione (cf. Gv 13,8; cf. Sal 16,5; 73,26; 142,6), perché occorre lavare i piedi, ma occorre anche lasciarseli lavare, e questo a volte è più difficile del compiere questa azione in prima persona.

Concludo con un pensiero che va a situazioni reali: pensiamoci… Nelle case ci sono uomini e donne che stanno lavando i piedi, o le parti intime del corpo, a malati e a malate che non riescono più a farlo da sé; ci sono genitori che lavano i loro figli handicappati; ci sono uomini e donne che negli ospedali sono piegati a servire i corpi malati, disabili, di sofferenti e abbandonati… Sono situazioni che quasi sicuramente implicheranno anche noi, i nostri corpi: sarà l’accettazione del servizio da fare o da ricevere, un servizio da schiavi. Anche questo servizio, fatto con amore e consapevolezza, sarà esecuzione del comando: “Fate questo in memoria di me. Come io ho fatto a voi, voi fatelo gli uni agli altri”.

C’è un’unica cosa ancora da dire. In quella lavanda c’erano i Dodici e tra loro uno dei Dodici, Giuda, uno dei Dodici, Pietro: Gesù ha lavato i piedi di Giuda, di Pietro e degli altri, tanto inconsapevoli e intontiti… Anche in questo clima, in questo ambiente, noi dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. “Amen, amen, dico a voi: il servo non è più grande del suo Signore, né l’inviato è più grande di chi lo ha inviato. Sapendo queste cose, sarete beati se le realizzerete” (Gv 13,16-17). Queste le ultime parole di Gesù.


I piedi non mentono
Roberto Seregni

Cari amici,
stasera il Signore ci invita a sederci a tavola con lui. Sicuramente siamo preoccupati, stanchi, annoiati… Una sensazione di incertezza attraversa i nostri cuori. Quando finirà tutto questo? Quando potremo tornare al lavoro, all’università, a scuola? Quando potremo incontrarci di nuovo con i nostri genitori, i figli, gli amici, i colleghi?
Il Signore sa bene cosa proviamo perché lui stesso ha attraversato tutto questo, lui stesso ha sperimentato questa paura e nei prossimi giorni lo accompagneremo nel suo cammino verso la croce. Peró, questa sera il Signore ci invita a sederci con lui e con gli apostoli al tavolo dell’ultima cena.
Tutta la città si stava preparando per la celebrazione della Pasqua, memoria della liberazione dalla schiavitù in Egitto. I discepoli non sospettavano nulla, non potevano immaginare che avrebbero condiviso per l’ultima volta la cena con il maestro. Ma Gesù sapeva esattamente cosa sarebbe successo e, durante la cena, si alza dal tavolo, si toglie i vestiti, si mette un grembiule, prende un catino con dell’acqua, si inginocchia e inizia a lavare i piedi dei suoi discepoli.
Gesù non prende tra le mani la testa dei dodici con tutti i loro sogni, gli ideali e i desideri. Gesù prende tra le sue mani i piedi, cioè il contatto con la terra, le fragilità, le vulnerabilità, la povertà.
Gesù lava i piedi perché i piedi non possono mentire. I piedi rivelano chi sei, da dove vieni, dove vai e con chi cammini. I piedi sono la mappa del mondo dell’anima.
Gesù ti invita a sederti al tavolo dell’ultima cena perché vuole prendere i tuoi piedi nelle sue mani benedette. Non importa quante volte sei caduto, non importa quante volte hai imboccato strade sbagliate, ciò che conta è che stasera sei qui perché il Signore vuole plasmare sui tuoi piedi i cammini della carità, della solidarietà e della tenerezza. Le sue mani vogliono tatuare sui tuoi piedi le rotte dell’amore perché tu possa camminare verso tutti quei fratelli che hanno bisogno di una parola, uno sguardo o una carezza.


