V Settimana di Quaresima
Meditazioni di Papa Francesco a Santa Marta
Lunedì della V settimana di Quaresima
Dan 13,42-62; Gv 8,1-11
Corruzione e misericordia
Nel crocevia profondamente umano tra «innocenza e peccato, corruzione e legge», Gesù chiede di guardare gli altri sempre con misericordia, senza ergersi a giudici del loro cuore (…)
«La parola di Dio che la Chiesa oggi offre alla nostra meditazione sembra essere su due donne sorprese in adulterio: un adulterio finto, fittizio; l’altro vero». Il riferimento è alla vicenda di Susanna, raccontata nel libro di Daniele (13,1-9.15-17.19-30.33-62), e a quella della donna sorpresa in adulterio, narrata da Giovanni nel suo vangelo (8, 1-11). Attraverso queste due donne, dunque, «il messaggio è profondo» in quanto, nelle due letture, «si danno appuntamento quattro persone, si incontrano quattro situazioni diverse». Ed è proprio «quello che la Chiesa vuole che noi oggi pensiamo, vediamo: si incontrano l’innocenza e il peccato, la corruzione e la legge». E infatti dalla liturgia viene fuori «un incontro fra queste quattro cose: innocenza, peccato, corruzione e legge».
Partiamo dall’«innocenza di questa donna, Susanna, accusata in falso da quei due giudici anziani: lei è costretta a scegliere: o fedeltà a Dio e alla legge o salvare la vita». Chissà, «forse Susanna era una donna che aveva altri peccati, perché tutti siamo peccatori». Infatti «l’unica donna che non ha peccato è la Madonna; tutti gli altri, tutti noi, ne abbiamo». Ma «Susanna era una donna con peccati lievi, non era un’adultera, era fedele al marito»; e questa è «l’innocenza» presentata dalla liturgia. Poi ecco «il peccato: l’altra donna — racconta Giovanni nel Vangelo — è stata sorpresa in peccato, davvero aveva peccato, era un’adultera, era stata infedele al marito». Quindi arriva «la corruzione»: quella «che era nei giudici di ambedue i casi, sia con la Susanna sia con l’altra donna adultera», perché «in ambedue i casi i giudici erano corrotti». E infine c’è «la legge, la pienezza della legge: Gesù».
Nella liturgia, dunque, «si incontrano» queste quattro realtà: «innocenza, peccato, corruzione e legge», ossia la «legge nella sua pienezza». Non è certo l’unico caso evangelico di «giudici diventati corrotti»: al capitolo 18 di Luca, infatti, «Gesù parla di un altro che non temeva Dio né si curava di nessuno». Del resto «sempre ci sono stati nel mondo giudici corrotti» e «anche oggi in tutte le parti del mondo ce ne sono». La questione è «perché viene la corruzione in una persona».
In realtà la corruzione è peggio del peccato, perché io posso peccare, «scivolo, sono infedele a Dio, ma poi cerco di non fare di più o cerco di sistemarmi con il Signore o almeno so che non sta bene». Invece «la corruzione è quando il peccato entra, entra, entra, entra nella tua coscienza e non ti lascia posto neppure per l’aria, tutto diventa peccato: questo è corruzione».
Da parte loro, i corrotti «credono che fanno bene le cose così, si credono con impunità». Oltretutto, «nel caso di Susanna», i due anziani «persino confessano la loro corruzione» e «dicono la verità: erano corrotti dai vizi della lussuria». Essi si rivolgono così a Susanna: «Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e concediti a noi. In caso contrario ti accuseremo; diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle». Insomma, le dicono: «o fai questo o faremo una falsa testimonianza».
«Non è il primo caso che nella Bibbia appaiono le false testimonianze». «Pensiamo a Nabot, quando la regina Gezabele combina tutta quella falsa testimonianza; pensiamo a Gesù, che è condannato a morte con falsa testimonianza; pensiamo a santo Stefano».
Ma «sono corrotti anche i dottori della legge che portano questa donna — scribi, alcuni farisei — e dicono a Gesù: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”». Se quella contro Susanna «era una falsa testimonianza, questo è vero». E se Susanna «era innocente, questa era peccatrice». E «anche questi sono giudici». Gli anziani, con Susanna, «avevano perso la testa lasciando che la lussuria si impadronisse di loro». Costoro, invece, «avevano perso la testa facendo crescere in loro un’interpretazione della legge tanto rigida che non lasciava spazio allo Spirito Santo: corruzione di legalità, di legalismo, contro la grazia».
«E poi c’è la quarta persona, Gesù: la pienezza della legge». E «lui si incontra come maestro della legge davanti a questi che sono maestri della legge: “Tu che ne dici?” gli domandano loro». Ai «falsi giudici che accusavano Susanna» Gesù risponde così «per bocca di Daniele: “Stirpe di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi”». E «all’altro gli dice: “O uomo invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste, opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi”».
«Questa è la corruzione di questi giudici». Invece «agli altri giudici Gesù dice poche cose: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”». Poi si rivolge così alla peccatrice: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”». E «questa è la pienezza della legge; non quella degli scribi e farisei che avevano corrotto la sua mente facendo tante leggi, tante leggi, senza lasciare spazio alla misericordia: Gesù è la pienezza della legge e Gesù giudica con misericordia».
