Assunzione della Beata Vergine Maria
15 Agosto
Luca 1,39-56


Solennità dell’Assunzione della B.V. Maria.jpg

La solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria è fissata il 15 agosto già nel V secolo, con il senso di “Nascita al cielo” o, nella tradizione bizantina, “Dormizione”. A Roma la festa viene celebrata dalla metà del VII secolo, ma si dovrà aspettare il 1° novembre 1950, con Pio XII, per la proclamazione del dogma dedicato a Maria assunta in cielo in corpo e anima.

Nel Credo apostolico, professiamo la nostra fede nella “Risurrezione della carne” e nella “vita eterna”, fine e senso ultimo del cammino della vita. Questa promessa di fede, è già compiuta in Maria, quale “segno di consolazione e di sicura speranza” (Prefazio). Un privilegio, quello di Maria, strettamente legato al fatto di essere Madre di Gesù: dato che la morte e la corruzione del corpo umano sono conseguenza del peccato, non era opportuno che la Vergine Maria – esente dal peccato – fosse intaccata a questa legge umana. Da qui, il mistero della “Dormizione” o “Assunzione in cielo”.

Il fatto che Maria sia già assunta in cielo, è per noi motivo di letizia, di gioia, di speranza: “Già e non ancora”. Una creatura di Dio – Maria – è già in cielo: con e come lei, anche noi, creature di Dio, un giorno lo saremo. Il destino di Maria, unita al corpo trasfigurato e glorioso di Gesù, sarà dunque il destino di tutti coloro che sono uniti al Signore Gesù nella fede e nell’amore.

Interessante notare che la liturgia – attraverso i testi biblici tratti dal libro dell’Apocalisse e di Luca, con il canto del Magnificat – miri a farci non tanto riflettere quanto pregare: il vangelo infatti suggerisce di leggere il mistero di Maria alla luce della sua preghiera, il Magnificat: l’amore gratuito che si estende di generazione in generazione, e la predilezione per gli ultimi e i poveri trova in Maria il frutto migliore, si potrebbe dire il suo capolavoro, specchio nel quale l’intero popolo di Dio può riflettere i propri lineamenti. La solennità dell’Assunzione della beata Vergine Maria, in corpo e anima, è il segno eloquente di quanto non solo “l’anima” ma anche la “corporeità” si confermi una “cosa molto bella” (Gn 1,31), tanto che, come nella Vergine Maria, la “nostra carne” sarà assunta in cielo. Questo non ci esula dall’impegnarci nella storia, anzi: proprio lo sguardo rivolto alla Meta, al Cielo, la nostra Patria, spinge a impegnarsi nella vita presente sul solco del Magnificat: lieti per la misericordia di Dio, attenti ai fratelli e sorelle tutti che s’incontra lungo il cammino, a cominciare dai più deboli e fragili.

Rendere lode

Oggi la Vergine Maria, col suo Magnificat, c’insegna a rendere lode e gloria a Dio. Un invito attraverso il quale la Vergine Maria, oggi contemplata nella gloria, c’invita a fare uscendo fuori dal nostro solito ingigantire i problemi e le difficoltà. Maria è capace, e oggi lo insegna anche a noi, a guardare alla vita da un’altra angolatura: il nostro cuore è più grande dei nostri peccati, e anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore! (cfr 1Gv 3,20). Non si tratta quindi di illusione, come se non ci fossero problemi nella vita, ma si tratta di valorizzare il bello e il bene che c’è nella vita e saper rendere grazie a Dio per questo! In questo modo, anche i problemi si relativizzano.

Dio sorprende

Un secondo aspetto che merita essere segnalato in questo giorno, è il fatto che Maria era vergine ed Elisabetta sterile. Dio è Colui che va “oltre”, che ti sorprende per la sua provvidente azione di salvezza.