Omelia di Benedetto XVI

San Giovanni inizia il suo racconto sul come Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli con un linguaggio particolarmente solenne, quasi liturgico. “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (13, 1). È arrivata l’“ora” di Gesù, verso la quale il suo operare era diretto fin dall’inizio. Ciò che costituisce il contenuto di questa ora, Giovanni lo descrive con due parole: passaggio (metabainein, metabasis) ed agape – amore. Le due parole si spiegano a vicenda; ambedue descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione, come “passaggio” alla gloria di Dio, come un “passare” dal mondo al Padre. Non è come se Gesù, dopo una breve visita nel mondo, ora semplicemente ripartisse e tornasse al Padre. Il passaggio è una trasformazione. Egli porta con sé la sua carne, il suo essere uomo. Sulla Croce, nel donare se stesso, Egli viene come fuso e trasformato in un nuovo modo d’essere, nel quale ora è sempre col Padre e contemporaneamente con gli uomini. Trasforma la Croce, l’atto dell’uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine. Con questa espressione “sino alla fine” Giovanni rimanda in anticipo all’ultima parola di Gesù sulla Croce: tutto è portato a termine, “è compiuto” (19, 30). Mediante il suo amore la Croce diventa metabasis, trasformazione dell’essere uomo nell’essere partecipe della gloria di Dio. In questa trasformazione Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa “passaggio”, trasformazione. Così riceviamo la redenzione – l’essere partecipi dell’amore eterno, una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza.

Questo processo essenziale dell’ora di Gesù viene rappresentato nella lavanda dei piedi in una specie di profetico atto simbolico. In essa Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio ciò che il grande inno cristologico della Lettera ai Filippesi descrive come il contenuto del mistero di Cristo. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge col “panno” dell’umanità e si fa schiavo. Lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Al posto delle purificazioni cultuali ed esterne, che purificano l’uomo ritualmente, lasciandolo tuttavia così com’è, subentra il bagno nuovo: Egli ci rende puri mediante la sua parola e il suo amore, mediante il dono di se stesso. “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”, dirà ai discepoli nel discorso sulla vite (Gv 15, 3). Sempre di nuovo ci lava con la sua parola. Sì, se accogliamo le parole di Gesù in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata; una molteplice semifalsità o falsità aperta s’infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l’incapacità per la verità e per il bene. Se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell’anima, dell’uomo interiore. È, questo, ciò a cui ci invita il Vangelo della lavanda dei piedi: lasciarci sempre di nuovo lavare da quest’acqua pura, lasciarci rendere capaci della comunione conviviale con Dio e con i fratelli. Ma dal fianco di Gesù, dopo il colpo di lancia del soldato, uscì non solo acqua, bensì anche sangue (Gv 19, 34; cfr1 Gv 5, 6. 8). Gesù non ha solo parlato, non ci ha lasciato solo parole. Egli dona se stesso. Ci lava con la potenza sacra del suo sangue, cioè con il suo donarsi “sino alla fine”, sino alla Croce. La sua parola è più di un semplice parlare; è carne e sangue “per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Nei santi Sacramenti, il Signore sempre di nuovo s’inginocchia davanti ai nostri piedi e ci purifica. PreghiamoLo, affinché dal bagno sacro del suo amore veniamo sempre più profondamente penetrati e così veramente purificati!

Se ascoltiamo il Vangelo con attenzione, possiamo scorgere nell’avvenimento della lavanda dei piedi due aspetti diversi. La lavanda che Gesù dona ai suoi discepoli è anzitutto semplicemente azione sua – il dono della purezza, della “capacità per Dio” offerto a loro. Ma il dono diventa poi un modello, il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri. I Padri hanno qualificato questa duplicità di aspetti della lavanda dei piedi con le parole sacramentum ed exemplum. Sacramentum significa in questo contesto non uno dei sette sacramenti, ma il mistero di Cristo nel suo insieme, dall’incarnazione fino alla croce e alla risurrezione: questo insieme diventa la forza risanatrice e santificatrice, la forza trasformatrice per gli uomini, diventa la nostra metabasis, la nostra trasformazione in una nuova forma di essere, nell’apertura per Dio e nella comunione con Lui. Ma questo nuovo essere che Egli, senza  nostro merito, semplicemente ci dà deve poi trasformarsi in noi nella dinamica di una nuova vita. L’insieme di dono ed esempio, che troviamo nella pericope della lavanda dei piedi, è caratteristico per la natura del cristianesimo in genere. Il cristianesimo, in rapporto col moralismo, è di più e una cosa diversa. All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi – non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l’atto centrale dell’essere cristiani è l’Eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà.

