Domenico Pompili
Vescovo di Verona
Lettera pastorale 2024

2.5.3 Perché l’alba ci apre il cuore?
La luce è un “segno” della vita
E ora, Carlo, veniamo alla terza domanda che, a questo punto, diventa particolarmente incisiva: “Perché l’alba ci apre il cuore?”. Non mi fa paura dire, Carlo, che il credente è un ateo che ogni mattina ricomincia a credere perché ogni nuovo giorno di luce vince le tenebre della notte e ci rincuora. Ci rincuora anche, però, rispetto allo spettro della fine. È un momento in cui la fede si fa più esigente: se pensiamo alla morte occorre cogliere nell’alba un presagio dell’attesa più radicale che c’è nel cuore umano, quella della vita che non finisce. La nostra cultura post-moderna si illude di poter censurare la morte e si soddisfa inanellando, uno dopo l’altro, “l’attimo fuggente”. La luce che ogni giorno si riaccende è un “segno”: ogni giorno la vita ricomincia dalle tenebre della notte, è vero, e per questo, ben sapendo che ogni giorno ci avvicina alla fine, crediamo che sarà una luce che ci farà uscire dall’ombra di morte.
Per questo, mi ha emozionato rileggere le lucide parole che Aldo Moro (1916-1978), quando ormai intuisce la fine, scrive nella sua ultima lettera alla moglie. Ha ormai capito che per lui è giunta la fine e, spingendo al vertice la sua confidenza di amore nei confronti della sua “dolcissima Noretta”, le dice:
Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. (…) Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.
Quasi alla lettera gli ha fatto eco un suo vecchio amico, S. Paolo VI, che nel suo Pensiero alla morte riprende l’esortazione di Gesù dal Vangelo di Giovanni (12,35):
«Ambulate dum lucem habetis» (Camminate finché avete la luce) (Gv 12,35). Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce (…) In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è una rivelazione naturale d’una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole, «quem nemo vidit unquam», che nessuno ha mai visto (cfr. Gv 1,18): «Unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit», il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato. Così sia, così sia.
Anche noi, quando preghiamo per i nostri morti, facciamo nostra la stessa speranza: sappiamo che la vita è luce e, quando diciamo «e splenda ad essi la luce perpetua», dichiariamo con fede che la vita che non muore sarà per tutti splendore di luce.
Non ti sembri strano, Carlo, ma tutto questo mi fa venire in mente il tuo libro Buchi bianchi (Adelphi, 2023), e mi domando se, tra il tuo modo di pensare e il mio, ci sono più affinità di quanto si pensi. Tu, tra l’altro, scrivi:
Arriviamo fino al bordo dell’orizzonte di un buco nero, entriamo, scendiamo giù in fondo, dove lo spazio e il tempo si sciolgono, spuntiamo nel buco bianco, dove il tempo è ribaltato, e da questo usciamo nel futuro.
In fondo, noi cristiani chiamiamo nella nostra lingua questo movimento “escatologia”, la riflessione teologica su la fine, che per noi coincide con il fine: per tutti, come per Gesù su quella croce, la vita arriva al suo compimento ed entra nel buco nero della morte dove tutto precipita e collassa, ma tutti entreremo nel buco bianco della vita, verso quel futuro che è il vero compimento. Questa è per noi, Carlo, la fede nella risurrezione. Certo, nessuno ci ha mai detto o ci potrà mai dire quello che sarà dopo la morte. È una “visione” che nasce dalla luce della fede e, come la visione dell’Apocalisse (21,1) di “un nuovo cielo e una nuova terra”, parla al nostro cuore e ci rassicura: nulla va perduto, tutto sarà trasformato, sarà trasfigurato in una luce più intensa, più piena. Abbiamo puntato tutto sul Crocifisso-Risorto: la sua vicenda terrena ci assicura che non crediamo a un personaggio mitico o di fantasia, ma è solo un’esperienza di fede che può consentire anche a noi, come ai suoi discepoli e alle sue discepole della prima ora, di credere che il Padre lo ha risuscitato ed Egli è “primizia” per tutti gli esseri umani. Solo se tieni insieme incarnazione e resurrezione entri nella logica della fede: il Risorto, la fine, illumina l’inizio, la venuta nel mondo del Figlio di Dio. Per questo, l’evangelista Giovanni, con grande coraggio, arriva ad affermare che la filiazione divina di Gesù Cristo è iscritta in quell’“in principio” da cui tutto ha avuto origine e ci è stata rivelata dalla sua incarnazione:
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio […] E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,1.14).