La Meta

Maria è ormai nella gloria di Dio, è giunta alla Meta lì dove un giorno tutti ci ritroveremo. Ecco perché Maria è oggi segno di consolazione di speranza, perché se lei, creatura come noi, è giunta, potremmo giungervi anche noi. Teniamo fisso lo sguardo e il cuore a Colei che non ha mai abbandonato il suo Figlio Gesù e con Lui oggi gode la gioia e la gloria del Cielo. E affidiamoci a Lei affinché ci aiuti a percorrere la via della vita sapendo riconoscere le grandi cose che Dio compie in noi e attorno a noi, per saperlo magnificare con il canto della nostra esistenza.

Preghiera a Maria Assunta

O Maria Immacolata Assunta in cielo,
tu che vivi beatissima nella visione di Dio:
di Dio Padre che fece di te alta creatura, di Dio Figlio che volle da te
essere generato uomo e averti sua madre, di Dio Spirito Santo che in te
compì la concezione umana del Salvatore.
O Maria purissima
o Maria dolcissima e bellissima
o Maria donna forte e pensosa
o Maria povera e dolorosa
o Maria vergine e madre
donna umanissima come Eva più di Eva.
Vicina a Dio nella tua grazia nei tuoi privilegi
nei tuoi misteri
nella tua missione nella tua gloria.
O Maria assunta nella gloria di Cristo
nella perfezione completa e trasfigurata della nostra natura umana.
O Maria porta del cielo
specchio della luce divina
santuario dell’Alleanza tra Dio e gli uomini,
lascia che le nostre anime volino dietro a te
lascia che salgano dietro il tuo radioso cammino
trasportate da una speranza che il mondo non ha quella della beatitudine eterna.
Confortaci dal cielo o Madre pietosa e per le tue vie
della purezza e della speranza guidaci un giorno all’incontro beato con te
e con il tuo divin Figlio
il nostro Salvatore Gesù. Amen!
(San Paolo VI)

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Siamo germogli di luce nel mondo
Ermes Ronchi

L’Assunzione di Maria al cielo in anima e corpo è l’icona del nostro futuro, anticipazione di un comune destino: annuncia che l’anima è santa, ma che il Creatore non spreca le sue meraviglie: anche il corpo è santo e avrà, trasfigurato, lo stesso destino dell’anima. Perché l’uomo è uno.
I dogmi che riguardano Maria, ben più che un privilegio esclusivo, sono indicazioni esistenziali valide per ogni uomo e ogni donna. Lo indica benissimo la lettura dell’Apocalisse: vidi una donna vestita di sole, che stava per partorire, e un drago.
Il segno della donna nel cielo evoca santa Maria, ma anche l’intera umanità, la Chiesa di Dio, ciascuno di noi, anche me, piccolo cuore ancora vestito d’ombre, ma affamato di sole. Contiene la nostra comune vocazione: assorbire luce, farsene custodi (vestita di sole), essere nella vita datori di vita (stava per partorire): vestiti di sole, portatori di vita, capaci di lottare contro il male (il drago rosso). Indossare la luce, trasmettere vita, non cedere al grande male.
La festa dell’Assunta ci chiama ad aver fede nell’esito buono, positivo della storia: la terra è incinta di vita e non finirà fra le spire della violenza; il futuro è minacciato, ma la bellezza e la vitalità della Donna sono più forti della violenza di qualsiasi drago.
Il Vangelo presenta l’unica pagina in cui sono protagoniste due donne, senza nessun altra presenza, che non sia quella del mistero di Dio pulsante nel grembo. Nel Vangelo profetizzano per prime le madri.
«Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo». Prima parola di Elisabetta, che mantiene e prolunga il giuramento irrevocabile di Dio: Dio li benedisse (Genesi 1,28), e lo estende da Maria a ogni donna, a ogni creatura. La prima parola, la prima germinazione di pensiero, l’inizio di ogni dialogo fecondo è quando sai dire all’altro: che tu sia benedetto. Poterlo pensare e poi proclamare a chi ci sta vicino, a chi condivide strada e casa, a chi porta un mistero, a chi porta un abbraccio: «Tu sei benedetto», Dio mi benedice con la tua presenza, possa benedirti con la mia presenza.
«L’anima mia magnifica il Signore». Magnificare significa fare grande. Ma come può la piccola creatura fare grande il suo Creatore? Tu fai grande Dio nella misura in cui gli dai tempo e cuore. Tu fai piccolo Dio nella misura in cui Lui diminuisce nella tua vita.
Santa Maria ci aiuta a camminare occupati dall’avvenire di cielo che è in noi come un germoglio di luce. Ad abitare la terra come lei, benedicendo le creature e facendo grande Dio.

