XIX Domenica del Tempo Ordinario (B)
Giovanni 6,41-51
In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Gesù, la vita eterna
Enzo Bianchi
Introduzione al capitolo 6 di Giovanni.
L’ordo delle letture bibliche dell’annata liturgica B ha previsto che, giunti nella lettura cursiva di Marco all’evento della moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,35-44), si interrompa la lettura del vangelo più antico e la si sostituisca con la lettura dello stesso episodio narrato nel quarto vangelo. Per cinque domeniche si legge dunque il capitolo 6 di Giovanni, un testo che richiede una breve introduzione generale.
In verità questo capitolo, tutto incentrato sul tema del “pane di vita”, che mai appare altrove, appare piuttosto isolato nello svolgimento del racconto giovanneo. Con buona probabilità, si tratta di un brano aggiunto più tardi per dare alla chiesa giovannea una catechesi sull’eucaristia, il cui racconto è mancante nel quarto vangelo, sostituito da quello della lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-17). Se questa ipotesi fosse vera, questo capitolo diventerebbe ancora più importante, perché proprio trattando il tema dell’eucaristia si conclude con la confessione dell’identità di Gesù: per i giudei è il figlio di Giuseppe, semplicemente un uomo della Galilea (cf. Gv 6,42), mentre Gesù dichiara di essere il Figlio di Dio, colui che è suo Padre (cf. Gv 6,40); e ciò è confermato da Pietro e dagli altri discepoli, che riconoscono in lui “il Santo di Dio” (Gv 6,69).
Commento al Vangelo
Gesù aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”, ma queste parole avevano destato la mormorazione degli ascoltatori, nel quarto vangelo definiti “i giudei”, per indicare coloro che erano legati all’ideologia giudaica ed erano strettamente dipendenti dai capi religiosi, i nemici di Gesù.
La loro domanda è legittima, ma è espressa con diffidenza e rigetto nei confronti di Gesù: “Questo Gesù di Nazaret, che dice di essere il pane disceso dal cielo, che afferma una tale pretesa sulla sua identità, non è forse il figlio di un falegname, Giuseppe? Suo padre e sua madre sono conosciuti, vivono a Nazaret, dove anch’egli ha vissuto. Come può dunque dire di essere disceso dal cielo, cioè da Dio, e di essere pane, dono di Dio, come lo era stata la manna?”. Anche noi, d’altronde, seguendo la nostra ragione umana e guardando a lui, questo ebreo marginale, restiamo perplessi: è davvero un uomo disceso dal cielo?
Gesù reagisce dicendo ai suoi interlocutori: “Non mormorate, non rifugiatevi in questa contestazione sorda!”. In verità queste parole possono essere comprese non con la ragione umana, non fidandosi delle proprie facoltà di cui giustamente ci si fida per giudicare le realtà di questo mondo, ma solo attraverso un dono di Dio, grazie a una sua azione che apre la nostra mente e ci attira verso Gesù, rendendoci destinatari della resurrezione nell’ultimo giorno. E Gesù continua ricordando loro una profezia: “Verrà l’ora in cui gli umani saranno tutti istruiti da Dio stesso (cf. Is 54,13; Ger 31,33-34)”. Allora il Signore Dio, il Padre, darà la sua istruzione, e chi la accoglierà verrà a Gesù stesso. Non ci sarà un “vedere Dio”, perché solo chi viene da Dio, cioè Gesù, lo ha visto, ma ci sarà un andare a Gesù e un vedere, in lui, il volto di Dio; ci sarà un guardare la sua vita umana che è narrazione del Dio vivente e vero (exeghésato: Gv 1,18). Occorre dunque la fede, occorre accettare quest’opera di Dio in noi, e in questo credere, in questa adesione a Gesù, accogliere da lui la vita eterna, perché lui stesso è la vita per sempre, liberata dalla morte.
Sì, questo vangelo è uno scorrere di parole sulle labbra del Cristo vivente e glorioso, parole che non possono neppure essere commentate. Forse possiamo, almeno un po’, parafrasarle: sono parole semplici eppure inaudite; sono chiare eppure la nostra ragione non riesce ad accoglierle; sono affermazioni di fronte alle quali si può solo, se si è raggiunti dall’amore di Dio, contemplare. Sono parole forti che sulla bocca di un uomo appaiono anche scandalose, irrazionali: “Io sono il pane della vita … Io sono il pane disceso dal cielo … Chi mangia di questo pane non muore più, anzi vivrà nell’eternità”. Ed ecco il vertice della rivelazione scandalosa: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Qui più che mai il discorso si fa duro, irricevibile. Non solo Gesù è il pane per la vita eterna, ma è carne che il credente deve assumere in se stesso: non è data una “vita eterna” come dono esterno, ma questa germina, fiorisce dall’interno dell’uomo, come il pane mangiato dà vita e la accresce. La vita di Gesù di Nazaret, vita terrena di un uomo, vita vissuta, è consegnata, offerta a noi umani come cibo da mangiare: quella carne fragile e mortale assunta dal Figlio di Dio è vita data, spesa, radicalmente offerta per noi umani.
