Lectio divina

Lectio divina sul vangelo di LUCA
Una introduzione alla lettura spirituale (cap. 7-15)
Marconi Nazzareno (3)

Gesù infrange i confini (Lc 7)

Il capitolo settimo del vangelo di Luca può essere guardato in maniera sintetica ed unitaria, ed allora traspare che nei vari episodi che narra c’è un filo unificante: tutti i protagonisti di queste storie sono posti oltre un confine che il giudaismo del tempo non osava oltrepassare. Tuttavia Gesù infrange il limite, apre un dialogo e supera ogni frontiera.

Nei primi capitoli di Luca gli stranieri sono appena indicati e non è riferito nessun dialogo tra loro e Gesù. Con il centurione di Cafarnao le cose cambiano radicalmente. Luca le fa il tipo di quegli stranieri amici dei giudei che mette frequentemente in scena. Si può confrontare ad esempio il ritratto parallelo del centurione di Cesarea (Atti 10,1-7). L’uomo crede, da lontano, al Dio unico e creatore. Al tempo stesso è impressionato dalle leggi di purità rituale del giudaismo e non osa venire di persona a chiedere l’aiuto di Gesù. Questo crea per ben due volte un dialogo a distanza, attraverso la mediazione degli amici, che mette in evidenza la forza e la semplicità della fede di questo pagano. Gesù lo ammira pubblicamente: “Non ho mai trovato in Israele una fede così grande”.

Il secondo episodio: quello del giovanetto di Nain, mostra che la potenza di Gesù non infrange solo le barriere tra i popoli, ma anche i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per comprendere la gravità di una tale affermazione bisogna comprendere che tutto il sistema legale biblico, sia in ambito simbolico che in quello normativo, si fondava sull’obbligo di scegliere e distinguere tra la vita e la morte, il mondo dei vivi e quello dei morti (Cfr Dt 30,15-20). L’antico Israelita si sente debole ed intimorito di fronte alla morte della quale cerca di sfuggire anche il ricordo. Di conseguenza la legge non prevedeva alcun rito funebre, ed il giudaismo attuale si accontenta di un rituale molto sobrio dove domina il tema della sottomissione assoluta a Dio. Nell’uno e nell’altro caso nessuna cerimonia si svolge entro la sinagoga.

Il terzo episodio: l’incontro con gli inviati del Battista come nel caso del centurione, ma per motivazioni ben diverse, è segnato da un dialogo a distanza tra i due protagonisti, dove i messaggeri non sono che dei trasmettitori passivi. Gesù conclude il suo discorso con una frase significativa: “Beato colui che non si scandalizza di me”. L’episodio si situa così su una terza frontiera : quelle della comprensione dell’operare divino. Gesù spiegherà più avanti alla folla che questa frontiera nella comprensione del mistero è quella che separa i nati di donna dai membri del regno di Dio (cfr. Lc 7,28).

Ma di tutte le frontiere indubbiamente la più solida ed invalicabile è quella che separa, agli occhi di Israele, i giusti dai peccatori. Il bellissimo racconto del perdono della peccatrice è la testimonianza di come Gesù sappia oltrepassare in maniera imprevedibile e creativa anche questo confine.

I tuoi peccati sono perdonati (7,36-50)

Siamo di fronte ad una storia veramente bella: il gesto pieno di umiltà e di affetto di una donna che permette di annunciare in tutta la sua bellezza e ricchezza il perdono di Dio.

Il racconto si presenta come se si trattasse di una coppia di parabole, l’una inserita nell’altra: c’è quella raccontata da Gesù e quella involontariamente interpretata dai protagonisti, che con i loro gesti e le loro reazioni diventano una vera parabola sul perdono.