Con ciò, tuttavia, non restiamo destinatari passivi della bontà divina. Dio ci gratifica come partner personali e vivi. L’amore donato è la dinamica dell’“amare insieme”, vuol essere in noi vita nuova a partire da Dio. Così comprendiamo la parola che, al termine del racconto della lavanda dei piedi, Gesù dice ai suoi discepoli e a tutti noi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Il “comandamento nuovo” non consiste in una norma nuova e difficile, che fino ad allora non esisteva. Il comandamento nuovo consiste nell’amare insieme con Colui che ci ha amati per primo. Così dobbiamo comprendere anche il Discorso della montagna. Esso non significa che Gesù abbia allora dato precetti nuovi, che rappresentavano esigenze di un umanesimo più sublime di quello precedente. Il Discorso della montagna è un cammino di allenamento nell’immedesimarsi con i sentimenti di Cristo (cfr Fil 2, 5), un cammino di purificazione interiore che ci conduce a un vivere insieme con Lui. La cosa nuova è il dono che ci introduce nella mentalità di Cristo. Se consideriamo ciò, percepiamo quanto lontani siamo spesso con la nostra vita da questa novità del Nuovo Testamento; quanto poco diamo all’umanità l’esempio dell’amare in comunione col suo amore. Così le restiamo debitori della prova di credibilità della verità cristiana, che si dimostra nell’amore. Proprio per questo vogliamo tanto maggiormente pregare il Signore di renderci, mediante la sua purificazione, maturi per il nuovo comandamento.

Nel Vangelo della lavanda dei piedi il colloquio di Gesù con Pietro presenta ancora un altro particolare della prassi di vita cristiana, a cui vogliamo alla fine rivolgere la nostra attenzione. In un primo momento, Pietro non aveva voluto lasciarsi lavare i piedi dal Signore: questo capovolgimento dell’ordine, che cioè il maestro – Gesù – lavasse i piedi, che il padrone assumesse il servizio dello schiavo, contrastava totalmente con il suo timor riverenziale verso Gesù, con il suo concetto del rapporto tra maestro e discepolo. “Non mi laverai mai i piedi”, dice a Gesù con la sua consueta passionalità (Gv 13, 8). È la stessa mentalità che, dopo la professione di fede in Gesù, Figlio di Dio, a Cesarea di Filippo, lo aveva spinto ad opporsi a Lui, quando aveva predetto la riprovazione e la croce: “Questo non ti accadrà mai!”, aveva dichiarato Pietro categoricamente (Mt 16, 22). Il suo concetto di Messia comportava un’immagine di maestà, di grandezza divina. Doveva apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza; che essa consiste proprio nel discendere, nell’umiltà del servizio, nella radicalità dell’amore fino alla totale auto-spoliazione. E anche noi dobbiamo apprenderlo sempre di nuovo, perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione; perché non siamo in grado di accorgerci che il Pastore viene come Agnello che si dona e così ci conduce al pascolo giusto.

