Domenico Pompili
Vescovo di Verona
Lettera pastorale 2024

2.2 Parlare insieme, laico e vescovo
Ho letto e riletto più volte la tua lettera, Carlo, ogni volta più lentamente. Non perché fosse oscura, ma perché ogni volta mi colpivano sfumature sempre nuove. Con una prosa asciutta, lo scienziato, che però non a caso è anche divulgatore di rara bravura, è riuscito a far venire alla luce tante suggestioni. Alla fine mi si sono imposte tre domande che mi sono rimaste dentro e sulle quali ho costruito la trama della mia riflessione. La prima: “Ho davvero così chiaro cosa sia la luce fisica, o cosa sia la luce spirituale, o dove esattamente stia il confine o la separazione?”; la seconda: “Perché la luce fa luce?”; e infine la terza: “Perché l’alba ci apre il cuore?”.
2.3 Siamo figli della luce
Evidentemente, tu non ti limiti a porre domande. Da buon ricercatore precisi alcuni sviluppi scientifici e orienti con lucidità (c’è sempre la luce di mezzo!) la questione. In questo dia-logo, come quando ci si affida al confronto libero e alla pari, voglio ripartire allora dalle tue pro-vocazioni. Anche se non posso far altro che parlare nella mia lingua di credente, come tu hai parlato nella tua di scienziato.
2.4 Fin qui e solo fin qui so arrivare
Prima di tutto, però, vorrei mettere in evidenza quanto dici alla fine, perché la chiusura della tua lettera non passi inosservata. “Fin qui e solo fin qui so arrivare”, scrivi nell’atto di accomiatarti. Non si tratta più di una domanda, ma è una affermazione netta che ha il sapore della sapienza antica che “sa di non sapere” e si sottrae all’arrogante ingenuità dell’ignoranza che pretende di sapere anche quello che non sa. Per questo tuo atteggiamento umile e realista vorrei allora innanzi tutto ringraziarti Carlo, compagno di viaggio alla ricerca della luce, per aver accettato questo dialogo.
In quanto credente, comunque, questo atteggiamento umile e realista non mi è estraneo: lo riconosco facilmente già dalle prime pagine del Vangelo, in quella straordinaria storia di redenzione – d’amore, di liberazione, di non violenza, di dolore e di giustizia – vissuta e patita da Gesù Cristo, un essere divino paradossalmente coinvolto nel mondo come essere umano. Non è una storia di potenza, ma una storia di continua trasfigurazione del limite dal quale si sprigiona una energia nuova, una luce che si può ricevere, la forza dello Spirito che chiede e consente di illuminare le tenebre di questo tempo. Concretamente, si tratta di aver cura delle esperienze ferite dal dolore e dall’orrore, ma senza essere eroi. Anche per me, dunque, esiste un limite fino al quale noi sappiamo arrivare. Proprio in questo limite si agita il mistero divino che ci rende capaci di riflettere luce e di emanare quel chiarore che restituisce speranza. Si tratta di provarci insieme, da figlie e figli del Dio della vita, da fratelli e sorelle tra noi, da custodi grati e responsabili di questo mondo, in qualunque posizione ci troviamo a guardare il reale.
2.5 Tre domande per una riflessione
Torniamo però alle tue domande.
2.5.1 Il confine o l’affine della luce?
La luce ri-vela
La tua prima domanda:
Ho davvero così chiaro cosa sia la luce fisica? O cosa sia la luce spirituale? O dove esattamente stia il confine o la separazione tra le due?
Un insieme di interrogativi che mi hanno colpito e affascinato. Tu, Carlo, li fai precedere da un’affermazione importante:
In fondo, io non credo che esista davvero una differenza così forte di genere, fra quello che chiamiamo fisico e quello che chiamiamo spirituale. Se questo credo, perché non dovrebbe essere possibile parlare insieme di entrambe queste luci?
