XXXII domenica del tempo Ordinario – anno B
Marco 12, 38-44

vedova 6

38 Gesù diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

“Questa povera vedova ha dato tutta la sua vita!”  
Enzo Bianchi

Il brano evangelico di questa domenica ci testimonia un attacco molto duro di Gesù verso gli scribi e i farisei, diventati nel mondo cristiano figure tipologiche, che incarnano perfidia, ipocrisia, orgoglio. Attenzione però, perché qui si richiede da parte nostra un esercizio ermeneutico sapiente, che sappia anche essere “giusto”.

Gli scribi erano gli esperti delle sante Scritture, uomini che fin dall’infanzia si dedicavano alla lettura e allo studio della tradizione di Israele; giunti poi all’età matura, diventavano persone autorevoli, rabbini, “maestri”, dotati di poteri giuridici nelle diverse istituzioni giudaiche. I farisei – l’abbiamo sottolineato altre volte – erano invece un “movimento ecclesiale”, un gruppo che con zelo cercava di vivere la Legge di Mosè e la precettistica elaborata dai padri rabbinici. Erano semplici fedeli, appartenenti al popolo, e rappresentavano una componente forte, molto presente e anche missionaria all’interno di Israele. Certamente gli scribi e anche alcuni farisei furono avversari di Gesù, ma la polemica di Gesù, riattualizzata dagli evangelisti in un contesto di aspro confronto e di persecuzione dei cristiani, ritenuti dai farisei una setta eterodossa, riguardava soprattutto la loro postura di “persone religiose”. Nel riprendere questa polemica gli evangelisti intendevano inoltre denunciare quelli che nella chiesa cristiana avevano ormai assunto lo stesso stile. Si faccia dunque attenzione a non finire per leggere i vangeli in modo antigiudaico: non tutti gli scribi erano arroganti, non tutti i farisei erano ipocriti, anzi a volte i vangeli testimoniano di scribi vicini al regno di Dio (cf. Mc 12,34) e di farisei retti e giusti che sono stati ben disposti verso Gesù (cf. Lc 13,31).

Sì, c’è stato un conflitto aspro, ma Gesù oggi potrebbe rivolgere gli stessi duri avvertimenti a tanti ecclesiastici… Basta leggere con attenzione le parole rivolte da Gesù alla folla, che si potrebbero così parafrasare e attualizzare: “Diffidate degli scribi, degli esperti di Bibbia e di teologia! Quando escono, appaiono con vesti lunghe, filettate, addirittura colorate, indossano abiti sgargianti, si ornano di catene, di croci gemmate e preziose, cercano i volti di chi passa per essere salutati e riveriti, senza discernere le persone nel loro bisogno e nella loro sofferenza: volti che non sono guardati, ma chiamati a guardare! Nelle assemblee liturgiche hanno posti eminenti, cattedre e troni simili a quelli dei faraoni e dei re, e sono sempre invitati ai banchetti di potenti”. Davvero queste invettive di Gesù sono più che mai attuali: sono parole che dovrebbero farci arrossire e spingerci a interrogarci nel cuore su dove siamo finiti…

Quando si adotta questa postura di arroganza, si assume inevitabilmente uno stile che chiede ammirazione, che desidera adepti, che esige applausi da parte di persone devote. Per mantenere un tale atteggiamento occorre poi avere molto denaro, e così si finisce per divorare le case delle vedove ed esigere soldi proprio da parte dei più poveri, soldi derubati! È stato così ed è ancora così qua e là nella chiesa, e ognuno di noi in cuor suo conosce in quali modi, magari diversi da quelli stigmatizzati da Gesù, è tentato di apparire, di mostrarsi, di ricevere riconoscimenti e applausi anche nella vita ecclesiale! Non possiamo qui non rendere testimonianza a papa Francesco per i suoi richiami e i suoi sforzi in vista di una chiesa povera, nella quale “i primi”, quelli che governano o presiedano, non ricadano nei vizi degli uomini religiosi, che chiedono agli altri di dare gloria a Dio dando gloria proprio a loro, che si pensano suoi rappresentanti…