Quando il Signore dice a Pietro che senza la lavanda dei piedi egli non avrebbe potuto aver alcuna parte con Lui, Pietro subito chiede con impeto che gli siano lavati anche il capo e le mani. A ciò segue la parola misteriosa di Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi” (Gv 13, 10). Gesù allude a un bagno che i discepoli, secondo le prescrizioni rituali, avevano già fatto; per la partecipazione al convito occorreva ora soltanto la lavanda dei piedi. Ma naturalmente si nasconde in ciò un significato più profondo. A che cosa si allude? Non lo sappiamo con certezza. In ogni caso teniamo presente che la lavanda dei piedi, secondo il senso dell’intero capitolo, non indica un singolo specifico Sacramento, ma il sacramentum Christi nel suo insieme – il suo servizio di salvezza, la sua discesa fino alla croce,  il suo amore sino alla fine, che ci purifica e ci rende capaci di Dio. Qui, con la distinzione tra bagno e lavanda dei piedi, tuttavia, si rende inoltre percepibile un’allusione alla vita nella comunità dei discepoli, alla vita nella comunità della Chiesa – un’allusione che Giovanni forse vuole consapevolmente trasmettere alle comunità del suo tempo. Allora sembra chiaro che il bagno che ci purifica definitivamente e non deve essere ripetuto è il Battesimo – l’essere immersi nella morte e risurrezione di Cristo, un fatto che cambia la nostra vita profondamente, dandoci come una nuova identità che rimane, se non la gettiamo via come fece Giuda. Ma anche nella permanenza di questa nuova identità, per la comunione conviviale con Gesù abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”. Di che cosa si tratta? Mi sembra che la Prima Lettera di san Giovanni ci dia la chiave per comprenderlo. Lì si legge: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1, 8s). Abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”, della lavanda dei peccati di ogni giorno, e per questo abbiamo bisogno della confessione dei peccati. Come ciò si sia svolto precisamente nelle comunità giovannee, non lo sappiamo. Ma la direzione indicata dalla parola di Gesù a Pietro è ovvia: per essere capaci a partecipare alla comunità conviviale con Gesù Cristo dobbiamo essere sinceri. Dobbiamo riconoscere che anche nella nostra nuova identità di battezzati pecchiamo. Abbiamo bisogno della confessione come essa ha preso forma nel Sacramento della riconciliazione. In esso il Signore lava a noi sempre di nuovo i piedi sporchi e noi possiamo sederci a tavola con Lui.

Ma così assume un nuovo significato anche la parola, con cui il Signore allarga il sacramentum facendone l’exemplum, un dono, un servizio per il fratello: “Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv13, 14). Dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri nel quotidiano servizio vicendevole dell’amore. Ma dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri. Il debito che il Signore ci ha condonato è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti che altri possono avere nei nostri confronti (cfr Mt 18, 21-35). A questo ci esorta il Giovedì Santo: non lasciare che il rancore verso l’altro diventi nel profondo un avvelenamento dell’anima. Ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio.

Il Giovedì Santo è un giorno di gratitudine e di gioia per il grande dono dell’amore sino alla fine, che il Signore ci ha fatto. Vogliamo pregare il Signore in questa ora, affinché gratitudine e gioia diventino in noi la forza di amare insieme con il suo amore. Amen.

20 marzo 2008


Tra i tanti nomi con cui è stato chiamata l’Eucaristia, quello che meglio esprime il senso e la ricchezza del sacramento è lo spezzar del pane.

I discepoli di Emmaus riconoscono il Signore “nello spezzare il pane” (Lc 24,35), la comunità di Gerusalemme partecipa assiduamente alla catechesi degli apostoli e “allo spezzare del pane”, a Troade ci si riuniva “il primo giorno della settimana a spezzare il pane” (At 20,7).

Come mai i primi cristiani erano così affezionati a questa espressione? Quali ricordi, quali emozioni risvegliava in loro?

Il pasto dei pii israeliti iniziava sempre con una benedizione sul pane. Il capofamiglia lo prendeva tra le mani, lo spezzava e lo offriva ai commensali.

Non poteva essere mangiato prima di essere spezzato e condiviso con tutti i presenti.

Fin da bambino Gesù ha osservato Giuseppe compiere devotamente, ogni giorno, questo rito sacro ed egli stesso, divenuto adulto, lo ha ripetuto più volte: a Nazaret, quando suo padre è venuto a mancare e, durante la vita pubblica, ovunque fosse invitato a mensa.

Una sera, a Gerusalemme, lo ha rivestito di un significato nuovo.

Durante l’ultima cena prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: Questo sono io. Prendete, mangiate!.

Parole arcane, enigmatiche che i discepoli compresero solo dopo la Pasqua.

Al termine della sua “giornata”, il Maestro aveva riassunto in quel gesto tutta la sua storia, tutta la sua vita donata.

Non aveva offerto qualcosa, ma se stesso. Aveva consegnato la sua persona in alimento. Ogni briciola della sua esistenza era stata donata per saziare la fame dell’uomo: fame di Dio e della sua parola, fame di senso della vita, di felicità, di amore.

Commosso davanti alle “pecore senza pastore” si era seduto a insegnare molte cose: aveva spezzato il pane della Parola (Mc 6,33-34). A chi aveva fame di perdono aveva offerto i segni della tenerezza di Dio.