Così il Signore «lascia libera una donna innocente per mezzo del profeta del popolo». E «ai giudici corrotti dice — abbiamo sentito parole non belle per bocca del profeta — “invecchiati nei vizi”». Poi «ai giudici corrotti per un atteggiamento malvagio davanti alla legge dice: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra”». Quindi «Gesù, il totalmente innocente, all’innocente può dire “mamma”, perché la sua madre è l’unica innocente».
Pensiamo a «questa strada, alla malvagità con la quale i nostri vizi giudicano la gente», perché «anche noi giudichiamo nel cuore gli altri». Ed è opportuno domandarsi se «siamo corrotti o ancora no». Allora è bene fermarsi e guardare «Gesù che sempre giudica con misericordia: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”».
Lunedì, 3 aprile 2017
L’Osservatore Romano
Oppure (anno C)
Giovanni 8,12-20
Non capisco ma mi fido
(…) Davanti alle tante «valli oscure» del nostro tempo l’unica risposta possibile è affidarsi a Dio che, ricorda la Scrittura, «non lascia mai solo il suo popolo».
Infatti «il Signore cerca di far capire al suo popolo che gli è vicino, che cammina con lui». E lo fa spiegando con queste parole: «Dimmi, hai visto un popolo che abbia i suoi dei così vicini come io sono con te? Senti, io ti ho accompagnato, io ho camminato dall’inizio accanto a te, ti ho insegnato a camminare, come un papà al suo bambino».
«La vicinanza di Dio con il suo popolo è il messaggio che lui, Padre, vuol darci; ma il popolo non riesce a capirlo bene». E «quando lo capisce, ha quell’esperienza che abbiamo sentito, l’esperienza del salmo 22: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia”». È l’esperienza del «Signore che mi vuole bene e che è sempre accanto a me». Qualcuno, però, potrebbe obiettare: «Ma Padre, questo sembra una telenovela, perché ci sono tante cose brutte nella vita!». Invece, da parte sua, il poeta del salmo continua: «Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome: anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male perché tu sei con me». Anche se siamo in una «valle oscura il Signore è con noi in questi momenti».
Ecco «il messaggio che oggi la liturgia ci offre con la storia di Susanna, quella donna giusta che viene sporcata dal cattivo desiderio, dalla lussuria di questi giudici». In effetti «sempre, nella storia, i giudici corrono il pericolo di giudicare per interesse: è una professione difficile». Così, si legge nella Scrittura, «questa donna è calunniata da due giudici anziani» che sono «tentati dalla lussuria». E «lei non ha vie d’uscita: o pecca facendo quello che volevano i giudici, o cade nella vendetta di questi uomini».
In questa situazione ecco la preghiera di Susanna al Signore: «Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me. Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me». Dunque, «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me: questa è l’esperienza di Susanna». La donna «doveva andare per quella strada oscura che la portava alla morte, ma il Signore era con lei, il Signore era vicino a lei, camminava con lei come aveva camminato con il popolo, sempre, come un papà, come una madre».
È la stessa esperienza che facciamo noi anche oggi, guardando «tante valli oscure, tante disgrazie, tanta gente che muore di fame, di guerra, tanti bambini disabili, tanti». E se «tu chiedi ai genitori: “Che malattia ha?”», la loro risposta è: «Nessuno lo sa: si chiama “malattia rara”». Ed «è quella che noi facciamo con le nostre cose: pensiamo ai tumori dalla terra dei fuochi». Insomma, ha affermato Francesco, «quando tu vedi tutto questo», viene spontanea la domanda: «Dove sta il Signore? Dove sei? Tu cammini con me?». Proprio «questo era il sentimento di Susanna e oggi è anche il nostro»
«Quando tu vedi che si chiudono le porte ai profughi e li si lasciano fuori, all’aria, con il freddo», ritorna la domanda: «Signore, dove sei tu? Come posso affidarmi a te, se vedo tutte queste cose?». E se poi «le cose succedono a me, ognuno di noi può dire: ma come mi affido a te?».
«A questa domanda c’è una risposta soltanto»: «Non si può spiegare, no: io non ne sono capace. Perché soffre un bambino? Non so: è un mistero, per me. Soltanto, mi dà qualcosa di luce — non alla mente, all’anima — Gesù al Getsemani: “Padre, questo calice, no. Ma si faccia la tua volontà”». Gesù dunque «si affida alla volontà del Padre; Gesù sa che non finisce tutto con la morte o con l’angoscia, e l’ultima parola dalla croce: “Padre, nelle tue mani mi affido!”. E muore così».
È un vero e proprio atto di fede «affidarsi a Dio che cammina con me, che cammina con il mio popolo, che cammina con la Chiesa». Allora «io mi affido» dicendo magari: «Non so perché accade questo, ma io mi affido: Tu saprai perché». E «questo è l’insegnamento di Gesù: chi si affida al Signore che è pastore non manca di nulla. Anche se va per una valle oscura, sa che il male è un male del momento, ma il male definitivo non ci sarà perché il Signore, “perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”». Ma questa «è una grazia, dobbiamo chiederla: “Signore, insegnami ad affidarmi alle tue mani, ad affidarmi alla tua guida, anche nei momenti brutti, nei momenti oscuri, nel momento della morte, io mi affido a te perché tu non deludi mai, tu sei fedele».
