Commento al Vangelo della III Domenica
Tempo Ordinario – Anno C
Luca 1,1-4; 4,14-21
(Letture: Neemia 8,2-4.5-6.8-10; Salmo 18; 1 Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21).

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Dici sul serio? Usiamo le parole come cartocci per alimenti
Gaetano Piccolo
Le parole sono vasi eletti e preziosi e possono essere riempiti di qualunque cosa anche del vino dell’errore.
Agostino, Confessioni
La Bibbia ci ricorda fin dall’inizio questa ricchezza presente nella parola, Dio crea per mezzo della parola e da quel momento anche le nostre parole – la nostra capacità di dare nome alle cose – diventano una manifestazione di quella potenza. Dio si è raccontato mediante parole umane. A Israele ha consegnato le parole di vita, la legge, quelle parole che tracciano la strada da percorrere.
Questa potenza della parola spiega il pianto di gioia che il popolo prova – come narrato nel libro di Neemia – quando ascolta le parole che Dio ha donato. Il popolo sta tornando dall’esilio, è affaticato, scoraggiato, deluso, ma ascoltare quella parola di misericordia permette di ritrovare forza. Il popolo si rende conto che non può vivere senza fare memoria di quella promessa. La parola di Dio infatti si compie ogni volta che viene ascoltata. Le nostre assemblee sono oggi, ogni volta, il luogo in cui la Parola di Dio continua a incarnarsi.
La coerenza della parola
Davanti a questa riverenza per la parola, il nostro tempo si presenta invece come l’epoca della parola superficiale e presto dimenticata. La parola è usata in modo rapido, volgare, immediato. E le parole, le promesse, sono spesso archiviate. Forse se vogliamo cercare le radici della crisi del nostro tempo, dovremmo cercarle proprio nella relazione con le parole.
Come mostra anche il brano del Vangelo di Luca, quando Dio parla si impegna. La parola è sempre anche un fare qualcosa: è una promessa, un ordine, un desiderio… Non è un caso dunque che in questo testo Gesù dica che proprio oggi la parola si compie, nel momento stesso in cui la pronuncia. Proprio oggi, come per Zaccheo, quando la salvezza entra in casa sua nel momento in cui ascolta la parola che Gesù gli rivolge. Siamo messi così davanti al modo in cui noi usiamo le parole, al modo in cui ci impegniamo nelle promesse, alla sincerità del modo in cui esprimiamo il nostro parere.
La parola ci compromette
Il discorso che Gesù pronuncia nella sinagoga di Nazareth è l’incipit di una sorta di omelia o di commento che ogni israelita era chiamato a tenere al termine della lettura del testo sacro. Per i predicatori può essere utile notare lo stile di Gesù: egli parla di sé, si mette in gioco, si compromette. A volte, le nostre omelie sono riflessioni fredde e impersonali, il predicatore invece è il primo che dovrebbe lasciarsi ferire dalla parola, come Papa Francesco ci ha suggerito nell’Evangelii gaudium.
Si tratta, è vero, di una sorta di discorso programmatico di Gesù, in cui egli dice chi vuole essere, ma nel Vangelo di Luca questo discorso segue all’episodio delle tentazioni, dove, con la sua stessa vita, Gesù ha già detto che tipo di Messia vuole essere, un Messia che rifiuta la logica del privilegio e del compromesso con il male: Gesù non trasforma le pietre in pane solo per soddisfare se stesso né si butta giù dal tempio per sfidare Dio e neppure si inginocchia davanti al tentatore per riceverne in cambio i regni della terra. Privilegio e compromesso con il potere: anche qui troviamo un’ulteriore radice della crisi del nostro tempo.
Gesù annuncia l’azione di Dio, ma nel contempo si fa azione. C’è una coerenza intima tra la sua parola e la sua azione: non dice solo di essere mandato ai poveri, egli va dai poveri, non proclama solo la liberazione dei prigionieri, ma libera i prigionieri, non annuncia solo la vista ai ciechi, ma ridà la vista ai ciechi…
Troppe volte la parola è usata invece con superficialità, senza tener conto delle sue conseguenze né della nostra capacità di portarla a compimento. La parola vera è frutto di un discernimento.
La parola da cui partire
La parola più difficile è quella che pronunciamo nei luoghi più familiari, dove siamo conosciuti, dove sono palesi le conseguenze dei nostri proclami. Gesù inizia la sua predicazione proprio dalla sua terra, forse per insegnarci che la missione non è mai una fuga. So per esperienza che i luoghi più ardui in cui portare il Vangelo sono la propria famiglia e la propria comunità, cioè i contesti in cui continuamente la parola è messa alla prova, ma è proprio da lì che occorre ricominciare.