A Gerico nessuno immaginava che Zaccheo avesse fame. Nessuno si era dimostrato sensibile alla sua richiesta di comprensione e di accoglienza; nessuno tranne Gesù che vide, nascosto tra le foglie di un sicomòro, colui che si vergognava di essere visto. Entrò nella sua casa e lo saziò di amore e di gioia.

Sulla mensa eucaristica, durante ogni celebrazione, Gesù ripresenta – nel segno del pane – tutta la sua vita e chiede di essere mangiato.

Nel mondo gli uomini “si mangiano”. Lottano per sopraffarsi e asservire, “si divorano” per accaparrarsi i beni e dominare. Ha successo chi, in questa competizione per il cibo, si dimostra il più forte.

Gesù ha rivoluzionato questo modo preumano di relazionarsi.

Invece di “mangiare” gli altri, di lottare per la conquista dei regni di questo mondo – come gli aveva suggerito il maligno – si è fatto mangiare.

È da questo dono di se stesso come alimento che ha avuto inizio l’umanità nuova.

Il gesto di porre su una mensa, di fronte a una persona affamata, una pagnotta e una coppa di vino è un chiaro invito non a guardare o a contemplare, ma a sedersi, prendere, mangiare e bere.

Sull’altare, il pane eucaristico è una proposta di vita: mangiarlo significa unirsi a Gesù, accettare di divenire con lui pane e offrirsi in alimento a chiunque abbia fame.

“Noi non possiamo stare senza la cena del Signore”. “Sì, sono andata all’assemblea e ho celebrato la cena del Signore con i miei fratelli, perché sono cristiana”.

Pronunciate dai martiri di Abitine, nell’Africa proconsolare, queste parole rivelano la passione con cui, fin dai primi secoli, i cristiani hanno partecipato allo spezzar del pane domenicale. Era per loro un’esigenza irrinunciabile. Avevano compreso che quello era il segno distintivo dei discepoli del Signore Gesù.

Per interiorizzare il messaggio, oggi ripeteremo:
Non possiamo stare senza la cena del Signore.

Prima lettura (Es 12,1-8.11-14)

1 Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d’Egitto:
2 “Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno.
3 Parlate a tutta la comunità di Israele e dite:
Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. 4 Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. 5 Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre 6 e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. 7 Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. 8 In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare.
11 Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la pasqua del Signore! 12 In quella notte io passerò per il paese d’Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d’Egitto, uomo o bestia; così farò giustizia di tutti gli dei dell’Egitto. Io sono il Signore! 13 Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d’Egitto.
14 Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne”.

Ogni popolo ricorda i momenti gloriosi della propria storia e tende a fissarli in riti che hanno lo scopo di evocare e, in certo qual modo, di far rivivere gli eventi del passato. Esempi di questi riti sono la parata militare, le salve di cannone, i discorsi commemorativi, l’inaugurazione di monumenti.

A Israele il Signore ha raccomandato di non scordare i prodigi con cui è stato liberato dall’Egitto: “Bada bene, guardati dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto ed esse non ti escano dal cuore finché duri la tua vita. Anzi, falle sapere ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli” (Dt 4,9).

Israele è un popolo che ricorda e quando proclama la propria fede non si addentra in ragionamenti, ma racconta: “Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto e vi stette come forestiero. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore… Egli ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e braccio teso” (Dt 26,5-8).

“Per non dimenticare”, ogni anno, il quattordicesimo giorno del primo mese, celebra – con una cena – la liberazione dall’Egitto, la sua nascita come popolo.

Nel nostro brano sono puntualizzati i momenti di questo pasto: la scelta dell’agnello, la sua immolazione, lo spargimento del sangue sui due stipiti e sull’architrave delle case e il modo come deve essere cucinato e mangiato (vv. 1-8). È spiegata la funzione del sangue dell’agnello – segno che ha scampato gli israeliti dalla morte (vv. 11-13) – e infine viene data la disposizione: “Questo giorno sarà per voi un memoriale: lo celebrerete come festa del Signore di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne” (v. 14).