Avvenire

Nascosta con Cristo in Dio
Clarisse Sant’Agata

Oggi è la festa della gioia, dell’Assunzione di Maria al cielo, la festa del compimento a cui la vita dell’uomo è stata chiamata. Guardando a Maria che entra nella gloria di Dio, ci è dato di fissare lo sguardo sulla meta ultima della vita di tutti. Sì, Maria assunta in cielo è la “metafora” del destino dell’umanità. Ciò che è avvenuto in lei, ci riguarda personalmente.

La liturgia ci presenta due donne. Nella prima lettura “la donna vestita di sole” che sta per partorire il Messia, il primo “segno grandioso” del libro di Apocalisse. Nel vangelo Maria, la giovane donna che porta in grembo il Messia, la “madre del Signore”, così come la chiama la cugina Elisabetta.

Al principio e alla fine, l’umanità, di cui Maria è figura, è gravida di Vita.
E quella Vita, frutto del suo grembo, è il Figlio.
L’umanità è chiamata a generare Cristo, a portarlo all’altro, ai fratelli che attendono di essere visitati.

Ma la vita del Figlio è minacciata: c’è un “drago, il serpente antico”, un nemico che vuole divorare il bambino appena nato. Da una parte c’è la vita e tutto ciò che fiorisce. Dall’altra c’è tutto ciò che vuole distruggere la vita. Genesi e Apocalisse presentano questo confronto drammatico fra l’umanità, rappresentata da Eva, la donna madre che partorisce figli, e il nemico per eccellenza che cerca in tutti i modi di distruggere il seme della donna. Inizio e fine della storia. Inizio e fine sono i due estremi per indicare la totalità della storia: questo conflitto è una costante che si ripete sempre di nuovo nella vicenda umana. Anche la nostra vita credente non è esente da questa lotta.

La Parola oggi ci rivela che “il frutto del parto della donna fu rapito e portato verso Dio e verso il suo trono. E la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparatole da Dio perché la nutrano là per milleduecentosessanta giorni” (12,5b-6).

Con un’immagine ardita, l’autore dice che il frutto di vita di questo parto doloroso viene portato accanto a Dio, viene custodito in Dio e nessuna forza umana o del nemico riuscirà a intaccarlo. La donna, però, fugge nel deserto. Nel Primo Testamento, il deserto era stato il luogo della prova, della verifica, della maturazione nel rapporto tra Dio e il suo popolo; ed era stato anche il luogo dell’amore della giovinezza, del “primo amore”.

Il deserto è il “luogo” nel quale vive l’umanità, la situazione normale di ciascuno di noi: luogo della fatica e della prova attraverso la quale cresce il rapporto amoroso con il Signore; luogo dove riscoprire il “primo amore”, luogo dove la mancanza (di acqua, di cibo, di possibilità di vita…) può essere colmata solo da un Altro. Proprio qui nel deserto Dio prepara “un luogo di rifugio” per la donna, un luogo dove trovare riparo dalla minaccia del Nemico.

In effetti, l’umanità intera e la comunità dei credenti non sono ancora nella loro condizione definitiva: sono nel deserto e nella lotta quotidiana contro potenze avverse. Il compimento ancora non ci appartiene. A noi spetta di andare e lottare, camminando nell’insicurezza e nella precarietà, nella tentazione e nella mischia, ma con lo sguardo fisso alla meta, con la sicurezza che non saremo mai lasciati soli.

