III Settimana di Quaresima
Commento al vangelo del giorno
di Paolo Curtaz
Lunedì 24 Marzo (Feria – Viola)
Lunedì della III settimana di Quaresima
2Re 5,1-15 Sal 41 e 42 Lc 4,24-30: Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.
Martedì 25 Marzo (SOLENNITA’ – Bianco)
ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE
Is 7,10-14; 8,10 Sal 39 Eb 10,4-10 Lc 1,26-38: Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.
Mercoledì 26 Marzo (Feria – Viola)
Mercoledì della III settimana di Quaresima
Dt 4,1.5-9 Sal 147 Mt 5,17-19: Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Giovedì 27 Marzo (Feria – Viola)
Giovedì della III settimana di Quaresima
Ger 7,23-28 Sal 94 Lc 11,14-23: Chi non è con me è contro di me.
Venerdì 28 Marzo (Feria – Viola)
Venerdì della III settimana di Quaresima
Os 14,2-10 Sal 80 Mc 12,28-34: Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: lo amerai.
Sabato 29 Marzo (Feria – Viola)
Sabato della III settimana di Quaresima
Os 6,1-6 Sal 50 Lc 18,9-14: Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.
Domenica 30 Marzo (DOMENICA – Viola o Rosaceo)
IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO C)
Gs 5,9-12 Sal 33 2Cor 5,17-21 Lc 15,1-3.11-32: Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.
Lunedì della III settimana di Quaresima
2Re 5,1-15 Sal 41-42 Lc 4,24-30: Gesù è mandato non per i soli Giudei.
Commento su Luca 4,24-30
Quanto ha ragione il Signore! Nessun profeta è bene accetto in patria ed elenca i casi in cui, nella storia di Israele, un profeta davvero non è stato accolto. E ancora oggi accade così: crediamo di conoscere le persone, siamo colpiti dalle loro parole ma ne smorziamo la forza perché le giudichiamo a partire dalla loro vita. Come può il falegname di Nazareth parlare come un rabbino? Come può presentarsi come un profeta se tutti sanno da dove viene? Quante volte impediamo alle parole del Signore giungere al nostro cuore perché ci fermiamo all’apparenza di chi le pronuncia! E questa affermazione è scomoda: accampiamo mille scuse pur di non ammettere questa disarmante verità. Lasciamoci provocare dal Signore, individuiamo la sua presenza anche quando si nasconde nel volto poco trasparente del prete scontroso, della suora antipatica, del vicino pedante. La Parola si fa strada attraverso le nostre parole, senza perdere di efficacia, convertendo i cuori di chi la accoglie con umiltà. Nessun profeta è riconosciuto, in patria, per una volta cerchiamo noi di essere l’eccezione che conferma la regola!
Martedì 25 Marzo (SOLENNITA’ – Bianco)
ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE
Lc 1,26-38: Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.
Ciò che colpisce, nell’Annunciazione, è che una “religione pura” esige un dialogo vivente e costante fra Dio e ogni uomo. Qui Dio ha pronunciato la sua ultima Parola a Maria, perché si compissero le parole che, nella storia di Israele, erano state dette ad Abramo, a Mosé e ai profeti. Essi avevano ascoltato e obbedito; lasciarono entrare nella loro vita la Parola di Dio, la fecero parlare nelle loro azioni e la resero feconda nel loro destino.
I profeti sostituirono alle loro proprie idee la Parola di Dio; anche Maria lasciò che la Parola di Dio si sostituisse a quelle che erano le sue convinzioni religiose. Di fronte alla profondità e all’estensione di questa nuova Parola, Maria “rimase turbata”. L’avvicinarsi del Dio infinito deve sempre turbare profondamente la creatura, anche se, come Maria, è “piena di grazia”.