Da Nazaret arriva l’annuncio della vera liberazione
Ermes Ronchi
Luca, il migliore scrittore del Nuovo Testamento, sa creare una tensione, una aspettativa con questo magistrale racconto che si dipana come al rallentatore: Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. E seguono le prime parole ufficiali di Gesù: oggi l’antica profezia si fa storia. Gesù si inserisce nel solco dei profeti, li prende e li incarna in sé. E i profeti illuminano la sua vocazione, ispirano le sue scelte: Lo Spirito del Signore mi ha mandato ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo. Da subito Gesù sgombra tutti i dubbi su ciò che è venuto a fare: è qui per togliere via dall’uomo tutto ciò che ne impedisce la fioritura, perché sia chiaro a tutti che cosa è il regno di Dio: vita in pienezza, qualcosa che porta gioia, che libera e dà luce, che rende la storia un luogo senza più disperati. E si schiera, non è imparziale il nostro Dio: sta dalla parte degli ultimi, mai con gli oppressori; viene come fonte di libere vite e mai causa di asservimenti.
Gesù non è venuto per riportare i lontani a Dio, ma per portare Dio ai lontani, a uomini e donne senza speranza, per aprirli a tutte le loro immense potenzialità di vita, di lavoro, di creatività, di relazione, di intelligenza, di amore. Il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato della persona, il suo primo sguardo va sempre sulla povertà e sul bisogno dell’uomo. Per questo nel Vangelo ricorre più spesso la parola poveri, che non la parola peccatori. Non è moralista il Vangelo, ma creatore di uomini liberi, veggenti, gioiosi, non più oppressi. Scriveva padre Giovanni Vannucci: «Il cristianesimo non è una morale ma una sconvolgente liberazione». La lieta notizia del Vangelo non è l’offerta di una nuova morale, fosse pure la migliore, la più nobile o la più benefica per la storia. La buona notizia di Gesù non è neppure il perdono dei peccati. La buona notizia è che Dio è per l’uomo, mette la creatura al centro, e dimentica se stesso per lui. E schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne, contro tutte le chiusure interne, perché la storia diventi “altra” da quello che è. Un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo. Infatti la parola chiave è “libertà-liberazione”. E senti dentro l’esplosione di potenzialità prima negate, energia che spinge in avanti, che sa di vento, di futuro e di spazi aperti. Nella sinagoga di Nazaret è allora l’umanità che si rialza e riprende il suo cammino verso il cuore della vita, il cui nome è gioia, libertà e pienezza (M. Marcolini). Nomi di Dio.
L’oggi di Dio
Enzo Bianchi
Nel dare forma alla buona notizia, il Vangelo, attraverso il racconto, Luca ha la consapevolezza di una propria responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Davanti a Dio deve essere un “servo della Parola”, capace di tenere conto di altri scrittori precedenti a lui e più autorevoli di lui: “i testimoni oculari”, quelli che hanno vissuto nell’intimità e nella vita pubblica con Gesù (cf. At 1,21-22); davanti agli uomini sente il dovere di rispondere a quei primi cristiani della sua comunità, dando loro una parola come cibo capace di nutrire e confermare la loro fede. Per questo ha composto quello che chiamiamo il terzo vangelo, attingendo con cura alla tradizione apostolica ma nello stesso tempo scrivendo con le sue capacità e la sua sensibilità. Il Vangelo è un canto a quattro voci, quattro racconti, quattro memorie: ma il canto polifonico resta un solo canto, e uno solo è il Vangelo fatto carne, uomo (cf. Gv 1,14), Gesù di Nazaret.
Luca è molto attento a testimoniare la presenza dello Spirito di Dio in Gesù. Gesù – che è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1) – e lo Spirito santo sono “compagni inseparabili” (Basilio di Cesarea), dunque dove Gesù parla e agisce là c’è anche lo Spirito. Nei capitoli precedenti del vangelo, quelli riguardanti la venuta nel mondo del Figlio di Dio, Luca ha mostrato che egli è stato concepito nell’utero di Maria grazie alla potenza dello Spirito santo (cf. Lc 1,35), e la sua apparizione pubblica quale discepolo di Giovanni il Battista, che lo ha immerso nel Giordano, è stata sigillata dalla discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,22). Proprio questo Spirito conduce Gesù nel deserto, dove viene tentato dal demonio (cf. Lc 4,1-2 a), e lo accompagna – è l’inizio del nostro brano liturgico – quando ritorna in Galilea, la sua terra, dalla quale si era allontanato per andare nel deserto e mettersi alla sequela del profeta battezzatore. Con questa insistenza Luca è intenzionato a far comprendere al lettore che Gesù è “ispirato”, che la sua sorgente interiore, il suo respiro profondo è lo Spirito di Dio, il Soffio del Padre. Non è un profeta come gli altri, sui quali lo Spirito scendeva momentaneamente, perché in lui lo Spirito riposava, dimorava (cf. Gv 1,32), lo riempiva di quella forza (dýnamis) che non è potere, ma partecipazione all’azione e allo stile di Dio.