Gesù fa questi discorsi nel tempio, di fronte alla sala del tesoro, dove i fedeli, i pellegrini saliti a Gerusalemme, mettono le loro monete in “cassette per le offerte”. Come sempre, Gesù osserva, vede, comprende e discerne: sa cosa accade accanto a sé, è vigilante e trae dalla concreta realtà lezioni di vita. Qui che cosa vede? Nota che ci sono alcuni che mettono grandi somme di denaro: sono i ricchi, quelli che senza grande fatica e senza privarsi di qualcosa di essenziale, nella loro devozione possono mettere anche molto denaro nel tesoro del tempio. Anche di questo abbiamo avuto e abbiamo esperienza nella chiesa. Solo cinquant’anni fa i primi banchi in chiesa avevano la targa in ottone con incisi i nomi dei ricchi che avevano fatto grandi offerte, e quei banchi erano loro riservati. E i poveri? In fondo alla chiesa, in piedi, perché anche le sedie messe a disposizione erano a pagamento. Nulla di nuovo dunque!

Gesù però vede e discerne tra tutti una donna – per di più vedova –, cioè una persona che non conta nulla in un mondo dominato da uomini, che sentono anche il tempio come qualcosa che appartiene a loro: le donne, infatti, non facevano assemblea davanti a Dio come loro e con loro. Questa povera donna avanza tra molti altri, nella sua umiltà, e sembra che nessuno possa notarla. Gesù invece la nota e la addita tra tutti come “la vera offerente”, la vera persona capace di fare un dono, di dare gloria al Signore. Costei getta solo due spiccioli, due piccole monete, ma ecco che Gesù commenta il suo gesto. E lo fa in modo solenne, introducendo le sue parole con: “Amen”, cioè: “È così, è la verità e io ve la dico”. “Amen, io vi dico: questa povera vedova ha gettato nella cassetta delle offerte più di tutti gli altri. Tutti, infatti, hanno preso dal loro superfluo; lei, invece, nella sua povertà, ha dato tutto quello che aveva, tutto quello che aveva per vivere (hólon tòn bíon autês; alla lettera, ‘tutta la sua vita’)”. Questa vedova non dà, come gli altri, briciole di ciò che possiede; non dà l’offerta senza che ne consegua per lei una sofferenza; non offre denaro di cui non ha affatto bisogno, perché ne ha tanto in più: no, questa donna si spoglia di ciò che le era necessario per vivere, di tutto ciò che aveva, non di una sua porzione minima. Questa donna è per Gesù un’immagine dell’amore che sa rinunciare anche a ciò che è necessario: ecco una donna anonima, ma una vera discepola di Gesù. In questa pagina del vangelo il contrasto diventa ancora più forte: scribi che divorano le case delle vedove perché donne (non divorano le case dei vedovi!), perché povere, non difese da nessuno; e, al contrario, una di queste che dà in sacrificio al Signore ciò di cui lei ha bisogno per vivere, spogliandosi oltre misura.

Oggi quando parliamo di “chiesa dei poveri” dovremmo fare memoriale di questa donna, discepola di Gesù nella chiesa dei poveri da lei inaugurata, e dovremmo interrogarci su cosa diamo a quelli meno muniti di noi, ai più poveri. Noi che facilmente buttiamo via il cibo, qualche volta diamo ai poveri qualcosa che ci costringe a sentire un bisogno, a fare a meno di ciò che ci piacerebbe possedere o consumare? Si fa troppo presto a dire “chiesa povera” o “di poveri”: ne facciamo parte o ne siamo esclusi?