e l’Apostolo delle genti, mettendo a fondamento della sua missione una delle più antiche formule di fede, ci ricorda che “incarnazione” non è un termine astratto, inventato dai teologi, ma che il Risorto è quel Gesù che è nato nella storia di un popolo e ne ha condiviso le attese e le speranze fino alla morte
Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 1,1-4).
E noi, Carlo, continuiamo a dare fiducia a colui che ha promesso: Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita (Gv 8,12).
Lo abbiamo detto e ripetuto in molti modi, è entrato a far parte del Credo di Nicea – quel primo Concilio di cui il prossimo anno ricorre il XVII centenario – che infinite volte abbiamo ripetuto la domenica durante la celebrazione della Messa: crediamo che Dio sia luce e che il Figlio suo rispenda della stessa luce divina Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero.
Una dichiarazione astratta, è vero, figlia di un tempo in cui la chiesa si sforzava di parlare una lingua colta, meno vicina forse a quella esistenziale della sapienza biblica. Penso allora alle parole del Salmo: Nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno (Sal 139,16).
La luce che aspettiamo è quella che vince le tenebre, quella che aspettiamo per la fine dei nostri giorni e per la fine dei giorni del mondo. Sì, aspettiamo, ben sapendo che Dio è fedele alla sua promessa. Aspettiamo, non inerti, però, ma vigilanti. Un testo del profeta Isaia descrive questa situazione con realismo: in esilio, lontani dalle loro case ed estranei tra stranieri, i deportati di Israele vanno dal profeta e chiedono: “Sentinella, quanto resta della notte?” ed egli risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate” (Is 21,11.12). Sì, c’è una luce da domandare e che dobbiamo aspettare, sapendo, come dice Paolo che “La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,12).
Con la Bolla di indizione del Giubileo ordinario dell’Anno 2025, intitolata Spes non confundit (9.5.2024), Papa Francesco ci ricorda che il nostro sperare non è senza mèta perché la nostra speranza “si fonda sulla fede ed è nutrita dalla carità” (n. 3). È la fede che imprime alla vita del credente l’orientamento verso “la vita eterna come nostra felicità” (n. 19). La Costituzione conciliare Gaudium et Spes lo aveva chiarito con forza:
se manca la speranza della vita futura è la qualità stessa della vita che ne risente perché è la dignità umana [che] viene lesa in maniera assai grave, (…) e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione… Noi, invece, in virtù della speranza nella quale siamo stati salvati, guardando al tempo che scorre, abbiamo la certezza che la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi non corrono verso un punto cieco o un baratro oscuro, ma sono orientate all’incontro con il Signore della gloria (Gaudium et Spes, 21).
Ne sono convinto, Carlo: la crisi della chiesa di oggi non è prima di tutto quantitativa, cioè non è questione di numeri in diminuzione rispetto alla pratica sacramentale, né è dovuta alla perdita di rilevanza sociale o politica. La chiesa rischia di essere spenta perché non sa più dare risposte alle donne e agli uomini che cercano la luce, che anelano segretamente il Regno di Dio e alla sua giustizia. Come detto da papa Francesco all’inizio del suo ministero in quel testo scritto a quattro mani con il suo predecessore, Benedetto XVI:
È urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vincere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una “favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla” (Lumen fidei, 4).
Ecco, ho parlato la mia lingua di uomo di fede, Carlo, ma ti ringrazio di cuore per ché sono state le tue domande a suggerirmi i percorsi da fare, senza certo pretendere di darti risposte, ma nella convinzione che la tua sapienza di scienziato mi interpella.
(continua…)