I giudei ricordavano e conoscevano bene il grande dono fatto da Dio al popolo di Israele peregrinante nel deserto verso la terra promessa: avevano ricevuto dal cielo la manna, un cibo che permetteva loro di vivere e di non morire di fame in quelle steppe desolate (cf. Es 16). Ma poi tutti non solo mormorarono, ma non entrarono in quella terra della benedizione, neppure Mosè… Il pane che invece Gesù dona gratuitamente e senza rispondere ai meriti di ciascuno è un pane vivo (ho ártos ho zôn), cioè un pane che è capace di dare la vita per sempre, un antidoto nei confronti della morte.
Qui dovremmo esaminarci con parrhesía davanti a Dio e a noi stessi: siamo davvero tanto differenti da questi giudei che tanto faticavano a credere alle parole di Gesù? Non siamo in verità peggio di loro, perché conosciamo queste parole di Gesù, il suo essere vita, le conosciamo fin da quando siamo approdati alla fede, ma poi questa conoscenza resta vaga e intellettuale, e siamo incapaci di essere conseguenti a questa rivelazione di Gesù? Pensando a me stesso, dopo cinquant’anni di vita monastica posso affermare che sento che Gesù è la vita eterna, che dunque la morte è vinta, e che quando essa verrà sarà solo un esodo nel quale la vita eterna come dono si imporrà e sarà la mia vita, la mia vita in Cristo vivente? E queste parole riescono a mutare il mio vivere quotidiano oppure restano come un bagaglio intellettuale che, sì, è presente in me, ma di fatto non determina nulla di concreto nella mia esistenza? Mangiare la carne di Cristo, bere il suo sangue dovrebbe significare che accetto in me che la sua vita, cioè il suo sangue, scorra e mi faccia vivere in modo che io viva non più di me stesso, ma di lui, il mio Signore vivente.
A volte mi sembra di poter solo affermare, come in una litania: “Il Figlio di Dio, la Parola di Dio, si è fatta carne (cf. Gv 1,14), si è fatta un uomo, Gesù di Nazaret, e quest’uomo si è fatto pane, affinché il mangiare di questo pane mi permetta ciò che io non potrei mai fare: rendere la mia vita di carne mortale una vita sulla quale la morte non abbia più l’ultima parola”. Parole da contemplare, come in una litania, ma senza la pretesa di comprendere e soprattutto senza la pretesa di poterle vivere con la mia volontà. Solo Dio rende efficaci queste parole nella mia sempre più povera e misera vita.
Se ci nutriamo di Cristo,
Egli ci abita, dà forma all’amare
Ermes Ronchi
I giudei si misero a mormorare perché aveva detto: io sono il pane disceso dal cielo, il pane della vita. Dio è disceso dal cielo, il mondo ne è gravido. È dentro di te, intimo a te come un amante, disciolto in te come un pane dentro la bocca.
Il perno della storia è la discesa di Dio, discesa che continua per mille strade. Dio, il vicino-lontano, “Colui-che-viene” è in cammino verso ciascuno: se lo accogli, ti abita il cuore, la mente, le parole, e li nutre di celo.
C’è un segreto gioioso nascosto nel mondo e Dio te lo svela: il cibo che sazia la tua fame di vita e di felicità esiste. Non sprecare parole a discutere di Dio, puoi fare di meglio: tuffati nel suo mistero. Cerca pane vivente per la tua fame. Pane vivente che cambia la qualità della tua vita, le dà un colore divino. Non accontentarti di altri bocconi, tu sei figlio di Dio, figlio di Re. Prepàrati allo stupore e alla gioia dell’inedito: un rapporto d’amore al centro del tuo essere e nel cuore del mondo.
Il brano del Vangelo di oggi è riempito dal verbo mangiare. Un gesto così semplice e quotidiano, così vitale, pieno di significati, ma il primo di tutti è che mangiare o no è questione di vita o di morte. Il Pane che discende dal cielo è Dio che si pone come una questione vitale per l’uomo: davanti a te stanno la vita e la morte. Scegli dunque la vita (Deut 30,19).
Ciò che mangi ti fa vivere e tu sei chiamato a vivere di Dio. Non solo a diventare più buono, ma a nutrirti di un Dio che ti trasforma nell’intimo dolcemente e tenacemente. E mentre ti trasforma in lui, ti umanizza: più Dio in te equivale a più io. I Padri Orientali la chiamano “divinizzazione”, “theosis”; e Dante la trascrive con il potente verbo “indiarsi”: diventare figli, della stessa sostanza del Padre.