Gli spiccioli della vedova e il tesoro in Cielo
Ermes Ronchi

Il Vangelo mette a confronto due magisteri: quello degli scribi, teologi e giuristi importanti, e quello di una vedova povera e sola; ci porta alla scuola di una donna senza più difese e la fa maestra di vita.
Gli scribi sono identificati per tre comportamenti: per come appaiono (passeggiano in lunghe vesti) per la ricerca dei primi posti nella vita sociale, per l’avidità con cui acquisiscono beni: divorano le case delle vedove, insaziabili e spietati. Tre azioni descritte con i verbi che Gesù rifiuta: apparire, salire e comandare, avere. Sintomi di una malattia devastante, inguaribile, quella del narcisismo. Sono di fatto gli inconvertibili: Narciso è più lontano da Dio di Caino.
Gesù contrappone un Vangelo di verbi alternativi: essere, discendere, servire e donare. Lo fa portandoci in un luogo che è quanto di più estraneo al suo messaggio si possa immaginare: in faccia al tesoro del tempio; e lì, seduto come un maestro, osserva come la gente getta denaro nel tesoro: “come” non “quanto”. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.
I ricchi gettavano molte monete, Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine. Due spiccioli, un niente, ma pieno di cuore. Gesù se n’è accorto, unico; chiama a sé i discepoli, li convoca, erano con la testa altrove, e offre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Gesù non bada alla quantità di denaro. Anzi afferma che l’evidenza della quantità è solo illusione. Conta quanto peso di vita c’è dentro, quanto cuore, quanto di lacrime, di speranza, di fede è dentro due spiccioli.
L’uomo per star bene deve dare. È la legge della vita, siamo progettati così. Questa capacità di dare, e dare come un povero non come un ricco, ha in sé qualcosa di divino! Tutto ciò che è fatto con tutto il cuore ci avvicina all’assoluto di Dio.
Il verbo salvifico che Gesù propone in contrapposizione al “divorare” degli scribi, è “gettare”, ripetuto sette volte nel brano, un dare generoso e senza ritorno.
Lo sa bene la vedova, l’emblema della mancanza. La sua mano getta, dona con gesto largo, sicuro, generoso, convinto, anche se ciò che ha da donare è pochissimo. Ma non è la quantità che conta, conta sempre il cuore, conta l’investimento di vita. La fede della vedova è viva e la fa vivere. Non le dà privilegi né le riempie la borsa, ma le allarga il cuore e le dà la gioia di sentirsi figlia di Dio, così sicura dell’amore del Padre da donare tutto il poco che ha.
Questa donna, che convive col vuoto e ne conosce l’angoscia, è fiduciosa come gli uccelli del cielo, come i gigli del campo. E il Vangelo torna a trasmettere il suo respiro di liberazione.

Avvenire

Il dono della debolezza

Nel Vangelo di questa 32 domenica, che ci porta verso la conclusione dell’anno liturgico, l’evangelista Marco “gioca” con un interessante cambio di prospettiva. Nella prima parte del testo Gesù parla alla folla che si era radunata intorno a Lui nel Tempio: “E numerosa folla lo ascoltava volentieri” (Mc 12,37). Parla in generale, non certo in modo positivo, degli scribi che vivono ostentando i loro atteggiamenti per ricevere plauso dalla gente. Nella seconda parte lo zoom si ristringe e così anche gli uditori: “Chiamati a sé i discepoli disse…” (v. 43). Gesù da ora in poi parlerà solo ai suoi fino al momento del suo arresto.

Gesù finisce di parlare con le folle alle quali si rivolge indicando un elenco di azioni che riguardano solo una sfera esteriore, azioni che non partono dal cuore, ma dal desiderio di essere visti e ammirati dagli uomini, dove non viene preso assolutamente preso in considerazione il rapporto con Dio, anzi, Dio è “usato” solo a vantaggio della propria immagine.

Finito il pesante giudizio sugli scribi, Gesù si sposta e si siede in un altro luogo del Tempio: le stanze del tesoro. Era questo un atrio del Tempio dove potevano accedere anche le donne e lì c’era la stanza del tesoro con 13 cassette a forma di trombone che servivano per la raccolta delle offerte. Un inserviente riceveva le offerte e ne proclamava a voce alta l’ammontare prima di deporle.

Gesù osserva ciò che si svolge davanti ai suoi occhi poi, con una certa solennità, chiama a sé i suoi discepoli per far loro osservare una cosa che era loro sfuggita. E’ un piccolo episodio, trascurabile agli occhi del mondo, che invece Gesù trasforma una lezione molto importante per i discepoli.

Il soggetto di cui parla Gesù diventa improvvisamente uno e uno in particolare.

“Venuta una povera vedova…” (v. 42). La vedova è un essere silenzioso e anonimo; è una creatura dimezzata nel suo stesso essere. Non ne conosciamo il nome né il volto, ma ne conosciamo il cuore, la sua ostinata speranza in Dio al quale affida il suo futuro. E’ una donna che viene dal nulla e se ne va nel nulla dopo aver compiuto il suo gesto, ignara di essere stata osservata e per di più con ammirazione e compiacimento.

Lei non parla e Gesù non parla a lei, ma parla di lei ai suoi discepoli.

Quella che Gesù fa osservare ai suoi è una scena poco appariscente: una vedova che getta due spiccioli nel tesoro del Tempio non fa certo notizia, ma Gesù li invita a guardare la cosa con sguardo meno superficiale. Da questa vedova di cui nessuno si accorge i discepoli (e noi!) sono chiamati ad imparare la lezione più importante del Vangelo.