Assolutamente straordinario è poi che questo Dio non solo si avvicina a Maria, ma le offre il proprio Figlio eterno perché divenga il suo Figlio. Come è possibile che il “Figlio dell’Altissimo” diventi suo Figlio? “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Come scese sul caos, in occasione della creazione, lo Spirito Santo scenderà su Maria e il risultato sarà una nuova creazione. L’albero appassito della storia fiorirà di nuovo. “Maria disse: Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Nell’Annunciazione si ha il tipo di dialogo che il Padre del nostro Signore Gesù Cristo vorrebbe avere con ciascuno di noi. L’esperienza di Maria a Nazaret sottolinea questa verità per tutto il popolo di Dio. Il suo “sì” in risposta all’offerta divina e il cambiamento drammatico di vita che ne sarebbe seguito, mostrano che la venuta di Dio in mezzo a noi esige un cambiamento radicale.
Ma, cosa più importante, l’Annunciazione a Maria ci pone di fronte ad una grande verità: ognuno di noi ha avuto un’“annunciazione” personale. Sto esagerando? No di certo. Se esaminate la vostra vita passata, troverete un’esperienza che è stata decisiva; forse non ebbe allora conseguenze immediate, o almeno non vi sembrò, ma, ripensandoci adesso, vi accorgete che è stata fondamentale, sia essa la scuola che avete frequentato, un libro che avete letto, un discorso che avete ascoltato, una frase delle Scritture che vi ha colpito, gli amici a cui vi siete sentiti uniti o un ritiro che avete fatto. Era il Dio di Maria di Nazaret che si annunciava a voi. Voi avete dunque avuto una “vostra” annunciazione. E se non avete risposto “sì”, o se avete pronunciato soltanto un “sì” timido? Basta riconoscere l’annunciazione ora e cercare di recuperare il tempo perduto, vivendo per Dio e per gli altri.
“Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
A nove mesi dal Natale la liturgia apre una parentesi gioiosa nell’austero cammino di quaresima. Celebrando la festa dell’annunciazione mettiamo insieme i diversi misteri che stiamo per celebrare.
Il Gesù che sta per essere consegnato, quel Gesù che, consapevole di essere un chicco di frumento, è disposto a morire pur di rivelare all’umanità confusa il vero volto di Dio, è il Verbo di Dio che ha scelto di diventare uomo per rendere accessibile l’immensità di Dio. L’uomo fatica ad immaginare Dio e, quando lo fa’, spesso se lo immagina come la somma delle proprie paure inconsce, un essere supremo indifferente al nostro destino da tenere buono con i riti e le preghiere… Anche l’esperienza di Israele, pur avendo cambiato radicalmente questa idea, ha confuso la rivelazione genuina con visioni approssimative di Dio, contribuendo a crearne un’immagine misteriosa e scostante. Nemmeno i profeti sono riusciti a cambiare questa ambiguità che permane nel cuore degli uomini. No, l’uomo non è capace ad avere una corretta rappresentazione di Dio e, perciò, Dio ha deciso di incarnarsi, di diventare uomo per diventare accessibile. In questa giornata in cui facciamo memoria dell’istante dell’incarnazione, già vediamo e celebriamo la volontà di un Dio disposto a tutto pur di farsi riconoscere.
Martedì della III settimana di Quaresima
Dn 3,25.34-43 Sal 24 Mt 18,21-35: Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà.
Commento su Matteo 18,21-35
La prima domanda che ci possiamo farci è se oggi con l’Annunciazione festeggiamo Maria o Gesù. La liturgia intitola la solennità “Annunciazione del Signore”, come il Natale è “Natale del Signore” e la Pasqua è “Pasqua del Signore”.
Ci illumina su questo punto la seconda lettura presa dalla lettera agli Ebrei. In essa l’autore attribuisce a Cristo alcuni versetti del salmo 40: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per compiere, o Dio, la tua volontà”.
In queste espressioni l’autore della lettere agli Ebrei riconosce la disponibilità del Figlio al volere del Padre nel momento di diventare uomo. Possiamo ritenere queste parole le ultime che il Figlio di Dio pronuncia prima dell’Incarnazione e le prime che vive da Figlio della Vergine.