E cosa fa Gesù nel suo ritorno alla “Galilea delle genti” (Mt 4,15; Is 8,23), terra periferica e impura? Va a “insegnare nelle sinagoghe”. Per iniziare la sua missione non ha scelto né Gerusalemme né il tempio, ma quelle umili sale in cui si riunivano i credenti per ascoltare le sante Scritture e offrire il loro servizio liturgico al Signore. Nelle sinagoghe di sabato si facevano preghiere, poi si leggeva la Torah (il Pentateuco), la Legge, quindi si pregavano Salmi e, a commento della Torah, si proclamava un brano tratto dai Profeti. Non era una liturgia diversa da quella che ancora oggi noi cristiani compiamo ogni domenica. Gesù non è un sacerdote, è un semplice credente figlio di Israele ma, diventato a dodici anni “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-42), è abilitato a leggere pubblicamente le sante Scritture e a commentarle, facendo l’omelia.
E così accade che quel sabato, proprio nella sinagoga di Nazaret in cui la sua fede era stata nutrita mediante le liturgie comunitarie, Gesù sale sull’ambone e, aperto il rotolo che gli viene dato, legge come seconda lettura il brano previsto: il capitolo 61 del profeta Isaia. Questo testo è l’autopresentazione di un profeta anonimo che testimonia la sua vocazione e la sua missione:
Lo Spirito del Signore è sopra di me,
per questo mi ha unto (échrisen)
e mi ha inviato per annunciare la buona notizia ai poveri,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista,
per rimandare in libertà gli oppressi,
per proclamare l’anno di grazia del Signore (Is 61,1-2a).
Chi è quel profeta senza nome annunciato da Isaia? Quale la sua identità? Quando la sua venuta tanto attesa? Queste certamente le domande che sorgevano alla lettura di quel testo. Gesù, dopo aver letto il brano tralasciando la menzione finale di “un giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 62,2b), lo commenta con pochissime parole:
Oggi si è realizzata questa Scrittura
(ascoltata) nei vostri orecchi.
Oggi, oggi (sémeron) Dio ha parlato e ha realizzato la sua Parola. Oggi, perché quando un ascoltatore accoglie la parola di Dio, è sempre oggi: è qui e adesso che la parola di Dio ci interpella e si realizza. Non c’è spazio alla dilazione: oggi! È proprio Luca a forgiare questa teologia dell’“oggi di Dio”. Per ben dodici volte nel suo vangelo risuona questo avverbio, “oggi”, di cui queste le più significative:
- per la rivelazione fatta dagli angeli a Betlemme (cf. Lc 2,11);
- per la rivelazione ad opera dalla voce celeste nel battesimo (cf. Lc 3,22; variante che cita Sal 2,7);
- nel nostro brano, come affermazione programmatica (cf. Lc 4,21);
- durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (cf. Lc 13,32.33);
- come annuncio della salvezza fatto da Gesù a Zaccheo (cf. Lc 19,5.9);
- come parola rivolta a Pietro quale annuncio del suo rinnegamento (cf. Lc 22,34.61);
- come salvezza donata addirittura sulla croce, a uno dei due malfattori (cf. Lc 23,43).
Oggi è per ciascuno di noi sempre l’ora per ascoltare la voce di Dio (cf. Sal 95,7d), per non indurire il cuore (cf. Sal 95,8) e poter così cogliere la realizzazione delle sue promesse. La parola di Dio nella sua potenza risuona sempre oggi, e “chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (Lc 8,8; cf. Mc 4,9; Mt 13,9). Oggi si ascolta e si obbedisce alla Parola o la si rigetta; oggi si decide il giudizio per la vita o per la morte delle nostre vicende; oggi è sempre parola che possiamo dire come ascoltatori autentici di Gesù: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Lc 5,26). E possiamo dirla anche dopo un passato di peccato: “Oggi ricomincio”, perché la vita cristiana è andare “di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine” (Gregorio di Nissa).
Gesù è dunque il profeta atteso e annunciato dalle sante Scritture, ma questo egli non lo dice mai apertamente, bensì lascia ai suoi ascoltatori di comprendere la sua identità a partire dalle azioni che compie: essere buona notizia per i poveri, essere liberatore per chi si sente incatenato, essere occhio per chi è cieco, essere perdono per chi ha peccato, essere annunciatore dell’amore gratuito di Dio, amore che non si deve mai meritare.
Quando, leggendo questa pagina evangelica, mi colloco nella sinagoga di Nazaret in ascolto di Gesù, mi chiedo: avrei accolto le sue parole? Ci sarebbe stato per me un oggi di Dio? Oppure, come ancora tante volte mi capita, Dio mi rivolge la sua parola e io non la ascolto, preferendo lamentarmi di lui che fa silenzio, che è muto, che si nasconde, piuttosto di riconoscere che io, oggi, sono sordo e con il cuore indurito? Il Signore abbia oggi misericordia di me.
