
di Pietro Luca Azzaro
30/12/2023
Per gentile concessione di
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“Signore ti amo”. Le ultime parole di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, pronunciate all’alba del 31 dicembre 2022 nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, a pochi passi dalla tomba di Simon Pietro, ci riportano alla memoria quelle con cui una mattina di primavera, sulle sponde del Lago di Tiberiade, il suo primo predecessore rispondeva al Signore risorto che si accingeva ad affidargli la specifica missione di guidare tutta la comunità dei suoi discepoli: «“Simone di Giovanni, mi ami?”. […] Gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle”» (Gv 21,17).
Ma vengono in mente anche le parole che rivolse al Signore, a suggello della sua conversione, colui che Joseph Ratzinger aveva considerato sin dalla sua giovinezza «grande amico e maestro» (Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, Volk und Haus Gottes in Augustinus Lehre von der Kirche. Die Dissertation und weitere Studien zu Augustinus und zur Theologie der Kirchenväter (=Joseph Ratzinger Gesammelte Schriften [JRGS], Bd. 1), Herder 2011, 727): «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova» (sant’Agostino, Confessioni, X, 26-27).
In effetti, quello che aveva sùbito e maggiormente colpito il giovane dottorando studioso del pensiero di sant’Agostino era stato proprio il punto sorgivo della vicenda di sant’Agostino, e cioè l’esperienza personale della conversione, tutta incentrata sull’amare e sull’essere amati; una dinamica profondamente umana e vera che, tanti anni dopo, Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, Deus Caritas est, sintetizzerà così: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1).
Su questa base, grazie anche allo studio dell’ecclesiologia di sant’Agostino, Joseph Ratzinger era andato sempre più maturando la convinzione che la Chiesa è proprio «il comunicare con noi del Signore, che insieme genera l’autentico comunicare degli uomini fra loro. Per questo la Chiesa nasce attorno a un altare». E per questo l’Eucaristia è «il procedimento vivo della comunione di Cristo con noi» (JRGS 1, 548-549).
«L’ecclesiologia del Concilio è ecclesiologia di comunione e perciò essenzialmente ecclesiologia eucaristica», affermerà non a caso Papa Benedetto XVI nella sua Prefazione al primo volume dell’Opera omnia dedicato ai suoi studi su Agostino (JRGS 1, 9).
Quando, cinquant’anni prima, il Vaticano II aveva posto la questione della necessità di un rinnovamento della Chiesa, al giovane professore di dogmatica e perito conciliare – che pure auspicava un “Concilio di rinnovamento” – era già perfettamente chiaro che “aggiornamento” non poteva significare la formulazione di nuove dottrine, la creazione di un’altra Chiesa, ma facilitare invece quanto più possibile, nell’oggi e per l’uomo di oggi, l’incontro con quella Persona, quella conversione, quel comunicare, quella comunione.
«Rivivere la memoria del Signore: questo è quello che chiamiamo rinnovamento, quello che chiamiamo conversione». Così Joseph Ratzinger concluse anni dopo un’omelia dedicata proprio all’attualità di sant’Agostino (JRGS 1, 730-731).
Laddove invece, già molto prima, quando era professore universitario a Tubinga e Ratisbona e poi arcivescovo di Monaco e Frisinga aveva potuto osservare come proprio il progressivo affermarsi postconciliare di una certa interpretazione arbitraria del “rinnovamento” della Chiesa – che, peraltro (come negli anni non si stancherà mai di sottolineare), non trovava alcun riscontro nei documenti conciliari e nemmeno nell’idea di riforma che animava i Padri conciliari –, per una drammatica eterogenesi dei fini, rischiava di ridurre la Chiesa, nella sua dimensione quotidiana, ad arida istituzione determinata da un attivismo logorante.
«“Dio che cosa vuole veramente da noi?”» chiese al Prefetto per la Dottrina della Fede il giornalista Peter Seewald, a conclusione di una lunga intervista dopo la quale egli stesso sarebbe definitivamente rientrato nella Chiesa: «“Che diventiamo persone che amano”», rispose, «“e cioè che realizziamo la nostra somiglianza con Lui. Perché, come dice san Giovanni, Egli è l’amore, e desidera che ci siano creature a Lui simili, che, scegliendo liberamente di amare, diventino come Lui, Gli appartengano e diffondano così la Sua bellezza”» (JRGS 13/1, 458).
Pietro Luca Azzaro
Pietro Luca Azzaro è professore aggregato presso la Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nella Facoltà di Scienze politiche.