Dice Isacco della Stella, monaco e abate cistercense, dopo il 1150:

Perciò, fratelli miei, dobbiamo vigilare con somma cura, e farlo con tanta maggiore attenzione avendo noi scelto una solitudine remotissima, a che nella barca del nostro uomo interiore, per il quale l’uomo esteriore è come un mare, mai dorma la parola di Dio, dato che lui in sé né dorme né sonnecchia mai. Un Cristo che sia ozioso non può vegliare su di noi e, per dirla breve, egli vuole sempre che gli si chieda qualcosa o che lo si interroghi, e certo vuole che, mentre parla lui, lo ascoltiamo da svegli. Infatti, fratello, se mentre lui parla cominci a dormire di fronte a lui, subito egli dormirà di fronte a te. Ma guai a te se egli ti si addormenta davanti! Per te è sveglio il vento, è sveglio il mare, è sveglia la tempesta, sono svegli i flutti dei pensieri e il ribollire di mille tentazioni se per te soltanto lui dorme. Perciò prega e digli con il Profeta: «Illumina, Signore, i miei occhi perché non mi addormenti mai nella morte». […] Dove sono quelli che nel chiostro sonnecchiano sui loro libri, durante la lettura nell’oratorio russano, e di fronte a un discorso fatto a viva voce nel capitolo dormono? In questi casi il Verbo di Dio parla, ma non gli si fa caso. Il Signore, il maestro parla, e l’uomo, il discepolo dorme.

♦ Isacco della Stella, Sermone secondo per la quarta domenica dopo l’Epifania, in I sermoni, vol. II, Mariale – Santorale – Tempo ordinario, a cura di D. Pezzini, Paoline 2007, pp. 248-49.

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