Oggi dunque è la festa dell’Incarnazione del Figlio di Dio che si fa uomo, come il Natale è la festa della sua nascita. Lo diremo anche nella orazione sulle offerte: “Accogli con bontà, o Padre, i doni che ti offriamo celebrando l’incarnazione del tuo unico Figlio…”.
Siamo nel caso unico, senza precedenti né possibilità di paragoni, di un figlio che preesiste alla Madre. Il Figlio infatti è la seconda persona della santa Trinità, che tuttavia veramente viene concepito e portato in grembo da una donna che rimane Vergine e da quel momento diventa anche Madre, madre del Figlio di Dio e quindi Madre di Dio.
Noi la salutiamo così, “Madre di Dio”, all’inizio della seconda parte della preghiera mariana per eccellenza, l’Ave Maria, ma anche la prima parte dell’Ave Maria è un saluto e precisamente la collezione delle parole alla Vergine dell’angelo nel giorno dell’Annunciazione e della parente Elisabetta nel successivo incontro.
Nel momento in cui il Verbo eterno del Padre tace per farsi creatura umana che seguirà tutte le fasi del normale sviluppo di un infante, parlano angeli e credenti, in casa, nel tempio, a Nazaret, a Betlemme…
E anche noi i credenti di oggi possiamo unirci a questo coro e ripetere le parole che ci introducono nel segreto della nostra salvezza ancora prima che il protagonista incominci a lasciare intuire un così grande mistero e poi a spiegarlo.
Questa sera vorrei fermarmi sulla prima parte dell’Ave Maria e cioè proprio sulle parole dell’angelo Gabriele: “(Ave) ti saluto, piena di grazia, il Signore è con Te!”.
Fra le tante parole ripetute sulla terra, forse nessun’altra, oltre alla parola mamma, è stata ripetuta come questa: “Ave, Maria!”.
Nella nostra preghiera noi abbiamo bisogno di aggiungere il nome proprio Maria, che l’Angelo conosceva benissimo, ma che tralascia per arrivare subito alla proclamazione del mistero, ossia Maria è la “piena di grazia”.
Nei vari dipinti che hanno celebrato l’Annunciazione, inizio definitivo della nostra salvezza, quasi sempre l’Angelo Gabriele è rappresentato in ginocchio davanti alla Vergine o comunque in atteggiamento di venerazione.
La Chiesa insegna che Maria è stata elevata da Dio al di sopra di ogni creatura angelica o terrestre. Infatti nelle litanie noi la invochiamo come Regina degli Angeli. Era conveniente dunque che ricevesse l’omaggio dell’angelo, anzi di un Arcangelo, che sta al cospetto di Dio.
Secondo San Tommaso, che fu frate Domenicano, Maria è superiore agli angeli per tre motivi. Primo, perché ha una grazia più abbondante. Secondo, perché ha una prossimità con Dio superiore. Terzo, perché ha in sé una purezza maggiore, nel senso che non solo era pura in se stessa e per se stessa, ma fu anche fonte di purezza per gli altri, portando agli uomini la benedizione.
Concentrandoci sulle prime due qualità, quelle dichiarate dall’angelo Gabriele, non possiamo non vederle collegate fra loro: Maria è piena di grazia, perché il Signore è con Lei.
Il Signore è stato presente nella vita di Maria sempre, fin dal suo concepimento e la grazia altro non è se non la abituale presenza di Dio all’anima. Maria non si è mai allontanata volontariamente dalla presenza di Dio e quando questa presenza le fu tolta sul Calvario quello fu il suo più grande dolore.
Mettendoci alla presenza di Maria per pregarla, noi siamo introdotti nella familiarità con Dio Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo. Perciò non ha senso mettere in opposizione la devozione per la Madonna con la fede in Gesù salvatore. Dice Vittorio Messori che dove si è smesso di recitare l’Ave Maria, come nei paesi protestanti, prima o poi non si reciterà più nemmeno il Padre nostro.