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Occhi fissi su Gesù e la sua missione
Romeo Ballan, mccj
L’evangelista Luca afferma chiaramente che non intende scrivere un romanzo, ma un libro di storia, sulla base di fatti veri e verificabili. Vuole dare ai suoi lettori una sicurezza totale circa il personaggio centrale del libro che si accinge a scrivere. Non intende inventare fatti, scene o messaggi; vuole raccontare (Vangelo) solo “avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi” (v. 1), trasmessi da persone “che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola” (v. 2). Per l’evangelista sono i fatti che ispirano le parole; i ministri della Parola partono dai fatti. Con documenti alla mano, dopo “ricerche accurate su ogni circostanza”, Luca è in grado di stendere un “resoconto ordinato” sulla vicenda di Gesù. Con rigore e onestà, sulla base di testimoni oculari e credibili, Luca garantisce ai suoi lettori la “solidità degli insegnamenti” che hanno ricevuto (v. 3-4).
Luca ha un chiaro progetto catechetico e missionario: rafforzare la fede di chi già crede e dare sicurezza a quanti sono alla ricerca, a coloro che si stanno avvicinando e sono in cammino verso Gesù, come personaggio storico e fulcro della fede. Il Vangelo di Gesù è fondato su fatti sicuri, nei quali non c’è spazio per invenzioni umane, o creazioni mitologiche. “La fede biblica non è l’adesione ad una serie astratta di teoremi teologici, ma è l’accettazione dell’irruzione di Dio e della sua parola nella trama storica degli eventi umani, nella ‘casa’ di carne delle nostre genealogie, nella ‘tenda’ di carne dell’incarnazione del Cristo… Cristo è centro e spiegazione del nodo inestricabile delle nostre generazioni, delle nostre speranze, delle nostre vicende” (G. Ravasi).
Con le spiegazioni circa il metodo di ricerca, l’intenzione dell’autore e la finalità dell’opera, Luca offre una guida di lettura del suo Vangelo e ci introduce nel programma di vita e nel messaggio del suo protagonista, Gesù di Nazaret. Proprio nella sinagoga del suo villaggio d’infanzia e di giovinezza, a trenta anni Gesù inaugura la sua missione pubblica, assumendo in prima persona il programma profetico di Isaia (61,1-2): anche Gesù, “con la potenza dello Spirito” (v. 14), si sente “mandato a portare ai poveri il lieto messaggio”, agli oppressi la liberazione e per tutti un anno di grazia (v. 18-19). Sono le linee programmatiche della missione di Gesù: in seguito, saranno i miracoli di guarigioni, le parabole della misericordia, l’accoglienza ai peccatori e agli esclusi… a definire nei fatti il volto umano di un Dio che è misericordioso oltre ogni misura.
Gesù riempie completamente la scena nella sinagoga: come annota Luca, gli occhi e gli orecchi di tutti “erano fissi su di Lui”. Gesù non si sofferma a commentare il testo di Isaia, ma ne proclama la piena realizzazione. È il momento dell’oggi di Dio per il compimento delle Scritture (v. 20-21). È legittimo pensare che, quando Gesù pronunciò la parola ‘oggi’, abbia compiuto anche un gesto che indicava il suo corpo, la sua persona, come luogo del compimento di tutte le Scritture: oggi, qui, in me, davanti a voi che mi fissate in volto… Per Gesù, è stato un momento di piena identificazione come inviato-missionario del Padre! L’anno di grazia è già iniziato. D’ora in poi i segni della misericordia e della vicinanza di Dio accanto a chiunque è nel bisogno, saranno sempre più patenti. A cominciare da Gesù, per continuare poi nella storia missionaria della Chiesa ovunque e in ogni epoca.
Anche il popolo d’Israele fece l’esperienza dell’attualità permanente della Parola di Dio, quando la riscoprì dopo l’esilio e questa venne proclamata con solennità davanti a tutta l’assemblea (I lettura) sulla piazza pubblica, provocando conversione e gioia. Oggi, l’efficacia e la visibilità della Parola sono richieste in modo urgente nel campo ecumenico (II lettura), affinché tutti i credenti in Gesù, convocati dalla Parola e “dissetati da un solo Spirito” (v. 13), formino l’unico corpo di Cristo, ricco di molteplici doni, uniti in armoniosa vitalità, animati da slancio missionario, “affinché il mondo creda” (Gv 17,21).
JESÚS es el Único Enviado del Padre para todos los hombres, pero sólo los que quieren oírlo y seguirlo son felices, pues Él no obliga a nadie.
Y, esto se realiza en todo momento de nuestra vida: el “HOY”.
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