“La nostra vita nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3). E, in Lui, il Vincitore, sappiamo che ogni nostro scontro con il nemico è vinto definitivamente.

Maria, assunta in cielo, ci indica questa realtà che, compiuta in lei, si sta realizzando per ciascuno di noi.

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IL SALUTO SULLA SOGLIA
Angelo Casati

Mi direte che sono strano. A volte penso che sia un bene che i libri sacri non ci raccontino l’assunzione di Maria, la madre di Gesù, al cielo. Così come d’altronde nessuno dei vangeli racconta l’uscita di Gesù dalla tomba. E penso che sia un bene che non ci sia tolto ogni ombra di velo dal mistero.

Già la parola “cielo” – voi lo sapete – è un termine che non definisce uno spazio fisico, ma allude: è fuori di noi o dentro di noi? E’ come se oggi dicessimo che si va dalla vita alla vita o, se volete – e questo non riguarda solo Maria, ma anche tutti noi – è come se dicessimo che ci si risveglia. Per questo nell’oriente cristiano questa festa prese anche il nome di “dormitio Mariae”. La morte come addormentarsi. E poi ecco il risveglio. E che cosa vedranno gli occhi al risveglio?

A volte, nell’antichità, all’assunzione fu dato anche il nome di “transitus”, di “passaggio”. Oggi nella sua prima lettera ai Corinti Paolo scriveva: “Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita”. Ma che cosa racchiuderà questa parola “vita”? La liturgia, che oggi non poteva contare su testi biblici direttamente mirati all’assunzione, ci ha proposto due testi bellissimi, uno dell’Apocalisse che non è specificamente riferito a Maria, l’altro di Luca che la chiama direttamente in causa.

Li sfioro brevemente. C’è un filo rosso che li lega. L’Apocalisse, che è un tentativo di leggere la storia con lo sguardo di Dio – e quanto ne avremmo bisogno, anche per una lettura della storia di oggi – ci dice che la storia è conflittuale. Bando alle illusioni di una storia senza drammi o problemi. Siamo chiamati a un disincanto. Nella storia assistiamo alla presenza angosciante – ecco l’immagine – del drago rosso che sembra con il suo strapotere trascinare “un terzo delle stelle del cielo e precipitarle sulla terra”.

Sta a noi dare oggi un nome al drago rosso, alle forze del drago. Sembra che stia per fagocitare anche il bambino che la donna ha generato, ma il suo disegno di morte viene frustrato. Il figlio viene rapito verso Dio e per la donna Dio prepara un rifugio nel deserto. Come a dire che non vincono i disegni dei potenti, che non vince l’arroganza, non vince la morte. L’assunzione di Maria in cielo sembra ricordarcelo. Sembra ricordarlo a noi che, a volte con occhi smarriti e sgomenti, assistiamo alla vicende inquiete e tragiche del tempo, il nostro tempo.

L’assunzione di Maria sta a dirci, che, come è avvenuto alla morte del suo Figlio, così anche nella sua morte il drago è stato sconfitto. Sfioro ora il vangelo. Il vangelo di Luca ci parla della visita che la giovane cugina fa ad Elisabetta, che tutti giustamente ritenevano per l’età lontana dalla possibilità di un parto, eppure già al sesto mese, e ora in attesa. In attesa anche lei, Maria con un grembo di adolescente abitato, da pochi giorni abitato, e ancora non ce se ne accorgeva.

E il centro del mondo sembra diventare quel paese di cui non è detto il nome, quell’uscio e quella casa, quelle due donne abbracciate. Due donne. Non ci sono uomini. Non c’è Giuseppe. Maria è salita da sola per quella zona montuosa. Zaccaria, il marito di Elisabetta, fuori causa, è muto, diventato muto per non aver creduto alla parola di Dio. Il vangelo di Luca, dopo aver ricordato il saluto sulla soglia, racconta le parole dell’una e dell’altra, di Elisabetta e di Maria, parole sull’uscio.