Simone è un fariseo, ma non per questo si tratta di un nemico di Gesù; anzi ha con lui buone relazioni, al punto da averlo invitato a pranzo. Per lui Gesù è un maestro, forse un profeta; è interessato ad ascoltarlo, ma resta un pò sulle sue. Il passaggio di Gesù lo incuriosisce e lo spinge ad una istintiva simpatia ma nulla di più, non sconvolge la sua vita tranquilla; non sente il bisogno di questo sconvolgimento, perché conosce bene la sua religione e si sente in regola nei confronti di Dio. Un personaggio lontano nel tempo ma estremamente attuale nell’esperienza di sempre dell’umanità. La donna è una peccatrice nota a tutti. Come ode che Gesù è là accorre, il suo comportamento è pieno di umiltà. Si getta i piedi di Lui, ha portato un profumo per donarglieLo, e con un gesto ricco di una esagerazione amorosa tipicamente femminile, esprime lo sconvolgimento che Gesù ha portato nella sua vita con il pianto, baciando quei piedi e cospargendoli di profumo.

Questa scena non fa riflettere Simone sulla sua mancata disponibilità a rispondere con una conversione della sua vita alla venuta di Gesù, anzi trova piuttosto da questo gesto un pretesto per accusarlo. A questo punto Gesù interviene per aiutarlo con una parabola.

Il senso della parabola è chiaro, colui che ama di più è colui a cui è stato perdonato di più. L’applicazione al caso di Simone è ugualmente semplice: Simone non ha creduto di dover manifestare pubblicamente la sua gratitudine a Gesù, non ha ritenuto di dover manifestare più amore, perché non è cosciente di essere stato perdonato, pensa anzi di non aver bisogno del perdono di Gesù. La donna al contrario sente di essere profondamente peccatrice, ma nella venuta di Gesù, ha misteriosamente riconosciuto il perdono di Dio che le veniva offerto, per questo mostra con molto amore la sua gratitudine.

Resta a questo punto ancora da chiarire un elemento fondamentale di questo racconto che spesso viene mal compreso: “le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato, invece quello a cui si perdona poco, ama poco” (v 47). Normalmente si comprende: poiché questa donna ha amato molto le è stato perdonato molto, ma se dobbiamo restare fedeli alla parabola dovremmo dire il contrario. In realtà nella sua frase Gesù parte da ciò che lui e gli altri vedono: il grande amore della donna, e da questo risale alla fonte cioè il perdono generoso che essa ha ricevuto.

Gesù insegna a riconoscere da quello che si vede l’azione invisibile di Dio che sta alle spalle. L’idea che il Gesù di Luca trasmette è chiara: di fronte a Dio siamo tutti come dei peccatori che non possono pagare, ma Dio non attende il nostro amore per perdonarci, Egli agisce per primo, ci perdona. Tra noi però alcuni si comportano come Simone: si ritengono giusti, e pensano di non aver debiti con nessuno, neppure con Dio. Si ripiegano su se stessi, non sanno amare.

Altri al contrario si riconoscono peccatori e debitori. Quando questi scoprono il Dio del perdono che si rivela in Gesù, allora sono pieni di riconoscenza e di amore e non temono di manifestarlo visibilmente.

Il tema del perdono è particolarmente caro a Luca (cfr 5,17ss) e qui la sua catechesi tocca un punto importante: Gesù non dice “ti perdono i tuoi peccati”, ma “i tuoi peccati sono stati perdonati”. É un fatto che si è già compiuto, il perdono di Dio è pronto, ricco, disponibile, ancora prima che noi lo domandiamo. Ecco la buona novella che Gesù è venuto a rivelare ai poveri, il tempo della benevolenza di Dio (cfr 4).

Gesù stesso è il segno di questo perdono. Anzi, è questo perdono in azione; e per questo motivo accoglie i peccatori, mangia con loro, si auto-invita in casa loro. Simone non ha capito questo mentre la peccatrice ha intuito subito questa verità, e si è perciò rivolta piena di fede a Gesù. Per questo il racconto termina con una domanda che si ricollega al racconto del paralitico: “chi è quest’uomo che può rimettere i peccati?”.

Chi si è fatto prossimo? (10,29-37)

Nel raccontare la famosa parabola del Buon samaritano, Luca sembra preoccupato di mostrare tutta la pedagogia usata da Gesù. Un dottore della legge fa una domanda a Gesù, Questi non risponde, ma prende lui stesso ad interrogare. Il dottore della legge pone allora una seconda domanda, e come la prima volta Gesù capovolge i ruoli e dopo aver raccontato una parabola pone ancora una domanda al suo interlocutore.