A Dio solo spetta il culto di adorazione. Maria invece è una creatura. A lei noi diamo un culto di venerazione, come ai santi, ma considerata l’eccezionalità della sua condizione la venerazione che dobbiamo a Maria è superiore a quella di ogni altro santo o angelo che sia.
In Maria si ricompone l’unità originaria compromessa dal peccato originale di anima e corpo, mente e parola. Con la ripetizione vocale delle Ave Maria anche noi siamo ci lasciamo trasformare dalla grazia di Dio a somiglianza di Lei. Recitare Ave Marie può sembrare noioso, ma è il metodo che ci indica la Chiesa come via per contemplare la vita di Maria e quella di Cristo e anche la Scrittura per partecipare alla gioia di Dio.
“Ave” infatti è la traduzione del saluto greco che vuol dire: “Gioisci, rallegrati!”. Sono poche le cose di cui possiamo rallegrarci senza timori, ma dal giorno dell’Incarnazione niente ci potrà togliere la gioia di avere per volontà del Signore una Madre piena di grazia e per i meriti di Maria il Signore con noi.
L’Ave Maria se lo vogliamo questa gioia ce la rinnova ogni giorno, e a tutte le ore del giorno.
La proposta di Pietro è generosa ed eroica, quella di Gesù folle, che capiamo solo nella logica divina. Siamo chiamati a perdonare sempre perché siamo perdonati sempre. Il piccolo credito che abbiamo verso i fratelli non è nulla rispetto al debito mostruoso che abbiamo contratto verso Dio. E che egli ha cancellato. Il debito del servo è volutamente assurdo: un talento equivale a 36 chili d’oro. Diecimila talenti è una cifra inimmaginabile. Quel debito viene condonato, non il debito dell’altro servo che, pur dovendo una cifra consistente al collega, circa duecento giornate lavorative, non ha di che pagare. La reazione del padrone è feroce: sei chiamato a perdonare perché ti è stato condonato molto di più. Ecco la ragione del perdono cristiano: perdono chi mi ha offeso perché io per primo sono un perdonato. Non perdono perché l’altro migliori, o si converta, o si intenerisca. A volte l’altro non sa nemmeno di essere stato perdonato e può disprezzare il mio gesto. Non perdono perché l’altro cambi, ma perché io ho urgente bisogno di cambiare! Il perdono mi situa in una posizione nuova, diversa, mi rende simile a quel Dio che fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti.
Mercoledì della III settimana di Quaresima
Dt 4,1.5-9 Sal 147 Mt 5,17-19: Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Commento su Matteo 5,17-19
Gesù è accusato di essere un anarchico, di sovvertire i costumi, di essere un blasfemo perché non rispetta la Legge. Oggi, invece, egli afferma di osservare la Legge e chiede che sia osservata scrupolosamente. Chi ha ragione? I farisei rispettavano la Legge e chiedevano di osservarla, certo. Ma la loro non era la legge data da Dio a Mosè sul Sinai, ma gli oltre seicento precetti della tradizione orale che si erano accumulati con i secoli e che Gesù contestava vigorosamente. Mischiando insieme sacrosanti comandi con pie devozioni, opinioni teologiche con semplici e discutibili abitudini, i rabbini e i dottori della Legge avevano messo tutto sullo stesso piano, come a volte accade anche a noi, oggi, creando una gran confusione. Quando ci avviciniamo alla fede dobbiamo essere ben consapevoli che non tutto è uguale allo stesso modo: ci sono dei pilastri essenziali alla fede, poi ci sono delle riflessioni consequenziali e, infine, le tradizioni (buone e da rispettare, ma con giudizio!) delle singole comunità e dei singoli preti. Fare un po’ di chiarezza intorno a cosa è essenziale distinguendolo dalle cose marginali gioverebbe anche a noi cattolici!
Giovedì della III settimana di Quaresima
Ger 7,23-28 Sal 94 Lc 11,14-23: Chi non è con me è contro di me.
