XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)
Giovanni 6, 60-69


Salvador Dalì, Pane e uva, 1926, Monserrat

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».


“Volete andarvene anche voi?”
Enzo Bianchi

Siamo giunti alla fine del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni e in questi ultimi versetti ci viene posto davanti tutto l’urto, lo scandalo che le parole di Gesù hanno causato non solo nelle folle dei giudei ma anche tra i suoi discepoli.

Questa crisi nelle relazioni tra Gesù e la sua comunità è testimoniata da tutti e quattro i vangeli al momento di una parola decisiva di Pietro che confessava, anche se non pienamente, l’identità di Gesù come Messia (cf. Mc 8,29 e par.) e come inviato dal Padre quale Figlio. Perché questa crisi? Perché le parole di Gesù a volte erano dure e urtavano anche gli orecchi di discepoli che lo seguivano con devozione ma non riuscivano ad accettare, ritenendola una pretesa, che Gesù fosse “disceso dal cielo” e che nella carne di un corpo umano fragile e mortale raccontasse il Dio vivente. Nel suo discorso Gesù aveva detto più volte: “Io sono il pane vivente disceso dal cielo” (Gv 6,51; cf. 6,33.38.41-42.58), ma proprio quelli che lo avevano acclamato come “il grande profeta che viene nel mondo” (cf. Gv 6,14) e che avevano voluto farlo re (cf. Gv 6,15), di fronte a queste parole si sentono scandalizzati nella loro fede. Profeta sì, ma disceso dal cielo e corpo consegnato (verbo paradídomi) fino alla morte violenta, corpo da mangiare e sangue da bere (cf. Gv 6,51-56), questo proprio no: sono parole che suonano come una pretesa insopportabile, impossibili da ascoltare!

Gesù, che conosce queste mormorazioni dei discepoli contro di sé, a questo punto non ha paura di dire tutta la verità, a costo di causare una divisione tra i suoi e un abbandono della sua sequela. Potremmo dire che “attacca” i mormoratori: “Questo vi scandalizza? E quando vedrete il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”. Cioè, “quando sarete messi di fronte alla realtà del Figlio dell’uomo che, attraverso l’innalzamento sulla croce, sale a Dio dal quale è venuto (cf. Gv 3,14; 8,28; 12,32); quando sarà manifestata la mia piena identità di colui che è disceso da Dio e che a Dio è risalito nella sua umanità assunta come condizione carnale, mortale, ‘simile alla carne del peccato’ (Rm 8,3), allora lo scandalo sarà più grande!”. Gesù fa questo attacco soffrendo tutto il peso dell’incredulità, della non comprensione da parte di quelli che da anni erano coinvolti con lui e assidui alla sua parola. Com’è possibile questo loro comportamento?

Ecco perché egli non può fare altro che constatare che in realtà nessuno può venire a lui se il Padre non lo attira, non glielo concede. Occorre questo dono che non è dato arbitrariamente da Dio ma va cercato, va accolto come dono che non richiede alcun merito da parte di chi lo riceve. Ma anche questo scandalizza le persone religiose, che pretendono sempre che Dio faccia doni non solo secondo i loro desideri ma anche secondo quanto hanno meritato e conseguito. Ciò che di Gesù è scandaloso è il suo consegnarsi in una carne fragile e in un corpo mortale a carni fragili e corpi mortali, cioè gli umani. Com’è possibile che Dio si consegni in un uomo, “il figlio di Giuseppe” (Gv 6,42), creatura che può essere consegnata, tradita, data in mano ai peccatori, come farà proprio uno dei Dodici, Giuda, un servo del diavolo (cf. Gv 6.70)? Qui la fede inciampa nel dover accogliere l’immagine di un “Dio al contrario”, di un “inviato divino, un Messia al contrario”, che è fragile, povero, debole e del quale gli uomini possono fare ciò che vogliono… È lo scandalo dell’umanizzazione di Dio, patito lungo i scoli da molti cristiani, da molte chiese, dall’Islam stesso, e ancora oggi dagli uomini religiosi che accusano di non credere in Dio chi accoglie dal Vangelo il messaggio scandaloso di un Dio fattosi realmente, veramente uomo, carne mortale, in Gesù di Nazaret. La fede cristiana facilmente diventa docetismo, perché preferisce, come tutte le religioni, un Dio sempre e solo onnipotente, un Dio che non può diventare umano.

