Domenico Pompili
Vescovo di Verona
Lettera pastorale 2024

2. Dialogo
Ecco, allora, la lettera di Carlo Rovelli: i grassetti sono miei, perché ho voluto mettere in evidenza alcune delle suggestioni che mi hanno suggerito la trama per le mie successive riflessioni.
2.1 La lettera di Carlo Rovelli
Domenico, vescovo della mia città, mi ha rivolto un invito che mi ha sorpreso: scrivere insieme una breve riflessione sul tema della luce. Ho esitato a lungo. La luce, ho pensato, il fenomeno fisico di cui mi sono certo occupato nella mia vita di ricerca in fisica teorica, non è la stessa luce, nel senso in cui posso immaginare Domenico la voglia intendere. Ma qual cosa di questo mio modo di sfuggire a quella che in fondo mi sembrava non solo un caro invito ma anche una gentile sfida, non mi convinceva. In fondo, io non credo che esista davvero una differenza così forte di genere, fra quello che chiamiamo fisico e quello che chiamiamo spirituale. Se questo credo, perché non dovrebbe essere possibile parlare insieme di entrambe queste luci? E forse, a pensarci meglio, ho davvero così chiaro cosa sia la luce fisica? O cosa sia la luce spirituale? O dove esattamente stia il confine, o la separazione?
Sui libri di fisica ho imparato molte cose sulla luce. Ho imparato che i raggi della luce del sole si possono scomporre con un prisma in un meraviglioso iridescente arcobaleno di colori, e che questo lo si riesce a fare anche da soli in casa. Ho imparato che i raggi di luce tracciano linee diritte, e rimbalzano e rifrangono secondo precisi angoli geometrici su specchi di vetro e su specchi d’acqua. Poi ho imparato che il comportamento della luce lo si comprende meglio pensando che non sia davvero un oggetto, ma sia piuttosto un’onda, come le onde del mare. Un agitarsi di qualcosa. E quando all’università ho studiato i fenomeni quantistici, ho imparato che non è neppure davvero un’onda, perché in maniera tuttora oscura (e sembra strano parlare di oscurità parlando della luce) questi aspetti ondulatori si sovrappongono al fatto che delle volte la luce si comporta come fosse fatta di piccoli grani, grani di luce, o quanti di luce come li ha chiamati Einstein. Oggi li chiamiamo fotoni.
Ora tutto questo è ben spiegato sui libri di fisica. Ma per quanto uno lo studi bene, tutto questo dotto sapere sulla luce non ci dice ancora perché la luce faccia luce. Perché insomma sia così chiara, e ci apra il cuore quando arriva con l’alba, o perché inondiamo di questi fotoni la stanza, girando un interruttore, quando rincasiamo la sera. La risposta non è davvero difficile, ma viene da un’altra sfera, che non è quella della semplice fisica. Per affrontare questa domanda, non dobbiamo andare a cercare misteriose proprietà delle onde o dei quanti di luce, ma piuttosto chiederci che ruolo giochino queste stesse onde per esseri come noi, o come tantissimi altri animali, che proprio dalla luce raccolgono la più parte delle informazioni del mondo, per poi usarle per guidare il proprio comportamento. Quelle onde e quei quanti di luce non li dobbiamo allora capire solo come oggetti fisici nel senso più semplice, ma piuttosto come un tramite fra noi, o questi animali, e la realtà.
La luce ci porta il mondo. Noi guardiamo e vediamo il mondo. Senza la luce non lo vedremmo. La luce allora non è solo un’onda, così come una musica non è solo un suono. È un’onda che parla, che ci dice del mondo, che ci svela una radura del mondo intorno a noi. È il risonare fra qualcosa fuori di noi e qualcosa dentro di noi.
Ho sempre amato fantasticare su un momento molto particolare della storia dell’evoluzione sul nostro pianeta: il Cambriano inferiore. Siamo 542 milioni di anni or sono, ed è il momento in cui l’evoluzione biologica sul nostro pianeta inventa gli occhi. Per la prima volta, ci sono animali che vedono il mondo. Prima, nessuno vedeva nulla. Non esisteva il “vedere”. Senza occhi, non si “vede”. In generale, quando pensiamo al mondo, lo pensiamo come lo vediamo o lo potremmo vedere: abbiamo un’immagine visiva del mondo, cioè mediata dalla luce, grazie a quell’invenzione di 542 milioni di anni, fa: l’occhio. Mi piace fantasticare su quel periodo della storia del pianeta, perché è come se il mondo visibile, quello che ci è così familiare, fosse nato solo in quel momento. Non che prima non esistesse la realtà, ma prima, letteralmente nessuno la vedeva: era invisibile.