Durante la cena pasquale, ai commensali adagiati a mensa, il capofamiglia chiarisce il senso di ciò che stanno compiendo, perché – viene ricordato nell’Haggadah – “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se egli stesso in persona fosse uscito dall’Egitto, perché il Signore non ha liberato soltanto i nostri padri, ma insieme a loro anche noi”.

Gli israeliti non festeggiano un evento del passato, ma celebrano la loro personale liberazione. Nella Pasqua prendono coscienza della loro vocazione come popolo: hanno fatto l’esperienza della schiavitù, sono vissuti in terra straniera e Dio li ha scelti per annunciare al mondo che egli è liberatore, che non tollera alcuna forma di schiavitù e che ama e protegge il forestiero e chiunque sia sottoposto a vessazioni (Es 22,20).

Israele non ha tratto tutte le conseguenze dall’esperienza che ha fatto. Non è arrivato a “sciogliere tutte le catene inique, a spezzare i legami del giogo e a rimandare liberi gli oppressi” – come raccomandava il profeta (Is 58,6). Non ha ripudiato ogni forma di asservimento; ha solo mitigato la schiavitù praticata dagli altri popoli (Dt 15,12-18). Ha continuato a ritenere che la terra promessagli da Dio fosse quella che era riuscito a sottrarre ai cananei che l’abitavano.

Non ha compreso che la vera terra della libertà è un’altra: è quella in cui Cristo introduce tutti coloro che credono in lui e si fidano della sua parola.

Di questa liberazione e del banchetto eucaristico con cui i cristiani continuano a celebrarla, la Pasqua d’Israele era solo una pallida immagine (1 Cor 10,6.11).

Seconda lettura (1 Cor 11,23-26)

23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”.
25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”.
26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

Un certo linguaggio devozionale e intimistico, sviluppatosi lungo i secoli, ha contribuito ad offuscare e, a volte, addirittura a compromettere il senso autentico dell’Eucaristia.

Lo spezzar del pane non ha lo scopo di catturare Gesù per tenerlo più vicino, per poterlo adorare, ma perché sia alimento e bevanda.

Il cristiano che si ciba del pane eucaristico assume, davanti a Dio e alla comunità, un impegno solenne: si unisce a Cristo per formare con lui un solo corpo, come la sposa e lo sposo che “divengono una carne sola; sicché non sono più due, ma una sola carne” (Mc 10,7-8).

Sulla celebrazione eucaristica incombe però un grave pericolo: che venga sganciata dalla vita e si riduca a rito, a pia pratica cui si partecipa per dovere, ma di cui si può anche fare a meno.

Accade, purtroppo, che la vita sia una smentita del gesto compiuto con lo spezzar del pane. È per questo che ogni cristiano si sente interpellato dal severo ammonimento che Paolo rivolge alla comunità di Corinto e che precede il brano che ci viene proposto oggi nella lettura: “Non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore” (1 Cor 11,17.20).

Cosa accadeva a Corinto?

C’erano dissolutezze sessuali, discordie e fazioni; ma ciò che più inquietava Paolo era un comportamento particolarmente scandaloso dei corinzi: quando si riunivano per la santa Cena, alcuni mangiavano e bevevano oltre misura mentre altri rimanevano senza cibo.

A Corinto – come in tutte le comunità primitive – l’Eucaristia non era celebrata in chiese, ma in case private che i cristiani benestanti mettevano a disposizione dei loro fratelli di fede.

La comunità di Corinto era composta nella quasi totalità da gente povera, braccianti, scaricatori di porto, schiavi. I ricchi, le persone influenti, i nobili erano pochi (1 Cor 1,26), ma si facevano notare per la loro alterigia e supponenza. Non si erano ancora resi conto che l’arroganza e l’ambizione sono incompatibili con l’Eucaristia.

Nelle giorno stabilito per lo spezzar del pane, questi amavano ritrovarsi, fin dalle prime ore del pomeriggio, in uno dei triclini delle loro ville; poi, adagiati su comodi divani, si abbandonavano a gozzoviglie mentre i loro fratelli erano al lavoro. Quando, sfiniti dalla fatica, questi si presentavano per la celebrazione, erano accolti con distacco e, a volte, addirittura erano scherniti.

Per mostrare quanto sia assurda e incompatibile con la fede in Cristo una simile condotta, Paolo richiama ai corinzi il significato dello spezzar del pane.