La vedova getta due spiccioli nel tesoro; poteva darne uno e tenere l’altro, invece offre proprio tutte le sue sostanze, in greco: “offre tutta la sua vita”.

Marco sottolinea con forza la totalità del dono della povera vedova perché ciò che quella donna ha offerto equivaleva alla sua stessa vita, ha agito con tutto il suo cuore.

Ciò che fa la donna è insensato, non è logico, non è intelligente, non è saggio, non è realistico. Questa donna povera e ferita dalla vita dà tutto e riesce a non perdere l’ultima speranza che è quella della fede alla quale si abbandona.

Avendo dato tutto quello che ha, dice, senza volerlo, quello che è. Di fronte a lei non pone sé stessa, nemmeno la sua personalità di credente, ma Dio. A Lui, con mano umile, dona i suoi spiccioli, le sue piccole monete. Non prende dal suo superfluo ma dalla sua indigenza e dalla sua miseria, da ciò che le manca. E’ il dono della debolezza che genera il vero incontro.

Questa donna diventa la nostra maestra che ci istruisce con modestia alla sequela di Gesù. Essa infatti ha adempiuto quella condizione indispensabile per entrare nel Regno, cioè gettare tutto per il vero tempio che è Gesù, dare la propria vita per Lui.

“Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1 Cor 1,27-ss).

Gesù ci invita a guardare e ad imparare da tutti quei poveri e umili, tanto reali quanto piccoli, che lo seguono. I poveri sono la nostra unica dottrina così come Cristo crocifisso è la nostra unica speranza. I poveri, i reietti, i disprezzati ci insegnano il vangelo; sono l’immagine vivente del Cristo che dà la sua vita per tutti.

Se vogliamo imparare il vangelo e seguire Cristo dobbiamo stare attenti ai poveri e ascoltare il loro silenzio.

Viene messo in risalto il contrasto tra la cupidigia degli scribi, condannati nella pericope iniziale, e la generosità della povera donna che si affida a Dio in piena fiducia e abbandono.

Spesso anche noi facciamo le cose perché restino, incidano, siano visibili e misurabili, ma il gesto cristiano ha valore per quello che custodisce. Questo ci dà una grande libertà dalla preoccupazione che ciò che facciamo abbia un senso se è misurabile e visibile. Ci sono persone che consumano la loro vita senza risparmio, ogni giorno. C’è gente che ascolta e fa tutto, anche l’incredibile e insegna a noi con la vita. Dio vede ed è qui il valore!

Talvolta tutto il vangelo è racchiuso in un bicchiere di acqua fresca dato per amore, sono due spiccioli dati con tutto il cuore. Anche a noi è data la possibilità di vivere misurando non con il criterio della quantità ma con quello del cuore donando agli altri la speranza.

Chiediamo il dono dell’intelligenza del cuore per intendere le parole di Cristo che ci parla attraverso i poveri, loro, che sono i depositari nascosti della sua parola fino al giorno in cui si svelerà la verità di tutte le cose.

Sorelle Povere di Santa Chiara
sorellepovere@clarissesantagata.it
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Nella selva del Brasile, un missionario chiese un giorno a un indio della etnia Yanomami: “Chi è buono?” E l’indio gli rispose: “Buono è colui che condivide”. Una risposta in sintonia con il Vangelo di Gesù! Ne danno testimonianza le due donne, vedove e povere, ambedue esperte nella fatica per vivere, protagoniste del messaggio biblico e missionario di questa domenica. Le vedove appartengono alla triade biblica senza difesa, ma che Dio guarda con attenzione premurosa e che si è impegnato a proteggere: vedove, orfani e stranieri.

In terra di pagani, a nord della Palestina, la vedova di Sarepta (I lettura), nonostante la scarsità di viveri in epoca di siccità, condivide acqua e pane con il profeta Elia, che sta fuggendo dalla persecuzione del re Acab e della regina Gezabele. Quella vedova, ormai stremata (v. 12), si è fidata della parola dell’uomo di Dio e Dio non le fece mancare il necessario per vivere lei, suo figlio e altri familiari (v. 15-16). A dispetto della malvagità della coppia regale, la protezione di Dio si manifesta a favore del suo inviato (Elia) e dei poveri.