Loro, le donne, loro abitate, si scambiavano i pensieri del cuore. Elisabetta, dopo aver detto tutta la sua sorpresa per la visita di Maria, la madre del suo Signore che l’aveva raggiunta fin lassù, dopo averla benedetta, disse una beatitudine. E la disse, “colmata di Spirito santo”. La disse – scrive il vangelo – “a gran voce”. Come se avessero dovuto sentirla le pareti di casa, sentirla tutti.

La disse guardandola negli occhi: “Beata” disse “colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Elisabetta che aveva visto un marito diventare muto, perché non aveva creduto, ora non poteva non dire la sua ammirazione per la giovane cugina che aveva creduto, aveva aperto con fiducia la sua porta a Dio e alle sue vie inattese. La cosa più importante era ed è dar credito a Dio. E’ la vera beatitudine, di Maria, di ognuno di noi: dare fiducia a Dio e alla sua parola.

Vengo a Maria, a quello che noi comunemente chiamiamo il canto del “magnificat”. Mi dicevo, dovremmo ripercorrerlo pensando che a pronunciare quelle parole era una ragazzina, senza corone sulla testa – direbbe don Primo Mazzolari – forse un fazzoletto a stringerle le ciocche dei capelli, con la fatica della montagna ancora nel fiato, lei che si considerava una “piccola”, stupita per un Dio che aveva avuto un pensiero per lei.

“Ha guardato” disse “la piccolezza della sua serva”. Ma i piccoli, diversamente da quanto noi spesso pensiamo, hanno dentro una forza – la forza della loro fiducia in Dio – una forza incredibile. E così la ragazza di Nazaret, dopo aver cantato gli occhi di Dio, diede sfogo nel “magnificat” a parole a dir poco rivoluzionarie, parole su Dio e sulla storia che, se pensate sulle labbra di un’adolescente, farebbero dire a qualcuno di noi: “Ma come ti permetti? Ma che ne sai?”.

La ragazza di Nazaret, ricucendo testi dell’Antico Testamento, canta a un Dio che “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Non so se l’avete notato: l’azione di Dio, nelle parole di Maria, non riguarda solo il futuro, quando a essere sottomesso sarà l’ultimo nemico, la morte, ma riguarda anche il presente.

I verbi del magnificat dicono un’azione, quella di Dio, già in atto oggi: ha disperso, ha rovesciato, ha innalzato, ha ricolmato, ha rimandato. Il cielo futuro sì, ma anche la terra oggi. La ragazza di Nazaret legge la storia con lo sguardo di Dio: “La misericordia di Dio” scrive don Primo Mazzolari “che viene incontro all’umanità, incomincia a fare giustizia a questa maniera: depone dal seggio i potenti, i potenti che non agiscono bene, i potenti che non amministrano con giustizia, i potenti che sono degli oppressori, i potenti che si sono dimenticati della sofferenza umana, della fatica umana e che non l’hanno rispettata. E prenderà gli umili e li porterà in alto”. Ora sappiamo chi Dio porta in alto.

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IL CIELO, PATRIA MIA
Antonio Savone

Dove approderà la nostra storia? Verso che cosa siamo incamminati? Quale destino ci attende? Mai come in questo tempo, domande simili affiorano con forza, ancor prima che sulle nostre labbra, nel nostro cuore. Viviamo giorni attraversati da paure, preoccupazioni, visioni fosche, quasi non riusciamo più a scorgere neppure una fiammella di quel senso che in altri frangenti ci è parso molto più chiaro ed evidente. Ci cogliamo in balia di un cieco destino, come se la nostra vicenda non stia a cuore a nessuno, neppure a Dio. Ci ritroviamo a corto di speranza. Tutto sembra sgretolarsi, nulla sembra reggere allo scontro con quel tarlo che dapprima silenziosamente, e poi sempre più inesorabilmente, mina ciò che con fatica ci sembrava di aver raggiunto. È impari la nostra lotta con quell’”enorme drago rosso” di cui ci narra l’Apocalisse. Nulla resiste alla sua minaccia: la fede, la vita, i legami, gli affetti, la sicurezza sociale, quella economica.

