Domenico Pompili
Vescovo di Verona
Lettera pastorale 2024

3. Epilogo
Non considero il mio dialogo con Carlo Rovelli, potrei dire il nostro dialogo tra scienza e fede, un esercizio accademico e, per questo, ancora di più lo ringrazio: abbiamo cercato entrambi di esprimere, ciascuno nella lingua che gli è propria, qualcosa su uno dei più grandi misteri nei quali è immersa la vita: la luce.
Oltre che in sé, questo dialogo è stato importante per me perché lo considero lo sfondo sul quale portare avanti il nuovo anno liturgico-pastorale. Mi resta, allora, da aggiungere un ultimo tassello a questa riflessione che mira a metterci insieme in cammino alla luce della fede.
L’epilogo, infatti, non è banalmente l’opposto del prologo, ma ne garantisce piuttosto lo sviluppo. A tale scopo, nell’ultima parte di questa lettera, più applicativa, intendo muovermi in due diverse direzioni, sociale ed ecclesiale.
3.1 Le luci della città
Prendo spunto da un capolavoro del cinema muto: Luci della città. Il film di Charlie Chaplin, uscito nel 1931, racconta di un vagabondo, Charlot, e di una fioraia cieca. Per un intreccio della storia, il vagabondo riuscirà a pagare le cure affinché la ragazza riacquisti la vista. Alla fine, la giovane fioraia, che finalmente vede, tocca le mani del vagabondo e gli domanda stupita: «Siete voi?». E lui: «Vedete ora?». «Sì, vedo» risponde la donna. Il film si chiude con un primo piano sugli occhi di lui che esprimono una traboccante cascata di luce. Spesso nella tradizione letteraria il vagabondo, il clown, il folle sono figure “cristiche”. E anche questa scena sembra evocare la luce che promana da una storia evangelica. Come ricordava Carlo Rovelli nella sua lettera, la luce ci rivela il volto di chi amiamo. Soprattutto, però, il titolo e la trama di questa pellicola mi suggeriscono una riflessione su luci della città e luci della chiesa. Prima di tutto: quali sono le luci della nostra città? Ne richiamo alcune che sono sotto gli occhi di tutti e che vanno estese ai tanti borghi e paesi del nostro territorio.
3.1.1 La luce della cultura e della natura
Verona è una città d’arte: basti pensare all’incanto di San Zeno, alla forma ovale dell’Arena di cui parla anche Romano Guardini, allo squarcio di ponte Pietra sull’Adige. E poi tanti scrigni di bellezza in tutta la provincia. L’arte delle nostre chiese è frutto di un inesauribile dialogo tra fede e cultura ed è testimonianza di una fede in grado di tradursi in architettura di bellezza. Come fare, allora, perché la nostra città sia uno spazio di luce, di accogliente bellezza per tutti? E, poiché una città non è mai bella solo grazie ai tesori artistici che custodisce, ma è bella anche per la luce delle sue relazioni: qual è la qualità delle nostre relazioni? Chi viene nella nostra città può restare affascinato dalla bellezza di ciò che può vedere: può dire altrettanto per l’accoglienza che riceve? Per i volti che incontra e le relazioni che ha intrecciato? Oltre che dalla sua cultura, poi, la nostra città prende luce anche dalla natura nella quale è immersa. Questo dialogo tra cultura e natura è tanto affascinante quanto importante, perché comporta rispetto per l’ambiente, attenzione all’ecosistema, considerazione per l’aria e l’acqua come bene comune da salvaguardare dall’inquinamento. Anche la Bibbia è chiara al riguardo: siamo responsabili custodi del giardino, non padroni. Un riferimento storico, peraltro, ci interpella. Dobbiamo ben immaginare che, se ha scritto gran parte del Paradiso nella nostra città, qui Dante ha trovato luce, perché qui ha trovato protezione e ospitalità nel tempo dell’amarezza e dell’umiliazione dell’esilio e, forse proprio per questo, tutta la terza cantica della Commedia è una grande architettura di luce. Come può Verona riscoprire allora la sua vocazione di città ospitale che accoglie oggi chi vive l’amarezza e l’umiliazione dei tanti esili a cui troppo spesso il nostro mondo condanna e come alimentare nella nostra città la cultura dell’ospitalità? Non sarebbe bello inventare, insieme alle nostre Università, sempre nuovi percorsi culturali perché a formare alla cultura dell’ospitalità fosse prima di tutto la convivialità dei saperi? E non dovrebbe entrare in questo dialogo creativo anche la teologia, finalmente capace di diventare una “teologia pubblica”, in grado cioè di occuparsi in modo significativo delle persone e della loro vita, delle loro domande e delle loro aspirazioni più profonde?