Per questo Gesù incalza: “Volete andarvene anche voi?”, rivolgendosi a quelli che sono rimasti, in realtà pochi. Gesù non teme, anche se soffre, di restare solo, perché ha fede nella parola che il Padre gli ha rivolto, nella promessa di Dio che non verrà meno. Possono venire meno gli altri, ma Dio resta fedele! A volte mi chiedo perché nella chiesa non si abbia il coraggio di far risuonare ancora oggi queste parole di Gesù, perché si insegni sempre il successo, si guardi al numero dei credenti, si compiano sforzi mirando alla grandezza della comunità cristiana e non alla qualità della fede. Siamo tutti genti di poca fede! La crisi invece, che è sempre fallimento, la allontaniamo il più possibile, la dissimuliamo, la tacciamo, affinché non appaia che a volte perdiamo, cadiamo, falliamo anche nelle nostre imprese ecclesiali e comunitarie più conformi alla volontà del Signore. D’altronde, Gesù userà l’immagine della potatura della vite, per dire che vi sono tralci che vanno potati (cf. Gv 15,2): determinante, però, è che la potatura la compia il Padre, non noi e neppure chi nella comunità cristiana presiede o la lavora come un operaio. Di per sé il Vangelo ha la forza di attrarre e di lasciar cadere: basta che sia annunciato nella sua verità e con franchezza, senza essere edulcorato. Sì, il Vangelo è la Parola di vita eterna, come Pietro risponde a Gesù, confessando che la fede della chiesa è fede nel “Santo di Dio”, cioè fede che in Gesù c’è la Shekinah, la Presenza di Dio. dov’è Dio i questo mondo? Non nel Santo del tempio di Gerusalemme, ma nell’umanità fatta carne e sangue di Gesù, il Figlio.

Così termina il discorso di Gesù sul pane della vita. Alla fine probabilmente sono più le cose che non capiamo, le realtà che non riusciamo a percepire, rispetto a ciò che abbiamo compreso. Anche noi siamo forse urtati da queste parole, magari non intellettualmente, ma nell’accoglierle fino a viverle. Se però, come i Dodici, non ce andiamo, ma restiamo con le nostre insufficienze presso Gesù e tentiamo di essergli discepoli, ciò è sufficiente per accogliere il dono gratuito e non rifiutarlo o misconoscerlo: Gesù uomo come noi, nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della vita di Dio” (Col 2,9), Dio stesso.

Il cielo non è muto
Maurizio Prandi

E’ un brano fortemente drammatico questo del vangelo di Giovanni perché ci presenta il fallimento di Gesù. Siamo al termine di questo cammino cominciato cinque domeniche fa e Gesù è chiamato a fare i conti con chi non se la sente più di seguirlo e lo abbandona, lo lascia, torna alla vita di prima. Gesù ha moltiplicato i pani, la gente lo ha cercato, lo ha seguito; lui è andato a Cafarnao e nella sinagoga ha fatto questo lungo discorso, questa lunga predicazione dove ricordate si autodefinisce il pane disceso dal cielo, e dove afferma che la sua carne è vero cibo e il suo sangue vera bevanda. Qual è l’esito della predicazione di Gesù? Un esito fallimentare, lo abbiamo appena ascoltato: da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui… chissà Gesù cos’ha provato, chissà quali cocci avrà cercato di mettere insieme tra fallimento e delusione, tra tristezza e impotenza. Chissà… forse questi ci avevano già pensato prima e hanno preso la palla al balzo e quando Gesù l’ha detta un po’ più grossa, via! Alle volte forse capita: non te la senti più e alla prima occasione buona lasci. Gesù ora si è pienamente rivelato e nel momento in cui chiede adesione a sé trova lo stesso muro di incredulità che avevano eretto prima i giudei; ma qui non si tratta dei Giudei, si tratta dei suoi discepoli. Sono colti da una crisi e molti si allontanano da lui, non camminano più con lui. Specifico questo verbo, camminare, perché nelle scorse settimane, nella varie celebrazioni lo abbiamo scelto come “icona” del credere: la fede come cammino, non come adesione cieca ad un dogma imposto. La parola fede cosa suscita in me? Cosa vuol dire avere fede?

Non so se possono aiutare, ma queste poche righe di don A. Casati forse gettano una piccola luce è il vangelo di oggi ci dice, con una immagine viva, non pallida, che cosa è la fede: la fede è andare, camminare. Noi abbiamo molto impoverito l’immagine della fede, identificandola prevalentemente in un insieme di parole, di dichiarazioni, di proclamazioni. E’ una immagine pallida della fede, se la confronto con quella del vangelo che dice: aver fede è andare dietro a Gesù. Non camminavano più con lui i discepoli; quando scrivo queste cose immagino il cammino che abbiamo fatto ieri e che hanno fatto milioni di persone nei secoli e mi dico che si, la fede va misurata non sulle parole, ma sul verbo andare, camminare. Non posso che domandarmi allora: E io? Cammino con Lui? Dove sono rispetto a Lui?