L’Eucaristia non è un alimento da consumarsi in solitudine: è pane spezzato e condiviso con i fratelli. Coloro che ne mangiano si identificano con Cristo; dichiarano di essere decisi a far proprio il suo gesto di amore e si impegnano a donare la vita ai fratelli, come egli ha fatto e questa scelta non la fanno come singoli, ma uniti in un unico corpo con la comunità.

È dunque inammissibile che, mentre si compie il gesto che indica comunione e totale disponibilità a donare se stessi, ci si comporti in modo altezzoso, insolente e si provochi divisione.

Una comunità che si riunisce per lo spezzar del pane con queste indegne disposizioni interiori “mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,28-29); la sua celebrazione è una menzogna, un monumento all’ipocrisia.

Dopo il gesto sul pane – spiega ancora Paolo ai corinzi – Gesù prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (v. 25).

Nella cultura semitica, bere allo stesso calice significava dichiararsi disponibili a condividere lo stesso destino, fino alla morte.

L’invito di Gesù a bere al suo calice è la richiesta più impegnativa che egli fa al discepolo: gli chiede di fare, insieme con lui, la scelta risoluta del dono totale di sé.

Il rischio di perdere la vita spaventa, ma Gesù assicura: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25).

Vangelo (Gv 13,1-15)

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.
6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”.
7 Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”.
8 Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”.
Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.
9 Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.
10 Soggiunse Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti”.
11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete mondi”.
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”.

Videocommento

Si rimane sorpresi, leggendo il vangelo secondo Giovanni, dal fatto che in esso non è raccontata l’istituzione dell’Eucaristia che invece è riferita da tutti gli altri evangelisti.

Questa lacuna stupisce ancor più se si tiene presente che, al tema del “Pane della vita”, Giovanni ha dedicato un intero capitolo (Gv 6) e che il racconto dell’ultima cena occupa un quarto del suo vangelo (Gv 13-17). Come mai in questi cinque capitoli non ha neppure accennato al fatto più importante?

Non è stata una dimenticanza. L’omissione è voluta e, se si considera l’episodio con cui è stata sostituita, si comprende anche l’obbiettivo che Giovanni intendeva raggiungere.

Al posto dell’istituzione dell’Eucaristia, egli ha inserito la lavanda dei piedi, un fatto che gli altri evangelisti ignorano, ma che per lui ha somma importanza.

Con questa sostituzione voleva far comprendere ai cristiani delle sue comunità che Eucaristia e lavanda dei piedi sono, in certo qual modo, intercambiabili, si intrecciano, sono collegate, non possono essere capite se non l’una in rapporto con l’altra.

La lavanda dei piedi chiarisce il significato dello spezzar del pane, mette in evidenza che cosa comporta per il discepolo entrare in comunione con il corpo e il sangue di Cristo nell’Eucaristia.

L’introduzione del racconto è solenne.

Inizia con l’indicazione di tempo: stava approssimandosi la Pasqua, la festa che celebra il passaggio dalla schiavitù alla libertà.

Gesù sta per realizzare la sua Pasqua. È giunto il momento del suo esodo, del passaggio da questo mondo al Padre: deve immergersi nelle acque profonde e buie della passione e della morte per tracciare il cammino che introdurrà tutti gli uomini nella terra della libertà.

Dopo il richiamo alla Pasqua, viene ricordata l’ora, quell’ora misteriosa cui Giovanni ha già fatto riferimento più volte nel suo vangelo.

Il primo rintocco è risuonato a Cana quando Gesù ha detto alla madre: “Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,4). In seguito, a Gerusalemme, si sono uditi altri rintocchi: nessuno è riuscito a mettere le mani su Gesù “perché non era ancora giunta la sua ora” (Gv 7,30; Gv 8,20). Pochi giorni prima della sua passione Gesù annuncia che l’ora sta per scoccare: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo… L’anima mia è turbata. E che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!” (Gv 12,23.27).

È il momento da lui tanto atteso, quello in cui, dopo aver amato immensamente i suoi, gli è offerta l’opportunità di dare la prova massima del suo amore con il dono della vita.