«Pensare oggi alla nostra vita, ai problemi che abbiamo e chiedere la grazia di affidarci alle mani di Dio». Pensare anche «a tanta gente che neppure ha un’ultima carezza al momento di morire: tempo fa è morto uno, qui, sulla strada, un senzatetto, è morto di freddo. In piena Roma, una città con tutte le possibilità per aiutare». E così ritorna la domanda: «Perché, Signore? Neppure una carezza! Ma io mi affido perché tu non deludi; io non capisco». E proprio «Signore, non capisco», «è una bella preghiera». E così anche «senza capire, mi affido alle tue mani».
Lunedì 14 Marzo 2016
L’Osservatore Romano
Martedì 19 Marzo (SOLENNITA’ – Bianco) SAN GIUSEPPE
2Sam 7,4-5.12-14.16 Sal 88 Rm 4,13.16-18.22 Mt 1,16.18-21.24:
Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.
“Vivere nella concretezza del quotidiano e del mistero”
Il Vangelo (Mt 1,16.18-21.24) ci dice che Giuseppe era “giusto”, cioè un uomo di fede, che viveva la fede. Un uomo che può essere elencato nella lista di tutta quella gente di fede che abbiamo ricordato oggi nell’ufficio delle letture (cfr Lettera gli Ebrei, cap. 11); quella gente che ha vissuto la fede come fondamento di ciò che si spera, come garanzia di ciò che non si vede, e la prova non si vede. Giuseppe è uomo di fede: per questo era “giusto”. Non solo perché credeva ma anche perché viveva questa fede. Uomo “giusto”. È stato eletto per educare un uomo che era uomo vero ma che anche era Dio: ci voleva un uomo-Dio per educare un uomo così, ma non c’era. Il Signore ha scelto un “giusto”, un uomo di fede. Un uomo capace di essere uomo e anche capace di parlare con Dio, di entrare nel mistero di Dio. E questa è stata la vita di Giuseppe. Vivere la sua professione, la sua vita di uomo ed entrare nel mistero. Un uomo capace di parlare con il mistero, di interloquire con il mistero di Dio. Non era un sognatore. Entrava nel mistero. Con la stessa naturalezza con la quale portava avanti il suo mestiere, con questa precisione del suo mestiere: lui era capace di aggiustare un angolo millimetricamente sul legno, sapeva come farlo; era capace di ribassare, di ridurre un millimetro del legno, della superficie di un legno. Giusto, era preciso. Ma era anche capace di entrare nel mistero che lui non poteva controllare.
Questa è la santità di Giuseppe: portare avanti la sua vita, il suo mestiere con giustezza, con professionalità; e al momento, entrare nel mistero. Quando il Vangelo ci parla dei sogni di Giuseppe, ci fa capire questo: entra nel mistero.
Io penso alla Chiesa, oggi, in questa solennità di San Giuseppe. I nostri fedeli, i nostri vescovi, i nostri sacerdoti, i nostri consacrati e consacrate, i papi: sono capaci di entrare nel mistero? O hanno bisogno di regolarsi secondo le prescrizioni che li difendono da quello che non possono controllare? Quando la Chiesa perde la possibilità di entrare nel mistero, perde la capacità di adorare. La preghiera di adorazione, soltanto può darsi quando si entra nel mistero di Dio.
Chiediamo al Signore la grazia che la Chiesa possa vivere nella concretezza della vita quotidiana e anche nella “concretezza” – tra virgolette – del mistero. Se non può farlo, sarà una Chiesa a metà, sarà un’associazione pia, portata avanti da prescrizioni ma senza il senso dell’adorazione. Entrare nel mistero non è sognare; entrare nel mistero è precisamente questo: adorare. Entrare nel mistero è fare oggi quello che faremo nel futuro, quando arriveremo alla presenza di Dio: adorare.
Il Signore dia alla Chiesa questa grazia.
19 marzo 2020
Martedì della V settimana di Quaresima
Nm 21,4-9 Sal 101 Gv 8,21-30:
Avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono
Nel segno della croce
Farsi «il segno della croce» distrattamente e ostentare «il simbolo dei cristiani» come fosse «il distintivo di una squadra» o «un ornamento», magari con «pietre preziose, gioielli e oro», non ha nulla a che vedere con «il mistero» di Cristo. Sarebbe da fare un esame di coscienza proprio sulla croce, per verificare come ciascuno di noi porta nella quotidianità l’unico vero «strumento di salvezza».
«Attira l’attenzione che in questo breve passo del Vangelo (Giovanni 8, 21-30) per tre volte Gesù dice ai dottori della legge, agli scribi, ad alcuni farisei: “Morirete nei vostri peccati”». Lo ripete «tre volte». E «lo dice perché non capivano il mistero di Gesù, perché avevano il cuore chiuso e non erano capaci di aprire un po’, di cercare di capire quel mistero che era il Signore». Infatti, «morire nel proprio peccato è una cosa brutta: significa che tutto finisce lì, nella sporcizia del peccato».
