Papa Francesco ha detto che le omelie oggi sono: 1) verbose; 2) astratte; e 3) soprattutto non incidono sulla vita dei fedeli

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Pubblicato da Bruno Duina a Ottobre 26, 2024
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In sintonia con il giudizio del papa, il sentire comune afferma giustamente che l’omelia spesso “non dice niente”! è vero: “tormento de’ fedeli” come ironizzava il grande critico letterario Carlo Bo (1911-2001), evidentemente assiduo frequentatore della messa domenicale.

L’omelia: che cosa dovrebbe dire

Ma quali sono i contenuti che dovrebbe proporre l’omelia perché dica qualche cosa? Questione quanto mai delicata. Se l’obiettivo dell’omelia è lo spezzare il pane della Parola, il kerigma, la proclamazione della salvezza come inizio del regno di Dio che si realizza attraverso la parola del Cristo e quindi quello di creare una cinghia di trasmissione tra la Parola proclamata e la Parola vissuta, vediamo bene che il meccanismo si è sostanzialmente inceppato.

Pare spesso di notare, anche in presenza di pagine del vangelo decisamente provocatorie, la preoccupazione di non offendere nessuno, di non sbilanciarsi più del necessario, di non apparire né troppo conservatori, retrogradi, ma neppure troppo innovativi, contestatori, e così si finisce per collocarsi in un’aurea mediocritas, in un generico buonismo, privo di concretezza e di incisività. Sublimi pagine del Vangelo paiono ridotte a moralismo, a massime di saggezza, al “volemose bene”, se non a luoghi comuni, epurate da ogni asperità. Proviamo a pensare a qual è il precipitato (per prendere in prestito un termine chimico) di tante omelie? Cosa ci portiamo a casa di queste omelie? poco o niente! Mi viene in mente la battuta di quel tale che uscendo da messa ha così commentato l’omelia: “anche oggi [il prete] ha cercato di trasformare il vino in acqua!”

L’omelia “manca il bersaglio” e il credente è lasciato solo

Purtroppo, in mancanza di un messaggio chiaro, profondo, coerente, su molti temi cruciali il fedele non potrà che orientarsi sulla base di quanto gli arriva dai media, dai giornali o dalla televisione, peraltro, almeno in grande prevalenza, non proprio in sintonia con l’annuncio evangelico. Non mancano ovviamente strumenti di informazione di buon livello come l’Avvenire e gli altri giornali e riviste cattoliche, oltre naturalmente a documenti ufficiali, ma solo una minoranza vi accede. Ecco, quindi, che la cinghia di trasmissione, per usare l’immagine iniziale, tra Parola proclamata e Parola vissuta non gira come dovrebbe: il fedele, sgretolatosi oltretutto il tessuto comunitario, è in un certo senso lasciato solo davanti ai complessi problemi di oggi.

Senza dubbio, parlare di certi argomenti richiede studio, preparazione, delicatezza, capacità di sintesi, convinzione, chiarezza argomentativa, ma non tanto per condannare o evidenziare l’errore, come spesso si faceva in passato, ma soprattutto per spiegare in modo comprensibile, concreto e soprattutto adeguatamente motivato il punto di vista cristiano in modo che il messaggio trasmesso si trasformi in un seme di speranza.

Per di più, all’uomo contemporaneo non basta più l’autorità tout court della Scrittura, del dogma, dell’enciclica, dell’ipse dixit: non basta, anche con un buon esercizio esegetico, spiegare il significato del testo evangelico (e già questo sarebbe una buon risultato); per il fedele di oggi è necessario rendere adeguatamente ragione del valore sostanziale, razionale, positivo, di salvezza, del principio annunciato: sia esso relativo all’indissolubilità del matrimonio come al porgi l’altra guancia; il fedele ha bisogno di una bussola che funzioni, che dia riferimenti chiari entro cui orientarsi. Il timore di esporsi, di sbagliare, di fare affermazioni che possano offrire il fianco a strumentalizzazioni diventa fattore bloccante. Fatte salve lodevoli eccezioni (che pure ci sono), dopo avere ascoltato tante omelie, ci viene ancora spontaneo proclamare con tutto il cuore: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (Salmo 118)?

Un caso particolare: le omelie dei funerali

Vi è anche una oggettiva difficoltà nel linguaggio: nello scorso intervento parlavo della esculturazione del Cristianesimo dalla società Occidentale e questo si riflette anche nella difficoltà di utilizzare un linguaggio aggiornato, comprensibile per l’uomo d’oggi. Proviamo ad entrare un po’ nel concreto anche in campi più strettamente religiosi.

Particolarmente critiche mi appaiono ad esempio le omelie pronunciate ai funerali, e questo credo principalmente per due motivi (omelie si noti che, per la singolare circostanza, vengono solitamente seguite con maggiore attenzione). Innanzitutto, parlare della morte all’uomo d’oggi è oggettivamente molto difficile, come ancora più difficile è parlare degli altri novissimi: giudizio, infermo e paradiso (e infatti non se ne parla). La dimensione escatologica della fede sembra sfuggire, o forse neppure interessare più di tanto all’uomo d’oggi, tutto concentrato sul presente (il consumismo, in cui siamo immersi, è la cultura dell’adesso, dell’immediato).

In tale contesto poi accade a volte che il dolore per la morte venga quasi derubricato, diluito nell’annuncio consolatorio (e forse talvolta espresso in forme che possono apparire un po’ ingenue, illusorie) della vita eterna: argomento delicatissimo da proporre a chi ha appena subito un grave lutto: non dimentichiamo che Gesù stesso si commosse profondamente e, in una intensa partecipazione al dolore dei suoi familiari, scoppiò in lacrime per l’amico Lazzaro (Giovanni 11, 32-36).

Secondariamente dovremmo tenere conto che ai funerali ormai partecipano molte persone che non frequentano la Chiesa: ecco quindi che una omelia povera di contenuto, l’utilizzo di un linguaggio non adeguato, costituisce, dal punto di vista pastorale, una grave perdita di chance. Si perde l’occasione di mostrare il volto di Cristo, di offrire uno spunto di riflessione anche per il lontano, di gettare un seme nel cuore di chi ascolta. Il rischio è di non essere compresi, di allontanare ancora di più chi è già lontano e di trasmettere un’immagine sciatta, sorpassata, di un rito stanco che stancamente si ripete e che la gente ancora richiede forse anche in mancanza di valide alternative. Non sarebbe allora forse meglio sostituire l’omelia con la lettura di un brano di autori contemporanei, opportunamente scelto fra testi segnalati da competenti liturgisti, adatto alla specifica circostanza, eventualmente accompagnato da un brevissimo commento?

Ma il prete crede alle sue omelie?

Senza arrivare agli estremi di don Lorenzo Milani il quale in Esperienze pastorali (edito nel 1958) scrive senza mezzi termini che “la predicazione non serva a niente” (e questo credo lo dicesse anche in opposizione al radicale impegno pastorale, concreto, assunto del sacerdote fiorentino), sentendo certe omelie viene veramente da chiedersi se il sacerdote creda in questo strumento, in quello che sta dicendo, se sia convinto della sua necessità ed efficacia oppure, forse anche perché oberato da mille impegni in parrocchia, per non sbagliare, stancamente, burocraticamente adempia ad un obbligo previsto dalla rubrica.

E ancora di più mi chiedo: ma che immagine ha il sacerdote dei fedeli in ascolto?