Questo comportamento di Gesù lo ritroviamo altre due volte in Luca: in occasione della domanda sulla necessità di pagare le tasse a Cesare, e di quella sull’origine della autorità di Gesù. In ambedue i casi Gesù risponde riversando la domanda sull’interrogante, e nell’ultimo testo, siccome sommi sacerdoti e scribi si rifiutano di rispondere, la domanda posta a Gesù resterà anch’essa senza risposta.

Gesù non si comporta sempre così, nel vangelo troviamo spesso occasioni in cui Gesù risponde alle domande che gli vengono poste. Qui Luca ci prepara alla sua reazione anticipandola con la precisazione che: “il dottore della legge lo interrogò per metterlo alla prova”. E questa introduzione o una equivalente precede i due racconti che riferiscono questo strano comportamento di Gesù.

La situazione in cui siamo posti è quindi particolare, in ognuno di questi casi la risposta che si attende non verrebbe accolta come parola di Gesù, quindi parola di Dio valida in se stessa, ma come un pretesto per una discussione dotta, o peggio come una scusa per accusare Gesù. Chi fa questa e le altre domande si pone davanti a Gesù come un giudice, non come un ascoltatore attento.

Per questo Gesù si sforza di capovolgere la situazione. Obbliga l’interlocutore a rientrare in se stesso e lo fa spingendolo a leggere direttamente la scrittura a comportarsi da competente quale è. Ed in effetti si mostra competente, infatti non si accontenta di ripetere una frase standard, ma cita due brani tra loro molto lontani proponendoli in una sintesi nuova.

Mette in parallelo una frase del Deuteronomio ed una del Levitico, riunendo così in un solo comandamento l’amore di Dio e quello del prossimo. Non si tratta dell’interpretazione tradizionale, normale dei rabbini dell’epoca, ma di una sua posizione personale, di un suo modo di affrontare personalmente la questione.

Gesù non si accontenta ancora e va oltre: “fai questo e vivrai”. Il verbo FARE è importante; se leggiamo il testo con attenzione lo ritroviamo 4 volte: nella domanda del dottore della legge, nella risposta di Gesù, nella conclusione della parabola e nella conclusione di tutto il passo. Il messaggio è semplice: per avere la vita è necessario cercare luce nella Parola di Dio, ma questo non basta ancora. La Parola deve divenire azione, bisogna FARE, bisogna mettere in pratica (cfr 8,21).

Il nostro personaggio ama particolarmente discutere, e Luca mostra come dietro questo amore ci sia il tentativo di scappare al confronto con la proposta di Gesù, dice infatti che “voleva giustificarsi”; cercava cioè di imbarazzare il maestro, di coinvolgerlo in una discussione molto accademica e poco concreta su chi è il prossimo.

A questo punto entra in scena la parabola, e riveste un ruolo ben preciso. Non si tratta soltanto di un esempio per illustrare una verità molto generale. Ma e un modo di far riflettere portando l’ascoltatore a chiedersi come concretamente si è comportato lui nei confronti del prossimo, più che una domanda teorica sul prossimo, una domanda concreta su chi è stato il prossimo nella mia vita: quando nella vita mi sono fatto prossimo a qualcuno?

Si tratta non tanto di sapere chi è il mio prossimo, quanto di scoprire di chi io mi sono mostrato prossimo quando me ne è stata offerta l’occasione nel corso della mia vita. Si passa di nuovo da una discussione solo teorica a quella che potremmo chiamare oggi una revisione di vita.