Ma poi «questo dialogo — nel quale per tre volte Gesù ripete “morirete nei vostri peccati” — continua e, alla fine, Gesù guarda indietro alla storia della salvezza e fa ricordare loro qualcosa: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono e che non faccio nulla da me stesso”». Il Signore dice proprio: «quando avrete innalzato il figlio dell’uomo».
Con queste parole «Gesù fa ricordare quello che è accaduto nel deserto e abbiamo sentito nella prima lettura» (libro dei Numeri (21, 4-9). È il momento in cui «il popolo annoiato, il popolo che non può sopportare il cammino, si allontana dal Signore, sparla di Mosè e del Signore, e trova quei serpenti che mordono e fanno morire». Allora «il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo e innalzarlo, e la persona che subisce una ferita del serpente, e che guarda quello di bronzo, sarà guarita».
«Il serpente è il simbolo del cattivo, è il simbolo del diavolo: era il più astuto degli animali nel paradiso terrestre». Perché «il serpente è quello che è capace di sedurre con le bugie», è «il padre della menzogna: questo è il mistero». Ma allora «dobbiamo guardare il diavolo per salvarci? Il serpente è il padre del peccato, quello che ha fatto peccare l’umanità». In realtà «Gesù dice: “Quando io sarò innalzato in alto, tutti verranno a me”. Ovviamente questo è il mistero della croce».
«Il serpente di bronzo guariva ma il serpente di bronzo era segno di due cose: del peccato fatto dal serpente, della seduzione del serpente, dell’astuzia del serpente; e anche era segnale della croce di Cristo, era una profezia». E «per questo il Signore dice loro: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono”». Così possiamo dire che «Gesù si è “fatto serpente”, Gesù si “è fatto peccato” e ha preso su di sé le sporcizie tutte dell’umanità, le sporcizie tutte del peccato. E si è “fatto peccato”, si è fatto innalzare perché tutta la gente lo guardasse, la gente ferita dal peccato, noi. Questo è il mistero della croce e lo dice Paolo: “Si è fatto peccato” e ha preso l’apparenza del padre del peccato, del serpente astuto».
«Chi non guardava il serpente di bronzo dopo essere ferito da un serpente nel deserto moriva nel peccato, il peccato di mormorazione contro Dio e contro Mosè». Allo stesso modo, «chi non riconosce in quell’uomo innalzato, come il serpente, la forza di Dio che si è fatto peccato per guarirci, morirà nel proprio peccato». Perché «la salvezza viene soltanto dalla croce, ma da questa croce che è Dio fatto carne: non c’è salvezza nelle idee, non c’è salvezza nella buona volontà, nella voglia di essere buoni». In realtà «l’unica salvezza è in Cristo crocifisso, perché soltanto lui, come il serpente di bronzo significava, è stato capace di prendere tutto il veleno del peccato e ci ha guarito lì».
«Ma cosa è la croce per noi?». «Sì, è il segno dei cristiani, è il simbolo dei cristiani, e noi facciamo il segno della croce ma non sempre lo facciamo bene, alle volte lo facciamo così… perché non abbiamo questa fede alla croce». La croce, poi, «per alcune persone è un distintivo di appartenenza: “Sì, io porto la croce per far vedere che sono cristiano”». E «sta bene», però «non solo come distintivo, come se fosse una squadra, il distintivo di una squadra»; ma «come memoria di colui che si è fatto peccato, che si è fatto diavolo, serpente, per noi; si è abbassato fino ad annientarsi totalmente».
Inoltre, è vero, «altri portano la croce come un ornamento, portano croci con pietre preziose, per farsi vedere». Ma «Dio disse a Mosè: “Chi guarda il serpente sarà guarito”; Gesù dice ai suoi nemici: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete”». In sostanza «chi non guarda la croce, così, con fede, morirà nei propri peccati, non riceverà quella salvezza».
«Oggi la Chiesa ci propone un dialogo con questo mistero della croce, con questo Dio che si è fatto peccato, per amore a me». E «ognuno di noi può dire: “per amore a me”». Così è opportuno domandarci: «Come porto io la croce: come un ricordo? Quando faccio il segno della croce, sono consapevole di quello che faccio? Come porto io la croce: soltanto come un simbolo di appartenenza a un gruppo religioso? Come porto io la croce: come ornamento, come un gioiello con tante pietre preziose d’oro?». Oppure «ho imparato a portarla sulle spalle, dove fa male?».
«Ognuno di noi oggi guardi il crocifisso, guardi questo Dio che si è fatto peccato perché noi non moriamo nei nostri peccati e risponda a queste domande che io vi ho suggerito».
4 aprile 2017
Mercoledì della V settimana di Quaresima
Dn 3,14-20.46-50.91-92.95 Dn 3,52-56 Gv 8,31-42:
Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero
«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32)
“Rimanere nel Signore”
In questi giorni, la Chiesa ci fa ascoltare il capitolo ottavo di Giovanni: c’è la discussione tanto forte tra Gesù e i dottori della Legge. E soprattutto, si cerca di far vedere la propria identità: Giovanni cerca di avvicinarci a quella lotta per chiarire la propria identità, sia di Gesù, come l’identità che hanno i dottori. Gesù li mette all’angolo facendo loro vedere le proprie contraddizioni. E loro, alla fine, non trovano altra uscita che l’insulto: è una delle pagine più tristi, è una bestemmia. Insultano la Madonna.