La scena si ripete sulla spianata del tempio di Gerusalemme, luogo ufficiale del culto, dove san Marco (Vangelo) presenta due scene contrastanti. Da un lato, gli scribi: i presunti sapienti della legge, gonfi di vanità fino all’ostentazione (fanno sfoggio di vestiti lussuosi, cercano i saluti e i primi posti), presuntuosi fino a manipolare Dio con lunghe preghiere, e persino voraci divoratori delle case delle vedove (v. 40). Dovrebbero essere le guide del popolo, ma con la loro vita presentano una falsa immagine del Dio della Bibbia. Perciò Gesù dice alla folla di guardarsi dagli scribi (v. 38). Dall’altro lato, Gesù guarda e osserva (v. 41) il gesto furtivo di una vedova povera che, con la massima discrezione, senza farsi notare, getta nel tesoro del tempio due monetine, che era “tutto quanto aveva per vivere” (v. 44). Sono pochi centesimi, ma di valore immenso. Lei non dà tante cose, come i ricchi, ma dà molto, tutto, come dice il testo greco: “tutta la sua vita”. Tante persone di buon senso avrebbero suggerito alle due vedove di tenere per sé il minimo necessario per sopravvivere, ma esse vanno contro ogni logica umana: non chiedono nulla, danno ciò che hanno. Si fidano di Dio.

“Il discepolo è colui che dà al Signore il necessario e non il superfluo. Dio non ama vivere di briciole. Non si può imparare a dare tutto se non attraverso la frequentazione assidua, perseverante e quotidiana di Colui che si è consegnato totalmente per noi” (p. Fidèle Katsan, comboniano). Il profitto e la gratuità sono messi a confronto. Gli scribi ostentano una religiosità per profitto personale: anche nel fare opere buone cercano il loro interesse, sono vittime della cultura dell’apparire. Gesù, al contrario, esalta nella vedova la gratuità, l’umiltà e il distacco: essa si fida di Dio e a Lui si abbandona per la sua stessa sopravvivenza. Come Cristo che ha sacrificato se stesso in riscatto per tutti (II lettura, v. 26). (*) La bilancia di Dio misura la qualità, il cuore, non la quantità. La santa madre Teresa di Calcutta ci insegna che “non importa quanto si dà, ma quanto amore si mette nel dare”.

Per il Regno di Dio non è importante dare molto o poco; l’importante è dare tutto. Già il Papa S. Gregorio Magno (secolo VI) affermava: “Il Regno di Dio non ha prezzo; vale tutto ciò che si possiede”. Bastano anche due spiccioli, o “anche un solo bicchiere d’acqua fresca” (Mt 10,42). Il dono offerto dalla propria povertà è espressione di fede, di amore, di missione. Così si sono espressi i vescovi della Chiesa latinoamericana nella Conferenza di Puebla (Messico, 1979), parlando dell’impegno per la missione universale: “Finalmente è arrivata l’ora, per l’America Latina, di… proiettarsi al di là delle proprie frontiere, ad gentes. È vero che noi stessi abbiamo bisogno di missionari; ma dobbiamo dare dalla nostra povertà” (Puebla n. 368). L’impegno per la missione, dentro e fuori del proprio Paese, è concreto ed esigente: occorrono mezzi materiali e spirituali, ma occorrono soprattutto persone disponibili a partire e a offrire la propria vita per il Regno di Dio.

La povera di Sarepta e la vedova del Vangelo ripropongono oggi la sfida di una missione vissuta con scelte di povertà, nell’uso di mezzi poveri, fondata sulla forza della Parola, libera dai condizionamenti del potere, in mezzo agli ultimi della terra, in situazioni di fragilità, nella debolezza propria e dei collaboratori, nella solitudine, nell’ostilità… Paolo, Saverio, Comboni, Teresa di Lisieux e tanti altri missionari, hanno vissuto la loro vocazione all’insegna della Croce, affrontando sofferenze, ostacoli e incomprensioni, nella convinzione che “le opere di Dio devono nascere e crescere ai piedi del Calvario” (San Daniele Comboni).

Il missionario pone al centro della sua vita il Signore crocifisso, risorto e vivente, perché ritiene che la potenza di Cristo e del Vangelo si rivela nella debolezza dell’apostolo e nella precarietà dei mezzi umani. San Paolo ce ne dà una chiara testimonianza nelle sue sofferenze personali e apostoliche (cfr. 2Cor 12,7-10). Nelle situazioni di povertà, abbandono e morte, il missionario scopre in Cristo crocifisso la presenza efficace del Dio della Vita e scopre una moltitudine di fratelli e di sorelle da amare e da valorizzare, portando loro il Vangelo, messaggio di vita e di speranza.