3.1.2 La luce della scuola e della formazione
Ogni scuola può essere luogo di luce. Luce di intelligenza, di apprendimento, di libertà di pensiero, di ricerca, di amicizia. Dovremmo aver cura che la scuola non escluda nessuno, in quanto luogo in cui domina la fiducia nei giovani, nelle loro possibilità di crescita e di maturazione, nella loro disponibilità a mettersi alla scuola della Costituzione per diventare cittadine e cittadini attivi e responsabili. Nessuno dei nostri ragazzi dovrebbe essere vittima della dispersione scolastica, nessuno può essere escluso da questa luce formativa della scuola. Ragazzi e ragazze che vengono da paesi stranieri devono poter diventare cittadini e cittadine del nostro Paese. Anche questo significa prendersi cura del futuro della nostra città perché è a partire dalla scuola che diviene possibile immaginare quello che Verona potrà essere domani. E dobbiamo essere grati alle insegnanti e agli insegnanti, alle educatrici e agli educatori, che si prendono cura dei nostri ragazzi dedicando loro tempo, energia, creatività perché una delle cose più tristi è vedere che non c’è più luce negli occhi di un ragazzo e di una ragazza: la luce degli occhi dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze è la lampada del nostro futuro!
3.1.3 La luce del lavoro e della società
Quando qualcuno perde il lavoro la sua vita si spegne. Interrogarsi se nella nostra città è garantito a tutte e a tutti un lavoro dignitoso, non è allora una domanda retorica. Come prevede la nostra Costituzione, il lavoro è un diritto. Non si tratta soltanto del “posto di lavoro”, ma di una dimensione portante nella vita delle persone. Se poi il lavoro dovrebbe valorizzare le persone, cosa dire di quei lavori duri, senza riconoscimento né riconoscenza o di quei datori di lavoro che sfruttano e addirittura schiavizzano le persone? Come è possibile essere così disumani? Non possiamo per mettere tanta ingiustizia! Dobbiamo denunciare tutte le situazioni di sfruttamento, di caporalato, di violazione dei diritti umani. Non possiamo diventare complici dell’illegalità e dell’ingiustizia.
3.1.4 La luce della giustizia e della pace
L’Arena di Pace ha confermato Verona come città della Pace, come laboratorio di giustizia. Grazie ai Movimenti popolari e grazie a donne e uomini che hanno coltivato e trasmesso la profezia della Pace questa è una luce che è rimasta accesa nel tempo. Vorrei ricordare don Giulio Battistella e don Giulio Girardello, due preti missionari che hanno inventato, insieme ad altri, le precedenti “Arene di Pace”. Il sogno di Dio è che “Giustizia e Pace si baceranno” (Sal 85), ma sono i popoli della terra che devono tendere a tale traguardo. Come papa Francesco ha detto in quella indimenticabile giornata di luce e di sole che Verona ha vissuto insieme a lui lo scorso 18 maggio:
Voi, però, tessitrici e tessitori di dialogo in Terra Santa, per favore, chiedete ai leader mondiali di ascoltare la vostra voce, di coinvolgervi nei processi negoziali, perché gli accordi nascano dalla realtà e non dalle ideologie. Ricordiamo che le ideologie non hanno piedi per camminare, non hanno mani per curare le ferite, non hanno occhi per vedere le sofferenze dell’altro. La pace si fa con i piedi, le mani e gli occhi dei popoli coinvolti, insieme tutti.
(continua…)