Ma parlando dell’identità, Gesù disse ai giudei che avevano creduto, consiglia loro: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero i miei discepoli” (Gv 8,31). Torna quella parola tanto cara al Signore che la ripeterà tante volte, e poi nella cena: rimanere. “Rimanete in me”. Rimanere nel Signore. Non dice: “Studiate bene, imparate bene le argomentazioni”: questo lo dà per scontato. Ma va alla cosa più importante, quella che è più pericolosa per la vita, se non si fa: rimanere. “Rimanete nella mia parola”(Gv 8,31). E coloro che rimangono nella parola di Gesù hanno la propria identità cristiana. E qual è? “Siete davvero miei discepoli”(Gv 8,31). L’identità cristiana non è una carta che dice “io sono cristiano”, una carta d’identità: no. È il discepolato. Tu, se rimani nel Signore, nella Parola del Signore, nella vita del Signore, sarai discepolo. Se non rimani sarai uno che simpatizza con la dottrina, che segue Gesù come un uomo che fa tanta beneficenza, è tanto buono, che ha dei valori giusti, ma il discepolato è proprio la vera identità del cristiano.
E sarà il discepolato che ci darà la libertà: il discepolo è un uomo libero perché rimane nel Signore. E “rimane nel Signore”, cosa significa? Lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. Il discepolo si lascia guidare dallo Spirito, per questo il discepolo è sempre un uomo della tradizione e della novità, è un uomo libero. Libero. Mai soggetto a ideologie, a dottrine dentro la vita cristiana, dottrine che possono discutersi … rimane nel Signore, è lo Spirito che ispira. Quando cantiamo allo Spirito, gli diciamo che è un ospite dell’anima, (Cfr. Inno Veni, Sancte Spiritus), che abita in noi. Ma questo, soltanto se noi rimaniamo nel Signore.
Chiedo al Signore che ci faccia conoscere questa saggezza di rimanere in Lui e ci faccia conoscere quella familiarità con lo Spirito: lo Spirito Santo ci dà la libertà. E questa è l’unzione. Chi rimane nel Signore è discepolo, e il discepolo è un unto, un unto dallo Spirito, che ha ricevuto l’unzione dello Spirito e la porta avanti. Questa è la strada che Gesù ci fa vedere per la libertà e anche per la vita. E il discepolato è l’unzione che ricevono coloro che rimangono nel Signore.
Il Signore ci faccia capire, questo che non è facile: perché i dottori non l’avevano capito, non si capisce soltanto con la testa; si capisce con la testa e con il cuore, questa saggezza dell’unzione dello Spirito Santo che ci fa discepoli.
Mercoledì 1 aprile 2020
Giovedì della V settimana di Quaresima
Gen 17,3-9 Sal 104 Gv 8,51-59:
Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno
Come un granello di sabbia
Ogni cristiano dovrebbe dedicare un giorno alla «memoria» per rileggere la propria storia personale inserendola nella storia di un popolo: «Io non sono solo, sono un popolo», un «popolo sognato da Dio».
Partendo dalla liturgia della parola, che presenta la figura di Abramo, padre nella fede, il Pontefice ha fatto notare come nel tempo di quaresima il credente sia spesso incoraggiato «a fermarsi un po’ e a pensare». Non a caso i due passi della Scrittura della liturgia del giorno (Genesi, 17, 3-9 e Giovanni, 8, 51-59) dicono: «Fermati. Fermati un po’. Pensa a tuo padre». E al centro dell’attenzione c’è Abramo.
Nella prima lettura, infatti, «si parla di quel dialogo di Dio con Abramo, quando Dio fa l’alleanza con lui». E nel vangelo Gesù e i farisei lo chiamano «padre» perché egli «è colui che incominciò a generare questo popolo che oggi è la Chiesa, siamo noi: uomo leale». Raccogliendo dunque l’invito delle Scritture, ha aggiunto il Pontefice, «ci farà bene pensare a nostro padre Abramo».
Quali sono allora gli aspetti fondamentali della vicenda di Abramo di cui è importante fare memoria? Innanzitutto, egli «obbedì quando fu chiamato ad andare, e ad andarsene in un’altra terra che avrebbe ricevuto in eredità». Abramo, cioè, «si fidò. Obbedì. E se ne andò senza sapere dove andava». Egli quindi fu «uomo di fede, uomo di speranza». A cento anni e con la moglie sterile, «credette quando gli fu detto che avrebbe avuto un figlio». Credette «contro ogni speranza. Questo è nostro padre» ha sottolineato Francesco, aggiungendo: «Se qualcuno cercasse di fare la descrizione della vita di Abramo, potrebbe dire: “Questo è un sognatore”». Ma attenzione: Abramo «non era un pazzo», il suo era il «sogno della speranza».