La potenza delle parabole si mostra qui in tutta la sua forza, in realtà la parabola funziona come uno specchio che ci permette di vederci di fronte, che ci mostra come agiamo, come ci vedono gli altri etc. Un tipico esempio è la parabola che il profeta Natan raccontò a David : un ricco uccide l’unica agnella di un uomo molto povero, piuttosto che dare una delle sue pecore ad un viandante. Alla fine del racconto David indignato esclama “Come è vero Dio, l’uomo che ha fatto ciò merita la morte!” e Natan risponde “sei tu quell’uomo!” (2Sam 12,5-7). La parabola ci avvince e ci incanta col suo fascino e la sua ingegnosità, finché di mano in mano che il racconto procede, cominciamo a renderci conto che sono le nostre vite tranquille, ed i falsi valori che ci siamo costruiti ad essere minacciati, perché costituiscono il materiale che compone la storia. Questo tipo di parabola produce una specie di immagine riflessa, come in uno specchio; la persona a cui la parabola è diretta non solo può riconoscervi il suo modo di agire, ma avere anche la sensazione di come invece dovrebbe comportarsi.

La scelta delle parabole fatta da Gesù è quindi la scelta di un linguaggio che collabori al coinvolgimento profondo delle persone nel messaggio che viene loro comunicato: Gesù non vuol fare accademia, vuol cambiare le vite delle persone.

Chiarito questo contenuto fondamentale della parabola è corretto cercare di andare oltre, cercando ad esempio la ragione per cui nella parabola si oppongono come personaggi, alla figura del samaritano quella del sacerdote e quella del levita? Certamente, a patto di non esagerare. Quando nasce una parabola, accanto alla intuizione del tema centrale che fa creare la parabola, vi possono essere intuizioni seguenti, che trattano temi paralleli o correlati, e questo è probabilmente il nostro caso; ma si corre il rischio di esagerare cercando in ogni elemento della parabola un significato, cosa che può portare a grossi fraintendimenti.

Per quello che riguarda il nostro problema ci sono state varie proposte. Per alcuni avremmo qui una opposizione fra il culto e l’esercizio della carità. Per altri si tratta del fatto che il contatto con il sangue rendeva impuri, perciò il sacerdote ed il levita, per poter continuare il loro servizio al tempio, hanno preferito non accostarsi al ferito considerando più importante la purità sacrale del comandamento dell’amore, cosa che verrebbe duramente ripresa da Gesù.

Forse queste interpretazioni si allontanano troppo dal senso vero del testo; che d’altra parte è più chiaro quanto alla scelta del samaritano; infatti questi non soltanto non è parte del popolo di Dio, ma ne è addirittura il nemico tradizionale. Come potrebbe essere destinato secondo le parole di Gesù ad aver parte alla vita eterna? La stessa idea si presenta scandalosa. Eppure è proprio lui che si è fatto prossimo dell’uomo ferito e la frase finale di Gesù sottolinea che per noi la sola strada è seguire il suo esempio.

Le tre parabole del capitolo 15

Il capitolo 15 del nostro vangelo è dominato dalla bellissima parabola del figliol prodigo. E’ un testo importante che ha certo valore in sé, e merita di essere analizzata in dettaglio, ma questo non toglie che faccia chiaramente parte di un contesto: le due parabole che la precedono. Il legame con la parabola della pecora perduta (narrata anche da Mt 18,12-14) e con quella della dracma perduta è profondo e molteplice.

Soprattutto compare la simmetria tra le espressioni “perduta” e “ritrovata” (v 4-6; 8-9; 24,32) che i tutti e tre i casi porta alla “gioia” (6-7; 9-10; 23-24; 32). In effetti il cap 15 di Luca è chiaramente unitario: comincia come una controversia (15,1-2) con i pubblicani ed i peccatori che si accostano a Gesù per ascoltarlo e gli scribi ed i farisei che mormorano contro Gesù, perché accoglie i peccatori fino a condividere con loro la mensa. Si tratta di una scena così frequente nel vangelo da non emergere in maniera particolare, ma in questo caso siamo di fronte ad un vero e proprio prologo introduttivo al capitolo: Luca annuncia il tema del suo discorso.

Le tre parabole sono così la risposta di Gesù: anche Dio fa buona accoglienza ai peccatori perché il suo cuore desidera prima di tutto perdonare. Nel v 7 è più che chiaro che la pecora perduta è l’immagine del peccatore che si converte, così come la dracma recuperata nel v 10. Ma soprattutto nelle parabola del figliol prodigo le parole amare del figlio maggiore danno voce e giudizio sulle rivendicazioni degli scribi e farisei che avevano aperto il capitolo (29-30).