Parto proprio da quello che dicono i discepoli e che sembra essere la ragione dell’arrendersi di tanti: questa parola è dura, chi può ascoltarla? Cosa vuol dire che una parola è dura? La traduzione del termine greco può avere tre significati: dura, pesante, insopportabile. Chi è che mi rivolge parole dure, pesanti insopportabili? Una parola è dura, pesante insopportabile quando? Certamente quando non la comprendo, e mi viene il nervoso, cerco di capire ma proprio non riesco. Faccio una parentesi, e dico le stesse cose che già domenica scorsa accennavo nell’omelia proprio sul verbo capire quando Gesù stesso, nel vangelo, a proposito della perplessità di tanti di fronte alle parabole afferma che non tutti capiscono questa parola e poi rafforza dicendo: chi può capire, capisca…, vi ricordo che la domanda dei discepoli è: questo discorso è duro, chi può capirlo? Qui non è l’invito a capire con la testa, ma con la vita, facendo esperienza. Il verbo che l’evangelista (in questo caso) Matteo metteva in bocca a Gesù significa: aver territorio. E’ una cosa che mi piace, e per capire è necessario avere un territorio, avere lo spazio sufficiente, la Parola di Dio è grande e non tutti possono riceverla. Non tutti capiscono, perché non fanno spazio alla Parola. Chi può fare spazio, lo faccia raccomanda Gesù, perché soltanto così la Parola può farci fare esperienza di Gesù. Quali spazi nella mia vita e per chi sono questi spazi? …

A questo punto, parlando ai discepoli, la svolta! … Sono chiamato anch’io a scegliere di nuovo. E ci aiuta la stupenda risposta di Pietro: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Tu solo: Dio solo. Un inizio bellissimo. Non ho altro di meglio. È davvero l’affare migliore della mia vita. Hai parole: il cielo non è muto, Dio parla e la sua parola crea, ribalta la pietra del sepolcro, vince il gelo, apre strade e incontri, carezze e incendi. Parole di vita: che portano vita ad ogni parte di me. Danno vita al cuore, lo rendono spazioso, ne sciolgono la durezza. Danno vita alla mente, che vive di verità altrimenti si ammala, e di libertà o muore. Danno vita allo spirito: mantengono vivo un pezzetto di Dio dentro di noi, nutrono la nostra parte di cielo. Parole che danno vita anche al corpo, perché in Lui siamo, viviamo e respiriamo: togli il tuo respiro e siamo subito polvere. Parole di vita eterna, che creano cose che meritano di non morire, che regalano eternità a tutto ciò che di più bello portiamo nel cuore.

Questo brano è la conclusione del lungo discorso sul “pane” che Gesù fece nella Sinagoga di Cafarnao. Ci ha accompagnato per ben 5 domeniche. Era iniziato con il racconto di una folla entusiasta di Gesù, per il “miracolo” della moltiplicazione dei pani. Si conclude invece con la narrazione di un fallimento. Gesù viene abbandonato non solo dai soliti scribi e farisei, ma addirittura da “molti dei suoi discepoli”. Anche Gesù, come noi, ha conosciuto i momenti del successo e dell’entusiasmo e i momenti della crisi e della delusione.

Ma perché anche i suoi discepoli se ne vanno? «Questa parola è dura…». Tra i discepoli c’era chi seguiva Gesù per interesse, per far carriera. Molti sognavano un Messia “re” e quindi pensavano a posti di prestigio. Quando invece capiscono che seguire Gesù voleva dire “farsi pane”, condividere la propria vita con gli ultimi, servire e non dominare, allora il discorso diventa molto “duro” da digerire.

  • È duro “cambiare stile di vita”, modo di pensare e accettare l’orizzonte di Dio.
  • È duro rinunciare alle proprie sicurezze, alle proprie comodità.
  • È duro mettere l’altro al primo posto. Accettare il diverso.
  • È durissimo imparare a perdonare.
  • È duro credere che Dio ha il “volto dell’altro”.
  • È duro credere in un Dio che si fa “pane-cibo” per me.

Quindi non se ne vanno perché hanno capito male il discorso di Gesù. Se ne vanno invece perché non se la sentono di mettere le Beatitudini del Vangelo al centro del loro programma di vita. La parola di Gesù propone un modo di agire differente da quello del mondo: lo si può accogliere solo accettando l’origine divina del Figlio (Gv 62); attraverso l’azione dello Spirito Santo (v. 63), cioè accogliendolo con fede (v. 64). Gesù non è ingenuo. Sa bene che anche tra i suoi discepoli c’era chi aveva altri interessi. Infatti dice chiaramente: Tra voi vi sono alcuni che non credon(v. 64).