Un’identità confermata anche in seguito: «Messo alla prova, dopo avere avuto il figlio», quando poi il ragazzo divenne adolescente, «gli viene chiesto di offrirlo in sacrificio: obbedì e andò avanti contro ogni speranza». Ecco chi è il «nostro padre Abramo»: uno «che va avanti, avanti, avanti». Nel Vangelo, Gesù dice: Abramo «esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Ha spiegato il Pontefice: egli ebbe la gioia «di vedere la pienezza della promessa dell’alleanza, la gioia di vedere che Dio non lo aveva ingannato, che Dio è sempre fedele alla sua alleanza». E anche i credenti, oggi, sono chiamati a fare quanto è indicato nel salmo responsoriale (104): «Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi dalla sua bocca». Perché tutti i cristiani sono «stirpe di Abramo». E come «quando — ha detto Francesco — noi pensiamo a nostro padre che se n’è andato: ricordare papà, le cose buone di papà». Così possiamo anche ricordare quanto era «grande» il «nostro padre Abramo».
La grandezza del patriarca è stata fondata su un «patto» con Dio. «Da parte di Abramo», ha evidenziato il Pontefice, c’è stata «l’obbedienza: obbedì sempre». Da parte di Dio una promessa: «Quanto a me, ecco la mia alleanza con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram ma Abraham, perché padre di una moltitudine di nazioni». E Abramo ha creduto.
Il Papa si è soffermato sulla bellezza e la grandezza della promessa di Dio che ad Abramo, il quale «aveva cento anni senza figli, con la moglie sterile», disse: «Ti renderò molto, molto fecondo. Ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re». E poi, in un altro dialogo: «Senti, guarda, guarda in cielo: sei capace di contare le stelle?” — “Oh no, impossibile…” — “Così sarà la tua discendenza. Guarda la spiaggia del mare: sei capace di contare ognuno dei granelli di quella sabbia?” — “Ma è impossibile!” — “Così sarà la tua discendenza”».
Quindi, passando dalla memoria alla vita quotidiana, Francesco ha sottolineato: «Oggi noi in obbedienza all’invito della Chiesa, ci fermiamo e possiamo dire, con verità: “Io sono una di quelle stelle. Io sono un granello della sabbia”».
Ma il legame con Abramo, ha continuato il Papa, non esaurisce l’identità cristiana: «Noi siamo figli di Abramo, ma prima di Abramo c’è un altro Padre. E prima di noi c’è un altro Figlio. E nella storia nostra, fra nostro padre Abramo e noi, c’è l’altra storia, la grande, la storia del Padre dei cieli e di Gesù». È questo il motivo, ha spiegato il Pontefice, per cui Gesù nel brano evangelico «rispose ai farisei e ai dottori della legge: “Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno. Lo vide e fu pieno di gioia”». Proprio questo è «il grande messaggio. Oggi la Chiesa ci invita a fermarci, a guardare le nostre radici, a guardare nostro padre che ci ha fatto popolo, cielo pieno di stelle, spiagge piene di granelli di sabbia». Ogni cristiano, quindi, è invitato a «guardare la storia» e a rendersi conto: «Io non sono solo, sono un popolo. Andiamo insieme. La Chiesa è un popolo. Ma un popolo sognato da Dio, un popolo che ha dato un padre sulla terra che obbedì, e abbiamo un fratello che ha dato la sua vita per noi, per farci popolo». Partendo da questa consapevolezza, «possiamo guardare il Padre, ringraziare; guardare Gesù, ringraziare; e guardare Abramo e noi, che siamo parte del cammino».
Al termine della sua meditazione, il Papa ha suggerito un impegno pratico: «Facciamo di oggi un giorno di memoria» per comprendere come «in questa grande storia, nella cornice di Dio e Gesù, c’è la piccola storia di ognuno di noi». Perciò, ha aggiunto, «vi invito a prendere, oggi, cinque minuti, dieci minuti, seduti, senza radio, senza tv; seduti, e pensare alla propria storia: le benedizioni e i guai, tutto. Le grazie e i peccati: tutto». Ognuno, ha detto, in questa memoria potrà incontrare «la fedeltà di quel Dio che è rimasto fedele alla sua alleanza, è rimasto fedele alla promessa che aveva fatto ad Abramo, è rimasto fedele alla salvezza che aveva promesso in suo Figlio Gesù».
Questa la conclusione del Pontefice: «Sono sicuro che in mezzo alle cose forse brutte — perché tutti ne abbiamo, tante cose brutte, nella vita — se oggi facciamo questo, scopriremo la bellezza dell’amore di Dio, la bellezza della sua misericordia, la bellezza della speranza. E sono sicuro che tutti noi saremo pieni di gioia».
Giovedì, 6 aprile 2017
L’Osservatore Romano
Venerdì della V settimana di Quaresima
Ger 20,10-13 Sal 17 Gv 10,31-42:
Cercavano di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani
In Dio è più grande la giustizia o la misericordia?