Quando noi pensiamo alla luce, non pensiamo alle onde o ai quanti di luce. Ci sono altri quanti e altre onde, per esempio i neutrini o le onde di frequenze diverse da quelle che chiamiamo luce. Queste altre cose non sono luce. Quando pensiamo alla luce, non è il fenomeno fisico, ondulatorio o quantistico, a cui facciamo davvero riferimento. Quello a cui facciamo riferimento è il ruolo della luce nel portarci il mondo. La luce è il nostro non unico ma principale accesso al mondo. Per questo accendiamo la luce entrando in una stanza. E per questo attendiamo l’alba e l’alba ci apre il cuore, perché ci riporta il mondo, dopo l’oscurità della notte. Il fenomeno della luce allora non è per noi davvero un’onda, o una particella, o qualche altra diavoleria quantistica; è piuttosto la relazione che si instaura fra noi e queste onde, e la relazione che queste onde stabiliscono fra noi e il mondo. Senza la luce non vedrei il volto della persona che amo, è grazie alla luce che la vedo, e per questo sono grato alla luce, questa è per me la luce.
Ma perché ci apre il cuore l’alba? Perché ci apre il cuore vedere il volto amato? Io credo che sia perché la vera sostanza di cui siamo fatti non è la ciccia della nostra carne o la rigidezza delle nostre ossa. La sostanza di cui siamo fatti, la nostra natura, è la relazione di scambio continua fra noi e il mondo intorno a noi. Siamo certo sistemi fisici composti dalle interazioni continue delle nostre parti fra loro, e che a loro volta interagiscono in continuazione con il mondo, ma soprattutto interagiamo con il mondo in maniere complesse e strutturate cercando e scambiando informazioni che guidano la nostra vita, e la luce ne è un tramite principale. È la luce che ci fa, in quanto esseri di relazione. Siamo figli della luce.
Forse l’intero nostro avanzato sistema nervoso e il nostro complicato cervello si sono arricchiti nei milioni di anni, a partire dal primo occhio, per imparare sempre più efficacemente e sfruttare i minuti segnali del mondo che le increspature ancora più minute di quelle onde conducono a noi. Siamo figli della luce. Non è poi un salto, e neppure solo una metafora, quando utilizziamo questa stessa parola, luce, per riferirci alla chiarezza intellettuale, come quando vediamo la luce in un problema complesso, o per riferirci alla chiarezza spirituale, quando troviamo o ritroviamo la luce dopo esserci persi nell’oscurità dell’anima che tutti noi, credo, prima o poi, abbiamo il dolore di sperimentare. Anzi forse l’uso metaforico della parola luce è il contrario. È quando usiamo “luce” per designare i quanti di Einstein o le onde di Maxwell, che stiamo trasponendo su un piano fisico, anche dove non c’è nulla che “illumina” una parola che nella nostra mente, nel nostro cervello, risuona con il dissiparsi, al primo crepuscolo, della sottile inquietudine della notte.
Lo facciamo a ragion veduta, perché davvero è di un mare di benevoli fotoni che ci inonda il sole, la nostra sorgente di vita, quando ad ogni capriola della terra facciamo di nuovo capolino a salutarlo. Ma quello di cui stiamo davvero parlando quando parliamo di luce non sono né onde né particelle: è il tuffo del nostro cuore, è l’interazione, è la relazione, è qualcosa che ci riguarda molto più da vicino che non le equazioni elementari della fisica. Questo è dunque soprattutto la luce per noi: il tramite principale delle relazioni, il nome stesso che diamo a ciò che porta chiarezza, e ci guarisce dall’angoscia dell’oscurità.
Allora, mi chiedo, cosa succede esattamente nella mia mente e nel mio cuore quando arriva l’alba? Cosa succede quando arrivano le albe intellettuali: quando qualcosa che a lungo cercavo di capire finalmente comincia ad illuminarsi? Cosa succede quando la persona che amo riappare dopo tanto tempo e tutto sembra rilucere? Cosa succede quando il senso della vita si perde, e mi sento così sperduto, e poi non so perché, nel buio infinito della mancanza di senso, ecco che, non so come, c’è un sorriso che nasce, e qualcosa inaspettatamente si illumina e prende senso? Me lo chiedo alla luce di quel poco che immagino di sapere del mondo, perché solo questo poco so, e cerco risposte in quel poco che riusciamo a districare della infinita complessità delle relazioni che tessono il mondo e noi stessi. E mi rendo conto che l’unica parola di cui dispongo per nominare quello che sto cercando, tanto con l’intelletto che con il cuore è la metafora più chiara: la luce.
Fin qui e solo fin qui so arrivare. Posso facilmente immaginare che il mio vescovo abbia parole diverse dalle mie, e pensi pensieri che io non penso. Come sempre, ogni volta che incontro qualcuno o qualcosa che per me viene da altrove e porta altri linguaggi, mi chiedo se fra quei linguaggi ci possa essere qualcosa che io riesca a tradurre per me e imparare. Qualcosa che su qualche angolo della sterminata oscurità in cui siamo immersi possa portare un po’ più di luce.
Carlo
(continua…)