Assimilare la vita di Gesù non significa solo Eucaristia, non si riduce a un rito, ma comporta una liturgia continua, un discendere instancabile, a ogni respiro, di Cristo in me. Vuol dire: sognare i suoi sogni, respirare l’aria limpida e fresca del Vangelo, muoversi nel mare d’amore che ci avvolge e ci nutre: “in Lui siamo, ci muoviamo e respiriamo” (Atti 17,28).
Chiediti: di cosa nutro anima e pensieri? Sto mangiando generosità, bellezza, profondità? Oppure mi nutro di egoismo, intolleranza, miopia dello spirito, insensatezza del vivere, paure?
Se ci nutriamo di Cristo, egli ci abita, la sua parola opera in noi (1Ts 2,13), dà forma al pensare, al sentire, all’amare.
Se accogliamo pensieri degradati, questi ci fanno come loro. Se accogliamo pensieri di Vangelo e di bellezza, ci renderanno uomini e donne della bellezza e della tenerezza, le due sole forze per cui questo mondo sarà salvato.
Quando Dio non basta
Antonio Savone
Aveva sfamato cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini. Era ovvio che la folla provasse ammirazione ed entusiasmo. Come darle torto? Accade anche a me: resto stupito e approvo chi nella vita da risposte concrete. Eppure, Gesù non vuole che si fermino a una lettura superficiale di quello che era accaduto durante il bivacco sull’erba. Ben altro è ciò di cui egli vuole metterli a parte, per questo li invita a non accontentarsi di qualcosa che può darti solo un po’ di energie per compiere qualche passo: occorre darsi da fare per avere ciò che assicura la vita vera, anche quando la stanchezza dovesse fare capolino.
È vero: puoi aver mangiato a volontà ed essere privo di ciò che è essenziale per la vita vera.
Non basta soddisfare la pancia: c’è un’altra pienezza verso cui incamminarsi.
Non basta un’esistenza qualunque: c’è un’altra vita verso cui affrettare i propri passi.
Non puoi accontentarti di ciò che è soltanto primizia e caparra di quanto vivremo in pienezza quando vedremo Dio così come egli è.
Sono io il pane della vita: quel pane è lui, la sua persona, la sua presenza, la sua vita, le sue parole, i suoi gesti. Qui, però, cominciano i problemi. Fin che si tratta di mettersi alla ricerca di qualcosa che sazi i morsi della fame si può anche fare, ma quando ci è chiesto di entrare nello stile di vita di colui che si propone a noi come l’unico in grado di saziare la fame più vera che portiamo nel cuore prima che nello stomaco, le cose cambiano. E, infatti, di lì a poco, persino molti discepoli non tarderanno a riconoscere: questo linguaggio è duro…
La folla non riesce a leggere quanto accaduto se non alla luce del proprio bisogno materiale. Era accaduto lo stesso al popolo d’Israele durante la traversata del deserto: preferisce rimpiangere la schiavitù dell’Egitto (segnata anche da una discreta sazietà, della serie: si stava meglio quando si stava peggio), piuttosto che assumere la fatica del cammino verso la libertà. Accade anche a me: quante attese nel mio cuore, quanti desideri, quante precomprensioni! Vorrei poter ascoltare soltanto ciò che in qualche modo confermi in modo magico le mie aspettative. Non è un caso che la domanda posta dalla folla a Gesù verta, anzitutto, sul fare: “Che cosa dobbiamo fare?”. La stessa posta un giorno da un giovane, ricco. Una domanda che se da una parte rivela una certa disponibilità, rivela pure una sorta di fraintendimento. Tanto è vero che quando giunge la risposta inattesa, tanto la folla quanto il giovane ripiegano altrove. È il fraintendimento proprio di un certo pragmatismo.
Per Gesù non si tratta di qualcosa da fare: è necessario smettere di fare e lasciarsi fare, lasciarsi trasformare. Non a caso, il cibo attraverso cui Dio aveva nutrito il popolo nel deserto non era immediatamente circoscrivibile nelle proprie categorie di pensiero. Quel cibo, infatti, era una domanda aperta: che cos’è? Come a dire: attenzione a volersene impossessare cristallizzandolo. Si trattava di un cibo che teneva aperta la questione di fiducia: bisognava credere che Dio avrebbe provveduto nuovamente il necessario per la razione di un giorno.
Nella vita di ogni uomo c’è un’opera che Dio sta compiendo: ciò che è da fare è riconoscere e accogliere questa opera di Dio nella certezza che affidandomi a lui, posso gustare la vita, quella vera. È la cosa più difficile: finché si tratta di compiere qualcosa di esterno, possiamo anche accettare la sfida. Acconsentire, invece, a un diverso modo di guardare le cose, no.
