P. Manuel João, comboniano
Riflessione domenicale
dalla bocca della mia balena, la sla
La nostra croce è il pulpito della Parola

Il brano del vangelo odierno ci presenta la cosiddetta confessione di Pietro a Cesarea di Filippo, episodio raccontato anche da San Matteo e San Luca. Il vangelo di San Marco, scritto soprattutto per i catecumeni, ha proprio come tema di fondo l’identità di Gesù. Una domanda lo percorre dall’inizio alla fine: “Chi è mai costui?” (Mc 4,41). Il titolo che San Marco aveva dato al suo vangelo era: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (1,1). Con il brano di oggi siamo giunti al centro dell’itinerario che ci propone il suo vangelo: “Tu sei il Cristo!”. La confessione di fede nella messianità di Gesù è il primo grande traguardo e segnala il punto di svolta verso una seconda tappa, quella del riconoscimento della sua figliolanza divina, che avverrà presso la croce: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (15,39).

Il brano coinvolge tre protagonisti in tre circoli concentrici: Pietro, l’autore della confessione di Gesù come Messia, poi i discepoli ed infine i discepoli e la folla. Discepoli e folla costituiscono lo sfondo in cui si svolge tutta l’attività e la predicazione di Gesù. D’ora in poi, però, Gesù dedica una speciale attenzione all’istruzione dei discepoli, come viene sottolineato in Mc 9,30-31: “Attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli…”

Tu sei il Cristo!”

Mentre la folla intuisce che Gesù è un personaggio speciale, ma l’interpreta con le categorie del passato (Giovanni il Battista, Elia o uno dei profeti), Pietro vede in Gesù il Messia, colui che Israele attendeva da secoli, annunciato dai profeti. Una figura, quindi, che viene “dal futuro”, in quanto promessa di Dio, e si proietta nell’avvenire come speranza di Israele.

La parola ebraica Mashiah o Messiah, tradotta “Cristo” in greco, significa “Unto”. Unti (con l’olio profumato) erano i re, i profeti e i sacerdoti al momento della loro elezione. Col tempo, il Messia, il Cristo, l’Unto per eccellenza era diventato il liberatore escatologico atteso dal popolo di Dio, da alcuni ritenuto di stirpe sacerdotale, da altri di stirpe regale.

Gesù era il Messia, il Cristo. Lo riconosce lui stesso durante l’interrogatorio davanti al sinedrio: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto? Gesù rispose: Io lo sono!” (Mc 14,60-61), suscitando lo scandalo del sommo sacerdote. Perché allora Gesù impose il silenzio agli apostoli, “ordinando loro severamente di non parlare di lui ad alcuno”? Perché quel titolo era carico di aspettative terrene e di ambiguità. Israele si attendeva un Messia terrestre e glorioso, mentre Gesù sarebbe stato un Messia sconfitto ed umiliato.

Solo dopo la sua passione e morte, quando divenne chiaro che tipo di messianismo era il suo – quello del “Servo di Jahvè” della prima lettura -, il titolo Cristo diventò il suo secondo nome. Lo troviamo più di 500 volte nel nuovo testamento, quasi sempre come nome composito: Gesù Cristo, o Nostro Signore Gesù Cristo.

A questo punto, Gesù “cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…”. E “faceva questo discorso [logos, parola] apertamente”. Si tratta di un nuovo inizio e la parola d’ordine è la croce, che appare qui in San Marco per la prima volta. Ogni tappa raggiunta diventa un nuovo inizio, una nuova partenza, perché Dio è sempre oltre. La nuova tappa è quella della croce. E qui Pietro, fiero di aver vinto la tappa precedente, inciampa subito, anzi diventa lui stesso pietra d’inciampo (Mt 16,23).

A questo nuovo inizio corrisponde una nuova vocazione, rivolta sia ai discepoli che alla folla: “Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Questa nuova tappa non è per semplici simpatizzanti o dilettanti. Si tratta di assumere la propria realtà, senza sognarne un’altra, e mettersi alla sequela di Gesù. La messa in gioco è grande: guadagnare o perdere la propria vita, quella vera!

Spunti di riflessione

Ma voi, chi dite che io sia?” Questa domanda interroga i discepoli di Gesù di ogni tempo e richiede da noi una risposta personale, cosciente ed esistenziale. Il parere della gente lo conosciamo bene. Per molti Gesù di Nazareth è un personaggio speciale della storia, un sognatore o un rivoluzionario. Per la maggioranza, tuttavia, è una figura del passato che ha fatto il suo tempo. “Ma per voi, per te chi sono io?” Quel “ma” che precede la domanda ci contrapporrà sempre al parere comune. Il discepolo di Gesù si distacca dalla folla anonima per una professione di fede nel Cristo.

Per il cristiano, Cristo è la chiave della storia e il senso della vita. “Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente”, “il Primo e l’Ultimo, e il Vivente”, “il Principio e la Fine” (Apocalisse 1,8; 1,17-18; 21,6; 22,13). Senza il suo “Io Sono”, io non sono. Come pregava Ilario di Poitiers (+367): “Prima di conoscere te, non esistevo, ero infelice, il senso della vita mi era ignoto e nella mia ignoranza il mio essere profondo mi sfuggiva. Grazie alla tua misericordia, ho cominciato ad esistere”.

Il nostro sarà sempre più un tempo di martiri, di testimoni. Non sarà un martirio glorioso ed eroico, ma umile e nascosto. Il cristiano è colui che accoglie e custodisce “la testimonianza di Gesù” (Apocalisse 1,2.9; 12,17; 19,10; 20,4), il “Testimone fedele” (1,5; 3,14), e la vive nell’accoglienza di questa parola di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

P. Manuel João Pereira Correia, mccj