Dice Gregorio di Nissa, monaco e teologo, intorno al 381:

Ogni impegno che gli uomini mettono nelle cose di questa vita è proprio come i giochi dei bambini con la sabbia: il divertimento che trovano in questi giochi cessa appena non se ne occupano più, perché appena smettono di lavorarci, la sabbia, scivolando su se stessa, non lascia più alcuna traccia della fatica che ci hanno messo i ragazzi.
Questa è la vita umana: sabbia è l’ambizione, sabbia la potenza, sabbia la ricchezza, sabbia tutto quello da cui cerchiamo un piacere della carne. Le anime puerili che si attaccano vanamente a ciò che non ha consistenza e si sottopongono a tante fatiche per ciascuna di queste cose, se solo abbandonassero il luogo della sabbia, cioè la vita secondo la carne, riconoscerebbero quanto sia vano passare la vita così. […]

A mio parere anche il grande Ecclesiaste parla di ciò come chi già se ne era reso estraneo e si era imbarcato, con l’anima spoglia, nella vita immateriale. È probabile che un giorno anche noi parleremo così, quando saremo fuori da questa spiaggia dove la sabbia costituisce ciò che è rigettato dal mare della vita, quando ci saremo allontanati da tutti i marosi che ci rimbombano e urlano intorno, e del mare che avevamo conosciuto porteremo con noi solo il ricordo di ciò in cui là ci siamo affannati; allora diremo quelle parole: «Vanità delle vanità, tutto e vanità», e ancora: «Quale vantaggio per l’uomo da tutto il suo affannarsi sotto il sole?»

 Gregorio di Nissa, Omelie su Qoelet, I, 9-10, introduzione e note di F. Vinel, traduzione di M.B. Artioli, Edizioni San Clemente – Edizioni Studio Domenicano 2011, pp. 147-49.

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