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di Charles Taylor
per gentile concessione della rivista
Vita e Pensiero

Vorrei prendere in considerazione il tema della solidarietà, e in particolare la possibilità del suo fallimento. Credo si debba affermare che la solidarietà è assolutamente essenziale alle società democratiche: in sua assenza esse iniziano a sfaldarsi. Tali società, infatti, non riescono a funzionare al di sopra di un certo livello di sfiducia reciproca o di senso di abbandono. Orbene, qual è la minaccia alla solidarietà? Alcuni pensano che ciò consista nello sviluppo di una sempre più estesa visione individualistica della vita. Io ritengo che ciò sia una parte del problema, ma che esista un’altra minaccia alla solidarietà, strettamente legata a un senso di identità comune che va scemando. Guardiamo ad alcuni degli Stati che meglio hanno organizzato il welfare in Europa, ad esempio la Scandinavia. Non è un caso che, per lungo tempo, questi sistemi di welfare siano stati realizzati da popolazioni etnicamente molto omogenee. Le persone percepivano il fatto che potevano comprendere coloro con i quali avevano un legame di solidarietà: «Sono persone proprio come me, uomini e donne con le quali sento di avere un legame». Per questo motivo la sfida di tutte le nostre società consiste nel mantenere la stessa intensità solidale, mentre le popolazioni si stanno diversificando.

Vi sono due modalità praticabili. La prima: guardare indietro a vecchi modelli di solidarietà. Prendiamo il caso della Francia. Ciò che costituisce l’identità francese è la laïcité. E perciò si afferma: «I musulmani arrivano da noi, ma non capiscono la nostra laïcité. Per questo dobbiamo costruire una diga contro di loro». Questo modo con cui si cerca di puntellare la solidarietà si rivela disastroso, perché non sta creando solidarietà tra le persone che vivono già qui e che sono già cittadini. La seconda modalità richiede di ridefinire l’identità: io ritengo che questa sia la situazione in cui si trovano tutte le società democratiche attuali. Queste ultime affrontano la sfida di ridefinire la loro identità in dialogo con diversi elementi sociali, alcuni dei quali esterni, altri interni. Pensiamo a quanto sono stati potenti i movimenti femministi in Europa negli ultimi 30 anni. Non si trattava di persone che venivano da fuori, ma di gente che, seppur in modi diversi, non aveva piena cittadinanza, che per questo la domandava e che ha ridefinito le questioni in gioco proprio per ottenerla.

È una sorta di paradosso pensare che si possa salvare l’Europa restringendo l’Europa stessa. Il filosofo francese Rémi Brague un giorno ha spiegato che la peculiarità dell’Europa si fonda sul fatto che essa è l’unica grande civiltà che dall’inizio ha compreso se stessa come un soggetto secondario. Questo sentimento sorse nel Rinascimento, con l’idea che vi era un’altra sorgente di conoscenza negli antichi e che tale sorgente doveva essere fatta rinascere di nuovo. Questo non è il funzionamento proprio della società cinese o di quella indiana. Il senso che abbiamo qualcosa da imparare al di fuori del nostro stesso contesto è parte integrale del genio europeo.

Per questo motivo mi sembra che abbiamo un grande compito davanti a noi: sedare le paure “culturali” circa il fatto che le nostre tradizioni vengano minate; riconoscere e sentire vicine le persone che stanno arrivando qui; trovare un modo di ricreare la nostra etica politica intorno a un nucleo di principi, che includa i diritti umani, l’uguaglianza, la non discriminazione e la democrazia. Se avremo successo nel far ciò, allora potremo creare un sentimento di appartenenza che vada anche oltre al fatto che le ragioni che ciascuno di noi potrebbe sottoscrivere possono essere differenti. Alcuni citeranno il diritto alla vita perché sono cristiani e sanno che gli esseri umani sono creati a immagine di Dio; altri parleranno, come Kant, dell’agire razionale dell’uomo come qualcosa che è degno di rispetto infinito. E ci saranno ulteriori definizioni. L’idea che una moderna società democratica possa sorgere e reggersi intorno a un’etica basata su una giustificazione singola, per quanto profonda, rappresenta una notevole illusione. In altre parole, dobbiamo considerare la sfida presente alla nostra solidarietà, capendo che essa deve essere fondata su una pluralità di possibili basi e fondamenti. La comprensione e il dialogo con l’altro sono assolutamente parti integranti della nostra sopravvivenza come democrazie.