Dopo un accenno alla cena e a Giuda – il discepolo che, mosso dal maligno, stava per consegnare il Maestro ai sommi sacerdoti – il racconto riprende con un tono molto solenne: “Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava”.

Perché questo lungo giro di parole? Sembra eccessivo il richiamo all’autorità di Gesù, alla sua origine divina, al suo destino finale per introdurre una – apparentemente banale – lavanda dei piedi.

Il testo risulta ridondante solo se non ci si rende conto del significato rivoluzionario del gesto compiuto da Gesù. Per Giovanni il fatto è di una importanza eccezionale: colui che sta per abbassarsi al livello dello schiavo è nientemeno che il Signore, l’Unigenito vedendo il quale si vede il Padre (Gv 14,9).

Prima e durante i pasti rituali, i pii Israeliti erano soliti compiere abluzioni con l’acqua. Al capotavola le mani venivano lavate da un servo o dal più giovane dei convitati.

Durante l’ultima cena accade qualcosa di inaudito. Nella mente dell’evangelista il fatto è rimasto scolpito in modo così nitido e indelebile da essere ricordato fin nei minimi dettagli.

Sotto gli sguardi attoniti dei discepoli, Gesù si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugatoio, se lo cinge attorno alla vita; poi versa dell’acqua nel catino e comincia a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si è cinto.

Tutto si svolge in silenzio.

Tacciono i discepoli: la scena cui stanno assistendo è tanto sorprendente da lasciarli allibiti. Non credono ai loro occhi: Gesù si è tolto le vesti – come fanno gli schiavi – e non lava le mani, ma i piedi; si sottopone a un gesto tanto umiliante che un giudeo, ridotto in schiavitù, doveva rifiutarsi di eseguire per non disonorare il suo popolo.

Gesù lo compie: lui, Dio.

Lo stupore dei discepoli è comprensibile: sono vissuti per tre anni accanto a Gesù, lo hanno riconosciuto come il Cristo e attendono impazienti che egli porti a compimento le Scritture. Hanno appreso che il Messia “dominerà da mare a mare… lambiranno la polvere i suoi nemici… Davanti a lui tutti i re si prostreranno e lo serviranno tutte le nazioni” (Sl 72,8-11).

Ora, nel cenacolo queste loro speranze di gloria si dissolvono, impietosamente demolite dalla scena che lentamente sta svolgendosi sotto il loro occhi.

Durante l’ultima cena, il Dio “venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) ha scoperto le carte e ha mostrato la sua vera identità. Nel gesto della lavanda dei piedi i discepoli hanno potuto leggere, indicata a chiare lettere, la sua professione: non padrone, ma “schiavo”.

Impossibile immaginare una rivelazione di Dio più sorprendente. Eppure questo Dio‑servo è l’unico vero, tutti gli altri sono idoli creati dalla mente dell’uomo.

Ora cominciamo a intuire la ragione dell’importanza che Giovanni ha attribuito a questo episodio.

Lavando i piedi dei discepoli, Gesù ha distrutto per sempre l’immagine che gli uomini si erano fatta di Dio: il Dio grande sovrano seduto in trono; il Dio che pretende adorazioni, ossequi, atti di sottomissione da parte dei sudditi; il Dio che esige obbedienza e rispetto altrimenti si indigna e reagisce con rappresaglie e punizioni; il Dio dominatore che annienta coloro che osano schierarsi contro di lui.

Gesù rende presente un Dio dal volto completamente diverso: è il Dio che si pone in ginocchio davanti all’uomo, sua creatura. Lo colloca su un piedestallo mentre lui – l’Onnipotente – gli si prostra davanti per servirlo. Questo è l’unico Dio in cui siamo invitati a credere. Prendere o lasciare!

Di fronte a questa scena – che provoca vertigini – si rivelano grottesche, patetiche le nostre competizioni per ottenere baciamani, inchini, titoli onorifici, riconoscimenti. Appaiono meschini i nostri conflitti per raggiungere posizioni sempre più elevate.

Pietro comprende che il Maestro sta introducendo nel mondo un principio che scombina tutti gli schemi dettati dal buon senso, stravolge tutti i criteri di giudizio accolti come logici dagli uomini.

Per gentile concessione di
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