Se un tempo a far problema era un cibo (la manna), ora a non bastare è Gesù stesso: quello che ha compiuto è insufficiente ad alimentare la fede in lui. Pretendono un segno più grande di quello che essi attribuiscono a Mosè e non riescono a comprendere che il segno per eccellenza è sotto i loro occhi.
A chi non riesce a nutrirsi che di pane (pane, solo pane, altro pane, cose, solo cose, altre cose), neppure Dio basta.
https://acasadicornelio.wordpress.com
Io sono il pane vivo disceso dal cielo
Romeo Ballan, mccj
Questa domenica ci viene offerta una pagina bellissima del Primo Testamento. Il profeta Elia, il più grande dei profeti, è costretto a fuggire, perseguitato dalla regina Gezabele, moglie del re Acab e portatrice di nuovi culti di dei pagani. Elia si inoltra nel deserto e si butta sotto un albero di ginestra, stanco, sfiduciato, e desidera morire. Capita anche a noi in certi momenti della vita, di essere sopraffatti dalla fatica, dalla tristezza. La morte prima che nel corpo ci raggiunge nel cuore. Quel sonno sotto il ginepro, sembra un anticipo di morte.
Un angelo lo tocca. Lo risveglia. Ma insieme a questo gesto di toccare c’è una parola, un invito, quasi un amoroso comando: Alzati e mangia! Alzarsi e mangiare: simboli di ritornare a vivere, di riprendere il proprio cammino. Se mangi vivi, se ti alzi sei attivo. L’invito è concreto, va oltre le parole: iIl profeta vede che vicino a sé c’è una focaccia di pane e un orcio di acqua. Sono due elementi fondamentali per vivere. Il pane e l’acqua sono l’essenziale per vivere. L’Angelo non porta cose prodigiose, porta l’essenziale.
Elia mangia ma poi si rimette a dormire. E’ difficile uscire da una crisi profonda. Ecco allora che l’angelo tocca di nuovo Elia e lo invita a mangiare perché il cammino è troppo lungo e difficile. E con la forza datagli da quel cibo, Elia cammina per “quaranta giorni e quaranta notti” fino all’Oreb, il Sinai, il monte di Dio.
La storia di Elia si colloca dentro una storia più grande di lui. Anche noi siamo parte di una storia che è più grande di noi e nella quale abbiamo un ruolo. In essa siamo chiamati a cercare e leggere la propria vita. Non siamo isolati, siamo dentro una storia, la storia del mondo. In questa storia quante volte donne e uomini, popoli interi si sono fermati sotto una ginestra e volevano morire. Poi un tocco, il risveglio. Il pane e l’acqua per riprendere il cammino.
Il Vangelo ci parla ancora di pane. Come nella moltiplicazione; come nelle prossime domeniche, seguendo il cap. 6° del vangelo di San Giovanni. Gesù ci parla di un pane vivo che viene dal cielo. Ci parla di gente che mormora, si ribella, non gli basta quello che ha, vuole altro, esattamente come il popolo nel deserto che rimpiange il tempo della schiavitù, delle proverbiali cipolle d’Egitto; vuole tornare indietro…
Continua nei capi dei giudei quella mormorazione divenuta un modo di vivere, ma Gesù non teme, non cambia messaggio, non lo addolcisce; dice di sé “Io sono il pane vivo disceso dal cielo”. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e sono morti… questo pane invece fa vivere. Per sempre!
I capi del popolo continuano a mormorare di lui e lo ridicolizzano: costui non è forse il figlio di Giuseppe… È uno del paese, conosciamo i suoi genitori, lo conosciamo tutti; ma ora dice che discende dal Cielo… Chi crede di essere? Non accettano lo scandalo della normalità. Ma Dio continua con il suo alfabeto di cose semplici, ordinarie: pane, acqua…
Lui Si fa pane. Gesù di Nazareth è il pane per il cammino. La nostra vita, il nostro cammino, sono i 40 giorni e le 40 notti nel deserto. Ma Dio trasforma questo viaggio disperato in un pellegrinaggio. Il pellegrinaggio è andare verso Qualcuno, e farlo possibilmente insieme. Anche oggi Gesù ci conferma con la Sua Parola: “Io sono il pane della vita” (v. 48); vita assicurata, molto più della manna nel deserto dove morirono… “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (v. 51).

Sólo la FE puede hacernos descubrir el verdadero sentido que JESÚS quiere ofrecernos con su PAN, es Él mismo que se nos da como comida, y sólo con ella podremos enfrentarnos en nuestra vida de cada día.
"Mi piace""Mi piace"