Ma come reagisce Gesù di fronte a quelli che lo abbandonano? È significativo il suo comportamento. Di fronte alle crisi, ai fallimenti e ai tradimenti, Gesù non si scoraggia. Non reagisce con parole di rimprovero o di scomunica. E non cerca di ammorbidire la sua proposta per trattenere chi se ne vuole andare. Gesù non dice: restate, aspettate, vi spiego meglio, mettiamoci d’accordo…

Gesù propone, non impone. Rispetta sempre la tua libertà. Gesù ti dice: Sei libero di scegliere. Sei libero di andartene. Scegli! A Gesù non interessa il numero. L’importante è che uno sia convinto. Rispetta anche il tuo rifiuto, il tuo no. Nessuno può obbligarti a credere. Nemmeno Dio. (Pozzoli)

La parola di Gesù invece era piena di “spirito e vita”. Era una parola diversa. Era una parola credibile. La proposta di Gesù è nuova, sorprendente, rivoluzionaria: “Io sono il pane di Dio; io trasmetto la vita di Dio; la mia carne dà la vita al mondo. Nessuno aveva mai detto “io” con questa pretesa assoluta. Nessuno aveva mai parlato di Dio così: un Dio che non versa sangue, versa il suo sangue; un Dio che va a morire d’amore, che si fa piccolo come un pezzo di pane, si fa cibo per l’uomo. Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione dell’essere una cosa sola con Dio: io in Lui, Lui in me” (E. Ronchi).

C’è tristezza nelle parole di Gesù, ma c’è soprattutto chiarezza, fermezza, sicurezza: scegliete! «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Una risposta da incorniciare, che ci aiuta a riflettere su che cosa vuol dire “credere”. Pietro non dice “credo perché ho capito”. Esprime invece la sua “umanità”, fatta di tante domande, di tanti dubbi, di poche risposte e di tanta fiducia.

In ognuno di noi c’è sempre un po’ di incredulità. Il credere richiede sempre tanta umiltà. Il riconoscere i propri limiti. La fede non è un faro che illumina e risolve tutte le domande della vita, ma una piccola lampada, una piccola fiammella, che ha bisogno di essere continuamente alimentata dalla ricerca, dal silenzio, dall’ascolto, dalla meditazione, dalla preghiera. La fede è cercare di avere sempre, anche noi come Pietro, il coraggio di dire: Tu, o Signore, hai parole che fanno vivere.

La «dura» Parola che dà vita
Ermes Ronchi

Giovanni mette in scena il resoconto di una crisi drammatica. Dopo il lungo discorso sul pane dal cielo e la sua carne come cibo, Gesù vede profilarsi l’ombra del fallimento: molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui, dicendo: questa parola è dura. Chi può ascoltarla?

Il suo essere “disceso dal cielo”, per farsi tutt’uno con noi, e diventare cibo che si assimila, nostro pane: un Dio da mangiare, da esserne vivi, di una vita non effimera ma eterna, tutto questo è difficile per i discepoli, e resta “duro” anche per noi oggi. Il mistero non va ridotto alla ragione o addomesticato, ma rispettato. Altrimenti si rischia di sterilizzare qualcosa che invece è vitale. Il cristianesimo è comprensibile solo se in esso c’è qualcosa di incomprensibile, un di più, che eccede la logica. Accostiamoci al Vangelo, alle parole “dure” di Gesù, con la nostra sensibilità tenuta viva, con stupore e turbamento, per non svuotarlo e impoverirlo, perché è energia che deve toccarci, non lasciarci tranquilli, cambiare qualcosa in noi che viviamo di ripetizioni e abitudini.

Ed ecco la svolta del racconto: Forse volete andarvene anche voi? In Gesù c’è consapevolezza della crisi, ma anche fierezza e sfida, e soprattutto un appello alla libertà: siete liberi, andate o restate, ma scegliete; e seguite quello che sentite dentro!

Gesù non ordina quello che devi fare, non impone quello che devi essere, ma ti porta a guardarti dentro: che cosa desideri davvero? Dove va il tuo cuore? Finita la religione delle pratiche esterne e degli obblighi, si apre quella del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la sua vita, fino a diventare una cosa sola con lui.

Sono chiamato anch’io a scegliere di nuovo. E ci aiuta la stupenda risposta di Pietro: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Tu solo: Dio solo. Un inizio bellissimo. Non ho altro di meglio. È davvero l’affare migliore della mia vita.

Hai parole: il cielo non è muto, Dio parla e la sua parola crea, ribalta la pietra del sepolcro, vince il gelo, apre strade e incontri, carezze e incendi. Parole di vita: che portano vita ad ogni parte di me. Danno vita al cuore, lo rendono spazioso, ne sciolgono la durezza. Danno vita alla mente, che vive di verità altrimenti si ammala, e di libertà o muore. Danno vita allo spirito: mantengono vivo un pezzetto di Dio dentro di noi, nutrono la nostra parte di cielo. Parole che danno vita anche al corpo, perché in Lui siamo, viviamo e respiriamo: togli il tuo respiro e siamo subito polvere. Parole di vita eterna, che creano cose che meritano di non morire, che regalano eternità a tutto ciò che di più bello portiamo nel cuore.

Avvenire