Alberto Carrara, nell’articolo del 28 settembre, scrive che le attuali omelie “non dicono niente”: in effetti, pur non mancando significative eccezioni, nella media le omelie sono decisamente insoddisfacenti e lo sono sotto diversi profili

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Pubblicato da Bruno Duina a Ottobre 23, 2024
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Omelie fredde verso temi caldi

Si registra innanzitutto un notevole disagio nell’affrontare i temi caldi, spinosi, attuali: emerge chiaramente la difficoltà di confrontarsi con le complesse, sempre nuove, questioni di oggi: non mi pare di ricordare un’omelia che abbia trattato ad es. dell’eutanasia, dei flussi migratori, della violenza, della crisi familiare, di maternità surrogata, della crisi ambientale: forse in qualche raro caso ma solo in termini generici, più accennati o enunciati che approfonditi.

Lo stesso si potrebbe dire dei fondamenti della fede: la Grazia, la Salvezza, il Sacramento. Oltretutto, tramontata da tempo l’unità politica dei cattolici, è diventato ancora più insidioso addentrarsi ed esprimere posizione su temi che possano far emergere l’adesione ad uno schieramento politico piuttosto che ad un altro o prestare il fianco a facili strumentalizzazioni.

I fedeli non vengono fatti crescere, accompagnati con le loro fragilità per le strade della vita

Il risultato di questa situazione è che il dibattito, il confronto, le riflessioni si spengono; i fedeli non vengono fatti crescere, accompagnati con le loro fragilità per le strade della vita, con i suoi problemi, i suoi conflitti, le sue sofferenze, le sue aspettative, i suoi progetti; le coscienze non vengono formate: questo appare ancora più problematico se pensiamo che per molti l’appuntamento domenicale è l’unico momento di contatto con la vita di fede, con l’annuncio della salvezza ma anche con la vita di Parrocchia.

D’altra parte, quanta tristezza leggere su giornali a tiratura nazionale articoli durissimi contro un anziano parroco (solitamente del Sud), che durante l’omelia si è lasciato sfuggire una frase subito tacciata di omofobia o di patriarcato o di sostegno all’immigrazione clandestina: ancora più triste leggere poi le “scuse” del povero vescovo costretto a prendere ufficialmente le distanze e ammonire il malcapitato!: e così un povero prete (certo non esperto in tecniche di comunicazione), che ha passato la vita curvo a raccogliere i cocci di un’umanità in frantumi viene ora messo alla gogna mediatica per aver incautamente urtato la sensibilità del “politically correct”.

Il cristianesimo fuori gioco, “esculturato”

Danièle Hervieu-Léger, acuta sociologa delle religioni, ha coniato un neologismo assai efficace ossia “esculturazione” (exculturation in francese). Esso allude al fatto che nella cultura occidentale di massa il Cristianesimo ha perduto la capacità di incidere sulla dimensione culturale, ossia su quell’humus grazie al quale siamo in grado di costruirci come soggetti liberi, di definire valori, beni, pensieri, idealità e un orizzonte complessivo di senso per il vivere. Il Cristianesimo viene “esculturato” in quanto viene a formarsi una cultura che fa a meno dei suoi valori, dei suoi riferimenti simbolici, di quella narrazione che ha segnato per secoli il mondo occidentale.

L’esculturazione, tuttavia, non è solo il risultato di una espulsione della religione dal dibattito culturale moderno operata da gran parte della cultura laica (se non laicista), soprattutto a partire dall’illuminismo, la quale vorrebbe la dimensione religiosa relegata nella sola sfera privata), ma è anche la conseguenza della posizione spesso assunta dalla Chiesa in rapporto anzi in opposizione alla modernità: è lei stessa che troppe volte si è chiamata fuori.

La Chiesa ha contribuito di suo per collocarsi ai margini

La Chiesa, infatti, da un lato ha storicamente dimostrato la difficoltà a stare al passo, a confrontarsi, ad accogliere criticamente, purificato e rielaborato, il portato della cultura moderna: pensiamo anche solo al Sillabo di Pio IX o all’enciclica Pascendi Diminici Gregis di Pio X o, secondo alcuni commentatori, anche all’Humanae Vitae di Paolo VI e alla Mulieris Dignitatem di Giovanni Paolo II (quanto meno nella loro concreta applicazione); dall’altro fatica ad affrontare in modo convincente molti temi nuovi che interrogano l’uomo di oggi: spesso, per usare un’espressione di Padre Timothy Redcliffe, manca la capacità di “convivere con domande difficili, complesse,” e così di “inoltrarci su questioni profonde per le quali non abbiamo risposte immediate”.

Che cosa significano per l’uomo moderno “Grazia”, “Redenzione!”, “Vita eterna”?

Anche il linguaggio della Chiesa ne soffre terribilmente! Non tanto perché questo non sia tecnicamente corretto, quanto perché risulta spesso incomprensibile per l’uomo moderno: spiegare ad un millennial o addirittura ad un centennial (o Z generation) concetti come la Grazia, la Redenzione, la Comunione dei Santi, la Vita eterna, diventa veramente difficile, proprio per le diverse coordinate culturali.

La Chiesa ha paura del confronto aperto e fatica a “prendere il largo”

Ecco allora che l’omelia mi pare rappresenti emblematicamente la punta di un iceberg: ossia il riflesso di una Chiesa in ritirata, timida, che evita l’agorà, l’Areopago, il confronto aperto; che si attesta su posizioni di sicurezza e che fatica a “prendere il largo” e, per usare due efficaci espressioni di papa Francesco, ad essere una Chiesa “in uscita”, ad essere “un ospedale da campo” che, seppur operando con i suoi poveri mezzi, riesca a chinarsi a curare le ferite di un’umanità lacerata, ad accendere un bagliore di speranza.