“L’Addolorata, discepola e madre”
Questo Venerdì di Passione, la Chiesa ricorda i dolori di Maria, l’Addolorata. Da secoli viene questa venerazione del popolo di Dio. Si sono scritti inni in onore dell’Addolorata: stava ai piedi della croce e la contemplano lì, sofferente. La pietà cristiana ha raccolto i dolori della Madonna e parla dei “sette dolori”. Il primo, appena 40 giorni dopo la nascita di Gesù, la profezia di Simeone che parla di una spada che le trafiggerà il cuore (cf. Lc. 2,35). Il secondo dolore, pensa alla fuga in Egitto per salvare la vita del Figlio (cf. Mt. 2,13-23). Il terzo dolore, quei tre giorni di angoscia quando il ragazzo è rimasto nel tempio (cf. Lc. 2,41-50). Il quarto dolore, quando la Madonna si incontra con Gesù sulla via al Calvario (cf. Gv. 19,25). Il quinto dolore della Madonna è la morte di Gesù, vedere il Figlio lì, crocifisso, nudo, che muore. Il sesto dolore, la discesa di Gesù dalla croce, morto, e lo prende tra le sue mani come lo aveva preso nelle sue mani più di 30 anni prima a Betlemme. Il settimo dolore è la sepoltura di Gesù. E così, la pietà cristiana percorre questa strada della Madonna che accompagna Gesù. A me fa bene, in tarda serata, quando prego l’Angelus, pregare questi sette dolori come un ricordo della Madre della Chiesa, come la Madre della Chiesa con tanto dolore ha partorito tutti noi.
La Madonna mai ha chiesto qualcosa per sé, mai. Sì, per gli altri: pensiamo a Cana, quando va a parlare con Gesù. Mai ha detto: “Io sono la madre, guardatemi: sarò la regina madre”. Mai lo ha detto. Non chiese qualcosa di importante per lei nel collegio apostolico. Soltanto, accetta di essere Madre. Accompagnò Gesù come discepola, perché il Vangelo fa vedere che seguiva Gesù: con le amiche, pie donne, seguiva Gesù, ascoltava Gesù. Una volta qualcuno l’ha riconosciuta: “Ah, ecco la madre”, “Tua madre è qui” (cf. Mc. 3,31)… Seguiva Gesù. Fino al Calvario. E lì, in piedi … la gente sicuramente diceva: “Ma, povera donna, come soffrirà”, e i cattivi sicuramente dicevano: “Ma, anche lei ha colpa, perché se lo avesse educato bene questo non sarebbe finito così”. Era lì, con il Figlio, con l’umiliazione del Figlio.
Onorare la Madonna e dire: “Questa è mia Madre”, perché lei è Madre. E questo è il titolo che ha ricevuto da Gesù, proprio lì, nel momento della Croce (cf. Gv. 19,26-27). I tuoi figli, tu sei Madre. Non l’ha fatta primo ministro o le ha dato titoli di “funzionalità”. Soltanto “Madre”. E poi, gli Atti degli Apostoli la fanno vedere in preghiera con gli apostoli come Madre (cf. At. 1,14). La Madonna non ha voluto togliere a Gesù alcun titolo; ha ricevuto il dono di essere Madre di Lui e il dovere di accompagnare noi come Madre, di essere nostra Madre. Non ha chiesto per sé di essere una quasi-redentrice o una co-redentrice: no. Il Redentore è uno solo e questo titolo non si raddoppia. Soltanto discepola e Madre. E così, come Madre noi dobbiamo pensarla, dobbiamo cercarla, dobbiamo pregarla. È la Madre. Nella Chiesa Madre. Nella maternità della Madonna vediamo la maternità della Chiesa che riceve tutti, buoni e cattivi: tutti.
Oggi ci farà bene fermarci un po’ e pensare al dolore e ai dolori della Madonna. È la nostra Madre. E come li ha portati, come li ha portati bene, con forza, con pianto: non era un pianto finto, era proprio il cuore distrutto di dolore. Ci farà bene fermarci un po’ e dire alla Madonna: “Grazie per avere accettato di essere Madre quando l’Angelo Te lo ha detto e grazie per avere accettato di essere Madre quando Gesù Te lo ha detto”.