È proprio in una situazione come questa che il calendario di Dio, ancor prima di quello cronologico, ci chiede di celebrare la festa dell’Assunzione di Maria. Dio non cessa di donarci questo segno perché nessuno patisca lo smarrimento e la disperazione. Maria è per tutti noi il segno che vale la pena ingaggiare la lotta contro tutto ciò che minaccia la possibilità che il bene venga alla luce. L’umanità è da sempre gravida del bene ma questo, perché possa venire alla luce, è necessario che passi attraverso il travaglio dell’impegno e della responsabilità di ognuno. Esso non ha una gestazione naturale, ma conosce la terribile esperienza di una gravidanza a rischio.

Questa festa ci testimonia che la smentita di un momento non deve intaccare la certezza della buona riuscita di quell’impresa che è l’esistenza umana sulla terra. Abbiamo bisogno di rialzare lo sguardo, abbiamo bisogno di non perdere il senso del cammino e della meta che ci attende. “Noi non siamo come quegli altri che non hanno speranza” (1Ts 4,13). Certo, “chi spera, non incontra fiumi senza guado”.

Questa celebrazione ci ricorda che tutte le volte in cui scegliamo di stare dalla parte della vita, del bene, del dono di sé, proprio quando questa scelta non è affatto ovvia, anzi, addirittura minacciata, Dio continua a prepararci un rifugio, come attesta l’Apocalisse, che non significa essere esenti dall’esperienza della prova. Il rifugio che Dio prepara è la consapevolezza che nulla potrà mai separarci da lui. Non dimenticarlo: hai un rifugio nel suo cuore, tra le sue mani!

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?… Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,35.37).

È questa consapevolezza che ci fa affrettare i nostri passi senza mai perdere la speranza: siamo infatti persuasi che la scelta del bene è seme di eternità e perciò mette le sue radici altrove, accanto a Dio. Non è forse su questo che la nostra vita sarà giudicata?

Che cosa, infatti, è degno di stare accanto a Dio per sempre? Un’esistenza declinata secondo lo stile della disponibilità, del prendersi cura, del non sospetto, del fare il primo passo, della condivisione, della gratuità, del rispetto, della sincerità. È seme di morte, invece, e di morte per sempre, tutto ciò che è declinato secondo lo stile della maldicenza, dell’invidia, della gelosia, dell’odio, del rancore, del sopruso, del calcolo, dell’accaparramento, della violenza.

Scegliere il bene, comunque. A questo ci esorta Santa Maria Assunta, a imparare a vincere resistenze e paure, ad apprendere la capacità di affidarsi alla parola di Dio, a riconoscere che Dio è ancora all’opera anche in questo frangente storico.

Le parole che Maria riceve, sono parole che la mettono in cammino: alzatasi Maria raggiunse in fretta… Maria non rimane chiusa a contemplare in modo privato il dono della maternità che porta in grembo, ma è proiettata sui sentieri della premura e della disponibilità. Quando questo accade la vita danza, si rimette in moto. La fede non è mai un fatto privato…

Quanto vorremmo avere in questo momento il suo sguardo! Di lei che contempla le cose come le guarda Dio. Dio sovverte, attesta Maria. Il Messia viene da dove non ce lo si aspetterebbe. Il cielo non è chiuso, anche se nubi di violenza e di morte vorrebbero convincerci che così non è. C’è un’altra storia che Dio scrive attraverso uomini e donne docili alla sua Parola, che ancora credono che le sue parole possono compiersi, in loro anzitutto. Ti fidi?

La fede non ci risparmierà l’esperienza della conflittualità ma ci restituisce la consapevolezza che nella fine è l’inizio.

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