Esiste poi un’altra minaccia alla solidarietà in diversi Paesi occidentali: si tratta della sfida posta dal crescente individualismo, dalla sempre maggiore attenzione alla prosperità economica e alle proprie personali ambizioni. Sinceramente mi terrorizza osservare il dibattito sulla riforma sanitaria negli Stati Uniti, a causa della manifestazione di totale mancanza di solidarietà da parte di varie persone. Molti, quando si nota che negli Usa vi sono 40 milioni di individui senza cure sanitarie, rispondono con un «Beh, e allora?». Se questa è la loro reazione, ciò significa che queste persone non hanno idea di quale sia la reale base di una moderna società democratica. E come possiamo, di fronte a questo tipo di individualismo, ricreare un senso di solidarietà? Di nuovo, quest’ultima non può essere ristabilita semplicemente insistendo su una particolare filosofia o religione. Il senso di solidarietà in una società può essere mantenuto solo se tutte le diverse famiglie spirituali che costruiscono una società trovano tale sentimento al loro interno, in modo da dedicarvi nuova attenzione. Ovvero, se i cristiani vedono che esso è centrale nel loro cristianesimo, se i musulmani lo scoprono fondamentale nel loro islam, se le diverse tipologie di filosofie laiche lo vedono come cruciale per il loro pensiero.

A questo punto vorrei fare un nuovo appello al riconoscimento della religione. Essa consente alla solidarietà di avere una profonda e potente base valoriale, e i filosofi e i politici laici che vorrebbero marginalizzare la religione stanno facendo un grande errore, così come quando si cerca di rendere marginali le filosofie atee o non credenti. Le nostre società, nella loro enorme diversità, sono rafforzate dalle spinte, molto diverse, di impegno verso un’etica comune: e non possiamo permetterci di metterle sotto silenzio. Ognuna di quelle motivazioni, che siano religiose o laiche, è ciò che rende le nostre società vivibili, uguali, democratiche e solidali.

In questo momento, far ciò è molto difficile per gli europei e per gli sviluppi, diciamo così, dell’Europa, tra i quali includo me stesso come canadese. Storicamente, l’etica politica di società confessionali era basata su un singolo fondamento. Nel caso europeo, il fondamento cristiano. Diverse tipologie di società laiche hanno cercato di inventare se stesse sulle rovine di quel fondamento e hanno compiuto la stessa scelta in un altro modo. Un certo tipo di giacobinismo ha sostenuto che si doveva avere solo una filosofia. Non doveva più essere quella cristiana, piuttosto la filosofia laica dell’Illuminismo. Nessuno poteva metterla in discussione. Questo costituisce un tentativo di raggiungere l’idea di una religione civile: un’idea messa in campo nientemeno che da Jean-Jacques Rousseau. Orbene, io credo che non possiamo più avere una religione civile, basata su Dio né sulla laicità né fondata sui diritti dell’uomo o su qualsivoglia argomento. Ci troviamo in un territorio finora sconosciuto. Siamo di fronte a una sfida inedita nella storia umana, che consiste appunto nel perseguimento di una forte etica politica della solidarietà basata coscientemente su diversi punti di vista.

Questa visione può avere successo solamente se siamo capaci di creare un forte scambio fra gli uni e gli altri, in modo da costruire una tipologia di rispetto reciproco fra tali diverse prospettive; un rispetto che altrimenti sparisce. Resto orripilato nel vedere, all’interno delle nostre società, crescere la forza dell’islamofobia, che cerca di afferrare la storia, estremamente complessa e variegata, dell’islam e di ridurla a pochi semplici slogan. Un simile tipo di stupidità – non vi è un’altra parola migliore per definirla – non costituisce solo un crimine contro la verità e lo spirito, ma è anche un pugnale puntato al cuore delle nostre moderne società. Questo vale anche per ogni altra prospettiva che sminuisca in maniera netta la prospettiva dell’altro. Gli atei hanno bisogno di parlare con i credenti e i credenti hanno bisogno di parlare con gli atei. Tale scambio è cruciale per la tenuta della società che sto descrivendo. Ciò fa tutt’uno con la forte etica politica di cui parlavo prima, che si basa coscientemente su diversi fondamenti; noi dunque staremo insieme solo se ci parleremo con apertura, con franchezza, e con un certo senso – appunto – di solidarietà. E questa la sfida a cui siamo chiamati.

(Traduzione di Lorenzo Fazzini e foto di Lëa-Kim Châteauneuf)

Charles Taylor

Charles Taylor è un filosofo e accademico canadese, che si è interessato soprattutto alla filosofia politica e alla filosofia delle scienze sociali, oltre che alla storia della filosofia.