Mi sembra davvero un buon punto di partenza. Il mistero che siamo e che ci avvolge. Tutti siamo destinatari dell’alba, siamo “albeggianti” come direbbe Maria Zambrano e, come te, Carlo, anch’io amo l’alba. Non la spiego, la vivo. Vivo prima di tutto l’emozione dell’alba, il sentirsi parte dell’universo nel momento in cui viene alla luce. Ogni volta, mi stupisce e mi commuove. Ripenso a una pagina in cui un altro grande veneto come te, Mario Rigoni Stern (1921-2008), descrive l’alba sull’Altopiano:
Avete mai assistito ad un’alba sulle montagne? Salire sulla montagna quando è buio e aspettare il sorgere del sole. È uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare questo spettacolo della natura (…). Ad un certo momento prima che il sole esca dall’orizzonte, c’è un fremito. Non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria stessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle. E per conto mio è proprio il brivido della creazione che il sole ci porta.
Il “fremito” fa venire alla mente il Big Bang iniziale, ma anche, per associazione di idee, l’ouverture della Bibbia. Chi infatti apre la prima pagina della Bibbia resta colpito dal fatto che la luce entra subito in scena da protagonista. Nel primo racconto di creazione (Gen 1,1-2,4a), la luce è la prima opera creata da Dio, il primo giorno:
In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: giorno primo (Gen 1,1-5).
Sin dall’inizio – è proprio il caso di dirlo – ci fu dunque la luce, e Dio la giudicò subito “cosa buona” e la separò dalle tenebre. La creazione si apre con la meraviglia della luce, ma Dio stesso deve compiere subito un atto di distinzione, di separazione della luce dalle tenebre. Le accomuna una misteriosa prossimità: in fondo, non ci può essere luce senza tenebra e viceversa. Sin dalle sue prime battute, dunque, il racconto biblico rivela il paradosso della coesistenza di opposti a cui solo l’atto creativo di Dio può consentire di essere speculari proprio restando distinti. Si muove però anche su più piani e rivela così che la luce creaturale non consente scissioni tra fisico e spirituale, e un’unica luce illumina quella complessa unità che è la creazione.
Quanto è importante oggi ritrovare questa unità piuttosto che coltivare una visione “scissa” e quasi “diabolica” della realtà, che tende sempre a dividere, anche ciò che è fisico da ciò che è spirituale, ciò che è esteriore da ciò che è interiore, ciò che è umano da ciò che lo trascende! La luce ri-vela, letteralmente toglie il velo dalle cose. Dall’alba della creazione la luce risplende sulle vette delle montagne e sulle onde dei mari, risplende soprattutto sui volti degli uomini e delle donne, dei vecchi e dei bambini. E fa risplendere i loro occhi. Del resto, non dice una mamma al suo bambino “sei la luce dei miei occhi” e non se lo dicono anche due innamorati? O spesso non ci diciamo l’un l’altro “non vedo l’ora di vederti”?
Da quell’in-principio creazionale fino alla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, che “non ha più bisogno né di sole né di luna, perché la gloria di Dio la illumina” (Ap 21,23), l’intera Scrittura è percorsa da una luminosità che narra qualcosa di Dio stesso e nel contempo si contrappone alle tenebre e all’“ombra di morte” (Lc 1,79). Potremmo dire che la luce è ciò che il nostro occhio può cogliere di quella sapienza di Dio che dice così di sé stessa:
Ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno; giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo (Pr 8,30-31).
Della luce, poi, la letteratura sapienziale approfondisce anche la dimensione etica: se, secondo i Proverbi, “la Torah è luce” (Pr 6,23), sono in modo particolare i Salmi a cantare la Parola di Dio: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,105). E si capisce bene perché Carlo Maria Martini (1927-2012) abbia scelto proprio questa come citazione per la sua tomba. Insomma, la luce di Dio, il fuoco attraverso il quale essa si rivela, non sono percepiti come definizioni astratte della sua essenza, ma indicano l’atto con cui Egli entra in relazione con l’essere umano che ha creato. È una comprensione di fede che conduce il credente a proclamare il Signore come “mia luce e mia salvezza” (Sal 27,1), unico bene capace di strappare l’esistenza umana dalle tenebre del non senso.
(continua…)