Venerdì 3 aprile 2020
Sabato della V settimana di Quaresima
Ez 37,21-28 Ger 31,10-13 Gv 11,45-56:
Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi
“Il processo della tentazione”
È da tempo che i dottori della legge, anche i sommi sacerdoti, erano inquieti perché passavano cose strane nel Paese. Prima questo Giovanni, che alla fine lo lasciarono stare perché era un profeta, battezzava lì e la gente andava, ma non c’erano altre conseguenze. Poi è venuto questo Gesù, segnalato da Giovanni. Incominciò a fare dei segni, dei miracoli, ma soprattutto a parlare alla gente e la gente capiva, e la gente lo seguiva, e non sempre osservava la legge e questo inquietava tanto. “Questo è un rivoluzionario, un rivoluzionario pacifico… Questo porta a sé la gente, la gente lo segue…” (cf. Gv. 11,47-48). E queste idee li portarono a parlare fra loro: “Ma guarda, questo a me non piace… quell’altro…”, e così fra loro c’era questo tema di conversazione, di preoccupazione pure. Poi alcuni sono andati da lui per metterlo alla prova e sempre il Signore aveva una risposta chiara che a loro, dottori della legge, non era venuta in mente. Pensiamo a quella donna sposata sette volte, vedova sette volte: “Ma nel cielo, di quale di questi mariti sarà sposa?” (cf. Lc. 20,33). Lui rispose chiaramente e loro se ne sono andati un po’ svergognati per la saggezza di Gesù e altre volte se ne sono andati umiliati, come quando volevano lapidare quella signora adultera e Gesù disse alla fine: “Chi di voi è senza peccato getti la prima pietra” (cf. Gv. 8,7) e dice il Vangelo che se ne sono andati, a cominciare dai più anziani, umiliati in quel momento. Questo faceva crescere questa conversazione fra loro: “Dobbiamo fare qualcosa, questo non va…”. Poi hanno mandato i soldati a prenderlo e loro sono tornati dicendo: “Non abbiamo potuto prenderlo perché quest’uomo parla come nessuno” … “Anche voi vi siete lasciati ingannare” (cf. Gv. 7,45-49): arrabbiati perché neppure i soldati potevano prenderlo. E poi, dopo la risurrezione di Lazzaro – questo che abbiamo sentito oggi – tanti giudei andavano lì a vedere le sorelle e Lazzaro, ma alcuni sono andati a vedere bene come stanno le cose per riportarle, e alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto (cf. Gv. 11,45). Altri credettero in Lui. E questi che sono andati, i chiacchieroni di sempre, che vivono portando le chiacchiere … sono andati a dire loro. In questo momento, quel gruppo che si era formato di dottori della legge ha fatto una riunione formale: “Questo è molto pericoloso, dobbiamo prendere una decisione. Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni – riconoscono i miracoli – Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, c’è pericolo, il popolo andrà dietro di lui, si staccherà da noi” – il popolo non era attaccato a loro – “Verranno i romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione” (cf. Gv. 11,48). In questo c’era parte della verità ma non tutta, era una giustificazione, perché loro avevano trovato un equilibrio con l’occupatore, ma odiavano l’occupatore romano, ma politicamente avevano trovato un equilibrio. Così parlavano fra loro. Uno di loro, Caifa – era il più radicale – era sommo sacerdote disse: “Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!” (Gv. 11,50). Era il sommo sacerdote e fa la proposta: “Facciamolo fuori”. E Giovanni dice: “Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione… Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (cf. Gv. 11,51-53). È stato un processo, un processo che incominciò con piccole inquietudini al tempo di Giovanni Battista e poi finì in questa seduta dei dottori della legge e dei sacerdoti. Un processo che cresceva, un processo che era più sicuro della decisione che dovevano prendere, ma nessuno l’aveva detta così chiara: “Questo va fatto fuori”. Questo modo di procedere dei dottori della legge è proprio una figura di come agisce la tentazione in noi, perché dietro di questa evidentemente era il diavolo che voleva distruggere Gesù e la tentazione in noi generalmente agisce così: incomincia con poca cosa, con un desiderio, un’idea, cresce, contagia altri e alla fine si giustifica. Questi sono i tre passi della tentazione del diavolo in noi e qui sono i tre passi che ha fatto la tentazione del diavolo nella persona del dottore della legge. Cominciò con poca cosa, ma è cresciuta, è cresciuta, poi ha contagiato gli altri, si è fatta corpo e alla fine si giustifica: “È necessario che muoia uno per il popolo” (cf. Gv. 11,50), la giustificazione totale. E tutti sono andati a casa tranquilli. Avevano detto: “Questa è la decisione che dovevamo prendere”. E tutti noi, quando siamo vinti dalla tentazione, finiamo tranquilli, perché abbiamo trovato una giustificazione per questo peccato, per questo atteggiamento peccaminoso, per questa vita non secondo la legge di Dio. Dovremmo avere l’abitudine di vedere questo processo della tentazione in noi. Quel processo che ci fa cambiare il cuore da bene in male, che ci porta sulla strada in discesa. Una cosa che cresce, cresce, cresce lentamente, poi contagia altri e alla fine si giustifica. Difficilmente vengono in noi le tentazioni di un colpo, il diavolo è astuto. E sa prendere questa strada, la stessa l’ha presa per arrivare alla condanna di Gesù. Quando noi ci troviamo in un peccato, in una caduta, sì, dobbiamo andare a chiedere perdono al Signore, è il primo passo che dobbiamo fare, ma poi dobbiamo dire: “Come sono venuto a cadere lì? Come è iniziato questo processo nella mia anima? Com’è cresciuto? Chi ho contagiato? E come alla fine mi sono giustificato per cadere?”. La vita di Gesù è sempre un esempio per noi e le cose che sono accadute a Gesù sono cose che accadranno a noi, le tentazioni, le giustificazioni, la gente buona che è intorno a noi e forse non la sentiamo e i cattivi, nel momento della tentazione, cerchiamo di avvicinarci a loro per far crescere la tentazione. Ma non dimentichiamo mai: sempre, dietro un peccato, dietro una caduta, c’è una tentazione che è incominciata piccola, che è cresciuta, che ha contagiato e alla fine trovo una giustificazione per cadere. Lo Spirito Santo ci illumini in questa conoscenza interiore.
Sabato 4 aprile 2020