Commento su Luca 11,14-23
Gesù non ama essere frainteso. È incredibile come gli uomini, ieri come oggi, si lascino trascinare dagli istinti mistici, dando retta a chiunque! Gesù non vuole essere scambiato per un guaritore, per un santone, per un guru: nel vangelo di Marco impedisce ai miracolati di parlare, per timore di essere manipolato. Oggi, invece, Gesù si deve difendere da chi lo accusa in maniera piuttosto ridicola di operare esorcismi in nome di Satana! E Gesù (ma quanta pazienza ha?) invece di ridicolizzare questa teoria la argomenta e la smonta parola per parola, argomentandola. Ovviamente non può guarire in nome di Satana perché scacciare i demoni in nome del principe dei demoni è piuttosto controproducente, annota il Maestro! Quante volte, ancora oggi, accampiamo mille scuse pur di non accogliere la disarmante pretesa di Gesù di essere rivelatore del Padre! Piuttosto che accogliere con umiltà la novità di Dio, ci arrampichiamo sugli specchi per dare spiegazioni alternative, anche folli, pur di non mettere in conto il fatto che quando Gesù si dichiara Figlio di Dio…potrebbe anche esserlo!
Venerdì della III settimana di Quaresima
Os 14,2-10 Sal 80 Mc 12,28-34: Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: lo amerai.
Commento su Marco 12,28b-34
Mi sembra il minimo che nessuno avesse il coraggio di interrogare Gesù! Il dottore della Legge gli pone una domanda ma non per ascoltare una risposta: vuole mettere in imbarazzo il Signore! I rabbini del tempo, una parte di loro almeno, sostenevano che bisognasse scrupolosamente osservare tutti e seicento i precetti, che non ve ne fosse uno più importante di altri. Gesù, invece, aiuta il malcapitato a riflettere su cosa è essenziale nella sovrabbondanza di precetti e questi, giustamente, riporta lo Shemà, la preghiera più importante per gli ebrei, quella che fa memoria della presenza di Dio e un altro comando, considerato essenziale da uno dei rabbini più seguiti dell’epoca, Hillel. Ottenuta la risposta Gesù lo liquida: bene, bravo, vivi quello che hai detto. Che imbarazzo! A volte anche noi riduciamo la fede a disquisizione, a grandi convegni, a teorie teologiche, senza lasciare che la Parola di Dio fecondi e cambi le nostre vite… Evitiamo di ridurre la fede a teoria ma applichiamola nella concretezza delle nostre scelte, per non fare come il teologo del vangelo di oggi, che deve ammettere a se stesso di dover ancora iniziare a imparare ad amare…
Sabato della III settimana di Quaresima
Os 6,1-6 Sal 50 Lc 18,9-14: Il pubblicano tornò a casa giustificato…
Commento su Luca 18,9-14
La feroce parabola del Signore ci invita a non vedere la nostra fede come un gioiello da mostrare a Dio, come un’ulteriore occasione per sfoggiare le nostre capacità spirituali. Il fariseo che si compiace della propria devozione, in fondo, dice il vero: sta veramente mettendocela tutta per vivere e osservare le tante regole che i rabbini imponevano al pio israelita. In cosa sbaglia, allora? È consapevole della propria superiorità e si confronta col povero pubblicano, oggettivamente peccatore, che non osa nemmeno alzare lo sguardo. Non è con quelli più lontani da noi che dobbiamo confrontarci, ma con chi ancora potremmo diventare, col progetto di santità che Dio ha su di noi! Siamo sempre pronti a vedere le nostre piccole qualità e a sottolineare i nostri piccoli meriti, se confrontati con le fragilità altrui. Il Signore, invece, ci invita a guardare sempre e solo al nostro percorso, guardando alla meta, non ai fratelli. E Gesù conclude, amareggiato, che il fariseo esce dal tempio senza avere incontrato Dio, perché il suo cuore è ricolmo di sé. Il pubblicano, invece, ha preso consapevolezza del proprio vuoto. Ora è pronto per essere colmato.
