In principio era la relazione
Clarisse di Sant’Agata

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La liturgia di questa domenica ci mostra con quale sguardo Gesù si accosti alle realtà della vita, anche quando questa presenta situazioni impreviste che rischiano di farci inciampare e cadere.
La chiave per entrare nel vangelo mi sembra ce la offra oggi la seconda lettura: la lettera agli Ebrei infatti presenta Gesù totalmente solidale con l’umanità, fatto “uno” con noi dalla condivisione di tutto ciò che è umano, fino ad abbracciare la sofferenza della morte. Ed è proprio questo il luogo dove il Figlio è “reso perfetto”, cioè dove viene portata a compimento la Sua piena identità di Figlio di Dio e fratello nostro. La sofferenza della morte è infatti l’ultima condivisione che fa emergere la verità del suo essere fino in fondo “Dio con noi” e fratello di ogni uomo mortale. Non perché il dolore renda “perfetti”, ma perché la contraddizione della sofferenza, lungi dall’essere ostacolo alla manifestazione del Regno, può essere la via per vivere pienamente il disegno di Dio posto a fondamento della realtà.
Entriamo nel testo del vangelo: Gesù si sposta, cambia cornice geografica passando dalla Galilea alla Giudea. Anche lì si rinnova sia il movimento della folla verso di Lui, sia il suo rapportarsi alla gente attraverso una parola autorevole (“insegnava”). Continua il suo insegnamento che rovescia la logica comune con cui ci si pone in relazione con le persone e le cose.
Tutto inizia da un interrogativo che viene posto a Gesù da un gruppo di farisei che si avvicinano appositamente “per metterlo alla prova”. La domanda che gli rivolgono è generica (“è lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”), non fa riferimento a casi concreti, al contrario della legislazione di Mosè (cfr. Dt 24,1ss) che invece si occupa di situazioni particolari in cui la relazione uomo-donna entra in difficoltà insormontabili.
Il rapporto fra un uomo e la sua donna (come ogni relazione!) è da sempre fragile. Può accadere che si spezzi il legame fra un marito e sua moglie.
Ma come dobbiamo comportarci quando va in crisi?
Gesù non chiude gli occhi davanti a questa realtà. Ma prima di qualsiasi azione da parte di uno dei due, Gesù riporta alla vocazione originaria dell’uomo e della donna alla relazione.
Come ci ricorda la prima lettura di oggi, al principio della creazione dell’uomo e della donna c’è la relazione. Infatti in questo secondo racconto della creazione dell’uomo è Dio stesso che, vedendo l’uomo nella sua solitudine, coglie la prima cosa “non buona”: “non è bene che l’uomo sia solo”. L’essere un individuo da solo non corrisponde al disegno originario del Creatore. “Non è bene che l’uomo” viva “solo”, nella separazione, al di fuori di un contesto relazionale, come persona isolata, avendo come unico punto di riferimento se stesso. L’uomo non è stato creato “per sé”, cioè perché viva rivolto verso se stesso.
L’amore di Dio allora si prodiga per “condurre” all’uomo un tu “che gli sia simile”. Dio plasma dal corpo stesso dell’uomo la donna. Ella è “osso dalle sue ossa, carne dalla sua carne”, cioè condivide con l’uomo la medesima umanità (“ossa” e “carne”) e sta accanto a lui (è presa dalla “costola”, cioè ha in sé la vocazione originaria ad essere “di fianco” all’uomo, ad affiancarlo nella cammino della vita). Dio ha creato l’uomo e la donna all’interno di un progetto che è oltre loro stessi. L’uomo e la donna sono fatti per camminare verso il compimento di una unità: “i due saranno una carne sola”.
Al principio quindi c’è la chiamata per l’uomo e la donna a mettersi in movimento, a vivere un vero e proprio “esodo” relazionale che comporta l’uscire da una realtà per entrare in un’altra: “l’uomo lascerà suo padre e sua madre”, cioè “uscirà” dalle relazioni che lo caratterizzano in rapporto al suo passato, “e i due diventeranno una carne sola”, per entrare in un cammino di comunione verso l’Uno, che è il suo futuro.
Se la Legge di “scrivere un atto di ripudio e ripudiare” la donna era intervenuta come concessione “per la durezza del cuore dell’uomo”, ora il Signore Gesù riafferma la superiorità del progetto originario di Dio alla relazione.
Dio, l’Uno, l’Unico e il Vivente “ha unito” l’uomo e la donna in relazione, che è il primo dono d’amore di Dio di uno all’altro. Ora la “crisi” di ogni amore fra un uomo e una donna deve prima di tutto confrontarsi con questa chiamata. Scoprire che Dio è all’origine della nostra vocazione alle relazioni, ci permetterà allora di non viverle con le sole nostre forze (poche in verità!), ma di ri-attingere dal Suo amore eterno e fedele la forza per attraversare ogni tempesta della vita.
Certo, questo è impossibile all’uomo e alla donna (da soli!).
Ma con Dio nulla è impossibile…
Ma oltre a questo, mi sembra che ci sia anche qualcos’altro a impedire di “ripudiare la propria moglie”: lo stesso comportamento di Dio di fronte a Israele, all’umanità. Infatti, tutta a storia della salvezza non è altro che la narrazione della storia d’amore fra un Dio-sposo che stringe alleanza con un popolo da Lui scelto e chiamato ad appartenergli. Ma in questa storia Israele-sposa spezza continuamente questo legame, tradisce il suo primo Sposo e lo ripudia per altri “idoli” (la metafora nuziale accompagna tutto l’AT: ad es. Ez 16, Os 11, Ger 2…). Ora di fronte al tradimento, Dio fa il contrario di ciò che farebbe ogni uomo in una relazione d’amore tradita:

La loro madre, infatti, si è prostituita,
la loro genitrice si è coperta di vergogna,
perché ha detto: “Seguirò i miei amanti,
che mi danno il mio pane e la mia acqua,
la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”. (…)
Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza.
Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà, in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: “Marito mio”,
e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”. (cfr. Os 2,7.16-18).

Dio non può abbandonare il suo popolo, il Suo amore non viene meno. Il “tradimento” di Israele-sposa non è più forte dell’amore di Dio per lei. “Dice il Signore: “Dov’è il documento di ripudio di vostra madre, con cui l’ho scacciata?” (Is 50,1), si chiede Isaia. Non c’è nessun documento di ripudio. Dio non può “licenziarla” e mandarla via. Perché il Suo amore è “per sempre”.
Se questo è l’orizzonte dal quale Dio si pone, Gesù non può che riportare tutti lì, a questo legame indissolubile fra Dio e l’uomo che nessuno può sciogliere.
Così Gesù ci mostra che è possibile avere uno sguardo diverso di fronte alla crisi delle relazioni che molto spesso viviamo. Non sono l’occasione per “licenziare” l’altro, ma il banco di prova per prendere sul serio la nostra vocazione originaria alla comunione, sono l’occasione autentica per scoprire l’amore di Dio che è il fondamento di ogni legame e per rifondare su questa roccia che non viene meno ogni nostra relazione quotidiana.
Il Signore ci conceda questo sguardo profondo per cogliere, dentro le sfide che incontriamo lungo la vita, la nostra straordinaria vocazione a vivere legami eterni (cfr. Os 11,4).

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