E’ inoltre chiarissimo che ognuno dei personaggi delle tre parabole corrisponde ed incarna i protagonisti del piccolo dramma che si gioca attorno a Gesù: peccatori da una parte e “giusti” dall’altra. Gesù ritaglia per sé il compito di perfetto imitatore del Padre, caratterizzato come il pastore che ha 100 pecore, la donna che ha 10 dracme ed il padre che ha 2 figli. E’ forse eccessivo leggere nell’immagine della donna un voluto richiamo polemico al misoginismo dei farisei, è comunque certo che Gesù e l’evangelista sono così liberi da queste storture mentali da poter tranquillamente usare una figura femminile come immagine simbolica di Dio. D’altro canto già i profeti avevano usato l’immagine materna per caratterizzare la tenerezza dell’amore divino.

Nel procedere del capitolo i numeri diminuiscono: 100, 10, 2; ma cresce l’intensità ed il dettaglio con cui sono descritti i sentimenti dei protagonisti. Se le 99 pecore stanno docili nel loro recinto e le dracme restano immobili nel sacchetto dei preziosi, i figli della terza parabola hanno voce ed azione ed in particolare il figlio più grande parla esattamente come gli scribi ed i farisei.

Il figlio ritrovato

Cerchiamo di analizzare l’insieme dell’intreccio evidenziando i vari momenti della storia.

All’inizio Gesù introduce i personaggi della storia: un padre e due figli e presenta un primo schema di rapporti, il figlio minore con la sua strana richiesta al padre e l’accondiscendenza di quest’ultimo. La seconda parte del v 12 pone le basi della complicazione dell’intreccio, nascono infatti subito delle domande: perché il figlio ha voluto questa divisione dei beni, perché il padre è stato così condiscendente, quale sarà la reazione del fratello maggiore? Etc.

Con il v 13 la situazione prende a complicarsi: il fratello minore parte da casa e sperpera i suoi beni giungendo ad una situazione disperata, solo a questo punto decide di tornare a casa. Le domande iniziali hanno trovato una prima risposta: il secondo figlio aveva voluto i suoi beni e si era allontanato per darsi alla bella vita; ma restano sospese le altre domande sul comportamento del padre e del fratello maggiore.

La domanda che viene a porsi con chiarezza è infatti: fino a che punto giungerà l’amore del padre? ed anche: fino a che punto giungerà il non intervento del fratello maggiore?

Fino ad ora il suo interesse diretto non era stato toccato, si trattava di avere ognuno la sua parte, ma ora la riammissione del fratello nella casa potrebbe creare una erosione della sua parte di eredità rimasta.

Il ritorno a casa pone la scena per la soluzione, una soluzione non più dilazionabile, anzi volontariamente anticipata dal padre che corre incontro al figlio. L’evangelista spiega il suo atteggiamento come dettato dalla commozione che lo spinge ad anticipare l’incontro, la soluzione alle domande del testo è già stata data da tempo nel cuore del Padre!

Il figlio minore inizia a ripetere la sua richiesta di perdono, ma il padre lo interrompe, quale sarà la sua reazione a questo discorso preparato che cerca il perdono, o almeno una parte di perdono?

Il padre non pronuncia una parola di perdono, ma significativamente concretizza in dei gesti il suo perdono, innanzi tutto rivolgendosi ai servi e differenziandoli dal figlio, lui che voleva essere trattato come uno di loro viene riaffermato nel suo ruolo di padrone da rivestire e riverire. I doni simboleggiano infatti la sua autorità ed una situazione di pieno reinserimento come padrone: l’abito, l’anello e soprattutto i sandali che solo il padrone porta in casa propria, non gli schiavi scalzi, ne gli ospiti che sono invitati a toglierli. Si tratta di una reintegrazione totale.

Ma c’è un crescendo: si organizza una festa che viene motivata dal ritrovamento e ritorno del figlio. E’ interessante a questo punto notare come il padre presenti l’errore del figlio con due metafore che sono una sua completa discolpa: infatti sia chi muore che chi viene perduto non è normalmente da considerare colpevole di ciò che avviene. I verbi in forma passiva accentuano questa notazione.

Un cambio di scena e di luogo introduce l’ingresso del secondo figlio. Anche lui ha un comportamento che mostra il suo ruolo e la sua dignità, prima di entrare in casa anticipa il confronto chiedendo ad un servo. La sua reazione di rifiuto pone la situazione in una empasse, è necessario un intervento di qualcuno perché ci possa essere una soluzione nei rapporti interni alla famiglia: le domande che vengono a porsi sono infatti, Come reagirà il padre? Come reagirà il fratello minore? Chi farà la prima mossa?

Il padre esce incontro al figlio, è significativo questo farsi incontro del padre al figlio che sta sbagliando, che lo accusa di parzialità. Nello schema dei movimenti di questa breve storia è sempre il padre che in posizione intermedia va verso i due figli, per spingerli a godere della sua bontà.

L’andare verso il figlio è per il lettore una chiara indicazione di uguaglianza nel trattamento riservato ad entrambi, indica già che da parte del padre non ci sono preferenze, ma questa anticipazione della soluzione non è a portata del figlio che reagisce parlando al proprio padre (notare la sottolineatura) con tono di risentimento.

Il figlio maggiore gli contesta una ingiustizia e parzialità che toccano esclusivamente il rapporto tra loro due. La protesta si rivolge contro il padre mentre il fratello viene ignorato. Il figlio contesta una generosità del padre nei suoi confronti che sembra mancare di fronte alla generosità mostrata verso il figlio minore. Si sottolinea per contrasto il suo comportamento meritorio contro quello dissoluto del fratello.

La risposta del padre ribadisce varie elementi interessanti:

Il padre non ha fatto il gesto del dono al figlio maggiore di un capretto perché nei suoi confronti tutto è posto a sua disposizione come dono. Inoltre il parallelismo posto dal Figlio: “Per Lui il vitello, per me nemmeno un capretto” viene sconfessato dal padre. Il vitello infatti serve a tutta la famiglia che “deve” far festa, il ritorno del fratello non comporta una perdita di ricchezza, ma un acquisto di ricchezza da parte del padre e del fratello.

Si pone così in chiaro una divisione e diversità di vedute tra il padre ed i due fratelli, per questi ultimi, ora ed in tutta la storia la ricchezza che sta al centro dell’attenzione è quella materiale, mentre al centro dell’attenzione del padre la ricchezza che conta è quella spirituale della fratellanza e della figliolanza. La ricchezza che il padre costantemente cerca è l’unità della famiglia.

Questa soluzione non è comunque totale, il padre propone una risposta alle domande del figlio, ma non abbiamo notazione della reazione di quest’ultimo, e questo a motivo del contesto che lega la parte finale di questa storia alla sua introduzione più ampia in 15,1-3. La risposta finale mantiene la parabola aperta verso i suoi ascoltatori e le loro reazioni.

La domanda che scatenava il problema all’inizio del cap 15, a cui Gesù risponde con una argomentazione narrativa era infatti: è giusto trascurare i Giusti ed i Retti per far festa con i peccatori ed i pubblicani?

In questa ottica la risposta di Gesù si pone in linea con quella del padre, non si tratta di derubare nulla, non è un paradiso materiale che si impoverisce se viene condiviso, il regno a cui Gesù invita tutti, anche i peccatori, si pone nell’ottica della ricchezza spirituale, una fratellanza che deve essere restituita a tutti gli uomini come somma ricchezza, la sola per la quale valga la pena di impegnarsi.

Non diventa fuori luogo notare come il testo evangelico immediatamente seguente abbia proprio a che fare con la ricchezza materiale ed il buon uso della ricchezza materiale in vista della conquista di una ricchezza migliore, che nel caso dell’amministratore infedele è una specie di “fratellanza interessata” (cfr 16,4b).